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  1. #11
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    Originally posted by Claude
    L'idea che qui si dibatta su se io (in quanto ateo non battezzato) potrei venire ucciso o meno da chiunque senza punizione mi da i brividi. Mi infastidisce solo l'idea che a qualcuno sia venuto in mente di porsi la questione della liceità dell'omicidio gratuito di una persona come problematica.

    Confesso di essere esterrefatto, allibito davanti a questa discussione. E mi stupisco che tutti abbiano risposto come se si trattasse di una banale questione teologica. Non un minimo di indignazione, non un briciolo di emozione traspare dai post di risposta.

    Tutte le opinioni sono tollerabili, ma non tutte sono rispettabili. Questa non lo è, nemmeno se posta sotto forma di domanda.

    Cari golleghi di forum cattolici e credenti, questo swaption non ha bisogno di risposte, ma di una sana ramanzina, che lo riporti coi piedi per terra......e forse anche di un buon dotore.

    Arrivederci.
    Sono perfettamente d'accordo, un discorso come questo nn meritava neppure di essere iniziato.
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  2. #12
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    Mah.... io lo dico sempre: le cose dal di dentro sono sempre più chiare e semplici. Hanno risposto in molti, quella di ferrer è una risposta ottima. Punto.
    Non c'è altro da aggiungere: il Cattolicesimo e, a dire il vero, tutto l'intero Cristianesimo non si sono mai posti problemi del genere, perché fuori da ogni logica..... e non già perché usa dirsi così, ma perché effettivamente la questione in sé non sussiste.... forse era una provocazione, almeno così spero, perché altrimenti vuol dire che c'è chi crede davvero alle cose ridicole che si scrivono su Repubblica.... il che è grave per l'intelligenza umana innanzi tutto.

    Mi pare, però, doveroso fare qualche appunto:

    - Per OLI: quello che tu chiami "semplicemente" "un rito", è il primo e, per molti aspetti, il fondamentale Sacramento: il primo della iniziazione cristiana, senza il quale non si può cominciare il cammino verso la santità. Se lo consideri solo un rito.... beh, è APOSTASIA, e pure grave.... la giusta voglia di confortare (soprattutto quando si è generosi come te) una "pecorella smarrita" non deve portarci al seguirla fin oltre il baratro.... si conforta, le si dice che quello che pensa è errato, ma non bisogna andare oltre..... NESSUN CATECHISMO, E NESSUN PRETE TI POTRANNO DIRE CHE IL BATTESIMO E' UN SEMPLICE RITO.... SENZA DI QUELLO SI E' CREATURE DI DIO, NON GIA' FIGLI.... ed io ti so sensibile su questo tema!!!!

    - Per Qolet: male non ti farebbe, se potessi spiegarci cosa intendi con sentimentalismo giustizialista tomista di stampo freudiano o non so che.... insomma, non ci ho capito nulla. Sarei contentop se potessi spiegarmi il tuo pensiero.


    "

  3. #13
    Qoelèt
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    Semplicemente voglio dire che l'occidente latino,catuto forse irrimediabilmente nell'eresia, nella sua speculazione razionalistica di stampo tomistico-scolastico ha dimenticato la vera ortodossia patristica FATTA NELL'ASCESI E NELLO SPIRITO: la ragione decaduta ( e le proiezioni psicologiche-sentimentalistiche che spesso accompagnano la speculazione razionalistica...)può solo produrre un "dio" giustizialista e umanizzato ...
    Vorrei di seguito proporre la lettura di uno scritto del teologo Giovanni Romanidis preso da Ortodossia Cristiana ( http://digilander.libero.it/ortodossia ) :

    TEOLOGIA EMPIRICA E TEOLOGIA SPECULATIVA

    Indice



    * Introduzione
    * Teologia empirica
    * Sacra Scrittura e Tradizione
    * Strumenti, osservazione, concetti e lingua
    * Diagnosi e terapia
    * L'ascesa del monachesimo, il suo contributo e il suo declino
    * Spiritualità ortodossa: la stessa in Occidente e in Oriente
    * Criteri per la riunificazione
    * Note



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    Presentazione

    Questo studio tratto da una pubblicazione, si concentra sugli aspetti spirituali della prassi cristiana. Nell’Ortodossia il rapporto del credente con Dio è "empirico", ossia esperienziale. Per questo tutto ciò che non ha a che fare con l’esperienza e non conduce ad essa non è nemmeno considerato. Contrariamente a ciò la teologia occidentale, subendo l’influsso franco-germanico, è giunta ad interpretare il cristianesimo attraverso categorie metafisiche (per determinare la sostanza di Dio) e regole morali (per poter "meritare" Dio). Così mentre in Oriente viene posto attenzione all’apetto mistico del cristianesimo parlando in termini apofatici (non si può affermare niente di Dio perché ogni concetto è inadeguato ad esprimerLo), in Occidente il cristiano si concentra particolarmente nelle realtà esteriori finendo, soprattutto oggi, ad assumere un livello spirituale insoddisfacente. Anche in questo esiste un’evidente distanza tra l’Occidente e l’Oriente cristiano, distanza che si potrà superare solo ritornando ai valori ecclesiastico-spirituali del primo millennio.

    Il protopresbitero Giovanni Romanidis è nato nel 1927 a Pireo (Grecia). Nello stesso anno la sua famiglia si è trasferita negli USA. Qui egli è cresciuto compiendo i suoi studi teologici presso la scuola della Preziosa Croce, l’Università di Yale e quella di Harvard. Parigi ed Atene sono state altre due tappe fondamentali per la sua formazione teologica. Romanidis ha insegnato teologia nella facoltà teologica statunitense della Preziosa Croce e in quella di Salonicco. Attualmente è docente all’Università di Balamand (Libano). La semplice enumerazione degli interessi di padre Giovanni Romanides lo rende a pieno merito appartenente ai grandi esponenti della teologia ortodossa contemporanea.

    Il curatore e traduttore


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    Introduzione

    Nella prima parte abbiamo presentato un evidente riassunto per attestare che il feudalesimo in Europa occidentale non è provenuto da razze e costumi romano-germanici, come viene comunemente ritenuto, ma piuttosto dalla sottomissione dei romani d’Occidente ai loro conquistatori. In seguito a ciò i franchi concentrarono la loro attenzione per riuscire a schiavizzare ecclesiasticamente e dottrinalmente la Romània papale generando, in tal maniera, la scissione tra la Romània papale e l’Oriente. Questo sforzo è costantemente fallito fintanto che la nazione romana è rimasta sotto il controllo della sede papale [con un papa romano].

    Gli storiografi europei e americani affrontano tale separazione come fosse stata inevitabile. Essa proverrebbe dalla dichiarata separazione dell’Impero romano tra Oriente ed Occidente, dalle evidenti differenze linguistiche e culturali nonché dalla differenza tra l’Occidente più attento alla legge e l’Oriente più propenso alla speculazione (1). Tali osservazioni suggeriscono intensamente che questo tentativo di spiegare la separazione tra i due mondi è condizionato dai pregiudizi ereditati dalla tradizione culturale franca e dalla vecchia propaganda plurisecolare del papato franco.

    L’area comune dell’unità nazionale, culturale e linguistica tra i romani orientali e quelli occidentali (che, all’epoca, rappresentava un grosso problema per la Franchìa), è evidente. Tale unità è sopravvissuta fino al momento in cui i papi romani furono sostituiti da quelli franchi. Che i papi romani pre-tusculani non avessero mai accettato la condanna dei romano-orientali — condanna franca per dichiarata eresia — ma, al contrario, partecipassero alla condanna dei franchi, pure senza nominarli, sono fatti da considerare seriamente.

    I principi delle decretali nella procedura giuridica furono parte dell’amministrazione ecclesiastica del papato per almeno cent’anni di fronte ai franchi orientali sopraffatti. Comunque è certo che i papi romani non avrebbero mai pensato d’applicare questi principi all’amministrazione in maniera che i sinodi locali venissero sostituiti dal diretto principio monarchico papale, come accadde più tardi. I franchi resistettero al controllo giuridico dei papi romani. Non avrebbero mai accettato una legge imposta dal papa romano proprio come i romani orientali non accetteranno la legge imposta da un papa franco.

    I franchi non ebbero facile presa sopra il papato. E’ molto probabile che il sinodo locale della Chiesa di Roma (sotto la presidenza papale), abbia sancito nel 769 un decreto che sarebbe sopravvissuto per venire in seguito approvato nell’ot-tavo sinodo ecumenico dell’879. Per tale decreto non ci sarebbero state differenze significative tra il papato e gli altri quattro patriarcati romani.

    Comunque i fatti non cambiarono la loro rotta. Il papato è stato separato dall’Oriente per colpa dei franchi ed ora siamo davanti alla storia di quella separazione quando vogliamo considerare la riunificazione dei cristiani divisi. In qualche caso la struttura amministrativa della Chiesa non può essere giudicata e valutata semplicemente per se stessa o in rapporto con la consuetudine e la legge canonica antica, come solitamente viene fatto da parte ortodossa. Non ci si può nemmeno semplicemente richiamare ad un dichiarato bisogno di adattamento della Chiesa davanti alle mutate circostanze e ai nuovi tempi, bisogno volto ad apportare migliori acquisizioni per una maggiore efficienza.

    Molti protestanti odierni accettano tale approccio ma non sono d’accordo che l’adattamento possa essere elevato a dogma, com’è stato fatto dallo stesso papato. I teologi ortodossi, latini e protestanti sono d’accordo che il cristianesimo autentico debba essere in continuità con il suo passato apostolico e che, allo stesso tempo, si debba adattare alle situazioni e alle necessità correnti. Si capisce allora come l’azione reciproca tra teologia e società sia accettata come una normale necessità nella storia del Cristianesimo. Ciononostante i cristiani restano divisi perché ciascun gruppo vede l’adattamento dell’altro come una seria frattura della continuità e, perciò, come un segno di inautenticità.



    Teologia empirica

    Forse la chiave per svolgere tale massa di questioni che attendono l’esame e il reciproco dialogo degli specialisti dovrebbe consistere nell’adottare i metodi usati dalle scienze positive, relegando i metodi già utilizzati dalle scienze sociali ad un livello dipendente. Naturalmente non si può applicare immediatamente tali metodi per esaminare Dio e la vita dopo la morte, ma si può certamente applicarli a questa vita, con un’attenzione particolare alle esperienze spirituali nelle varie religioni.

    Nella peculiare Tradizione ortodossa la genuina esperienza spirituale è il fondamento delle formulazioni dogmatiche le quali, a loro volta, sono guide necessarie per condurre alla divinizzazione. Tradotto nel linguaggio della scienza, questo significherebbe che la verifica dell’osservazione viene espressa in simboli descrittivi i quali, a loro volta, agiscono come guide per altri affinché essi possano ripetere la medesima verifica dell’osservazione. In tal modo le osservazioni di astronomi, biologi, chimici, fisici e dottori della generazione precedente divengono le osservazioni di quella successiva.

    Alla stessa maniera, l’esperienza di divinizzazione di profeti e apostoli e la loro santità vengono espresse con moduli linguistici, il cui scopo è fare da guida ai loro successori perché avvenga la medesima esperienza di divinizzazione.

    La tradizione dell’osservazione empirica e della verifica è la pietra angolare per setacciare la realtà fattuale da tutte le ipotesi delle scienze positive. E ciò riguarda pure l’autentico metodo teologico patristico-ortodosso.

    Una caratteristica basilare del metodo scolastico franco, che trae la sua origine dal platonismo agostiniano e dall’aristotelismo tomista, è la sua ingenua fiducia nell’esistenza obiettiva delle cose razionalmente speculate al di là di loro stesse (2). Per seguire Agostino i franchi hanno sostituito alla preoccupazione patristica dell’osservazione spirituale — che era profondamente radicata in Gallia al momento in cui i franchi ne avevano appena stabilito il dominio — con il fascino per la metafisica (3). Essi non sospettavano nemmeno che tali speculazioni avessero dei fondamenti sia nella realtà creata che in quella spirituale.

    Nessuno potrebbe oggi accettare come vero quello che non è empiricamente osservabile o, almeno, verificabile da inferenza attraverso un effetto attestato. In tal modo si muove la teologia patristica. E’ perciò che la speculazione dialettica di Dio e l’incarnazione fine a se stessa vengono rigettate. Vengono ritenute solo quelle cose che possono essere esaminate dall’esperienza della grazia di Dio nel cuore. A questo proposito i Padri citano un passo della lettera di san Paolo agli ebrei:

    Non vi lasciate trascinare da dottrine diverse e straniere, perché è bene che il cuore sia fortificato dalla grazia e non da alimenti che nulla giovarono a quelli che li seguirono (4).



    Sacra Scrittura e Tradizione

    I Padri non hanno compreso la teologia come se fosse una scienza teoretica o speculativa, ma come una scienza positiva da tutti i punti di vista. Infatti, la comprensione patristica dell’ispirazione biblica è simile all’ispirazione degli scritti nel campo delle scienze positive (5).

    I manuali scientifici sono ispirati dalle osservazioni degli specialisti. Per esempio, l’astronomo registra quello che osserva attraverso l’utilizzo degli strumenti messi a sua disposizione. Egli trae ispirazione dall’analisi dei corpi celesti, vedendo cose invisibili ad occhio nudo grazie alla sua abilità nell’uso di tali strumenti. Ciò è vero per tutte le scienze positive. Tuttavia i libri di scienza non possono mai sostituire le osservazioni scientifiche. Questi scritti non sono le osservazioni ma le considerazioni sulle osservazioni stesse. E’ ugualmente vero quando vengono utilizzati degli strumenti fotografici e acustici. Gli apparecchi non sostituiscono le osservazioni, ma sono semplicemente a servizio di quest’ulti-me. Così gli scienziati non possono essere sostituiti dai libri da loro scritti e nemmeno dagli strumenti progettati per l’utilizzo scientifico.

    Quanto appena esposto risulta ugualmente vero per la comprensione ortodossa della Bibbia e delle scritture dei Padri. La Bibbia e le scritture dei Padri non sono, ma riguardano la Rivelazione e la Parola di Dio. Spiego meglio il concetto. La Rivelazione è l’apparizione di Dio ai profeti, agli apostoli e ai santi. La Bibbia e le scritture dei Padri trattano di queste apparizioni, ma non sono le apparizioni stesse. Infatti, è il profeta, l’apostolo e il santo che vedono Dio, non chi semplicemente legge le loro particolari esperienze. Ovviamente né il libro che descrive la divinizzazione né il lettore possono sostituire il profeta, l’apostolo o il santo che vivono l’esperienza medesima.

    Le scritture degli scienziati sono accompagnate da una tradizione interpretativa nata per coloro che gli subentrano. Questi successori conoscono quello che i loro maestri intendevano utilizzando un certo linguaggio e sanno ripetere le osservazioni descritte grazie al loro addestramento e alla loro esperienza. E’ così pure per la Bibbia e le scritture dei Padri. Solo quelli che hanno la stessa esperienza di divinizzazione dei loro predecessori, profetici, apostolici e patristici, possono capire ciò che le scritture bibliche e patristiche gli stanno dicendo quando descrivono la divinizzazione stessa e il livello spirituale al quale accedono. Quanti hanno raggiunto la divinizzazione conoscono come sono stati guidati fin là e sanno quindi come guidare altri. Essi sono i garanti della trasmissione di questa tradizione.

    Questo è il cuore della comprensione ortodossa della tradizione e della successione apostolica e questo è il discrimine che separa l’Ortodossia dalle tradizioni latine e protestanti germogliate dalla teologia franca.

    I franchi, seguendo Agostino, hanno identificato la Rivelazione con la Bibbia ed hanno creduto che Cristo dà alla Chiesa lo Spirito Santo come una guida per una corretta comprensione della Scrittura. Ciò sarebbe come chiedere che i libri di biologia siano rivelati dai microbi e dalle cellule senza il bisogno dei biologi che li hanno visti al microscopio o che questi stessi microbi e cellule ispirino i futuri insegnanti a capire correttamente tali libri senza l’utilizzo del microscopio.

    I franchi hanno creduto che i profeti e gli apostoli non vedessero Dio, eccettuati probabilmente Mosè e san Paolo. Secondo quanto essi credevano, i profeti e gli apostoli videro e sentirono simboli fantasmatici di Dio il cui scopo era formulare dei concetti per una disquisizione intellettuale. Mentre questi simboli sono stati esclusi dall’impatto con l’esistenza umana, la natura umana di Cristo rimase la permanente realtà nonché il miglior veicolo per formulare concetti teologici.

    Così non si ha bisogno di telescopi, microscopi o della visione di Dio ma, piuttosto, di concetti attorno a realtà invisibili. Secondo quanto venne addotto, tali concetti sono naturalmente compresi dalla ragione umana.

    Gli storici hanno prestato attenzione all’ingenuità della mente religiosa franca disgustata dalle prime richieste per il primato dell’osservazione sopra l’analisi razionale. I telescopi di Galileo non potevano scuotere tale fiducia. Comunque, diversi secoli prima di Galileo, i franchi erano rimasti disgustati dalla richiesta romano-orientale espressa da san Gregorio Palamas (1296-1359) del primato teologico dell’esperienza e dell’osservazione sopra la ragione.

    I teologi latini odierni, che usano ancora l’approccio metafisico dei loro predecessori nella teologia, continuano a presentare i teologi romano-orientali come esicasti preferendo l’ignoranza all’educazione per la loro ascesa all’unione con Dio. Questo equivale a sostenere che uno scienziato si sbaglia perché insiste sull’uso di telescopi e microscopi invece d’utilizzare la filosofia nella sua ricerca per l’analisi descrittiva dei fenomeni naturali.

    Il cosiddetto movimento umanistico nella Romània orientale era un tentativo di rianimare l’antica filosofia greca, i cui dogmi erano stati già rigettati prima della nascita della scienza moderna che li sostituì in Occidente. Presentare questo cosiddetto movimento umanistico come un rinascimento culturale significa non considerare che il problema reale soggiaceva tra il primato della ragione e quello dell’osservazione e dell’esperienza.



    Strumenti, osservazione, concetti e lingua

    La scienza moderna è nata sottoponendo le teorie immaginate e proposte dall’intelletto al collaudo con le molteplici tecniche che si avvalgono di strumentazioni. L’osservazione che si è servita di questi strumenti artificiali ha aperto vaste aree di conoscenza che l’intelletto da solo non avrebbe assolutamente potuto cominciare ad immaginare e, tantomeno, uguagliare.

    L’universo è diventato un mistero così grande che nessuno avrebbe potuto prevederlo. Abbiamo forti indicazioni che questo mistero crescerà ulteriormente. L’uomo d’oggi come quello di ieri non è in grado di immaginare la vastità di tale mistero. Alla luce di quanto appena esposto, risulta umoristico pensare a quei vescovi che non potendo afferrare la realtà ci hanno lasciato solo l’importanza di quello che hanno visto nel telescopio di Galileo. Ma la dimensione della ingenuità franca è ben maggiore quando si comprende che questi stessi capi della Chiesa, i quali non potevano capire il significato d’una semplice osservazione, chiedevano la conoscenza dell’essenza e della natura di Dio.

    La tradizione latina non poteva capire il significato d’uno strumento con il quale i profeti, gli apostoli e i santi avevano raggiunto la divinizzazione.

    Similmente alle scienze odierne, anche la teologia ortodossa dipende da uno strumento che non è identificato con la ragione o l’intelletto. Il suo nome biblico è "cuore". Nel Vangelo, Cristo dice: "Beati i puri di cuore perché vedranno Dio" (6).

    Il cuore normalmente non è pulito. E’ questa la ragione per cui non funziona regolarmente come dovrebbe. Similmente alla lente d’un telescopio o d’un microscopio, il cuore deve essere deterso affinché la luce vi possa passare attraverso permettendo all’uomo di focalizzare la propria visione spirituale su cose non visibili ad occhio nudo.

    Alcuni Padri hanno nominato nous la facoltà dell’anima che opera all’interno del cuore quando è ripristinata la sua normale capacità e hanno nominato logos e dianoia l’intelletto e la ragione cioè quello che oggi chiamiamo "cervello". Per evitare ogni possibile confusione usiamo i termini facoltà noetica e preghiera noetica per designare l’attività del nous nel cosiddetto cuore.

    Il cuore, non il cervello, è l’area nella quale viene formato il teologo. La teologia include l’intelletto come fanno tutte le scienze ma è nel cuore che l’intelletto e l’intero uomo osservano e sperimentano la grazia di Dio.

    Una delle differenze di base tra la teologia ortodossa e la scienza è che, per la prima, l’uomo possiede naturalmente il proprio cuore, o facoltà noetica, mentre, per la seconda, ha dovuto creare appositi strumenti per l’osservazione scientifica.

    Una seconda differenza di base è la seguente: attraverso i propri strumenti e l’energia irradiata da quanto osservato, lo scienziato vede cose che può descrivere con parole, sebbene si esprima sempre inadeguatamente. Queste parole sono simboli che esprimono una significativa esperienza umana.

    Diversamente da ciò, l’esperienza della divinizzazione consiste nel vedere Dio, il quale non ha alcuna somiglianza con qualsiasi cosa creata non uguagliando nemmeno l’intelletto e gli angeli. Dio è letteralmente unico e non può essere in nessun modo descritto paragonandolo con qualche attributo che possa essere proprio, conosciuto o immaginato da qualche creatura. Nessun aspetto di Dio può essere espresso in un concetto o in una raccolta di concetti.

    Si può immediatamente capire perché tanto la teoria delle idee di Platone quanto la forma agostiniana (per la quale le creature sono letteralmente "copie" di prototipi-archetipi reali presenti nella mente divina), sono state coerentemente rigettate dai Padri della Chiesa.

    Così l’esperienza di divinizzazione non ha alcunché in comune con la speculazione agostiniana di Dio che utilizza analogie psicologiche e nemmeno con la teoria di alcuni teologi russi in base alla quale i Padri della Chiesa, com’essi ritengono, parlano di Dio utilizzando una specie di "personalismo". Nessun termine o concetto viene applicato a Dio dai Padri. La ragione è chiara. Tutti i Padri, utilizzando determinate espressioni, vogliono rimarcare che non c’è assolutamente alcuna somiglianza tra Dio e le Sue creature. Ciò significa che i nomi di Dio e il linguaggio utilizzato per parlare di Lui non vengono sentiti come mezzi con i quali l’intelletto umano può formare dei concetti che gli rivelano l’essenza divina. Piuttosto, il linguaggio adoperato per descrivere Dio ha un unico fine: essere la guida per un padre spirituale che conduce il proprio allievo attraverso vari livelli di perfezione e conoscenza fino alla divinizzazione. In essa l’allievo vede da solo quello che i santi hanno visto prima di lui: la radicale diversità di Dio da qualsiasi concetto utilizzato per esprimerLo.

    E’ per questa ragione che le asserzioni positive su Dio sono controbilanciate da asserzioni negative, non per purificare le prime dalle loro imperfezioni, ma per chiarire che Dio non è in nessun modo simile ai concetti veicolati dalle parole, poiché è al di sopra d’ogni nome e d’ogni concetto attribuitoGli.

    Contro l’eresia di Eunomio i Padri hanno insistito che la lingua è uno sviluppo umano e non è stata creata da Dio. Traendo argomentazioni dallo stesso Antico Testamento, san Gregorio di Nissa rivendicò che l’ebraico è una delle lingue più recenti del Medio-Oriente. Tale posizione oggi non è ritenuta corretta. L’affermazione di san Gregorio è stata comparata con l’opinione di Dante secondo la quale Dio ha creato l’ebraico per far parlare Adamo ed Eva. Poi, Dio avrebbe fatto in modo di conservare tale parlata perché Cristo la potesse utilizzare. Naturalmente Cristo non ha parlato l’ebraico, ma l’aramaico.

    L’opinione del nisseno sulla lingua biblica è sempre stata dominante tra gli scrittori romano-orientali. Finora ho trovato teorie simili a quelle di Dante solamente fra gli eunomiani e i nestoriani. Dato tali presupposti si può capire l’insistenza dei Padri sul fatto che lo studio dell’universo o l’impegno nella speculazione filosofica non aggiungono nulla alla guida verso la perfezione e la divinizzazione.

    Le dottrine sulla santa Trinità e sull’incarnazione quando escono dal loro contesto empirico o rivelatorio divengono e sono divenute ridicole. Ciò è anche vero per la distinzione tra essenza ed energia increata di Dio. Conosciamo questa distinzione dal tempo dei profeti attraverso i racconti dell’esperienza delle loro divinizzazioni. A tal riguardo san Gregorio Palamas non ha inventato nulla. I moderni teologi ebrei continuano a vedere chiaramente la stessa cosa nell’Antico Testamento.

    Dio ha creato l’universo che continua a dipendere da Lui. Eppure Dio e l’universo non appartengono ad una categoria della verità: la verità riguardo alla creazione non può essere applicata a Dio e la verità di Dio non può essere applicata a quella della creazione.



    Diagnosi e terapia

    Arrivati a questo punto, volgeremo la nostra attenzione a quegli aspetti che compongono le differenze tra la teologia romana e quella franca. Tali aspetti hanno determinato un forte impatto sullo sviluppo delle divergenze nella dottrina ecclesiastica. La fondamentale differenza può essere individuata come se fosse una diagnosi d’una malattia spirituale alla quale si deve applicare la sua terapia.

    La divinizzazione è la visione di Dio nella quale viene sperimentata l’uguaglianza d’ogni mezzo e il valore assoluto di ciascun uomo. Dio ama tutti gli uomini ugualmente e senza discriminazioni, incurante d’ogni loro livello morale. Dio ama con lo stesso amore sia la santità che il diavolo. Insegnare diversamente, come Agostino e i franchi, significa dimostrare palesemente l’ignoranza di cosa sia la divinizzazione.

    Dio si moltiplica e si divide incessantemente nelle Sue increate energie, indiviso fra realtà divise, cosicché è presente con l’azione ed è assente con la natura in ogni singolo elemento del creato. Egli è presente dappertutto ed è allo stesso tempo assente. Questo è il mistero fondamentale della presenza di Dio nelle Sue creature e mostra che gli universali, non esistendo in Dio, possono essere stati concepiti solo in uno stato di non illuminazione, come nella tradizione agostiniana.

    Dio è sia cielo che inferno, sia ricompensa che dannazione. Tutti gli uomini sono stati creati per vederLo eternamente nella sua gloria increata. Egli sarà per ciascun uomo cielo o inferno, ricompensa o dannazione a seconda della risposta umana all’amore divino e a seconda della trasformazione umana dall’egoismo, nel quale l’amore gravita attorno al proprio io, all’accoglienza dell’amore divino che non cerca i propri fini.

    Si può constatare come la comprensione franca del cielo e dell’inferno, descritta poeticamente da Dante, John Milton e James Joyce, sia perfettamente estranea alla tradizione ortodossa. Questa è un’altra delle ragioni per cui il cosiddetto umanesimo di alcuni romano-orientali (uniti al papato franco) fu un serio regresso e non un progresso culturale.

    Quando tutti gli uomini vedranno Dio, nessuna religione potrà rivendicare a se stessa il potere di spedire le persone al cielo o all’inferno. Ecco perché i veri padri spirituali si preparano in modo tale da contemplare la gloria di Dio come beatitudine e non come tormento, come ricompensa e non come dannazione. Allora lo scopo primario del Cristianesimo ortodosso consiste nel preparare i propri membri ad un’esperienza che tocca, presto o tardi, ogni essere umano.

    Mentre il cervello è il centro dell’adattamento umano all’ambiente, la facoltà noetica nel cuore è l’organo primario per la comunione con Dio. La caduta dell’uomo o lo stato ereditato dal peccato consiste:

    a. nel fallimento totale o parziale della funzione della facoltà noetica;

    b. nella sua confusione con le funzioni del cervello e del corpo in genere;

    c. nel logico risultato di questo fallimento e confusione: la schiavitù all’ambiente.

    Ciascun individuo sperimenta la caduta della propria facoltà noetica. Così è evidente perché la comprensione agostiniana della caduta dell’uomo vista nell’eredità della colpa per il peccato di Adamo ed Eva non è e non può essere accettata dalla tradizione ortodossa.

    Ci sono noti due sistemi della memoria costruiti nel cervello degli esseri viventi:

    1. nel primo si determina la funzione e lo sviluppo dell’individuo in relazione a sé;

    2. nel secondo si determina la funzione dell’individuo in relazione al suo ambiente.

    Oltre a questo, la tradizione patristica è consapevole dell’esistenza di un’altra memoria situata nel cuore degli esseri umani. Essa normalmente o non funziona o è poco sfruttata. Quando viene messa in azione dalla preghiera noetica, tale facoltà include una memoria incessante di Dio che comporta la normalizzazione di tutte le relazioni.

    Se la facoltà noetica non è pienamente attiva, l’uomo è soggetto all’ansia e le sue relazioni con gli altri sono di tipo essenzialmente utilitaristico.

    Così, il motivo radicale d’ogni anormale relazione tra Dio e l’uomo e tra l’uomo e il suo prossimo — peculiare caratteristica dell’uomo decaduto — è la facoltà noetica mal funzionante che utilizza Dio e la natura in funzione d’una comprensione in grado di garantire la sicurezza e la felicità umana. L’uomo al di fuori della divinizzazione immagina l’esistenza di un dio o di idoli come proiezioni psicologiche del suo bisogno di sicurezza e felicità.

    Tutti gli uomini hanno questa facoltà noetica nel cuore e ciò significa che tutti sono in diretta relazione con Dio anche se si pongono su diversi livelli. Tali livelli sono determinati dal grado di resistenza della singola persona alla schiavizzazione del suo ambiente fisico e sociale e da quanto l’uomo permetta d’essere diretto da Dio. Ogni individuo è sostenuto dalla gloria divina increata. Il risiedere di questa gloria divina increata e di questa luce increata, creativa e sussistente nell’uomo, viene nominato con diversi termini. Alcuni sono "regola", "potere" e "grazia di Dio". La reazione umana a questa diretta relazione o comunione con Dio può variare dall’indurimento del cuore (lo spegnimento della scintilla della grazia) all’esperienza della divinizzazione raggiunta dai profeti, dagli apostoli e dai santi.

    Questo significa che tutti gli uomini sono uguali nel possedere la facoltà noetica, ma si diversificano nella qualità o nel grado di funzione della stessa.

    E’ importante non cancellare la chiara distinzione tra la spiritualità, che è radicata principalmente nella facoltà noetica del cuore, e l’intellettualità, che è radicata nel cervello. Così:

    1. Una persona con piccoli conseguimenti intellettuali può accedere al livello più alto della perfezione noetica;

    2. oppure, un uomo dai più alti conseguimenti intellettuali può cadere al livello infimo dell’imperfezione noetica;

    3. ma si possono anche raggiungere livelli elevati sia nell’intelletto che nella perfezione noetica;

    4. o si può avere scarso compimento intellettuale a causa dell’indurimento del cuore.

    Il ruolo del Cristianesimo era originalmente più simile a quello della professione di medico, particolarmente a quella degli odierni psicologi e psichiatri.

    L’uomo ha una facoltà noetica nel cuore mal funzionante o totalmente disattivata ed è compito specialmente del clero applicare la cura dell’incessante memoria di Dio, ossia la cura dell’incessante preghiera che porta all’illuminazione.

    La vera preparazione per la visione di Dio conosce due momenti: la purificazione e l’illuminazione della facoltà noetica. Senza questi è impossibile che l’amore egoista dell’uomo sia trasformato in amore altruista. Questa trasformazione avviene nello stadio più alto dell’illuminazione chiamato theoria, ottenuta tramite l’incessante ininterrotta memoria di Dio.

    Coloro che rimangono egoisti e chiusi in loro stessi con un cuore indurito e sigillato all’amore di Dio non ne vedranno la gloria in questa vita. Alla fine la gloria di Dio da loro voluta sarà simile ad un fuoco eternamente acceso in un’esterna oscurità.

    Nello stato della theoria la facoltà noetica è liberata dalla schiavizzazione all’intelletto, alle passioni, agli ambienti e prega incessantemente. Essa viene influenzata solamente da questa memoria di Dio. Così la preghiera noetica continua a funzionare simultaneamente con le attività normali della vita quotidiana. Quando la facoltà noetica raggiunge questo stato, l’uomo è diventato tempio di Dio.

    San Basilio il Grande scrive che:

    ... la permanenza di Dio consiste nell’averci stabilito degli strumenti di memoria. In tal modo diveniamo templi di Dio, quando la continuità della sua memoria non è interrotta dagli impegni terreni, o quando la facoltà noetica non viene scossa da inaspettate sofferenze, ma riuscendo a fuggire da tutte queste cose questa [facoltà noetica] amica di Dio si ritira in Dio, rigettando le passioni che la tentano all’incontinenza e rimanendo fedele alle pratiche che la portano alle virtù (7).

    San Gregorio il Teologo indica che:

    Il ricordo di Dio deve essere più frequente del nostro stesso respiro; anzi, se è lecito dirlo, non dobbiamo far altro che questo… e se dobbiamo citare anche le parole di Mosè, dobbiamo farlo "dormendo, levandosi dal letto, viaggiando" o facendo qualunque altra cosa, e conformarsi con questo pensiero alla purezza (8).

    San Gregorio insiste che far teologia "... è permesso solo a quelli che si sono esercitati ed hanno raggiunto la theoria, essendo stati purificati nell’anima e nel corpo o, almeno, cercando di purificarsi" (9).

    Questo stato di theoria è duplice e conosce dunque due livelli:

    a. l’incessante memoria di Dio;

    b. la divinizzazione, dono che Dio dà ai suoi amici secondo i loro bisogni e quelli degli altri.

    In questo secondo livello, l’incessante preghiera noetica viene interrotta quando è sostituita dalla visione della gloria di Dio in Cristo. In tale situazione le funzioni normali del corpo, come il sonno, il mangiare, il bere e la digestione sono sospese. In altri momenti, l’intelletto e il corpo funzionano normalmente. Certamente non si perde la consapevolezza, come accade nelle esperienze estatiche e mistiche dei cristiani non ortodossi e nelle religioni pagane (10). Si rimane pienamente consapevoli e familiari col proprio ambiente e con coloro che ci circondano, mentre si vede tutto il mondo ed ogni persona ripieni della gloria increata di Dio che non è né oscurità né luce, non è in nessun luogo ed è dappertutto contemporaneamente. Questa condizione può essere di breve o di lunga durata. Nel caso di Mosè essa si è protratta per quaranta giorni e quaranta notti. I visi di coloro che vivono in questo stato di divinizzazione hanno un’impressionante luminosità, simile a quella mosaica, e alla loro morte i loro corpi divengono sante reliquie. Queste reliquie emanano uno strano dolce profumo che in certi momenti può divenire molto intenso. In molti casi queste reliquie rimangono intatte e in buon stato di conservazione, senza essere state precedentemente imbalsamate. Esse rimangono interamente compatte da capo a piedi, luminose, asciutte e senza alcun segno di decomposizione.

    Non c’è alcun criterio metafisico per classificare le persone in buone o cattive. E’ molto più corretto distinguere le persone tra quelle malate e quelle più sane. Gli infermi sono coloro la cui facoltà noetica non è stata purificata e illuminata.

    I livelli ora esposti sono inclusi nella struttura dei quattro Vangeli e nella vita liturgica della Chiesa. I vangeli di Marco, Matteo e Luca riflettono il catechismo pre-battesimale che deterge il cuore mentre il vangelo di Giovanni riflette il catechismo post-battesimale che guida alla theoria introducendo nel livello di illuminazione. Cristo stesso è il Padre spirituale che conduce gli apostoli, com’era stato fatto con Mosè e i profeti, attraverso la purificazione per l’illuminazione (11).

    Questi tre stadi di perfezione si possono compendiare nei seguenti punti:

    a. quello dello schiavo che compie i comandamenti perché ha paura di incontrare Dio come un fuoco divorante;

    b. quello del mercenario che mira alla ricompensa della visione della gloria di Dio;

    c. quello degli amici di Dio la cui facoltà noetica è completamente libera, il cui amore è divenuto altruista e, per questo, sarebbero disposti ad essere condannati pur di salvare il loro prossimo, come nel caso di Mosè e di san Paolo.



    L’ascesa del monachesimo, il suo contributo e il suo declino

    L’essenziale procedimento storico, col quale divenne consuetudine eleggere vescovi che non fossero arrivati all’esperienza spirituale della quale i dogmi sono la verbale espressione, è descritto da san Simeone il Nuovo Teologo (1042), riconosciuto come il più grande tra i padri della Chiesa. Questo riconoscimento significa che la sua analisi storica è parte della stessa comprensione della Chiesa ortodossa.

    I tre stadi di perfezione sono tre stadi di comprensione spirituale ed un tempo esistevano in ciascuna comunità cristiana. Queste comunità potrebbero essere paragonate a quelle universitarie nelle quali esistono degli studenti, dei ricercatori e dei professori. E’ logico dedurre che i capi religiosi dovrebbero essere al più alto livello di illuminazione e, in nessun caso, dovrebbero essere al livello spirituale dei loro studenti.

    La conseguenza del crollo della vita e della comprensione spirituale nel clero, causò l’espansione di un movimento ascetico parallelo alle comunità episcopali: il movimento monastico. Quest’ultimo conservò la tradizione profetica e apostolica nella spiritualità e nella teologia. Quando prevalse la consuetudine che i vescovi venissero eletti soprattutto dal monachesimo, l’antica tradizione dei vescovi come maestri di spiritualità e teologia venne potentemente ripristinata. Ciò avvenne anche grazie all’energico influsso di san Simeone il Nuovo Teologo. Tale restaurazione fu così forte da infondere alle Chiese romano-orientali la forza di sopravvivere non solo alla dissoluzione e alla scomparsa dell’Impero, ma di mantenere ad un livello particolarmente elevato la spiritualità e la teologia durante tutta l’occupazione ottomana dei quattro Patriarcati romano-orientali, fino alla cosiddetta rivoluzione greca.

    Sotto l’influenza del cittadino e agente francese Adamantios Koraes, ufficialmente riconosciuto dalla terza riunione nazionale ellenica del 1827 come il padre del neo-ellenismo, il nuovo Stato greco decise che la Chiesa di Grecia dovesse seguire l’esempio di quella russo-ortodossa. Quest’ultima viveva in un avanzato stato di occidentalizzazione, iniziato dal tempo di Pietro il Grande (1672-1725). Lo Stato forzò letteralmente la Chiesa a separarsi dal Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, la Nuova Roma, creando così la Chiesa greca mentre, allo stesso tempo, dichiarava guerra al suo monachesimo. L’ignoranza incredibile di Adamantios Koraes è divenuta l’ideologia sulla quale è stata fondata la nuova spiritualità e la nuova teologia della Chiesa greca.

    Condannando Massimo del Monte Athos e gli anziani del Trans-Volga nel sedicesimo secolo la Chiesa russa colpì profondamente la spiritualità e la teologia ortodossa. In altri termini, la Chiesa russa divenne come un custode di libri di astronomia, biologia e medicina, che aveva gettato i telescopi e i microscopi, utilizzati dagli scienziati. Questo fatto rese la Chiesa matura per accogliere l’occidentalizzazione promossa da Pietro il Grande.

    Cogliamo una sorprendente ironia della storia se osserviamo che, mentre lo stato greco si sbarazzava della teologia e della spiritualità fondata sulla preghiera noetica, questa stessa tradizione veniva reintrodotta in Russia attraverso i figli spirituali di Paisios Velitchkovsky di Moldavia morto nel 1817.

    Allo stesso tempo è stata una grande fortuna che i seguaci di Koraes al potere non estendessero lo Stato greco fino ai numerosi monasteri del Monte Athos abbandonati dall’Im-pero Ottomano. Altrimenti l’imbecillità di Adamantios Koraes avrebbe prodotto un effetto ancor più devastante sull’Ortodossia romana, ora denominata "bizantina". Lo stesso Adamantios Koraes si impegnò a convincere gli abitanti della vecchia Grecia d’aver dimenticato la loro reale identità nazionale: essi non sarebbero stati dei romani [e quindi i discendenti dei romano-orientali, n.d.c.], ma esclusivamente dei greci [e precisamente i discendenti degli antichi pagani elleni, n.d.c.]. Questo era quanto veniva ritenuto più ragionevole. Il progetto di Adamantios Koraes consisteva nel sostituire la spiritualità e la teologia patristica nonché la nazionalità romana con una filosofia e un nazionalismo greco basati su una teologia e una filosofia politica. Forse non è causale che la Francia napoleonica avesse rianimato tali politiche verso i romano-orientali, politiche stranamente simili a quelle carolinge descritte nella prima parte di questo libro. Napoleone era, dopo tutto, un discendente della nobiltà franca di Toscana, stabilitasi in Italia dal tempo di Carlomagno.

    Ora questo progetto è morto. I più remoti prodromi della moderna scienza, il revival molto forte della teologia, della spiritualità patristica e dell’identità nazionale romana, cosiddetta bizantina, hanno contribuito a seppellire tale disegno.



    Spiritualità ortodossa, la stessa in Occidente ed in Oriente

    Finora abbiamo semplicemente ricordato che la teologia e la spiritualità dei cristiani romani era la stessa sia in Oriente che in Occidente, anche se si scriveva in greco o in latino, per avere una chiara idea di ciò che i termini significano nei dialoghi ecumenici odierni. Agostino, comunque, rimane un’eccezione.

    Le differenze tra la teologia franco-caroligia e quella romano-ortodossa, hanno una profonda radice. Esse sono chiaramente visibili nelle differenze tra il pensiero agostiniano e quello di sant’Ambrogio che è solitamente ritenuto il maestro di Agostino.

    Tuttavia, non solo non è evidente che ci fossero intime relazioni tra i due, ma è addirittura chiaro che le loro teologie puntano verso differenti direzioni. Abbiamo già specificato altrove alcuni aspetti di questo argomento.

    Volgeremo ora la nostra attenzione a Gregorio di Tours, il quale ci fornisce una chiara testimonianza sulla fioritura spirituale e teologica ortodossa nella Gallia franco-merovingica. In quella stessa epoca non si comprendeva molto bene la nuova classe amministrativa di vescovi aristocratici creati dal governo franco (12).

    Gregorio di Tours era un grande ammiratore della spiritualità e della teologia descritta nel presente libro. Nutriva un’alta considerazione per san Basilio il Grande e per san Giovanni Cassiano di Marsiglia, già diacono di san Giovanni Crisostomo. Egli riconosceva che i due santi erano una guida per i monaci della Gallia. Nei suoi diversi scritti Gregorio di Tours non menziona mai Agostino. Inoltre la sua comprensione della spiritualità e della teologia di san Basilio e di san Giovanni Cassiano è molto limitata. Egli incappa in alcuni errori di base e, qualche volta, in umoristici travisamenti.

    Gregorio racconta che nel tesoro della chiesa di San Martino trovò le reliquie dei martiri dell’Agaune, membri della legione tebana inviata in Gallia nel 287 per schiacciare una rivolta. Ad un certo punto aggiunge che "... una reliquia [ era] molto disfatta dalla putredine" (13). E’ chiaro che Gregorio non sapeva riconoscere le sante reliquie. I corpi in simile corruzione, per non parlare di "disfacimento dalla putredine", non sono sante reliquie.

    Gregorio termina la sua Storia dei franchi con i miracoli e la morte di sant’Aridio abate di Limoges. Egli scrive:

    Un giorno mentre i chierici cantavano in chiesa i salmi, dall’alto del soffitto discese una colomba e, volando leggera attorno ad Aridio, si posò sul suo capo, indicando, come intendo, che quello era stato già riempito dalla grazia dello Spirito Santo. Poiché egli, non senza pudore, tentava di allontanare da sé la colomba, l’animale, volando ancora un po’ intorno, di nuovo si posava sul suo capo e sulle sue spalle; e non soltanto in chiesa, ma anche quando Aridio si recava nella celletta del vescovo, la colomba lo accompagnava. E il vescovo Nicezio con ammirazione contemplò per molti giorni l’episodio (14).

    Aridio ricevette chiaramente e per lungo tempo la divinizzazione. Comunque l’ignoranza di questa tradizione ha portato Gregorio a confondere e sostituire il simbolo linguistico del colombo, usato per descrivere quest’esperienza, con un uccello reale. Gregorio evidenzia che Aridio ha tentato d’allontanare il colombo. Ciò depone che la visione sperimentata dal santo non era certamente demoniaca o allucinatoria. Il fatto che il colombo fosse tornato per rimanere sul santo per dei giorni consecutivi, significa che egli, da uno stato di breve divinizzazione, tornava nella medesima condizione ma per un periodo più lungo. Che egli si fosse occupato dei suoi usuali impegni in questo stato, che tale stato fosse percepito a coloro che lo circondavano, che essi stessi fossero in uno stato di illuminazione, depone evidentemente ancora in favore della sua particolare esperienza.

    I malintesi di Gregorio si incontrano anche quando egli narra la vita di Patroclo il recluso. Gregorio scrive:

    Il suo nutrimento era il pane bagnato nell’acqua e asperso di sale. I suoi occhi non si oscuravano mai. Era infatti costante nelle preghiere, e se talvolta le interrompeva, si metteva a leggere o a scrivere (15).

    Gregorio crede che pregare incessantemente sia possibile solo rimanendo, in qualche modo, incessantemente svegli. Eppure Patroclo trascorreva il tempo anche leggendo e scrivendo. Questo significa, per Gregorio, che egli ha dovuto interrompere la preghiera per compiere tali azioni. Gregorio era inconsapevole che la preghiera incessante continua ininterrottamente, nel sonno, nella veglia, nella lettura, nella scrittura, nel camminare, nel parlare, nella fatica, ecc.

    Insomma, il fatto che gli occhi di Patroclo, per Gregorio, "non si sono mai chiusi al sonno", sarebbe stato un inaudito miracolo. Quando Patroclo viveva nella divinizzazione poteva contemporaneamente dormire e nutrirsi (16). Tuttavia, in questa vita, una simile condizione non può prolungarsi indefinitamente. In tale stato egli interrompeva la preghiera. Quando non viveva quest’espe-rienza egli dormiva tre ore al giorno e pregava senza alcuna interruzione. In quel tempo, però, simili malintesi venivano normalmente riportati: c’erano molti vescovi in Francia la cui comprensione era inferiore a quella di Gregorio.

    Un esempio in tal senso ci è fornito da alcuni vescovi che ordinarono ad un asceta lombardo, chiamato Vulfilaico, di scendere dalla sua colonna. Per essi l’asceta non aveva diritto di fare ciò che egli desiderava.

    La via che tu segui non è giusta, e tu, che sei d’origine oscura, non puoi confrontarti con Simeone di Antiochia che vive su una colonna. D’altra parte il clima del luogo non ti permette di sostenere ancora questa prova (17) .

    Evidentemente la vita di san Daniele lo stilita di Costantinopoli era ancora sconosciuta in Francia.

    Finché si rimane nella situazione spirituale sopra descritta, si raggiungono tali risorse fisiche che permettono di resistere alle situazioni ambientali più difficili. La preghiera noetica non ha nulla a che vedere con il tormento fisico o col tentativo di rappacificare Dio.

    Essa ci dà pure la possibilità di comprendere con quale potere spirituale i cristiani ortodossi hanno perseverato nel martirio. Si capisce pure perché coloro che rinunciarono a Cristo nelle torture furono considerati fuori dallo stato di grazia e d’illuminazione cioè fuori dai frutti della stessa preghiera noetica.

    Gregorio ci presenta Vulfilaico per sottolineare qualcosa che gli sta a cuore e che chiarisce nella seguente affermazione:

    Alle parole di quelli, poiché non prestare attenzione alla richiesta d’un vescovo è considerata una colpa, scendevo, io dico, e andavo con loro ed insieme prendevamo il cibo. Un giorno, poi, mentre un vescovo mi aveva convocato in una località molto lontana, furono inviati alcuni operai con leve, martelli e asce e abbatterono la colonna sulla quale ero solito stare… Allora piansi di cuore, ma non volli erigere quello che avevano abbattuto, perché non fossi accusato d’oppormi alla volontà dei vescovi (18) .

    Abbiamo qui esposta un’emblematica distorsione del significato di obbedienza. E’ chiaro che né Gregorio né alcuno dei suoi confratelli sapevano quello che Vulfilaico fece. Comunque, ciò che sottolineavano era l’importanza dell’obbedienza dei fedeli per conservare nella maniera più efficace la legge e l’ordine del loro padrone: il governo franco che li aveva nominati. Perciò la disobbedienza ad un vescovo era divenuta un peccato particolarmente grave.

    I vescovi, come ufficiali della legge, riuscirono ad accentuare la distinzione pagana tra cielo ed inferno, distinzione rinvenibile in Agostino e Gregorio di Tours. Entrambi erano inconsapevoli che il clero è stato istituito per preparare le persone alla visione di Dio, una visione che ognuno avrà o come beatitudine o come fuoco divorante. A quest’inconsape-volezza si aggiunse la mutazione della prassi con la quale si soddisfava il particolare bisogno umano di progredire in vista di Dio. Per Gregorio, allora, Dio deve essere soddisfatto con l’obbedienza al clero e con la partecipazione ai sacramenti. Queste sono le condizioni perché l’uomo possa entrare in paradiso.

    La posizione di Agostino era molto più originale visto che, per lui, Dio ha già deciso in anticipo chi salvare e chi dannare. Per la nota colpa ereditata da Adamo ed Eva, tutto è degno dell’inferno. Così coloro che sono stati scelti per il cielo non hanno alcun merito personale in grado di garantire la scelta divina che rimane, perciò, incondizionata e libera. Tali idee agostiniane sarebbero piuttosto umoristiche se non fossero state condivise da milioni di europei e americani che vi aderirono come molti ancora fanno.



    Criteri per la riunificazione

    I criteri da utilizzare per la riunificazione dei cristiani divisi non possono essere diversi da quelli utilizzati per l’unione di associazioni scientifiche. Gli astronomi sarebbero disgustati all’idea d’unirsi con gli astrologi. I membri di un’associazione medica moderna sarebbero disgustati al suggerimento d’unirsi con un’associazione di dottori ciarlatani o con uomini dalla medicina tribale. Allo stesso modo i Padri sarebbero disgustati all’idea di un’unione tra l’Ortodossia e le superstizioni religiose prive addirittura della benché minima nozione per riuscire a riconoscere le reliquie autentiche dei santi. Evitare questo problema, dichiarando che la teologia ortodossa è solo per i monaci, è come dichiarare che la cura del cancro è solo per i dottori.

    La corretta azione reciproca tra teologia e società non è molto diversa dalla corretta azione reciproca tra scienza e società. Così, come nelle scienze, la domanda della struttura organizzativa e amministrativa trova risposta in quella struttura dove la teologia può produrre con successo i risultati per la quale esiste.

    "Beati i puri di cuore perché vedranno Dio".




    --------------------------------------------------------------------------------

    NOTE

    (1) La parte europea e medio-orientale dell’Impero romano era caratterizzata da aree con diversi elementi linguistici. Tra queste esistevano due zone parallele, una celtica e l’altra greca, che attraversavano l’Impero dall’Atlantico al Medio Oriente. La zona celtica correva a nord rispetto alla greca, tranne in Asia Minore, dove la Galazia aveva la zona greca ad est, a nord e a sud. La stessa Italia settentrionale era parte della zona celtica, mentre l’Italia meridionale – chiamata Magna Graecia – parte di quella greca che in occidente copriva il sud della Spagna, la Gallia e le sue isole mediterranee. Bisogna prestare particolare attenzione al fatto che la zona celtica e quella greca attraversavano ambedue l’Italia romana da occidente ad oriente. I romani conquistarono prima le zone greche e celtiche dell’Italia sottomettendo, in seguito, le popolazioni con parlata greca e celtica delle due parti. La zona celtica fu quasi completamente latinizzata, mentre la zona greca non solo rimase intatta, ma si espanse anche grazie alla politica romana che intendeva completare nelle province orientali l’ellenizzazione iniziata dai macedoni. Dal tempo della loro esplosiva espansione i romani erano sentimentalmente e praticamente bilingui. Essi avevano una forte preferenza per il greco ma parlavano pure latino. Questo spiega perché fu latinizzata la zona celtica e non la greca. Così, per la parte occidentale e per quella orientale della Romània europea, si è certamente obbligati a parlare di un Nord latino e di un Sud greco e non di un Occidente Latino e di un Oriente greco. Quest’ultimo è stato un mito franco, fabbricato per le ragioni propagandistiche descritte nella prima parte del presente libro. Esse sopravvivono nei libri scolastici fino ad oggi. I galati dell’Asia Minore nel quarto secolo parlavano proprio lo stesso dialetto come a Treviri nella provincia di Belgica della diocesi romana delle Gallie. (A. Grenier, Les galois, Paris 1970, p. 115). Che la divisione dell’Europa in Occidente-latino e Oriente-greco sia un mito franco è testimoniato ancora oggi dai 25 milioni di romani nei Balcani che parlano dialetti romanzi e dagli abitanti dei Balcani e del Medio-Oriente che si denominano romani. Si dovrebbe prestare attenzione al fatto molto probabile che i galati dell’Asia Minore parlino ancora la stessa lingua degli antenati dei valloni nell’area delle Ardenne quando, nel 995, il legato di papa Giovanni XV, l’abate Leone, pronunciava a Monson la condanna contro Gerberto d’Aurillac.

    (2) [Questa mentalità ha tracciato profondi solchi rinvenibili ancor oggi. Il seguente passo è una testimonianza in tal senso: "Max Picard, lo scrittore che celebrò così altamente i valori in sé e l’oggettività, esaltava a me in un colloquio del 1942 l’oggettività assoluta del sacro; notava giustamente che il sacerdote celebrante deve perdersi nell’oggettività del rito, rendere inavvertibile la sua individualità. Aggiungeva pittorescamente che la Messa si celebrerebbe anche da sola, le campane da se stesse suonerebbero, l’ostia spontaneamente si eleverebbe". Cfr. R. Amerio, Iota unum, studio sulle variazioni della Chiesa cattolica nel secolo XX, Ricciardi, Milano-Napoli 1985, p. 537.

    Con questa visione religiosa eccessivamente concentrata sull’oggettività è impossibile non subire il contraccolpo d’un perpetuo ed insanabile conflitto tra le esigenze dell’oggettività stessa e i bisogni della soggettività. Eppure il senso dell’oggettivo, per il soggetto, consiste proprio nella sua soggettivizzazione. "Così, la soggettività è sempre l’occhio che vede e considera la realtà... aderisce a questa realtà e la possiede... è lo strumento che afferra la realtà come partecipazione o conoscenza... Dal momento che si capiscono bene i confini tra l’oggettivo e il soggettivo... ogni scienziato lotta per una qualsiasi conquista dell’oggettività, ovvero per rendere soggettivo l’oggettivo". N. A. Matsoukas, Teologia dogmatica e simbolica ortodossa, 1, Dehoniane, Bologna 1995, pp. 59-60. N.d.c.]

    (3) [Francesco Quaranta ha fatto un interessante lavoro sugli scholia di un probabile vescovo calabro-greco vissuto nell’XI secolo il quale piange la cattività franca della Chiesa di Roma e riconosce nella scolastica il peggior nemico per l’ortodossia cristiana. Cfr. F. Quaranta, Gli scoli anti-latini del codice vaticano-greco 1650. Un’ipotesi di attribuzione, in "Folium", 1.0, gennaio 1998, a cura dell’associazione Artecom, Roma 1998, pp. 22-30. N.d.c.]

    (4) Ebr. XIII, 9.

    (5) Per dettagli più specifici su questo soggetto si può consultare il mio studio: Critical examination of the theological questions, in "Procès-Verbaux du deuxième Congrès de Thèologie Orthodoxe", Athens 1978, pp. 413-441 e i vari lavori in esso citati.

    (6) Mt. V, 8.

    (7) Basilii Magni, Epistola II, 4.

    (8) Gregorii Theologi, Orationes Theologicae, I, 4.

    (9) Ibid., I, 3.

    (10) [Esiste un’evidente differenza tra questo genere d’esperienza mistica e quella d’alcuni mistici occidentali. Nel caso di Maria Maddalena de’ Pazzi (1566-1607) abbiamo: "... assorbimenti repentini, alienazioni totali dal mondo circostante, visioni descritte nei particolari, voltate a sensi allegorici, applicate a realtà terrene motivate con elucubrazioni di raffinata astrattezza; sceneggiatura di fatti ultraterreni […] intramezzate da danze, corse, agitazioni convulsive o rigidità corporee; e soprattutto lunghissimi eloqui, svolti ad alta voce, con parole veloci o scandite, sommesse o urlate, ininterrotte o intercalate da silenzi contemplativi". Cfr. M. M. de’ Pazzi, Le parole dell’estasi, a cura di Giovanni Pozzi, Milano 1984.

    Maria Maddalena de’ Pazzi è stata canonizzata da papa Clemente IX nel 1660.

    Le eccessive e quindi discutibili manifestazioni della santa cattolica non sono fatti rari. La conoscenza che il rapporto dell’uomo con Dio trascende ogni genere di fenomeno sensibile e sensuale è stata spesso oscurata nell’Occidente cristiano. Al suo posto de facto si è instaurato una specie di monofisismo. Si pensi, ad esempio, alla celebre scultura del Bernini sull’estasi di santa Teresa. Essa rappresenta un’evidente espressione d’intensa sensualità, è una vera "celebrazione carnale" di un presunto rapporto tra l’uomo e Dio. Tuttavia questo tipo di rapporto può essere concepito ed approvato solo quando esiste l’ignoranza di quello vero. N.d.c.]

    (11) Sulle relazioni tra le tradizioni giovannee e quelle sinottiche del vangelo si veda il mio studio: Justin martyr and the fourth Gospel in "The Greek Orthodox Theological Review", 4, 1958-59, pp. 115-139.

    (12) Escludiamo san Giovanni Cassiano e la sua incontestata identificazione con la spiritualità e la teologia orientale, in quanto pre-franco.

    (13) Gregory of Tours, The history of the franks, trad. Lewis Thorpe, London 1977, X, 31, p. 601.

    (14) Ibid., X, 29, p. 589.

    (15) Ibid., V, 10, p. 265.

    (16) [Le normali attività del corpo nello stato di divinizzazione sono sospese ma non impedite. Questo scioglie l’apparente contraddizione dell’Autore tra il presente passo e quello riportato a p. 29. N.d.c.]

    (17) Ibid., VIII, 15, p. 447.

    (18) Ibid.

  4. #14
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    Predefinito

    Qoelet, ognuno di noi può vedere le cose come meglio gli aggradano, e non sarò certo io a censurare il tuo pezzo che, del resto, si censura da solo quando definisci noi cattolici ERETICI. Alla fine dei tempi, caro fratello, vedremo..... se alcuni pastori avranno avuto diritto ad usurpare il gregge che Pietro doveva pascere....

    Andiamo sulla parte meno opinabile della mia risposta. Io non capisco bene chi siano per te questi Padri non eretici..... ma se è vero che Cattolici e ortodossi condividiamo storia e cultura fino al IX secolo, allora credo tu intenda Agostino, Cirillo d'Alessandria, Tertulliano et cetera.....

    beh, ti posso garantire che, ORMAI DA DECENNI - e anche nei circoli più laici della cultura mondiale - E' STATO ASSSODATO CHE SENZA QUESTI NON-ERETICI, LA SPECULAZIONE RAZIONALISTICA DELL' "OCCIDENTE ERETICO" NON SAREBBE NEPPURE INZIATA.....

    Senza poi contare che, la tua poisizione, è un po' cotta dai tempi: Pier Damini - pensa un po' te: un CATTOLICO ERETICO - ne prendeva le distanze. E qui nacque la disputa tra dialettici e non. Ma non solo: la Chiesa di Roma vanta Sant'Anselmo e San RTommaso, come fior fiore di mistici.... tutti fioriti mentre fiorivano gli scolastici.

    Il razionalismo è un conto, ed è frutto della tracotanza, ma la speculazione filosofica è un altro.
    "

  5. #15
    Qoelèt
    Ospite

    Predefinito

    Probabilmente,più o meno volontariamente, il nucleo centrale del mio discorso( e della lettura che ho proposto) non è stato capito. Riporto qui un mio intervento che pochi giorni fa ho postato sul forum della chiesa ortodossa circa i rapporti tra fede e scienza e che può far capire la differenza tra teologia empirica e teologia speculativa-razionalistica dell'oriente e dell'occidente cristiano:

    Concordo pienamente con Babar quando afferma che “tutti i tentativi di dimostrare razionalmente l' esistenza di un trascendente qualsiasi sono miserabilmente falliti. Dalla teologia della negazione a Sant' Anselmo, la cui dimostrazione , se tradotta in linguaggio formale [logico matematico] è semplicemente risibile” ;questo però non implica una conoscenza empirica sovra-razionale del trascendente increato. La confusione e la conflittualità nell’occidente latino tra scienza e teologia nasce con lo svilupparsi di una antropologia e gnoseologia razionalizzante di stampo agostiniano-tomista ,drammaticamente lontane dall’ortodossa concezione patristica dell’uomo come essere composto di 3 realtà: il corpo (soma) contraddistinto dalla conoscenza somato-sensibile (ossia attraverso i 5 sensi),l’anima (psiche) (che ha sede nella mente) la cui facoltà è la ragione (ratio) che elabora i dati raccolti dai 5 sensi provenienti dal mondo sensibile esterno o interno ( e sulla conoscenza della psiche e dei suoi meccanismi in particolare la psicologia cognitiva moderna continua a svelarci sempre più “misteri” –parola di laureando in neuropsicologia cognitiva ) e lo spirito(pneuma), che ha sede nel cuore,la cui facoltà è l’intelletto (nous) che è deiforme e preposto alla piena comunione con Dio nelle sue incerate energie. A causa della caduta e del distacco da Dio (peccato originale) ereditiamo un nous prigioniero e ottenebrato;come ben scrive il Metropolita Hierotheos nel suo libro “Orthodox Psychotherapy” tutti sperimentiamo i nefasti effetti della caduta che (oltre al più evidente:una creazione indebolita dove sono entrati eventi drammatici come la morte,la malattia,il dolore,….)possono riassumersi in:
    a. nel fallimento totale o parziale della funzione della facoltà noetica;
    b. nella sua confusione con le funzioni del cervello e del corpo in genere;
    c. nel logico risultato di questo fallimento e confusione: la schiavitù all’ambiente
    L’unica via di liberazione del nous è l’ascesi (praxis) che tramite lo Spirito Santo può ri-condurre l’uomo alla visione-compartecipazione (Theoria) delle increate energie divine. E l’ascesi è fondamentale per mettere a tacere le fantasie e le passioni,proprie della ratio e che confondono e ottenebrano il nous.: solo una ratio svuotata può far riemergere il nous. Ecco quindi che il trascendente increato diventa sperimentabile (Beati i puri di cuore perché VEDRANNO Dio)già in questa vita attraverso la facoltà deiforme dell’intelletto, e non tramite la ragione (che può parlare di Dio solo in “probabilità” logiche,non per esperienza diretta): “è proprio del demonio confondere l'uomo colpendo la mente mentre di Dio attrarre a se l'uomo colpendogli il cuore “dicono i Santi Padri . I Santi divinizzati conoscono le realtà divine senza pensare,teologano non tramite categorie aristoteliche ma “alla maniera degli apostoli”,ossia tramite l’opera vivificante del Paraclito.
    Diversissima ,come sopra accennavo,è la concezione antropologica agostiniano-tomistica : l’uomo è concepito in una dualità di corpo e anima. La “teologia” scolastica con la dottrina dell’analogia entis, ossia la relazione ontologica tra Dio ed il mondo, l’analogia tra il creato e l’increato, crede che l’uomo raccogliendo tramite i sensi corporei alcuni dati dal mondo fisico,li analizzi con la mente (con la sua facoltà superiore: l’intelligentia)mediante un processo di astrazione giungendo indirettamente a cogliere la presenza di Dio. La teologia per l’occidente rimane una mera pratica mentale,intellettiva,metodologicamente distaccata della spiritualità: QUI STA LA DRAMMATICA SCISSIONE TRA ORTODOSSIA E ORTOPRASSI!Per il credente latino teologare è imparare una filosofia metafisica,per il credente ortodosso teologare è VIVERE nell’ascesi il soprannaturale,conoscere l’Increato!
    Pur essendo teofanico per i Santi Padri non esiste alcuna analogia tra il creato e l’increato: sono su due piani completamente distinti ; San Giovanni Damasceno a proposito afferma: “"E’ impossibile trovare, nella creazione, un’icona che rivelerebbe la via d’esistenza della Santa Trinità. Infatti, come sarebbe possibile per il creato, realtà complessa, variabile e descrivibile, che ha una forma ed è limitata, rivelare chiaramente la Superessenziale Essenza Divina, la quale prescinde da tutte queste categorie?" Sul piano gnoseologico perciò non c’è alcuna contraddizione tra le due realtà: da sempre la Tradizione dei Padri distingue due tipi di conoscenza: quella di Dio,dell’Increato (theognosia) e una del creato , di ordine inferiore (thyrathen). Nessun problema si è mai posto tra Ortodossia e scienza sia per il metodo empirico usato da entrambe sia per la diversità sostanziale degli “oggetti” di ricerca.
    Luca
    .

    Quando parli di usurpazione del gregge che Pietro doveva pascere ti invito a leggere una vecchia discussione sul fantomatico primato petrino : http://www.politicaonline.net/forum/...&threadid=3400
    e uno studio patristico ortodosso sul famoso passo di Mt 16;18 :
    http://www.myriobiblos.gr/texts/ital...umis_rock.html .

    Anche a proposito del filioque circa un mese fa ho postato una "provocazione" ( http://www.politicaonline.net/forum...&threadid=26617 )che NON HA ANCORA OTTENUTO UNA RISPOSTA; mi permetto pertanto di riproporla:

    Qualche appunto da parte ortodossa: il termine "romana" MAI è comparso nel Simbolo Niceno-Costantinopolitano originale che ha sempre professato : "E l'Unica,Santa,Catholica ed Apostolica Chiesa ( in greco transl. : Eis mìan, aghìan, katholikèn kài apostolikèn Ekklesìan. In latino : Et Unam Sanctam Catholicam et Apostolicam Ecclaesiam ); e così la Chiesa Ortodossa canta da SEMPRE il Credo autodefinendosi Unica,Santa,Catholica e Apostolica.
    La Chiesa è infatti Unica, non eistono una,due,tre... chiese,esiste solo LA CHIESA; e basterebbe questo per capire che l'ecumenismo stesso è profondamente ERETICO in quanto si basa sulla "teoria dei rami" per cui ogni confessione cristiana (dove si confessano le dottrine più diverse e spesso tra loro contraddittorie!!!)sarebbe un ramo della Chiesa invisibile destinata a manifestarsi solo alla Parusia del Cristo, contraddicendo perciò il Credo stesso!!! L'ortodossia non può credere che la chiesa di Roma sia Chiesa in quanto eretica oltre che scismatica.
    La Chiesa è Santa in quanto Corpo mistico del Dio-Uomo Gesù Cristo (Corpo Teantropico),"palestra di divinizzazione(cristificazione) dell'uomo"per dirla con i Santi Padri, Ipostasi eterna come diceva p.Popovic di santa e beata memoria, iniziatrice e dispensatrice dei Divini Mysteri.
    La Chiesa è Apostolica perchè nella sua epifania terrena si costituisce intorno agli Apostoli,veri Testimoni e Sigilli della Verità dei Divini Mysteri del Cristo.
    La Chiesa è infine Catholica ! Ma quanta confusione su questo termine!!! E' limitativo e inesatto tradurre questa parola con Universale in quanto la parola "katholikè" deriva da kath'olou (intero,totale), la Chiesa Catholica è perciò la Chiesa nella sua pienezza di Fede,di Verità, la Chiesa della Retta Lode : ecco che questo termine equivale a "ortodossa"!Questa sinonimia è stata comunmente usata fino allo scisma.
    Ora la mia solita parte polemica: può ancora la chiesa di Roma (oggi più eretica che mai!)dire di professare lo stesso credo dei 318 Padri di Nicea e dei 150 di Costantinopoli (in quest'ultimo il papa di Roma Damaso non era nè presente nè rappresentato mentre a Nicea Silvestro I era rappresentato dai suoi legati.... )? Il sig. papa germanico filioquista Sergio IV (ma ricordo che l'ex Patre Filioque è stato dogmatizzato solo nel Concilio di Lione del 1274) con il suo stravolgimento del Credo e della Retta Dottrina Trinitaria (e non c'è Padre che non difenda l'ortodossa dottrina della MONARCHIA del Padre!!!)può dire di esprimere la stessa retta fede ortodossa di un Papa Leone III che in un Sinodo convocato a Roma condannò il filioque e fece collocare ai lati della Confessione di San Pietro due scudi d'argento col Simbolo dei 150 Padri in greco e in latino e la scritta : " Haec Leo posui amore et cautela orthodoxae fidei - tàde Lèon ethèmen di'agàpen te kai popsulakèn arthodòxou pìsteos " oppure dell'ultimo papa di Roma ortodosso Giovanni VIII che in una lettera a San Fozio scrisse dei franco-Germani filioquisti:" Il Simbolo sacro noi lo conserviamo inalterato tale e quale ci è stato trasmesso dal principio:noi lo custodiamo senza niente aggiungervi e senza niente togliervi,sapendo bene il tremendo castigo che è riservato (da Dio) a chi osasse una tale cosa. Per assicurarti riguardo a quell'articolo (il Filioque) che oggi genera scandalo nella Chiesa,non ammettiamo in alcun modo l'aggiunta in questione,ma quelli che per primi hanno avuto l'audacia di inserirla noi li riguardiamo come dei trasgressori della Parola di Dio,dei corruttori della dottrina di Gesù Cristo,degli Apostoli e dei Padri.Noi li mettiamo dalla parte di Giuda,poichè essi hanno lacerato le membra del Cristo" ???????????? Mah, e l'infallibilità pontificia romana ?


    Per finire: per Padri intendo tutti i Santi Padri della Chiesa indivisa.
    Attendendo i nomi dei Padri (e non mi citare Sant'Anselmo e San Tommaso...) che hanno sostenuto aberrazioni come il filioque,il papismo , o dottrine come l'analogia entis....
    Ti saluto
    In Cristo
    Luca

    P.S.:Visto che mi hai citato Agostino puoi benissimo leggere la sua interpretazione perfettamente ortodossa del passo di Mt 16;18 : il Beato fa notare che se Cristo avesse fondato la Chiesa su Pietro (e non sulla sua Fede nel Cristo Kyrios), l' avrebbe fondata su una ben fragile pietra visto che Pietro lo ha rinnegato tre volte! Ed il PAPA SAN LEONE MAGNO : “la forma di Pietro, cioè una pietra fondata sulla fede è presente in ogni Chiesa locale, e non soltanto in
    quella di Roma”. San Gregorio Magno afferma con chiarezza che tre sono le sedi che hanno avuto l'onore di esser sedi petrine, Roma,Alessandria (Gregorio la cosidera tale a causa della presenza di Marco, mandatovi da Pietro) ed Antiochia. Ed al Patriarca di Alessandria che, per umiltà e cortesia, lo aveva chiamato vescovo universale risponde zittendolo; "non chiamarmi mai più Vescovo universale! se esiste infatti un Vescovo universale allotra tu non sei vescovo!”. "Come osi! Nessuno può chiamarsi Vescovo universale!" rispose sempre il papa San Gregorio quando l'imperatore di Bisanzio attribuì al Patriarca di Costantinopoli il titolo di "Patriarca Ecumenico (= universale) . Come interpretate voi latini questi episodi?

  6. #16
    FIAT VOLUNTAS TUA
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    Predefinito

    Sto lavorando alla mia risposta, e credo che sarà finita non prima di domenica prossima. Anche perché ho dovuto andare a rintracciare molte delle tue citazioni, che sono un po' "parziali", nel senso che dici quello che - giustamente - porta acqua al tuo, di mulino.

    Qui mi preme sottolineare, che mai ho voluto spartire i Santi Anselmo e Tommaso con voi ortodossi: tutt'altro. NOn seiete voi che non li volete, siamo noi che non ve li diamo! ... e dalla mia precendete risposta questo lo si vedeva.

    A presto
    "

  7. #17
    Qoelèt
    Ospite

    Wink

    Nel frattempo ti do allora qualche spunto per la risposta riportandoti un interessante scritto sulla storia dello scisma tra oriente e occidente.
    In Cristo
    Luca


    P. Ranson M. Terestchenko L. Motte

    Storia dello Scisma Oriente - Occidente

    Alcune note di introduzione a cura del traduttore. Lo studio che presentiamo è costituito da due conferenze tenute dai Proff. P.Ranson e M. Terestchenko presso una scuola superiore di Parigi. Quello che colpisce il lettore in questi studi è l’assoluta novità dell’impostazione data alla questione “scisma” per troppo tempo sconosciuta agli studiosi ed anche agli occidentali che fossero semplicemente interessati a questa storia, soprattutto a causa di storici in malafede che hanno preferito tenere molti risvolti di questa storia artatamente celati al fine di non permettere in alcun modo la messa in discussione delle origini del papato e del Sacro Romano Impero. Non possiamo dimenticare, a questo proposito, come tutte le case regnanti dell’Europa occidentale originassero dall’Impero carolingio e dal sistema feudale la propria ragione di esistere e che l’eventuale messa in discussione della validità, sul piano del diritto storico dell’Impero carolingio, avrebbe messo conseguentemente in discussione anche la loro sussistenza. Per ciò che riguarda il Papato, la cosa è anche più evidente, in quanto la tesi difesa da Ranson e Terestchenko è quella della ”usurpazione” del trono ortodosso dell’antica Roma da parte di vescovi eretici germano-franchi aventi come scopo primario il mantenere prima il potere carolingio e poi, da Gregorio VII in poi, il proprio potere politico da veri e propri imperatori romani (cfr. il “Dictatus Papae”del 1075). In un primo momento, il lettore italiano, abituato alla manualistica storica scolastica, potrà rimanere veramente colpito, se non quasi traumatizzato, da questa “Storia dello Scisma Oriente-Occidente”, e arriverà fors’anche a rifiutarla quasi visceralmente tanto tutti noi siamo abituati alle nostre cognizioni di base e le riteniamo comode e tranquille anche per la nostra coscienza un po’ forse sonnolenta rispetto al nuovo, ma, una volta fatto lo sforzo di operare in noi stessi una vera e propria “metanoia” intellettuale ed accettando con serietà ed equanimità delle interpretazioni diverse da quelle alle quali abbiamo sempre dato credito, allora dovremo concludere col dare ragione ai nostri autori. Ciò potrebbe dare origine ad una metanoia senz’altro un po’ più grande di quella culturale, ma questa è competenza di un Altro.

    ***

    Lo studio che segue è tratto, per fraterna concessione del suo direttore L.Motte, dai nn. 1 e 2 della rivista “LA LUMIERE DU THABOR” edita a cura della FRATERNITE’ ORTHODOXE St. GREGOIRE PALAMAS che ne detiene i diritti letterari.
    Daniele Gandini

    1 – Il quadro politico e religioso: la Romanità.

    Per affrontare con serietà la questione dello scisma, bisogna, in primo luogo, schivare un primo ostacolo e cioè quello di vedersi negato il fondamentale ruolo dogmatico di questa questione oggi. Codesta questione rischia di essere rifiutata immediatamente da un punto di vista storico poiché gli specialisti in ecumenismo hanno fatto tanto per ridurne la portata fino al renderla una banale “questione di campanile” la cui sussistenza oggi è del tutto anacronistica. Non abbiamo forse visto qualche anno fa il Patriarca Atenagora dichiarare di aver perduto il suo diploma in teologia manifestando così il suo disinteresse per gli aspetti dogmatici dello scisma?

    Per il padre Congar sono stati dei malintesi storici a provocare l’allontanamento reciproco : “Lo scisma di Oriente ci appare consistere nell’accettazione di uno stato di cose in cui ogni parte della cristianità, vive, si comporta e giudica senza tener conto dell’altra. Allontanamento quindi, provincialismo, situazione di non rapporti, stato di ignoranza reciproca. Lo scisma d’oriente, si è realizzato a causa di un progressivo estraniarsi delle parti e consiste oggi nell’accettazione di tale estraniarsi.“ Secondo questa interpretazione, questo allontanamento ha avuto delle cause geografiche, linguistiche e morali.

    La principale causa geografica, si afferma seguendo lo storico belga Pirenne, è la rottura delle vie di comunicazione tra oriente e occidente dovuta alle invasioni musulmane.

    La causa linguistica di questa misconoscenza reciproca è l’ignoranza del greco in occidente e del latino in oriente. Culturalmente le due tradizioni che non si capiscono più tra loro, sviluppano ciascuna autonomamente dall’altra due visioni peraltro possibili del Cristianesimo. In Oriente, a forza di risettaciare continuamente i Padri greci, la teologia diventa “Bizantina” ; in Occidente, grazie ai carolingi, il dogma progredisce approfondendo le “intuizioni originali” della Patristica latina.

    Congar che vuol tirare tutte le conseguenze della sua analisi nell’ottica dell’unione delle Chiese, ne deduce che il reciproco allontanamento può essere superato dato che le condizioni sociologiche sono cambiate : la società moderna è più “civilizzata”, più capace di amore di quanto lo fossero quelle di “Bisanzio” e dell’Occidente medioevale. Congar afferma ugualmente che la grande scoperta di oggi, del tutto ignorata nel passato dalla Chiesa, sarebbe l’amore : “Diciannove secoli di Cristianesimo si sono interessati quasi unicamente a Dio. Oggi conosciamo il mondo e questo si impone talmente a noi che certe affermazioni cristiane ci sembrano se non vacillare, almeno essere surclassate dalle evidenze che ci vengono dalle cose... Nulla è più significativo a questo riguardo del ritorno dell’amore, anche se solo della parola amore, nella letteratura religiosa”.

    Il fondo di questa posizione “ecumenista” sulla storia dello scisma è l’affermazione che i Padri abbiano ignorato, del tutto o in parte, l’amore e che conseguentemente ogni vivente oggi si trovi, su questo punto, ad un livello più alto di Sant’Atanasio, l’intransigente lottatore per la fede di Nicea, di san Cirillo d’Alessandria, il “persecutore” di Nestorio, o di San Massimo il Confessore che rifiutava ogni compromesso di fronte ai cinque patriarchi diventati per un momento eterodossi.

    Si vede dunque fino a che punto queste tesi sono dei veri e propri insulti alla Teologia dei Padri quando si afferma che l’amore è “una scoperta recente” e che è stata una mancanza di amore ad essere la causa delle grandi polemiche dei padri contro gli eretici.

    * * *

    Questo concetto, ammesso oggi da numerosi cattolici e anche da molti “ortodossi”, si fonda su di una visione della storia completamente falsa e su tre postulati che ci proponiamo di discutere nel modo che segue :

    A) Per prima cosa “Bisanzio” non esiste, è un’impostura o almeno una polemica indegna di storici seri, il chiamare “bizantini” coloro che fino alla caduta di Costantinopoli, Nuova Roma, e anche oltre, si sono sempre chiamati “romani”. Il Patriarca di Costantinopoli porta ancora oggi il titolo di “Arcivescovo di Costantinopoli Nuova Roma”.

    B) Secondariamente l’opposizione culturale tra i Padri greci e latini si giustifica solo col fatto che i germano-franchi hanno dato ad Agostino d’Ippona un’autorità esclusiva a spese degli altri numerosissimi padri latinofoni anteriori. Questa sedicente opposizione dunque è in gran parte falsa e in luogo di distinguere tra padri latini e padri greci, bisogna riconoscere l’unità della Fede tra padri latinofoni ed ellenofoni, tranne Agostino, nell’interno del quadro geopolitico della romanità.

    C) Infine non c’è stato scisma nel senso di separazione di due mondi, poiché una cosa del genere sarebbe contraria alla definizione stessa di Chiesa, una per natura, ma l’usurpazione della sede ortodossa di Roma da parte della frazione francofila che ha dovuto agire per molti secoli prima di vincere la Romanità in occidente.

    * * *

    La scienza storica europea chiama generalmente “bizantino” l’Impero Romano del santo Imperatore Costantino il Grande attribuendo all’Impero questo aggettivo a partire dalla fondazione di Costantinopoli, o a volte, a partire da Giustiniano. L’origine di questa nuova civiltà sarebbe legata ad una cosiddetta “orientalizzazione” dell’Impero Romano. In ogni caso tutti affermano che l’Impero Romano diventa “bizantino” verso il V-VI secolo, perché si ellenizza e perde la sua latinità originaria. D’altro canto questa stessa scienza storica chiama “bizantino” il quadro culturale e teologico dell’Impero, perché esso perde la sua specificità greca per modellarsi su di una “mentalità bizantina” assai problematica. Già i due termini “Greci” e “Bizantini” sono recenti e peggiorativi.

    Il termine “greco” non viene in verità impiegato prima dell’VIII – IX secolo , nel particolare clima politico e ideologico dell’epoca carolingia : Carlo Magno vuole restaurare l’impero romano e a questo scopo gli è necessario negare ogni legittimità al “Basileus” Ortodosso col fine precipuo di spezzare il legame profondo esistente fra le popolazioni gallo-romane e italo-romane da un lato e Costantinopoli dall’altro. Chiamare “greci” i popoli dell’Impero è, per mezzo di un’impresa ideologica di notevole ampiezza, rigettarli fuori dall’Occidente e praticamente identificarli con i “Gentili”, con i Greci antichi e cioè con i pagani di cui parla la scrittura.

    Alcuni anni più tardi, Nicola I, il primo papa germanofilo attaccato dai vescovi italo-romani del sud dell’Italia e da quelli gallo-romani in conflitto con il clero franco, tentò di raccogliere intorno a sé tutto l’episcopato germanico e franco. Fece comporre dei trattati “contro gli errori dei greci” che si rivelarono delle vere e proprie minacce nei confronti della Fede cristiana. Nella mente di Hincmar e egli altri teologi franchi di quest’epoca che pensavano di poter far progredire nel sottile la teologia analizzando l’essenza di Dio con le categorie di Aristotele, il termine “greco” è un insulto pieno di disprezzo : i “greci“ sono insieme indegni del nome di “cristiani”, ignoranti in teologia e perfidi come degli “orientali”. Basta consultare i numerosi trattati “Contro gli errori dei greci”, da quello di Ratramno di Corbia fino a quello di Tommaso d’Aquino, che queste raccolte di citazioni false e menzognere appaiono col chiaro ed evidente scopo di presentare la sottigliezza diabolica del “Filioque” come un segno di grande superiorità intellettuale dell’Occidente sui “greci”. Tra gli ortodossi romani dell’Impero quel termine era considerato una vera e propria ingiuria; nel secolo XV anche un partigiano dell’unione con Roma al Concilio di Firenze, quale l’Imperatore Giovanni Paleologo, rifiutò come ingiurioso l’epiteto di “greco”.

    Ugualmente è da dirsi per il termine “bizantino”; nessuno si sognerebbe oggi di chiamare i parigini “luteziani” dal nome dell’antico villaggio sul quale è costruita l’attuale città così come noi facciamo usando quel vocabolo per gli abitanti di Costantinopoli Nuova Roma. Il termine d’altronde è piuttosto tardivo perché è solo nel XV secolo che un latinizzante uniata, Niceforo Gregoras, l’utilizzò per la sua storia dei Romani intitolata “Storia dei “Bizantini”. Nei secoli XVI e XVII viene impiegato più frequentemente soprattutto dagli Illuministi Francesi che ad esso diedero un valore dispregiativo. Montesquieu e Voltaire parlano rispettivamente di “un’indegna raccolta di declamazioni e di miracoli” e di “un tessuto di rivolte, di sedizioni e di tradimenti” per descrivere l’Impero Romano di Costantinopoli. Fino ad oggi questo termine ha conservato tale connotazione negativa e abbiamo potuto vedere persino un professore della Sorbona arrabbiarsi al solo nome del grande e Santo Fozio.

    Quale che sia l’impronta di mille anni di passioni antiortodosse, resta il fatto che la storia, nel suo sforzo necessario di rigore e di obbiettività, non ha assolutamente il diritto di usare una terminologia uscita dalle polemiche più violente dell’epoca carolingia o del XVIII secolo. Non ne verrebbe di conseguenza la liceità di trattare i “tempi lunghi “ della storia universale partendo da concetti apparsi in momenti ben precisi di lotte per lo più “provinciali” ? Non sarebbe più giusto chiamare i bizantini col loro nome di Romani e di utilizzare gli aggettivi e i sostantivi propri della loro Romanità? Non è forse ciò che fanno ancora oggi gli Arabi che li chiamano “Rom” e “Romis”?

    Innumerevoli sarebbero le sorgenti testuali di queste affermazioni e gli storici potrebbero analizzare più adeguatamente il sentimento profondo di unità culturale che avevano i Romani della Nuova Roma nei confronti del passato sia “romano” (latino) sia “greco”, sia antico sia cristiano. Per esempio la Biblioteca di san Fozio sconcerta spesso il critico occidentale che vi vede soltanto un prezioso libro di erudizione che evidenzia la curiosità intellettuale del santo patriarca, quando invece i libri di Storia Romana o di Filosofia greca gli erano così poco estranei quanto per un francese del XX secolo lo sarebbero le opere di Racine o quelle di Moliere. La storia antica era tanto vicina culturalmente a san Fozio quanto ne era tenuta lontana, sul piano dei valori cristiani, come ne è testimonianza il suo rifiuto all’intrusione del razionalismo umanista carolingio nell’interno della dogmatica. Gli “umanisti” latini o greci non avevano un carattere di esemplarità per un romano di Costantinopoli, più di quanto la nostra infanzia lo abbia per l’adulto che siamo diventati.

    Prendiamo un altro esempio più recente : qualcuno potrebbe obbiettarci il fatto che la Grecia continentale, una volta liberata dal giogo dei Turchi, non ha scelto il nome di “Romanità”. Nei fatti questa è l’eccezione che conferma la regola : sono state le potenze occidentali a imporre il termine “greci” per tagliare via gli ortodossi continentali dai loro fratelli dell’Anatolia ed impedire così ogni rivendicazione dell’Asia minore, in quanto i Turchi dovevano essere risparmiati e protetti per ragioni di politica internazionale. Le conseguenze di questa politica furono più tardi i massacri di Asia minore del 1923 durante i quali truppe francesi ed inglesi assistettero indifferenti allo sterminio delle popolazioni cristiane. Nel XIX secolo, in ogni caso, la scelta dei termini greci ed elleni fu combattuta dagli Ortodossi ostili alla rinascita di un neo-paganesimo elleno ; il grande poeta Costis Palamas fu il cantore della romanità di fronte alle tesi del gruppo neo-greco di Korais incapace di dimostrare l’esistenza di una coscienza nazionale neo-greca autonoma. Oggi il teologo di fama mondiale Giovanni Romanidis, professore all’Università di Tessalonica, è diventato il difensore dell’idea e della coscienza romana ortodossa.

    Il Padre Giovanni Romanidis ha in particolare denunciato la grande contraddizione della scienza storica europea che presentiamo di seguito : da un lato si afferma che l’impero è diventato “bizantino” perché è diventato “elleno” o “greco”; dall’altro si spiega il passaggio dalla civilizzazione ellenica dell’impero romano – quella ad esempio dei grandi Cappadoci – alla civilizzazione bizantina con la perdita del carattere propriamente elleno di questa civilizzazione. Così l'Impero Romano diventa "bizantino" perché si ellenizza e la civilizzazione ellenica diventa “bizantina” perché cessa di essere ellena.

    Si vede così quanto sia grande la confusione presso gli storici e i teologi occidentali che parlano ora di “bizantini” ora di orientali ora di greci per indicare un impero che si è sempre chiamato nella stessa maniera : Romano.

    Sarebbe dunque un vero progresso il rifiutare questi termini dispregiativi di “greci” e di “bizantini” che non hanno nemmeno il merito di chiarire i fatti storici. Se si ritornasse alla denominazione di “romano” e di romanità ortodossa”, l’efficacia scientifica sarebbe grande almeno su tre punti:

    1] Lo storico avrebbe un filo conduttore coerente per considerare la storia del mondo mediterraneo nella sua totalità : l’impero romano viene invaso da popolazioni barbare che impongono il loro dominio in modo piuttosto differente ; in occidente questa dominazione consiste in una sorta di imitazione parodistica e nell’usurpazione delle antiche strutture romane e cristiane ; presso i musulmani si stabilisce invece un modello di dominazione non parodistico e le due culture, cristiana e musulmana, restano, seppure in una certa misura parallele ed ostili. I punti d’incontro essenziali sono particolarmente interessanti e sono incomprensibile al di fuori di questa unità culturale romana, in particolare quando si parla del periodo carolingio, delle crociate e del Concilio di Firenze. Quest’ultimo avvenimento è spesso trascurato dagli storici quando invece riveste un’importanza quasi paradigmatica. Bessarione inventa e diffonde ben presto l’umanesimo insieme pagano e papista; San Marco d’Efeso rifiuta assolutamente, in nome della Romanità Ortodossa, l’infallibilità del papa e dell’uomo europeo; Pletone riscopre una ellenicità fondata sul ritorno dei culti pagani, ritorno ostile tanto alla romanità quanto all’Europa.

    2] La storia non dovrebbe cercare una “latinità” che non esiste sempre. Le differenti costruzioni della latinità in Occidente – Carlo Magno e successori – sarebbero meglio comprese se fossero studiate come utopie o come ideologie nate per facilitare il dominio sull’antica Romanità Ortodossa.

    3] La lotta patetica dei Romani d’Occidente contro i Barbari potrebbe infine essere studiata in una prospettiva di lunga durata invece di svanire curiosamente dopo i Merovingi. In particolare la volontà degli Italo-Romani del sud d’Italia o della Sicilia, dei provenzali, degli aquitani, degli spagnoli romanizzati, tutti ortodossi, di preservare la loro cultura e la loro fede potrebbe essere studiata in quest’ottica.

    Infine la storia delle idee scaturirebbe dalla storia degli avvenimenti, poiché il senso di infallibilità che caratterizza, secondo il padre Justin Popovic, l’uomo europeo, progredirebbe nello stesso tempo delle forze politiche e religiose proprie all’Occidente medioevale e classico : il papato e la monarchia assoluta.

    La storia di ciò che si denomina lo ”scisma” del 1054 sarebbe da questo punto di vista un archetipo, lo studieremo nel prossimo capitolo e vedremo come l’abbandono dei termini antiscientifici di “bizantini” e di “greci” permette di modificare le opinioni tradizionali o ecumeniste sullo “scisma”.



    2 - Lo scisma del 1054

    Nel primo capitolo abbiamo mostrato brevemente che la necessità del “Dialogo Ecumenico” conducevano a dare una spiegazione insoddisfacente sia per la teologia sia per la storia dello scisma del 1054.

    Sul piano teologico il dibattito è stato impoverito perché è stato ridotto ad essere soltanto una disputa di parole; in particolare il filioque è presentato come il frutto fortunato di un approccio puramente latino ed occidentale alla teologia che, dati i postulati, non mette in pericolo la teologia classica dei padri. Si impiega allora il vocabolario vago dei sentimenti e delle emozioni , come fa, ad esempio Olivier Clement quando parla della “grandezza propriamente religiosa del filioque” e delle “intuizioni originali del Filioquismo”. Brevemente, in mancanza di un vocabolario concettuale sufficientemente elaborato, l’Oriente, meno speculativo, e l’Occidente, troppo razionalista forse, non si sarebbero capiti.

    Si è allora andati alle cause puramente storiche che presto sembrano essere soltanto una serie di casi sfortunati; prevale allora l’interpretazione psicologica: a ciascuno si fa un dovere, dopo aver messo tra parentesi tutti i problemi, di trovar scortese la propria parte. Così Clement scrive del patriarca Michele Cerulario : “Il patriarca bizantino Michele Cerulario era uno spirito rozzo, incapace di discernere l’essenziale dall’accessorio e di elevarsi ad una concezione ecumenica della Chiesa”; e Congar dice del cardinale Umberto che era “un uomo rigido e combattivo” e la sua Bolla di scomunica è un monumento di inimmaginabile incapacità di comprensione”. A forza di “dialogo”, è la storia che rischia di diventare incomprensibile se si resta sulle alte sfere della “casualità psicologica”.

    In realtà l’aspetto storico e l’aspetto teologico sono legati, soprattutto a partire dall’ VIII secolo quando la teologia del filioque, della redenzione e generalmente il metodo teologico uscito dall’agostinismo appaiono come l’ideologia dei Franchi e dei Germani i cui antenati hanno invaso la romanità occidentale e che hanno avuto bisogno di tre secoli per costituirsi in Stato. Lo “scisma” non è soltanto una rottura, uno strappo nel tessuto cristiano dovuto ad una separazione teologica tra Roma e l’Oriente, ma piuttosto l’usurpazione della sede ortodossa dell’antica Roma operata dai Germano-Franchi e tendente al rapimento dell’ultimo Papa Ortodosso ed alla sua sostituzione con un papa germanico filioquista, Sergio IV.

    * * *

    Descriveremo ora in breve le grandi tappe di questa usurpazione che sono le tappe di una lotta tra l’elemento romano, gallo-romano e italo-romano, da un lato e i barbari goti, longobardi, vandali o franchi dall’altro.

    L’origine lontana, il dato fondamentale che celava in germe le divisioni ulteriori, sono le invasioni barbariche, non tanto per il carattere eretico ariano della religione di questi popoli, quanto per la loro incapacità di costituirsi in stato o almeno di modellare una religione capace di rimpiazzare quella che volevano distruggere. Dopo i primi massacri e grazie alla resistenza eroica dei vescovi, dei preti e di tutto il popolo martire gallo-romano, dal momento della morte del re Eurico, il progetto di sostituire la “Romanità” con una “Goticità” dovette essere abbandonato. Anzi al contrario numerosi capi barbari presero gli abiti e i titoli romani per guadagnare un po’ di legittimità presso le popolazioni. Ciò però non vuol dire che il sentimento nazionale delle popolazioni asservite sia scomparso rapidamente, come hanno affermato certi storici (Fustel de Coulange). In realtà, dopo il naufragio del potere politico romano, la rappresentanza legale così come l’autorità morale sul popolo romano viene ad essere assunta dalla Chiesa che diventa il luogo di resistenza di tutti coloro che vogliono conservare la tradizione e l’identità romane. In questo tormentato periodo, oltre al ruolo dei grandi vescovi del V e del VI secolo come Fausto di Riez o Cesario d’Arles, il patriarca dell’Antica Roma assume la funzione di Etnarca del popolo Romano d’Occidente. E’ lui infatti che resta in contatto con l’Imperatore di Costantinopoli. Si sa quanto Gregorio il Grande seppe preservare i diritti dei Romani in quell’epoca così tormentata e drammatica, al punto che non esitava, nei suoi Moralia a paragonare la Romanità occidentale con Giobbe. Certamente l’Impero Romano d’Oriente non aveva mai cessato di rivendicare, malgrado le difficoltà , la sua parte occidentale. I Romani d’Oriente e d’Occidente erano solidali, ma da Giustiniano a Basilio I la fortuna militare di Costantinopoli non fu sempre favorevole. Le divisioni interne dei barbari e quel periodo oscuro che fu l’epoca merovingia, assicurarono tuttavia alla Chiesa una molto relativa tranquillità: i barbari non potevano accedere facilmente allo stato ecclesiastico e la sinodalità della Chiesa, conforme ai Canoni Apostolici, era rispettata grazie alla grande maggioranza di Romani liberi nelle città gallo-romane. Sarà necessario l’immenso sistema di deportazione e di messa in schiavitù dei Romani che si chiama feudalesimo, perché i Franchi diventino maggioritari nell’elezione dei Vescovi.

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    Già le scuole monastiche che, fondate un tempo dai discepoli di San Giovanni Cassiano, di Onorato di Arles e di Fausto di Riez, formavano i vescovi romani, erano state annientate ad opera di Carlo Martello e di Pipino il Breve. A causa dell’anarchia politica merovingia, il carattere sinodale della Chiesa fu parzialmente soppresso per essere ristabilito solo a favore dell’episcopato franco. La grande crisi iconoclasta che lacerò l’Impero in Oriente, permise ai Franchi di godere delle divisioni interne dei romani d’Oriente e dell’Italia meridionale. In effetti, dopo l’inizio dell’VIII secolo, l’Italia romana e la Chiesa Ortodossa dell’Antica Roma restarono pericolosamente isolate, nel momento in cui, sotto il principato di Leone Isaurico e poi sotto i suoi successori, le icone furono distrutte e gli iconofili perseguitati. Poiché il papa Gregorio II rifiutava di promulgare gli editti imperiali che ordinavano la distruzione delle Icone, l’Italia fu isolata dall’Oriente e presa come in una tenaglia fra gli imperatori eretici e i Franchi. I Franchi erano iconoclasti, fondamentalmente, e ugualmente lo erano i Longobardi e certi vescovi dell’Italia del nord come Claudio di Torino. Tuttavia gli Ortodossi partigiani delle Icone erano numerosi in Gallia, nel clero e nell’episcopato di tradizione romana. In Oriente, grazie alla imperatrice Irene, essi riusciranno a prevalere e a imporre il VII Concilio Ecumenico che i vescovi franchi di Carlo Magno non riconosceranno e contro il quale si leveranno.

    La questione del filioque fu altrettanto grave. Il filioque non è una formulazione antica, come generalmente si afferma, che risalirebbe al III Concilio di Toledo. Data invece dalla fine del secolo VII o dall’inizio dell’VIII ed era contestato molto in Occidente all’inizio del IX dai vescovi gallo-romani: al contrario i franchi ne facevano il simbolo di una rinascita intellettuale che in realtà appariva ben modesta. Il Concilio di Aix la Chapelle è una notevole testimonianza di questa lotta tra l’elemento romano e l’elemento franco. Per prima cosa questo Concilio mette in evidenza il carattere recente del filioque. In effetti i rappresentanti del Concilio di Aix informarono il Papa che il Simbolo della fede cominciava ad essere cantato con il filioque nel palazzo di Carlo Magno e che si trattava di un dogma nuovo. Il Concilio di Aix non poté concludere nulla e si divise in due partiti contrari. Carlo Magno, il campione del filioque, non poté in realtà imporre la sua opinione e il Concilio si sciolse prima della sua fine. Così scrive Adam Zernicaw: “Gli incontri sullo Spirito Santo furono numerosi con gli uni che dicevano che lo Spirito santo procedeva anche dal Figlio e gli altri che li contraddicevano”. Ciascuno dei due partiti fece appello al Papa Leone III che non solo si oppose all’aggiunta del filioque, ma in più ordinò che il Credo di Nicea–Costantinopoli fosse inciso su due piastre d’argento, in greco ed in latino, nella chiesa di San Pietro. Questa sconfitta di Carlo Magno dimostra che il potere dei Franchi cadeva di fronte all’autorità del Papa Ortodosso dell’Antica Roma. Bisogna ben comprendere che per Carlo Magno il contenuto dogmatico non era essenziale, ma il filioque era per lui il simbolo del progresso compiuto nei confronti dei “Greci” in teologia grazie all’applicazione delle categorie razionali alla Santa Trinità. Era per lui la prova della superiorità culturale dei Franchi su coloro che chiamava spregevolmente i “Greci”.

    Il vecchio Leone III, sebbene fosse riuscito a resistere sulla Fede, aveva tuttavia permesso a Carlo Magno di riportare una vittoria definitiva sul piano politico facendosi incoronare “Imperatore dei Romani” e cioè lo aveva lasciato usurpare il potere legittimo dell’Imperatore di Costantinopoli sulle popolazioni romane di Occidente. La versione germano-franca dell’incoronazione di Carlo Magno che si trova sui manuali di storia occidentali è una vera mistificazione, poiché essa è fondata unicamente sul racconto dell’ideologo franco Eginardo che afferma che sarebbe stato Leone III ad aver voluto di sua iniziativa incoronare un Carlo Magno piuttosto reticente. In realtà con questa cerimonia in cui la potenza del re franco fece violenza al Papa Ortodosso Leone III, Carlo Magno voleva instaurare una nuova concezione della legittimità del potere. Il racconto di Eginardo che non osa addossare a Carlo Magno la responsabilità dell’avvenimento, prova al contrario che nel IX secolo i barbari non erano riusciti ad instaurare altra legittimità che quella del popolo romano. Invece la pretenziosa teologia del filioque e la concezione carolingia del potere aggiunte al fatto che la dottrina agostiniana sulla predestinazione sembrava poter far considerare predestinata la razza dei Franchi, gettarono le fondamenta principali del Medio evo occidentale.

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    La necessità di lottare contro gli Arabi nell’Italia meridionale e l’occupazione militare franca della Roma Antica vi aveva fatto nascere, come in un microcosmo, una situazione simile a quella dell’Occidente: un partito franco ed un partito romano vi lottavano.

    Dalla morte di Leone III all’anno 858, il popolo ortodosso di Roma riuscì ad imporre un suo candidato , malgrado le minacce dell’imperatore germanico. Già dal momento dell’elezione di Leone III grandi furono l’ansietà ed anche il terrore per una rappresaglia franca. L’elezione di Benedetto III fu interrotta dal partito germanico che impose per un momento il proprio candidato Anastasio, ma la folla assediò le porte della basilica costantiniana ove si teneva il sinodo incaricato di eleggere il nuovo papa. Alla morte di Benedetto fu eletto il primo papa germanofilo Nicola I. L’imperatore germanico Ludwig accorse e fece svolgere l’elezione alla sua presenza. Prestissimo Nicola I volle imporre la sua autorità su tutta la chiesa e applicò alla sua tiara e al suo regno la dottrina della predestinazione. Scrisse al patriarca della Nuova Roma, San Fozio il Grande, che “la Chiesa di Roma aveva meritato il diritto al potere assoluto ed aveva ricevuto il governo di tutte le pecorelle di Cristo”. Un po’ più tardi, furioso di non aver ottenuto il riconoscimento delle sua innovazioni da San Fozio, scrisse direttamente al popolo, al clero e all’Imperatore di Costantinopoli delle lettere piene di ostilità e di odio in cui il patriarca è chiamato “Signor Fozio” , “adultero”, “omicida” ed “ebreo”. In Bulgaria benediceva la missione del vescovo Formoso, uno dei capi del partito filogermanico, ed autorizzava l’aggiunta del filioque al Credo nonché altre riforme o pratiche tipiche delle chiese franche.

    Questo atteggiamento provocò la reazione della Chiesa di Costantinopoli e San Fozio, d’accordo con il suo Sinodo, inviò un’enciclica a tutte le Chiese nella quale denunciava la situazione creata in Bulgaria e il dogma del filioque. Un concilio si tenne a Costantinopoli nell’867, alla presenza dei delegati dei patriarchi orientali, che anatematizzò le dottrine denunciate da san Fozio, in particolare l’eresia del filioque e la sua aggiunta al Credo di Nicea-Costantinopoli in Bulgaria. Più di mille firme testimoniarono contro il dogma franco che, come afferma San Fozio, scinde la Santa Trinità in due, poiché instaura due sorgenti nella Divinità, finendo così nel paganesimo. Dopo la partenza per l’esilio del patriarca Fozio, il papa Nicola I fece organizzare a Costantinopoli nell’869 un concilio di 18 vescovi nel quale la persona di San Fozio fu condannata, senza che nessuna eresia gli potesse essere rimproverata. Bisogna dire che Nicola I in Roma non osò mai imporre il filioque per paura del popolo romano fedele alla Fede Ortodossa. Nicola I d’altronde non cessava di trovare difficoltà con i romani dell’Italia del Sud e anche con quelli delle Gallie che erano rimasti scossi dalla sua concezione totalitaria dell’antica “etnarchia”. Quando morì, era ormai sostenuto solo dai teologi franchi filioquisti che egli aveva mobilitato contro il patriarca e l’imperatore di Costantinopoli, senza peraltro fare il nome di San Fozio la cui scienza e santità erano note ai romani ortodossi della Gallia.

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    Dopo un papa di transizione, Adriano, il partito romano ebbe nuovamente il sopravvento e l’arcidiacono Giovanni, divenuto Giovanni VIII, salì al trono patriarcale di Roma. Giovanni VIII che la storiografia occidentale ha lasciato per molto tempo da parte – e ciò in parte a causa della falsificazione delle fonti, ormai ammessa dagli storici -, fu un grande papa della Romanità, della statura dei Leone Magno e dei Gregorio Magno. Gerarca attento e prudente, fino alla morte dell’imperatore Ludwig II nell’875, seppe utilizzare il partito germanico, senza pur dare ad esso un ruolo decisionale. Al momento però nel quale la minaccia germanica scomparve con la morte dell’imperatore, depose, scomunicò e anatematizzò i vescovi “nicolaiti” che avevano aggiunto il filioque in Bulgaria ed in particolare il vescovo Formoso. Scelse un candidato all’impero tra i carolingi, il re di “Francia” Carlo il Calvo che era il più moderato e il più lontano dall’Italia e gli impose una “donazione” che liberava le elezioni dei papi dalla presenza dei legati imperiali. Così tentava di preservare Roma da un nuovo Nicola imposto dal partito germanofilo. Dopo la disfatta e la morte di Carlo il Calvo, lasciò in sospeso la successione che egli cercava di controllare, muovendo i vari candidati gli uni contro gli altri. Fallì alla fine perché il re Carlo il Grosso invase Roma e fece avvelenare Giovanni VIII che fu poi finito a colpi di scure. Questo periodo di tempo che Giovanni VIII riuscì a dare al trono dell’antica Roma, se da un lato fece entrare la capitale in un periodo di disordini e di incertezze, dall’altro doveva contribuire a cambiare l’aspetto delle cose. Da una parte la disorganizzazione politica in Italia provocata dalla vacanza del trono imperiale occidentale permise alle truppe di Basilio I di avanzare in modo decisivo in Italia e di liberare momentaneamente i romani della regione ; dall’altra parte i legati di Giovanni VIII poterono assistere e riconoscere le decisioni del Concilio dell’879 presieduto da San Fozio, di nuovo in possesso del suo trono patriarcale.

    A questo concilio tutti patriarchi vennero rappresentati e San Fozio fu riconosciuto da tutto il mondo quale Patriarca della Nuova Roma. Così colava a picco tutta l’opera di Nicola I. L’inalterabilità del Simbolo della fede e la condanna di ogni aggiunta furono proclamate ufficialmente benché Giovanni VIII avesse domandato che i franchi non venissero nominati e ciò per prudenza. I legati della Chiesa di Roma chiamarono l’aggiunta del filioque un “inqualificabile insulto ai Padri”, Giovanni VIII scrisse una lettera a San Fozio nella quale condannava in termini velati, ma fermi, i germano–franchi e l’aggiunta del filioque: “Noi li mettiamo dalla parte di Giuda, poiché essi hanno lacerato le membra del Cristo”. Questo concilio dell’879 che riconobbe l’ecumenicità del VII Concilio ebbe tutti i caratteri di un Concilio Ecumenico e la chiesa Ortodossa lo riconosce ormai come l’VIII Ecumenico.

    Il pontificato di Giovanni VIII segna dunque un momento decisivo e mal conosciuto della storia dello “scisma”, perché rappresenta l’ultima grande resistenza dei romani dell’antica Roma e dell’Occidente nei confronti della spinta germano-franca contro il trono ortodosso di Roma.

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    Il periodo che va dalla morte di Giovanni VIII all’inizio del secolo IX è sistematicamente rappresentato in Occidente come un periodo di corruzione e di anarchia a causa del ruolo che in quest’epoca hanno avuto i laici nella scelta dei papi. I soli papi che trovano grazia agli occhi degli storici, sono quelli rivolti verso i regni sorti dai carolingi. In realtà questo periodo è presentato come un periodo particolarmente turbolento perché i romani dell’antica Roma conservavano un controllo relativo sulla loro Chiesa. Come scrive G. Romanidis : “Per due secoli, dagli anni tra il 784 e l’809, quando i Franchi condannarono il VII Concilio Ecumenico, fino al 1019 o 1014 quando il Filioque fu definitivamente introdotto nel simbolo a Roma, gli Ortodossi Latini lottarono duramente in Italia per conservare la Fede del VII e dell’VIII Concilio Ecumenico”. Effettivamente fino all’inizio del secolo XI il Filioque non fu mai aggiunto al Credo e, finchè Roma riconobbe il VII e l’VIII Concilio Ecumenico , la comunione non fu rotta fra le sedi orientali e l’antica Roma. Durante questo periodo i Franchi che temevano una rivolta di tutti i Romani dell’Occidente non osarono attentare direttamente al Patriarca dell’antica Roma. Quando però l’impero germanico fu ristabilito, l’ultimo Papa Ortodosso Giovanni XVIII fu deportato in un monastero dell’Italia meridionale e Sergio IV che doveva il suo trono all’Imperatore tedesco Enrico II, professò il Filioque nella lettera di intro-nizzazione che indirizzò al Patriarca di Costantinopoli Sergio II. Quest’ultimo, per decisione conciliare, cancellò allora il nome del papa dai dittici della Grande Chiesa e non vi fu mai rimesso. A Roma il filioque fu ufficialmente aggiunto dal papa Benedetto VIII che era nipote dell’Imperatore tedesco. Ancora una volta il clero ed il popolo reagirono ma dovettero questa volta inchinarsi di fronte all’autorità di Benedetto VIII perché fu durante l’incoronazione di Enrico II di Germania che il Credo fu letto con l’aggiunta.

    L’usurpazione del Trono ortodosso dell’antica Roma così si compiva e il popolo romano d’Occidente, senza né capo, né difese, dovette sopportare le persecuzioni che fecero ad esso subire i grandi papi del feudalesimo come Gregorio VII.

    Ciononostante ci furono per molto tempo ancora in maniera sparsa delle resistenze e si sa da un testo di Alessandro di Hales che nel 1240 e cioè 226 anni dopo l’aggiunta del filioque di Benedetto VIII si cantava ancora in certe chiese il Credo senza l’aggiunta. Si può dire tuttavia che nel 1014 la resistenza di quattro secoli dei Romani di Occidente si conclude e che così una nuova struttura ecclesiale, totalmente estranea all’antica e che porta tutte le caratteristiche del feudalesimo, sostituisce totalmente il Papato ortodosso di Leone, di Gregorio e di Giovanni VIII.

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    L’incidente del 1054 a Costantinopoli che dà il suo nome allo “scisma”, non è dunque, come si è detto, che un permesso di inumazione. Si sa che il 15 Luglio 1054 durante la Liturgia celebrata alla presenza del patriarca Michele Cerulario, Umberto, legato del Papa Leone IX, fece irruzione in Santa Sofia e pose sull’altare un libello in cui rimproverava gli “orientali” di aver tolto il Filioque dal Credo. Accusava inoltre il Patriarca Michele di essere nemico dello Spirito e nemico di Dio. Il patriarca riunì un Concilio e anatematizzò “questo scritto empio e stupido”. Il Patriarca Pietro di Antiochia al quale il Cerulario scrisse, confermò la decisione della Chiesa di Costantinopoli e tutti gli altri Patriarchi Orientali fecero la stessa cosa seguendo in ciò quanto avevano deciso al momento del Concilio dell’879.

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    Gli avvenimenti ulteriori confermano che il termine usurpazione è il più adeguato per descrivere la politica ecclesiastica dei Franchi e dei Germani. Le crociate sono infatti in un modo ancora più chiaro dei tentativi di rimpiazzare i Vescovi Ortodossi delle sedi orientali con dei Vescovi “latini”, cioè Franchi. L’uniatismo fu ugualmente la continuazione con mezzi più o meno diretti della stessa politica e solo recentemente la conoscenza e lo studio dei testi hanno permesso un’interpretazione sfavorevole all’Occidente dello “scisma”. E’ questo ristabilimento dei fatti che l’Ecumenismo tenta di relativizzare, appoggiandosi sull’ostilità o sul disprezzo quasi ereditario nei confronti di tutto ciò che è “bizantino” o “greco”, ma esso, lasciando nell’oblio la resistenza dei suoi antenati romani ortodossi, non può giustificare codesta relativizzazione se non nascondendo dei fatti storici e disprezzando in maniera quasi totale la lotta politica e teologica dei Romani Orientali durante le Crociate e durante i secoli XIV e XV quando san Gregorio Palamas e San Marco d’Efeso si presentarono come i campioni della Tradizione Romano Ortodossa di fronte alla Teologia orgogliosa dei Franchi prodotto di elucubrazioni razionali e fantastiche.

    Ai nostri tempi in cui la civiltà sorta dal preteso “Rinascimento” è in molte parti contestata, l’ecumenismo viene considerato da molti ortodossi come un ultimo tentativo del Papato, isola feudale in mezzo al mondo moderno, di salvare “l’infallibilità” dell’uomo europeo ed impedire il ritorno dei “Romani d’Occidente” alla teologia tradizionalmente romana degli ortodossi e cioè alla teologia dei Tre Dottori.

    Versione italiana su La Pietra nn.3-4 1999

  8. #18
    Affus
    Ospite

    Predefinito i risultati dell'ecumenismo

    COMMISSIONE I
    AFFARI COSTITUZIONALI, DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO E INTERNI
    Resoconto stenografico
    INDAGINE CONOSCITIVA


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    Seduta di martedì 22 ottobre 2002

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    La seduta comincia alle 11,25.

    Sulla pubblicità dei lavori.



    PRESIDENTE. Avverto che, se non vi sono obiezioni, la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche attraverso impianti audiovisivi a circuito chiuso.
    (Così rimane stabilito).

    Audizione di Giorgio Villella, segretario dell'Unione degli atei e degli agnostici razionalisti.



    PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito indagine conoscitiva sulle problematiche inerenti la libertà religiosa, l'audizione del segretario dell'Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, Giorgio Villella.


    Ringrazio il segretario Giorgio Villella, accompagnato dal vicesegretario e responsabile degli affari europei Vera Pegna e dal responsabile della divisione giuridica Raffaele Carcano, per aver accolto il nostro invito e gli do subito la parola.

    GIORGIO VILLELLA, Segretario dell'Unione degli atei e degli agnostici razionalisti. La nostra associazione è l'unica esistente in Italia, è completamente indipendente da forze politiche o gruppi di pressione, si è costituita nel 1987, legalmente nel 1991, ed il suo motivo principale è che viviamo in un paese in cui gli atei e gli agnostici si sentono a disagio: le istituzioni, infatti, continuano ad agire come se ancora di fatto vi fosse la religione di Stato. Chi non è cattolico, bensì di altre religioni o di associazioni atee è trattato come un cittadino di serie B.


    Siamo un riferimento per tutti gli atei italiani; tra i nostri compiti non esiste quello di attaccare la Chiesa; non facciamo


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    proselitismo per convincere le persone ad abbandonare il cattolicesimo; c'è solo il desiderio di interloquire con le nostre istituzioni affinché diventino effettivamente laiche, come è scritto nella Costituzione, nei trattati internazionali ed europei, cosa che in pratica non avviene.
    La nostra associazione è federata con la Federazione umanista europea; nel nord Europa ci sono molte associazioni umaniste: è un termine che in Italia suona male, ma che significa porre l'uomo al centro della vita, escludendone le religioni e Dio.
    La federazione ha relazioni con le istituzioni dell'Unione europea da cui è regolarmente ascoltata. Esiste, poi, una commissione europea, chiamata «Un'anima per l'Europa», dove sono rappresentate tutte le religioni esistenti in Europa, ed in cui siamo presenti anche noi e gli umanisti, che ha il compito di discutere i problemi riguardanti le libertà religiose ed individuali.
    La vicesegretaria Pegna è stata cooptata nel consiglio direttivo della Federazione umanista europea e in tale veste va spesso a Bruxelles; tutto ciò in Italia non accade e la nostra associazione conta molto poco. Ad esempio, a Padova il vescovo visita le scuole senza chiederlo, avvisando soltanto che arriverà e senza che tale fatto sia discusso in consiglio di istituto. Se noi invece scrivessimo ad una scuola, chiedendo di fare una conferenza di pomeriggio, senza interrompere le lezioni, non ci risponderebbero neanche. C'è quindi una notevole differenza di trattamento da parte delle istituzioni pubbliche.
    È molto difficile stabilire quanti siano gli atei in Italia, perché ci sono molte persone che si dichiarano cattoliche senza credere nell'anima. Il fenomeno nuovo nel mondo occidentale non riguarda soggetti che da credenti diventano


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    non credenti, ma credenti che hanno perduto la fede e che non scelgono niente altro; il che permette di affermare che in Italia ed in Europa il senso religioso continua a diminuire presso la coscienza degli individui, ma non dice nulla sul numero degli atei o degli agnostici.
    Comunque, a parte tali limiti, le statistiche si compiono e, tra quelle pubblicate sei mesi fa, gli italiani senza religione risultavano pari a 9 milioni e mezzo, come risulta anche in altre pubblicazioni internazionali, per cui accettiamo che in Italia sia di tale entità il numero delle persone senza alcuna religione.


    Si tratta di un numero che aumenta ogni anno, visto che cresce il numero delle persone che si sposano in municipio o che preferiscono convivere invece di sposarsi; ogni anno diminuisce anche il numero delle persone che in occasione della presentazione della dichiarazione dei redditi indicano come destinatario dell'8 per mille la chiesa o che battezzano i propri bambini. Che la religione conti sempre di meno nella coscienza dell'individuo, è un fatto sicuro, sebbene non si sappia quantificare il fenomeno.
    La nostra associazione si fa portavoce dei 9 milioni e mezzo di persone che in Italia non sono mai presi in considerazione. Si pensa infatti che l'essere ateo sia una questione personale, e purtroppo, quando si discutono provvedimenti legislativi da avviare o concernenti ad esempio l'insegnamento dell'ora di religione, noi non veniamo interpellati.
    Nella scorsa legislatura il relatore, presentando il provvedimento di legge in tema di libertà religiosa, ha sostenuto che gli strumenti normativi attualmente esistenti nell'ordinamento risultano insufficienti per garantire la libertà spirituale dei non credenti. Tale è stata l'ammissione, con cui concordiamo, ma


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    di cui le istituzioni non si rendono conto, ritenendo l'ateismo una scelta individuale che come tale deve essere trattata.


    Noi siamo agnostici e atei razionalisti; il fatto di essere razionalisti significa che riteniamo che sulle convinzioni profonde, come la religione, è inutile accanirsi. Non è nostra intenzione far diminuire l'influenza privata della religione nella coscienza delle persone, per cui conveniamo sul fatto che una coppia cattolica deve avere la possibilità di educare i figli in modo coerente con le sue convinzioni. Questi genitori possono farlo prima di tutto in casa, poi mandandoli in parrocchia, poi nelle aule scolastiche, dove non incontrano alcuna difficoltà. Al contrario i 9 milioni di persone atee o agnostiche presenti in Italia si trovano di fronte ad un gravissimo problema di coscienza quando mandano i figli a scuola: devono scegliere tra due mali, e optano per quello che considerano il male minore. Avendo tre figli e avendo compiuto la stessa scelta, so a che cosa si va incontro se si decide di non far seguire ai propri figli l'ora di religione cattolica e per questo molti soci della nostra associazione hanno preferito far seguire ai loro figli l'ora di religione. Una nostra socia di Roma mi ha raccontato che la maestra di sua figlia le ha suggerito di farla riammettere all'ora di religione per evitare l'isolamento e la perdita di tempo nei corridoi della scuola. Dover fare una scelta del genere capita a tutte le famiglie senza religione, cosa intollerabile secondo la nostra opinione. Recentemente nel corso di un trasloco ho ritrovato i quaderni di scuola dei miei figli dove le tracce dei dettati si risolvevano nel riportare tutti i fenomeni naturali o sociali all'idea di Dio, o le poesie si trasformavano in una preghiera alla Madonna. Ora, come può un genitore accettare tranquillamente di sentirsi chiedere dal figlio, una volta ritornato a casa, perché non è stato battezzato visto che corre il rischio di andare


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    all'inferno? Quanta fatica deve poi fare un genitore per liberare suo figlio da questi stereotipi che entrano così facilmente nella mente di un bambino?
    Noi vorremmo che vi fosse l'ora di religione per tutte le religioni ed un ora di laicità per chi non professa alcuna fede, oppure che non vi fosse alcun insegnamento religioso obbligatoriamente previsto. Purtroppo non è in questa sede che si può modificare il Concordato e tutte le intese con le altre religioni, ma mi preme segnalare comunque il disagio degli atei in Italia. Nelle convenzioni internazionali sottoscritte anche dall'Italia ormai da qualche decennio si parla di libertà di religione e di coscienza, oppure libertà di religione o di non religione. L'espressione «libertà di religione» è una bellissima espressione coniata subito dopo le guerre di religione di diversi secoli fa durante le quali la gente si scannava per motivi religiosi (una volta se il sovrano cambiava religione doveva seguirlo tutta la popolazione). Parlare di libertà di religione è stato un progresso, ma al giorno d'oggi progredire significa smettere di esprimersi in questi termini e parlare invece di libertà di coscienza per tutti i cittadini, religiosi o non religiosi.
    Nelle convenzioni firmate dall'Italia questa dizione già esiste e noi vorremmo che fosse inserita nella proposta di legge che stiamo discutendo. Nell'articolo 2 del disegno di legge si affronta questo problema, in particolare si riconosce anche il diritto degli atei. Sono enunciati dei principi che ci trovano perfettamente d'accordo; ci deve essere pari libertà sia per chi segue una religione sia per chi non segue alcuna religione ma, aggiungiamo noi, vi devono essere anche pari diritti, perché è vero che in Italia nessuno viene imprigionato a causa del suo ateismo, ma gli atei non sono considerati uguali ai fedeli delle varie religioni. Noi pretendiamo di avere gli stessi loro diritti. Non si possono considerare i diritti dei cittadini atei ed


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    agnostici diversamente da quelli riconosciuti dalle intese ai credenti. Basti pensare, ad esempio, alla possibilità di tutelare la non discriminazione di un bambino che non si avvalga dell'insegnamento della religione cattolica, di salvaguardare il diritto al conforto umanistico al carcerato militante o al ricoverato ateo. Tra i nostri soci vi sono persone che, ciascuno per suo conto, fanno del volontariato nelle carceri; ci sono delle persone malate che, invece di un prete, vorrebbero avere uno psicologo, un amico, qualcuno che abbia la stessa loro concezione del mondo, e ciò non è dato. Quindi il cattolico magari ha il sacerdote nell'ospedale pagato dallo Stato che lo conforta, gli atei non hanno alcun servizio equivalente.


    Si dovrebbe consentire la celebrazione di un matrimonio civile all'interno di una struttura degna dell'evento. Certamente per i cattolici si tratta di un sacramento che si cerca di celebrare nella maniera più degna possibile, ma anche noi festeggiamo i compleanni con i bambini o celebriamo i matrimoni. Le cerimonie rappresentano un fatto sociale che riguarda tutti i cittadini, non solamente i fedeli di una religione; anche noi vorremmo poter celebrare i matrimoni con la debita considerazione; qualche città lo fa, altre città non lo fanno. Quarant'anni fa mi sono sposato in municipio a Padova ed è stata una scena veramente squallida: in un piccolo ufficio c'era un assessore monarchico-cattolico che non ci fatto gli auguri, non ha neanche fatto entrare i nostri parenti e amici, e ci ha subito congedato dopo la firma. Tutto ciò non è giusto, se lo Stato spende miliardi per le chiese, per i sacerdoti, perché i cattolici possano svolgere le loro cerimonie, o smette di spendere queste somme oppure riconosce anche a noi il diritto di avere delle cerimonie degne. Non bisogna poi dimenticare il funerale, dove la discriminazione è ancora peggiore.


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    Alcuni anni fa uno dei miei figli è morto in un incidente stradale ed il funerale si è svolto nel viale del cimitero, per fortuna non pioveva, dove si sono riunite duecento persone. In tutta Europa sono previste delle sale dove le varie religioni o chi è senza religione può fare la commemorazione del defunto, non si comprende perché in Italia ci debba essere solo la chiesa cattolica con le sue strutture e i suoi sacerdoti che possano fare cerimonie del genere. In molti comuni ci sono delle norme che stabiliscono che quando uno muore deve essere trasferito immediatamente dalla camera mortuaria o da casa al cimitero, a meno che non sia cattolico. Non si capisce allora perché i comuni non mettano a disposizione una sala dove chi non è cattolico possa usufruire di questo servizio. Bisogna assicurare la semplicità di esecuzione delle opzioni testamentarie a favore della cremazione. Quando uno muore può decidere di essere seppellito, di essere collocato in un loculo o decidere la cremazione. Di nuovo, la procedura della cremazione è più complicata e costosa, serve che la persona abbia espresso in vita il desiderio di essere cremato. Mi domando perché tutto questo, quando tra le tre opzioni la più conveniente per lo Stato la più conveniente è quella della cremazione che permette tra l'altro di rimediare alle carenze di posti e alla proliferazione della criminalità in questo campo, perché non favorire la cremazione o almeno collocarla su un piano di pari dignità con le altre opzioni?
    Se qualcuno vuole essere seppellito ed incontra delle difficoltà, devono essere le stesse di chi vuole essere cremato; non si capisce il motivo per cui la cremazione è molto più complicata e costosa, come se essere seppellito fosse normale e noi fossimo anormali e diversi.
    È necessario rendere deducibili le erogazioni liberali a favore delle associazioni: la chiesa riceve molte donazioni


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    perché molta gente muore lasciando ad essa i propri averi; durante la vita, inoltre, si possono elargire due milioni l'anno. I nostri soci che elargiscono del denaro all'associazione dovranno poi pagare le tasse: chiedo un eguale trattamento. Se la Costituzione prescrive l'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, i 9 milioni e mezzo di non credenti, che sono in numero 16 volte maggiore di tutte le religioni minoritarie presenti in Italia, hanno diritto ad essere trattati al pari degli altri.
    Nell'introduzione e nel secondo articolo del disegno di legge in oggetto si affermano i principi generali della libertà religiosa, con i quali concordiamo, ma che rimangono affermazioni di principio, perché nell'articolato si dimentica completamente l'esistenza degli atei. Anche la nostra Costituzione fa affermazioni di principio che, in pratica, non sono rispettate. Siamo soddisfatti per il fatto che questa legge sia stata proposta, ma vorremmo che non ci si fermasse ai principi generali e fosse ammessa parità di trattamento tra le religioni e le associazioni filosofiche non confessionali, in modo tale che le persone atee ed agnostiche abbiano gli stessi diritti e trattamenti dei credenti.
    Se lo Stato subordina alla sottoscrizione di un'intesa la possibilità di avvalersi di alcuni diritti attinenti alla sfera delle convinzioni personali e se è facoltà del Governo e del Parlamento stabilire le modalità tecnico-burocratiche con cui concretizzarle, una parte della popolazione, in particolare i cittadini senza religione, può venire discriminata. Il testo in oggetto deve assicurare un'intesa specifica anche a noi oppure deve prescrivere che gli atei devono essere trattati allo stesso modo in cui vengono trattati i fedeli. In caso contrario, ripeto, verremmo discriminati.


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    Nei trattati internazionali sottoscritti e recepiti dall'Italia si indicano spesso eguali diritti per i fedeli e le confessioni religiose. Ho letto la documentazione di 600 pagine che mi è stata spedita, dove sono riportati molti trattati. Ce ne sono alcuni che vorremmo fossero aggiunti agli atti che consegnerò alla Commissione.


    Il punto 11 del trattato di Amsterdam contiene l'affermazione relativa al fatto che l'Unione europea rispetta e non pregiudica lo status previsto nelle legislazioni nazionali per le chiese, le associazioni o comunità religiosa degli Stati membri; ciò significa che se uno Stato tratta meglio una religione delle altre, l'Europa non interviene. Tale punto di vista non poteva essere condiviso, così è stato precisato che l'Unione europea rispetta ugualmente lo status delle organizzazioni filosofiche e non confessionali. L'Italia, sottoscrivendo il trattato di Amsterdam, ha preso l'impegno di rispettare ugualmente lo status delle organizzazioni filosofiche e non confessionali: chiedo che nell'articolato della legge in oggetto vengano inseriti i punti che riguardano gli atei e che venga esplicitato che un'intesa è possibile anche con la nostra categoria. Così come lo Stato discute con piccole religioni che hanno 2000 fedeli, può discutere con un'associazione di atei e di agnostici - che sono 9,5 milioni - prevedendo la detassazione delle donazioni o una semplificazione della procedura per la cremazione: ripeto, vorremmo che quanto viene concesso alle religioni venisse concesso anche a noi attraverso l'intesa oppure inserendo questi punti esplicitamente nell'articolato del testo. L'affermazione di principio non ci basta.
    Vorrei leggere le convenzioni che l'Italia ha sottoscritto e che non sono riportate nella documentazione. La Convenzione europea dei diritti dell'uomo del 1950, all'articolo 9, recita: «Ogni persona ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza


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    e di religione». La libertà di religione è diversa da quella di pensiero e di coscienza. Tale diritto include la libertà di cambiare religione o credo, così come la libertà di manifestare la propria religione individualmente o collettivamente, in pubblico o in privato, o mediante l'insegnamento. Se i cattolici usufruiscono del diritto dell'ora di religione per i propri figli, ho il diritto, in base alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo, di ricevere un insegnamento coerente, in modo che mio figlio, confortato dal fatto di avere un'insegnante, non si trovi più emarginato e considerato come un corpo estraneo in una classe.
    Il documento conclusivo della riunione di Vienna dei rappresentanti degli Stati partecipanti alla conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa del 1986 -1989, all'articolo 16 recita: «Al fine di assicurare la libertà dell'individuo di professare e praticare una religione, oppure una convinzione, gli Stati partecipanti, tra l'altro, adotteranno misure efficaci per impedire o eliminare ogni discriminazione per motivi di religione o di convinzione». Nel progetto di legge in oggetto si deve esplicitamente dichiarare che si devono adottare misure efficaci per impedire ed eliminare ogni discriminazione per motivi di convinzione. Siamo discriminati e chiediamo che nel progetto di legge in discussione venga eliminata tale discriminazione.


    Inoltre, «gli Stati dovranno assicurare l'effettiva uguaglianza tra credenti e non credenti»; per ottenere tale risultato tutte le disposizioni che favoriscono le religioni debbono favorire anche gli atei, nella stessa maniera; o non si stipulano intese con nessuno oppure si stipulano anche con noi. Non chiediamo edifici di culto. I buddhisti, che seguono una religione molto particolare, hanno ugualmente stipulato l'intesa. Vogliamo essere ascoltati e convocati per spiegare nostre


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    ragioni, che devono essere prese in considerazione attraverso un'intesa, oppure recependole nell'articolato del testo, oppure con un patto. È necessario che quei patti che l'Italia sottoscrive quando si discute di principi astratti e generali vengano messi in pratica. Nella riunione conclusiva di Vienna si afferma l'effettiva uguaglianza tra credenti e non credenti: ciò significa che in tutti i campi, nei quali le religioni detengono un qualche vantaggio, esso deve essere concesso anche agli atei.
    L'articolo 10, comma 1, della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea del 2000 recita: «Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione. Tale diritto include la libertà di cambiare religione o credo, così come la libertà di manifestare la propria religione o il proprio credo, individualmente o collettivamente, in pubblico, in privato, anche mediante l'insegnamento».


    Il documento finale della Conferenza consultiva internazionale sull'educazione scolastica in relazione alla libertà di religione e credenza, tolleranza e non discriminazione, organizzato a Madrid dall'ONU nel 2001, precisa che il documento è stato redatto con l'intesa che la libertà di religione o credenza include convinzioni teiste, non teiste ed atee, così come il diritto di non professare alcun credo o religione. Nel 2001 l'Italia ha partecipato a questa convenzione, ratificandone le conclusioni; come è stato fatto in tale documento, si può parlare di libertà di religione, aggiungendo che dove è indicata la libertà di religione si deve intendere anche la libertà di convinzioni teiste, non teiste ed altro.
    In molte Costituzioni europee vengono ribaditi i principi che ho esposto. Nella Costituzione tedesca (concetti simili sono espressi anche in quella belga), sono equiparate alle associazioni


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    religiose quelle associazioni che perseguono il fine di coltivare una comune concezione del mondo. Se nel progetto di legge fosse previsto ciò, saremmo soddisfatti.

    PRESIDENTE. Passiamo alle domande dei colleghi.

    CARLO LEONI. Vorrei innanzitutto esprimere un apprezzamento per l'esposizione del dottor Villella, per il suo carattere logico e di buonsenso. Per quanto riguarda il gruppo dei Democratici di sinistra cercheremo di raccogliere le sollecitazioni emerse, anche quando affronteremo l'esame della proposta di legge nel merito degli articoli e delle proposte emendative ad essi riferite.


    Nella sua premessa, citando episodi di vita quotidiana, come l'aumento dei matrimoni civili ed altro, lei ha sintetizzato il dato attuale con un'espressione molto impegnativa, affermando che la religione conta sempre meno nella coscienza degli individui, in particolare in Italia. Nel suo intervento ha ricordato le guerre avvenute nel passato; ci troviamo, però, in un momento storico in cui in nome della religione, o - più precisamente - usando la religione, si conducono guerre e si innescano conflitti. Anche nel nostro paese si assiste ad un fenomeno nuovo rispetto al passato, per il quale cittadini italiani - non stranieri che acquisiscono la cittadinanza italiana - si convertono abbracciando religioni diverse da quella cattolica.


    Nella sua esposizione la conclusione sembrava estremamente chiara, ma la situazione è più complessa; assistiamo su scala mondiale ad un rinnovato richiamo alla religione, anche da parte di religioni diverse da quella cattolica. Ciò mi spinge ad affermare la necessità di lavorare con la «stella polare» del principio di uguaglianza, come ha affermato lei.


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    GIORGIO VILLELLA, Segretario dell'Unione degli atei e degli agnostici razionalisti. La vicesegretaria dell'associazione fa parte di una federazione umanista europea. Recentemente si è recata a Bruxelles, dove è stato esposto ai commissari ed ai funzionari dell'Unione europea il punto di vista delle religioni su alcune questioni. Naturalmente, erano presenti anche gli umanisti e la nostra associazione. Un rappresentante dei cattolici austriaci, forse un vescovo, ha fatto un intervento lamentandosi che nella pubblicità fossero usati simboli cattolici in maniera impropria e richiedeva che l'Europa proteggesse la sacralità di tali simboli. Immediatamente dopo è intervenuta la vicesegretaria dell'associazione, Vera Pegna, affermando l'impossibilità di introdurre in Europa la censura; la religione deve meritare il rispetto ed il modo principale per essere rispettati è non avere potere né privilegi. È stato un intervento che rispecchia bene la nostra posizione ed ho inteso citare questo episodio per spiegare quanto la nostra associazione sia considerata in Europa, mentre nel nostro paese siamo ignorati.
    Circa il risveglio della religiosità, il cardinale Martini, cinque o sei anni fa, affermò che i cattolici veri nel nostro paese (persone che sanno realmente cosa sia la religione e cercano nella propria vita di adeguarsi ai principi seguiti, partecipando anche alla vita delle parrocchie) sono l'8 per cento della popolazione; le altre persone sono cattoliche per abitudine, superstizione, consuetudine e mancanza di interessi. Il risveglio, di cui ha parlato lei, onorevole Leoni, riguarda quell'8 per cento che il cardinale Martini considerava veri cattolici. Per quanto riguarda le altre religioni, inoltre, tutte quante sommate non hanno un seguito superiore all'1 per cento nel nostro paese.


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    Ad Udine l'80 per cento dei matrimoni si svolge in municipio (venti anni fa un dato simile sarebbe stato inconcepibile) ed a Trento la percentuale scende al 57. Sono dati comuni a tutte le città del nord dove, inoltre, il 25 per cento dei genitori non battezza i propri figli. La situazione è diversa per quanto riguarda le campagne.


    Per questo ho affermato che la società nel suo complesso sta attraversando un processo di minore partecipazione religiosa; chiunque di noi abbia figli o nipoti può constatarlo. Personalmente, ho tre figli; quando dieci anni fa (i miei figli erano ancora studenti universitari) rivolgevo domande ai loro amici venuti a casa, emergeva che nessuno di loro si interessava più di religione o andava a messa. Rispetto ai tempi in cui ero ragazzo, la religione non ha più la stessa diffusione ed importanza.

    MARCO BOATO. Presidente, chiedo se sia possibile allegare al resoconto stenografico la documentazione consegnata dal dottor Villella.

    PRESIDENTE. Sta bene, onorevole Boato, ne autorizzo la pubblicazione in allegato.
    Ringrazio il dottor Villella per la sua partecipazione e dichiaro conclusa l'audizione.

    La seduta, sospesa alle 12,05, è ripresa alle 12,10.

    Audizione di Carlo Cardia, componente della Commissione consultiva per la libertà religiosa della Presidenza del Consiglio.



    PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito indagine conoscitiva sulle problematiche inerenti la libertà religiosa,


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    l'audizione del professore Carlo Cardia, componente della Commissione consultiva per la libertà religiosa della Presidenza del Consiglio.


    Do la parola al professor Cardia.

    CARLO CARDIA, Componente della commissione consultiva per la libertà religiosa della Presidenza del Consiglio. Comincerei parlando di alcuni punti essenziali, all'origine delle scelte tecniche compiute dalla Commissione e, poi, avvalorate dall'iter parlamentare della scorsa legislatura, relativamente al provvedimento di legge in esame, tralasciando gli aspetti minori, che saranno discussi successivamente.


    La prima questione, di cui si è anche parlato sui giornali e che comunque riemerge, è che il progetto di legge in esame è stato concepito come una forma di adeguamento tardivo del nostro ordinamento ai principi costituzionali e del diritto internazionale in materia di diritti di libertà.


    Si tratta di un adeguamento tardivo perché in altri paesi, che ad esempio hanno concluso la loro esperienza totalitaria da poco, tuttavia già sono presenti le leggi fondamentali sulla libertà religiosa, (i russi hanno varato due leggi, una più liberale e l'altra più restrittiva, la Spagna ha una legge organica sulla libertà religiosa da oltre due decenni, e cosi via). È pertanto necessario determinare anche un nostro momento di coerenza ordinamentale, atteso oramai da tempo.


    Spesso ho letto, anche discutendone all'università in un recente dibattito, che il progetto di legge in esame sarebbe fortemente innovativo, concedendo diritti e prerogative a confessioni religiose particolari; tuttavia, sostengo che ciò non è vero, in quanto, anche se è mancata la riforma della legge del 1929, abbiamo avuto un lungo cammino di attuazione costituzionale nelle norme qui riportate attraverso un'evoluzione, che devo dire eccezionale e molto prossima a quella


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    americana, della giurisprudenza costituzionale, per cui la libertà religiosa si è concretizzata in Italia nelle sentenze della Corte e, successivamente, in alcune leggi.
    Nel progetto di legge in esame troviamo gli elementi fondamentali già maturati nell'ordinamento italiano; non c'è, infatti, nessun diritto suppletivo e prerogativa aggiuntiva rispetto alle confessioni religiose, che non avessero già con la legge del 1929: e ciò è un dato tecnico indiscutibile.


    Nelle tre grandi ripartizioni normative presenti abbiamo la ricezione dei principi sulla libertà religiosa, rapportata alla libertà di coscienza e quindi comprensiva della libertà dell'ateismo e dell'agnosticismo, che però già dagli anni cinquanta l'ordinamento italiano aveva cominciato a maturare; il diritto dei genitori ad educare i figli nel rispetto della loro personalità e, comunque, senza nuocere alla salute, che è principio già affermato nella nostra giurisprudenza e contenuto anche nelle convenzioni di diritto internazionale; infine, il diritto dei minori alle scelte religiose, che in tale caso appare un elemento in più, in quanto la norma diventa generale ed innovativa, per cui i 14 anni sono il momento di maturazione del diritto alle scelte religiose, non più soltanto per poter scegliere l'insegnamento religioso nella scuola, ma anche relativamente a quelle scelte religiose che possono avere una diversa incidenza; si tratta di una questione innovativa che però completa la maturazione dell'ordinamento, che già aveva concesso al minore la possibilità di scegliere in materia religiosa.


    Ho accennato alla parità tra ateismo e religione, che è il conseguimento di un diritto maturato negli ordinamenti occidentali nella seconda metà del novecento; il diritto di libertà e di coscienza data dalla Rivoluzione francese, ma poi, salvo la Francia, negli ordinamenti occidentali, compreso quello degli Stati Uniti, l'ateismo ha trovato una serie di ostacoli


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    diretti ed indiretti, che ne limitavano l'operatività. Noi parliamo di parificazione tra ateismo e religione per quanto riguarda la libertà religiosa individuale, nell'ambito cioè della dialettica esistente tra ateismo e religione, e quindi, relativamente all'insegnamento religioso nelle scuole, alla libertà del singolo, a quella dei genitori e dei figli. Tuttavia, oggi tale tendenza non trova accoglienza nel progetto di legge che riguarda la parificazione delle organizzazioni ateistiche alle confessioni religiose.


    In Belgio tale parificazione ad alcuni effetti esiste, non perché le organizzazione ateistiche siano parificate semplicemente alle confessioni religiose, ma in quanto c'è una tradizione scolastica che permette un insegnamento religioso ed uno di morale laica, impartito effettivamente da persone presentate da organizzazioni filosofiche.
    In nessun altro paese esiste la parificazione tra le organizzazioni ateistiche e le confessioni religiose: ed il motivo è giuridico e costituzionale. Ad esempio, nella nostra Costituzione nell'articolo 8, si parla di confessioni religiose, e con tutta la buona volontà credo che il concetto di confessione religiosa implichi non solo la religiosità, ma anche la professione di fede, e la struttura connessa.


    Tale appare essere, quindi, il primo ostacolo rilevante; ma bisogna prestare attenzione ad un altro impedimento. In Italia, è stata presentata da una organizzazione ateistica, sul presupposto della quasi totale analogia fra le confessioni religiose e le organizzazione ateistiche, una bozza di proposta di intesa, dove era contenuta una quasi pedissequa copiatura dei contenuti dell'intesa. Farò alcuni esempi al riguardo: si chiedeva di parificare le sedi delle organizzazioni ateistiche-filosofiche agli edifici di culto. Ora, anche in questa legge è previsto che gli edifici di culto abbiano delle guarentigie; in questa ipotesi


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    si prevedeva di consentire anche ai rappresentanti delle organizzazioni ateistiche di avere uno status vicino a quello dei ministri di culto, comprendente tra l'altro il diritto di prestare l'assistenza morale e religiosa ai detenuti, ai militari e ai malati terminali in punto di morte negli ospedali. Ricordo tutto ciò perché la scelta fu contraria a questa parificazione, ma anche perché si può arrivare a forme francamente abnormi, perché in questo caso non si tratta più di ateismo e religione, quanto piuttosto delle singole organizzazioni filosofiche che vengono confuse e rese analoghe alle confessioni religiose. In questa legge troviamo pertanto la parificazione dell'ateismo per la libertà religiosa ed individuale, la non parificazione, nella seconda e terza parte della proposta, per quanto riguarda le confessioni religiose e le intese.


    Questa legge è stata scritta con un criterio di parsimonia linguistica; ciò significa che su alcuni punti è stata data una disciplina «apicale», usando le parole con attenzione. Bisogna tenere presente che in altri paesi vi è stata una tendenza opposta: si sono emanate leggi sulla libertà religiosa molto dettagliate, in cui si è cercato di prevedere tutto. Questi paesi, tutti provenienti da regimi totalitari, sia di destra che di sinistra, hanno prodotto all'improvviso una normazione a tutela della libertà religiosa in una situazione apparsa a loro totalmente diversa rispetto al loro immediato passato di coercizione, chiusura e, in qualche caso anche di persecuzione. Si sono trovati di fronte non soltanto le loro tradizionali confessioni religiose (ortodossa nelle ex Repubbliche dell'est; cattolica in Polonia ed in Spagna), ma anche ai nuovi movimenti religiosi che già agivano e che, nello spazio di pochi anni, si sono organizzati riuscendo a penetrare abbastanza in profondità nel tessuto sociale. La reazione di questi ordinamenti ha prodotto norme specifiche per ricondurre il concetto


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    di religione e di confessione religiosa alla tradizione giudaico-cristiana e in Russia anche a quella islamica, mentre si è manifestata un'ostilità molto forte nei confronti dei nuovi movimenti religiosi.


    Si possono pertanto trovare norme sui limiti della libertà religiosa: sono vietate, ad esempio, le organizzazioni che fanno ricorso all'ipnosi o alla soggezione psicologica. Addirittura, in Francia è stata emanata una legge specifica sulla soggezione psicologica. Sono vietate attività tendenti ad espropriare i fedeli dei propri beni patrimoniali, perché da sempre esiste gente che regala gran parte o tutto il proprio patrimonio alla confessione o al gruppo di appartenenza. In sostanza, si sono posti una serie di limiti dettati dall'immediato e dal modus operandi di questi nuovi movimenti religiosi. Ad esempio, in Russia vi è una norma contro l'istigazione al suicidio per motivi religiosi, comportamento tipico di queste sette estreme.


    In questa legge non vi è una scelta del genere, perché essa rimane coerente con un'opzione più profonda che l'ordinamento italiano ha fatto nel corso di cinquant'anni. Nel corso del periodo costituzionale l'ordinamento italiano non ha mai adottato una legislazione speciale sui culti, neanche per reprimere questi possibili aspetti negativi, perché si è ritenuto sufficiente il diritto penale o il diritto comune per bloccare attività negative, dal punto di vista patrimoniale, da quello della soggezione psicologica, eccetera. Una legislazione speciale è stata emanata, fra grandi contrasti, in alcuni paesi, perché essa comporta una ideologia di quel reato e di quella legislazione. Pensate che in Francia, la Chiesa cattolica, dopo l'emanazione della legislazione speciale di cui ho parlato prima, si è ribellata e ha protestato perché si era accorta che con quelle norme si vietavano condizionamenti psicologici che limitassero la volontà e l'attività dei singoli. Il cardinale di


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    Parigi e l'episcopato hanno pensato che un giorno qualche magistrato si sarebbe potuto recare in un convento di clausura, dove si entra volontariamente ma in cui comunque è presente un elemento oggettivo di coercizione molto forte, sia pure originariamente accettata, e la soggezione psicologica fra un membro di un istituto di clausura e un padre spirituale è pesante, non comparabile con quella che può avere un normale credente con il proprio confessore, perché nei conventi quelle persone vivono in simbiosi. La legislazione speciale si presta a rischi del genere.


    Certamente non ignoriamo i rischi che comportano questi nuovi gruppi religiosi; per tale motivo abbiamo posto dei filtri, che confermano alcuni elementi delle scelte operate nel 1929. Una scelta di fondo di questa legge prevede, ad esempio, che una confessione religiosa, per essere riconosciuta, deve passare il filtro di un'indagine; contemporaneamente, si è posto l'obbligo della richiesta di parere al Consiglio di Stato. Tutto ciò è tendenzialmente contrario alla direzione intrapresa dai decreti Bassanini, che in particolare hanno abolito l'obbligatorietà del parere del Consiglio di Stato; tuttavia in questo caso il parere ha una doppia valenza - di garanzia per l'ordinamento e per la confessione religiosa - perché il Consiglio di Stato è in grado di valutare meglio la natura reale di una confessione per stabilire se esistano i rischi cui accennavo prima. Faccio una parentesi: è chiaro che una confessione non scriverà mai nel proprio statuto delle norme chiaramente violatrici dei diritti umani o in cui si annunciano vessazioni nei confronti di chicchessia, però l'indagine intorno ad una confessione religiosa può essere anche de facto; ad esempio, una confessione che, come è accaduto, ha subìto una serie di procedimenti giudiziari o è stata protagonista di eventi negativi può essere meglio conosciuta dall'amministrazione.


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    Abbiamo ritenuto che il parere del Consiglio di Stato costituisse un filtro necessario proprio per questo motivo, escludendo la legislazione speciale, ma facendo in modo che l'ordinamento potesse garantirsi nei confronti delle eventualità patologiche. Il Consiglio di Stato svolge un'opera positiva anche per le confessioni, poichè ha sempre dato prova di grande esemplarità, attraverso una giurisprudenza continua, costante e coerente: i principi che stabilisce possono essere modificati nel tempo di fronte a fatti reali, mentre se si lasciasse solo all'amministrazione la discrezionalità di riconoscere o meno una confessione si correrebbe il rischio che essa agisca secondo la convenienza o l'orientamento che in quel momento può assumere il Governo. Dobbiamo dirlo, perché in tutti gli ordinamenti ci si pone il problema dell'imparzialità. Il Consiglio di Stato garantisce contro eventuali patologie, ma garantisce anche le confessioni religiose sul fatto che il giudizio positivo o negativo su di loro sarà formulato sulla base di criteri omogenei, cioè leali, di trasparenza ordinamentale. Questo è un elemento fondante del progetto di legge, che pone un filtro senza dettare una legislazione speciale nei confronti di nuovi movimenti religiosi.
    Vorrei accennare anche ad altri aspetti: è sancito il diritto di libertà di accesso e di recesso dalla confessione religiosa in quanto diritto civile che può essere rivendicato di fronte allo Stato. Per le confessioni religiose, si valuta la loro conformità confessionale, ma anche il rispetto dei diritti inviolabili dell'uomo, al loro interno. Ho citato le conformità confessionali perché pavento il giorno in cui un culto satanico chiederà il riconoscimento come confessione religiosa; se si è nel patologico, come lo è ciò che si legge sui giornali, il problema non si pone, ma teniamo presente che la Costituzione italiana non


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    prescrive che si debba credere in Dio. Il filtro del Consiglio di Stato serve per rispondere ad eventuali iniziative singolari.


    Sottolineo un altro aspetto, sempre relativo a tale problema: anche nelle intese è stato posto un filtro. Infatti, non si può dire che le confessioni religiose abbiano tutte diritto ad una intesa, ma neppure il contrario. Non si può dire che lo Stato è arbitro e può, discrezionalmente, stipulare un'intesa con una confessione religiosa e non con un'altra, perché dalla formulazione costituzionale sembrerebbe emergere che tutte le confessioni abbiano questo diritto: in realtà, gioca un fatto storico. Quando fu elaborata la Costituzione le confessioni religiose erano quelle che si collocavano nell'orizzonte giudaico-cristiano (alcune protestanti) e non si immaginava minimamente che avremmo potuto avere questo florilegio di nuovi movimenti religiosi; non ne conosco il numero esatto, ma credo che ormai siano diverse decine, forse più di cento, escludendo quelli puramente inventati. È difficile pensare che si possa affermare il diritto all'intesa di tutte le religioni; altrettanto difficile è dire che lo Stato detenga una possibilità arbitraria di valutazione. Il Consiglio di Stato svolge un ruolo di filtro, qualora la confessione non abbia il riconoscimento, ma è anche necessario un filtro politico-parlamentare, che sembra la valutazione più opportuna. Le valutazioni riguardo l'intesa non sono, infatti, solo di tipo tecnico-giuridico, ma riguardano elementi di carattere politico e culturale, religioso, di tradizione e di comportamento; in quel caso, vi è un duplice riferimento alla Presidenza del Consiglio, come organo operativo protagonista dell'intesa, ma anche al Consiglio dei ministri ed alle Commissioni parlamentari, prima di avviare il vero processo di approvazione di un'intesa. Anche questo


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    aspetto, che potrebbe sembrare apparentemente minore, in realtà ha l'obiettivo di governare una nuova realtà fenomenologica religiosa.


    Sia per quanto riguarda le intese, sia per quanto riguarda il riconoscimento delle confessioni religiose non ci si distanzia molto da quanto fatto in precedenza, depurato da ciò che la Corte costituzionale aveva espunto dalla legge n. 1159 del 1929: si è mantenuto il criterio del riconoscimento delle confessioni religiose senza quei caratteri un po' vessatori che esistevano nella legge del 1929.


    Ho voluto, nella trattazione della mia relazione, seguire un filo conduttore che lega al passato ciò che è innovativo. Il progetto di legge in oggetto diventerà la legge fondamentale sulla libertà religiosa e da ciò deriva anche la scelta di usare parsimonia nel linguaggio, soppesando le parole a livello giurisprudenziale. Introduciamo una norma di chiusura del sistema perché, in seguito all'approvazione del testo, si attuerà nella sua complessità il sistema dettato dagli articoli 7, 8 e 19 della Costituzione.
    Potranno emanarsi altre norme su argomenti particolari, ma la legislazione sui rapporti con le chiese sarebbe così rinnovata completamente. Curiosamente, tale legislazione è arrivata più tardi, mentre si potrebbe pensare, giustamente, che una legge sulla libertà religiosa debba essere approvata per prima: ci potrebbe essere un vantaggio in tale profilo negativo, consistente nella maturazione dell'ordinamento cui ho fatto riferimento più volte. Forse, tale legge potrà essere considerata più matura che non se fosse stata varata vent'anni fa.

    PRESIDENTE. Ringrazio il professor Cardia e do la parola ai colleghi che volessero intervenire per porre domande e formulare osservazioni.


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    FEDERICO BRICOLO. L'articolo 18 del progetto di legge indica i requisiti che devono avere gli statuti delle religioni che chiedono il riconoscimento e l'approvazione da parte del Consiglio di Stato. Nel testo non si approfondisce tale questione, a differenza di altre legislazioni, per presentare un profilo più flessibile.


    Dopo l'11 settembre, la confessione islamica, portando avanti le proprie teorie, è diventata pericolosa per la nostra società e la nostra civiltà. Quando le confessioni islamiche presenteranno gli statuti al Consiglio di Stato gli stessi non potranno essere veritieri, poiché quelle confessioni portano avanti iniziative che contrastano chiaramente con i diritti inviolabili dell'uomo; non potranno presentare uno statuto in cui si prevede che è possibile sposare più di una donna (mentre loro invece lo fanno), in cui si discrimina chi non crede nell'Islam, e tanti altri aspetti che il Corano prevede, ma che contrastano con il nostro ordinamento. Se vogliono l'approvazione dello statuto, ne dovranno presentare uno che non confligge con il nostro ordinamento: nel momento in cui presenteranno lo statuto, il Consiglio di Stato non potrà allora che avvalorarlo. Il professor Cardia diceva che con la normativa in oggetto non si conferiscono diritti preesistenti: noi invece assicuriamo una serie di diritti che, evidentemente, non esistevano.


    Nel momento in cui si riconosce una religione, le si fornisce la possibilità di nominare propri ministri di culto e di emanare sentenze religiose. Riconoscere l'Islam come religione significa concedere ad esso la possibilità di emettere fatwa (che sono sentenze religiose).
    Non è stato previsto, inoltre, un problema molto grave: non è stato preso in considerazione il fatto che credenze come quelle relative a sette sataniche con questo progetto di legge


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    possono presentare statuti conformi all'ordinamento, ma allo stesso tempo portare avanti al proprio interno iniziative diverse.


    Un'altra domanda che vorrei porre riguarda lo spirito che ha determinato l'omissione della lettura, da parte del ministro di culto durante la celebrazione del matrimonio, degli articoli 143, 144 e 147 del codice civile riguardanti i diritti ed i doveri dei coniugi. Sono convinto che ciò sia avvenuto per permettere agli islamici di sposarsi, visto che si tratta di articoli che prevedono la gestione congiunta dei figli da parte dei coniugi e la parità tra uomo e donna nella gestione della famiglia, concetti assolutamente non previsti dalla religione islamica.
    Vorrei sapere infine per quale motivo non sono stati previsti con tale proposta di legge tutti gli aspetti negativi e le problematiche che possono emergere quando si riconoscono sette sataniche, credenze e religioni come quella islamica, che hanno dimostrato di essere estremamente pericolose nella loro interpretazione fondamentalistica.

    MARCELLO PACINI. Mi scuso con il professor Cardia per essere arrivato in ritardo; purtroppo correrò il rischio di porre una domanda cui lei potrebbe già aver fornito una risposta nel suo intervento.


    Vorrei chiedere, con riferimento agli articoli 10 ed 11 del progetto di legge, cosa accadrebbe nel caso in cui una religione storica - non una setta - non avesse ministri di culto.

    MARCO BOATO. Ringrazio anch'io il professor Cardia per la sua relazione. Vorrei fare una precisazione in merito ad un'osservazione svolta poco fa dal collega Bricolo.
    Ognuno ha libertà di culto, di pensiero e di opinione - tanto più in Parlamento -, ma la connessione presentata tra l'attentato dell'11 settembre e le confessioni islamiche non può


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    non essere oggetto di rilievo. Accettare questa connessione sarebbe come parlare della religione ebraica citando l'assassinio di Rabin, compiuto da un fondamentalista ebreo, oppure discutere della fede cattolica - che tra l'altro è la mia - ricordando gli atti di terrorismo che avvengono in Irlanda, sistematicamente, da decenni, da parte di cattolici e protestanti. Non credo sia possibile introdurre surrettiziamente, durante un'audizione, un «corto circuito» di tale tipo, che ritengo pericoloso e nefasto dal punto di vista istituzionale, ancor prima che politico e culturale.


    Sul piano culturale e politico possiamo avere le idee più diverse, ma quando instauriamo una relazione di questo tipo affrontando l'esame di una proposta di legge di attuazione di norme riguardanti la libertà religiosa bisogna stare attenti. Si tratta di norme che attendono da decenni la loro realizzazione, attesa che ha consentito - come ha affermato il professor Cardia con una buona dose di ottimismo - un processo di maturazione; non vorrei che questa lunga attesa conducesse a processi di degenerazione.
    Detto ciò, reputo necessario che lei, professore, prospetti alla Commissione eventuali problematiche, su cui sarebbe utile effettuare altre audizioni, che dovessero sorgere non tanto in relazione alle intese già stipulate (qualora, però, anche in questo campo emergessero problemi che sarebbe opportuno il Parlamento conosca, le chiedo di presentarli alla nostra attenzione), quanto rispetto alla fenomenologia di confessioni che non erano presenti nel nostro paese nel periodo della Costituente, ma che ne fanno parte oggi.

    CARLO LEONI. Premetto di essere pienamente concorde con la prima parte dell'intervento dell'onorevole Boato; vorrei sapere se il professor Cardia possa ricordarci con quali principali confessioni religiose lo Stato italiano abbia già


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    realizzato un'intesa, con quali ciò non sia avvenuto e quali ne siano le ragioni.

    LUCIANO DUSSIN. Come sempre, quando si discute di argomenti così delicati ed importanti, i livelli sono più d'uno. Un livello consiste nel tentativo di affermare i diritti, giungendo al migliore dei mondi possibili e concedendo tutte le prerogative di democraticità indipendentemente dalla proposta, mentre l'altro livello deve individuare quali siano le ricadute pratiche sulla società. Quando queste due esigenze non coincidono, sono i cittadini a subirne le conseguenze.


    Quando l'onorevole Bricolo ha sollevato il problema relativo all'Islam, siamo arrivati al nocciolo della questione. Ho condiviso molte affermazioni del professor Cardia, ma ho un dubbio sulla valutazione relativa alle ricadute riguardanti il secondo livello. Poiché l'Islam è una confessione di Stato più che una confessione religiosa, secondo cui la sovranità non sta nella democrazia, ma in Allah, alla luce dei fenomeni dell'integralismo islamico, che hanno come missione lo scopo di sconfiggere l'Occidente (onorevole Boato, non si tratta di una singola persona, ma di una religione intera contro l'Occidente), e poiché tali forme di integralismo islamico hanno ormai la netta supremazia nella gestione dei rapporti interni, le chiedo se lei non abbia dubbi a concedere prerogative gestionali che «bypassino» le intese nei confronti dell'Islam.

    PRESIDENTE. Vorrei ricordare al professor Cardia che abbiamo problemi di tempo e chiedergli se preferisca rispondere ora, approfittando del poco tempo a disposizione, oppure inviare le risposte per iscritto.

    MARCO BOATO. Potrebbero essere realizzate entrambe le ipotesi.


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    CARLO CARDIA, Componente della Commissione consultiva per la libertà religiosa della Presidenza del Consiglio. Darò brevemente alcune risposte ora, per poi inviare una risposta scritta più compiuta.


    In riferimento all'omissione della lettura degli articoli del codice civile da parte del ministro di culto durante la celebrazione del matrimonio (osservazione svolta dall'onorevole Bricolo), ciò non è avvenuto in relazione agli islamici, trattandosi di un'esigenza presentata sin dalle prime intese da alcuni culti protestanti. Prevedendo una separazione tra il momento religioso e quello civile, già durante l'intesa con gli avventisti (cito questa, ma si tratta di una situazione presente a quasi tutte le altre intese, tranne quella con la religione ebraica) si è stabilito che la lettura degli articoli del codice civile sia effettuata dall'ufficiale di stato civile nel momento in cui è presentata la domanda.
    Abbiamo quattro intese che già prevedono tale norma. A ciò, comunque, sono stato sempre contrario perché, se lo si accetta, il separatismo deve riguardare qualsiasi aspetto; non si possono accettare solo gli effetti civili delle intese, e considerare altri aspetti come frutti negativi di tale modello separatista. Certamente, però, la questione islamica non ha influito minimamente, in quanto tali norme già esistono nelle intese.
    Quanto alla domanda dell'onorevole Pacini, ho cercato di ricordare qualche confessione classica che non avesse ministri di culto, ma non ho trovato alcunché; l'unica confessione che può essere richiamata è quella buddista, dove le figure variano molto ed alcune sono difficili da inquadrare come ministri di culto.


    Tali figure di culto devono essere intese come esponenziali delle confessioni e come soggetti che svolgono certe attività; il


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    ministro di culto cattolico, ad esempio, pratica moltissime funzioni, ma quello del culto buddista presiede solo alla meditazione e all'assistenza spirituale delle persone, non avendo altri incarichi; il che significa che lo stesso fruirà delle norme dell'ordinamento civile adatte alla sua funzione.


    Per quanto riguarda l'Islam, il muezzin ha degli oneri di carattere liturgico che lo avvicinano pro parte al ministro di culto, e l'Imam ha una funzione educativa che pro parte è simile a quella del ministro di culto. Spetterà agli islamici giudicare le nostre norme adattabili e toccherà allo Stato decidere se sarà possibile farlo.


    Non bisogna concepire la figura del ministro di culto come identica a quella del nostro prete cattolico; la questione è, invece, che esistono confessioni religiose che, più o meno surrettiziamente, hanno troppi ministri di culto: nell'intesa con i testimoni di Geova, ad esempio, è nato un problema perché si è di fronte ad un numero spropositato di tali ministri, pari a circa il 30 per cento dei fedeli, per cui è necessario che scelgano coloro che hanno le cariche esponenziali più alte.


    Negli Stati Uniti è accaduto un fatto clamoroso: tutti gli abitanti di un paese si sono convertiti ad una certa confessione religiosa; dopo la conversione, gli abitanti stessi si sono proclamati tutti ministri di culto, per avere le agevolazioni fiscali previste dalla legge americana; tale avvenimento è giunto fino alla Corte suprema che, dopo anni, ha definitivamente bocciato la loro istanza.


    Il rischio risiede quindi nell'utilizzazione strumentale di tali norme, che sono effettivamente più favorevoli, per ragioni che hanno poco a che vedere con la religione.
    Il criterio scelto per il riconoscimento è stato quello di accogliere le richieste pervenute a favore delle intese, che quasi


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    tutte sono state evase dallo Stato, a parte qualcuna che palesemente era stata presentata da persone giuridicamente equivoche.

    CARLO LEONI. Vuol dire che la confessione islamica non figura nell'elenco, perché nessuno ha fatto la richiesta?

    CARLO CARDIA, Componente della Commissione consultiva per la libertà religiosa della Presidenza del Consiglio. Le richieste compiute da confessioni religiose non riconosciute sono considerate come inesistenti. Di ciò, comunque, non sono propriamente a conoscenza, in quanto non faccio parte della commissione per le intese; tuttavia, posso dire che non sono da prendersi in considerazione senza il riconoscimento: le domande delle confessioni religiose che hanno i prescritti requisiti sono state tutte vagliate.
    Il riconoscimento di una confessione religiosa può essere fatta anche oggi con la legge del 1929, e lo Stato può, in sede di Consiglio dei ministri, non compiere tale riconoscimento; la proposta di legge in esame non concede perciò alcuna prerogativa aggiuntiva. Comunque, gli islamici potrebbero presentare domanda per un loro Imam, con giurisdizione su una porzione di fedeli, per la celebrazione dei loro matrimoni.
    Non ha molta importanza che la confessione originariamente riconosca la poligamia, se tale norma non è compresa nel nostro ordinamento; il che rappresenta un principio di ordine pubblico valido per tutti i paesi europei, per cui, naturalmente, nessuno inserirà nell'intesa tale riconoscimento.


    Le confessioni religiose hanno, originariamente, una serie di convinzioni che contrastano con l'attuale maturazione civile; ad esempio, alcune chiese olandesi sono state apertamente favorevoli alla legittimazione del razzismo del Sudafrica. Si tratta di questioni che, comunque, si combattono sul piano


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    culturale e politico; tuttavia, se si osservano i principi contenuti nei testi sacri, ho l'impressione che né il Corano né i Veda si possano «salvare» dalle nostre concezioni giudaico - cristiane.


    La proposta di legge prescinde dai principi religiosi più intimi, altrimenti lo Stato sarebbe controllore del modo di essere della confessione religiosa; ciò dovrebbe essere fatto per tutti, per cui si ritornerebbe ad uno Stato teologico. La preoccupazione opportuna, invece, è osservare se nell'attività concreta della confessione religiosa ci sia qualcosa di illecito. Non c'è, quindi, una scelta di legislazione speciale, sebbene in Italia siano stati molteplici i processi per attività illecite.


    Sul piano dell'uguaglianza tutte le confessioni religiose passano tale valutazione; se, poi, c'è un problema politico di carattere generale, l'organo preposto all'esame è il Consiglio dei ministri.

    PRESIDENTE. Ringrazio il professore Cardia ed i colleghi per i loro interventi.

    La seduta, sospesa alle 13, è ripresa alle 13.05.

    Audizione di don Gianni Baget Bozzo.



    PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito indagine Conoscitiva sulle problematiche inerenti la libertà religiosa, l'audizione di don Gianni Baget Bozzo. Chiedo scusa a don Baget Bozzo per il leggero ritardo, lo ringrazio a nome mio e di tutta la Commissione e gli do immediatamente la parola per la relazione che intende proporre alla Commissione.

    GIANNI BAGET BOZZO. Comincio con il dire che non si possono mettere sullo stesso piano la libertà di religione e la


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    libertà di coscienza, tenendo conto anche del fatto che la legge si occupa delle religioni come corpo storico e sociale. La libertà di coscienza è un fatto eminentemente personale, la coscienza non è collettiva, quindi in una legge riguardante il fenomeno religioso non può avere spazio. La libertà di coscienza può riguardare fenomeni assai diversi dal fatto religioso, se penso che la prima volta in cui essa è stata considerata nella legislazione occidentale è stato riguardo ai quaccheri inglesi ed il servizio militare (che non è in sé questione fondamentalmente religiosa) devo arguire che la libertà di coscienza riguarda atteggiamenti individuali. Per tale motivo, mentre posso comprendere un diritto individuale all'ateismo, non posso accettare che l'ateismo venga riconosciuto in qualche forma come un corpo religioso. Un corpo religioso ateistico era presente nei gulag, pertanto ritengo sia offensivo mettere le religioni sullo stesso piano degli atei. L'ateismo è la negazione delle religioni, ma non è esso stesso una religione, a meno che non diamo alla religione un significato interamente diverso da quello attribuito finora. A mio avviso questa legge sarebbe fuori dal nostro sistema costituzionale.


    Come sapete il nostro sistema costituzionale affronta la materia religiosa in due articoli della Costituzione: l'articolo 7 e l'articolo 8. Evidentemente, l'articolo 7 è particolarmente importante perché protegge i Patti Lateranensi in modo costituzionale, anche senza trascriverli nella Costituzione, stabilendo, come disse allora il relatore di quell'articolo, il principio che una revisione dei Patti in modo bilaterale non comporta revisione costituzionale, il che equivale a dire che in caso contrario è necessaria una revisione costituzionale. Pertanto la posizione della Chiesa cattolica è di rilevanza costituzionale e mostra quel principio che il nostro costituente ha


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    riconosciuto il ruolo storico della Chiesa cattolica in Italia conferendogli una protezione diversa da quella data alle altre religioni. Questo è il punto fondamentale del nostro sistema costituzionale. Infatti, il successivo articolo 8, pur riconoscendo uno statuto anche alle altre confessioni religiose, non le pone però su un piano di uguaglianza alla religione cattolica: esso afferma che le altre religioni sono egualmente libere, ma non eguali. Sicché il nostro Stato, attraverso il concordato, riconosce il ruolo della Chiesa cattolica nella società italiana e, conseguentemente, le conferisce uno statuto protetto costituzionalmente, sicché parificare di fatto tutte le altre religioni a quella cattolica estendendo loro ciò che è stato stabilito per essa contraddice il sistema storico positivo del nostro diritto costituzionale. Difatti anche l'articolo 8 è in un certo qual senso un'estensione del modo cattolico alle altre confessioni, perché presuppone una prassi tipica della Chiesa cattolica, cioè il concordato; in realtà nessuna altra chiesa al di fuori di quella cattolica conosce i concordati, cioè le intese bilaterali.


    In nessun paese esiste il sistema concordatario come sistema principe, e la libertà delle altre confessioni non è vista come partecipazione a un accordo bilaterale in forma concordataria. Il sistema concordatario è invece previsto dalla nostra Costituzione e il progetto di legge in questione si propone di variarlo. Intanto posso dire che si tratta di un progetto di carattere ideologico e lo si vede anche dai numerosi articoli di carattere generale che la fanno apparire simile ad una legge costituzionale; inoltre, il punto fondamentale contrario allo spirito, al senso, ma anche alla lettera della nostra Costituzione è il fatto che essa compie un atto opposto al principio generale dell'intesa. La Costituzione italiana riconosce il principio fondamentale che l'accordo con le religioni è


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    stabilito pattiziamente, invece, curiosamente, questo progetto di legge è stabilito con un atto giurisdizionalista, che determina la forma senza avere un negoziato o un consenso; per usare un'espressione famosa abbiamo la «Repubblica sacrestana», che decide come i Borboni o gli Asburgo, di governare il numero delle candele. Questo mi sembra il difetto fondamentale di impianto della legge, e mi meraviglia che nasca da un Governo di centro-destra, perché non esprime, ad esempio, le posizioni stabilite dal Partito popolare europeo, che ancora recentemente ha riconosciuto il valore dell'elemento cristiano nella storia europea, proponendosi di introdurlo anche nella Carta costituzionale europea.
    Veniamo ai punti determinati. In realtà, noi oggi viviamo una situazione religiosa singolare, in cui il fondamento del sistema concordatario, dettato dagli articoli 7 e 8 della Costituzione è sempre utile, ma si trova di fronte ad un frammentarsi delle formazioni religiose, che hanno varie forme e che possono essere incompatibili con l'elemento giuridico della Costituzione italiana. Come si sa, ad esempio, la Repubblica federale tedesca ha proibito, nonostante le proteste americane, la chiesa di Scientology; esistono le sette sataniche ed un frammentarsi delle religioni in corpi non compatibili con l'ordinamento civile italiano. Se dovessimo pensare che ogni forma che si autodefinisce religiosa rientra nel titolo di persona giuridica, ci troveremmo a dover riconoscere la pretesa della personalità giuridica in corpi religiosi che non hanno alcuna affinità con l'ordinamento civile.
    Il Consiglio di stato può semplicemente «sminare» lo statuto formale della società, ma è compito del legislatore, come lo è stato del costituente, determinare il contenuto del fatto religioso. Mentre si ha una negazione oggettiva del sistema di riconoscimento storico delle religioni, si ha una


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    negazione contestuale del diritto dello Stato di difendersi dalle religioni. È curioso, ma il progetto di legge in oggetto non è né laicista, né laico, né confessionale: è un pasticcio. Non trovo un aggettivo per definirlo, se non quello della Repubblica sagrestana, perché nuoce alla Chiesa e nuoce allo Stato. Mi domando come mai sia giunta alla discussione del Parlamento italiano un tale progetto di legge.


    Alcuni aspetti sono singolari, come ad esempio quello che affida al giudice la decisione sui figli, che tocca anche diritto di famiglia; non vorrei però, soffermarmi, sui particolari del disegno di legge perché è il suo impianto ad essere contrario al sistema costituzionale, fondandosi sui principi dell'eguaglianza tra le religioni, che limita la sovranità della Costituzione e nuoce al carattere concordatario dello Stato, in un momento in cui le religioni possono essere pericolose. Abbiamo varato una pessima legge sulle sette: vorrei sapere come si compongono le diverse leggi, adesso che il Consiglio di Stato deve decidere se si tratta di una setta o di una religione.
    Domani sarà possibile dire, poiché accade in Francia, che Oriana Fallaci, che ha parlato male dei musulmani, lede i diritti dell'uomo? Questo è evidentemente singolare, in una legislazione per cui la critica alla religione può diventare reato perché diventa razzismo. Si tratta di una possibilità che la legge sulle sette lascia aperta: essa tende ad escludere alcuni aspetti, mentre quella sulla libertà religiosa tende ad includerli tutti. Rilevo una contraddizione del legislatore.


    Un nodo particolare, come noto, riguarda l'Islam, che è cosa assai diversa dalla religione: non possiamo far entrare nello schema concordatario una religione come l'Islam, che non conosce lo Stato e la Chiesa. Essa non conosce né un'istituzione statale né una ecclesiastica: è aistituzionale. Nel caso islamico, manca quella dimensione fondamentale che


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    costituirebbe un sistema di riconoscimento, cioè l'esistenza di un soggetto religioso autorevole, che riconosca autorità allo Stato che ha di fronte. Infatti, se dovesse essere stipulato un accordo, nessun ulema lo sottoscriverà: lo sottoscriveranno, eventualmente, islamici che non hanno un incarico di insegnamento religioso. In questo caso, mancano i presupposti dell'intesa, perché la responsabilità della parte islamica non esiste. Il Consiglio di Stato potrebbe esaminare lo statuto di qualche organizzazione islamica e trovarlo regolare; date le differenze dei gruppi islamici, avremo molte richieste.
    Il dato fondamentale riguarda il fatto che l'Islam non esiste come soggetto giuridico e non è persona giuridica, perché non è nella sua concezione esistere in questa forma, dato che non possiede l'idea dello Stato e del diritto. Gli Stati musulmani sono poteri di fatto, vengono conferiti per male minore, in attesa che giunga un califfo, ma non sono riconosciuti come legittimi.


    Il sistema islamico è incompatibile con il sistema statuale occidentale: il dissidio può essere evidentemente risolto sul piano religioso individuale, ma non in un sistema in cui il corpo religioso, che non esiste come corpo istituzionale, venga riconosciuto come corpi istituzionale dallo stato in un'intesa.


    Inoltre, bisogna sapere bene cosa sono le moschee e non paragonarle a chiese. Esse sono più assimilabili a sezioni di partito che non a chiese, perché nell'Islam non esiste la preghiera individuale, ma solo quella collettiva; la predica dell'imam del venerdì è una predica dell'Islam al mondo, che nel nostro contesto è politica, al punto che in paesi autoritari, ma avversi al terrorismo islamico come l'Egitto, le prediche del venerdì sono sorvegliate dalla polizia. Nel diritto islamico, ciò


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    che è dato ad una moschea appartiene per sempre all'Islam, ed esistono problemi delicati con i religiosi che hanno concesso beni ecclesiastici per l'edificazione di moschee.
    Sorprende la grande ignoranza che esiste riguardo alla concezione generale dell'Islam, la sua radicale differenza non semplicemente con il Cristianesimo, ma soprattutto con la tradizione civile e laica dell'occidente, perché non possiede il concetto di Stato e neanche quello di diritto. Il diritto è solo quello dettato dal Corano e non esistono diritti umani: la dichiarazione dei diritti umani negli Stati arabi si fonda sul Corano e rappresenta un riconoscimento solo per i musulmani.


    Abbiamo una tale discrasia che, in questo momento, pensare ad un patto con associazioni islamiche, mi sembra una negazione totale dell'insieme del nostro diritto che, come ho detto, si fonda invece sul sistema tradizionale, che nei paesi cattolici è lo schema concordatario.
    In Francia il sistema è fondato sulla pura laicità, che è altra cosa: non esiste un riconoscimento specifico islamico, al punto che qualcuno ha combattuto lo chador nelle scuole.
    La mia obiezione, dunque, non riguarda singole parti del progetto di legge, ma una legge statalista, giurisdizionalista, difforme dalla lettera e dallo spirito della Costituzione e, secondo me, difforme dello spirito con cui si è proposto al paese il Governo che la presenta.

    PRESIDENTE. Ringrazio don Gianni Baget Bozzo. Do la parola ai colleghi che intendono intervenire per porre domande e formulare osservazioni.

    FEDERICO BRICOLO. Vorrei complimentarmi con don Gianni Baget Bozzo per la chiarezza della sua esposizione e vorrei rivolgergli una domanda, dal momento che si tratta di


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    uno studioso del mondo islamico. Sappiamo che, in questo momento, nel nostro paese e in tutta Europa, i fondi che servono per finanziare i centri islamici e la costruzione di moschee giungono, in gran parte, dell'Arabia saudita e dalla setta wahabita, che riesce ad introdurre nei centri islamici e nelle moschee imam che diffondono queste teorie.
    Vorrei chiedere al professore Baget Bozzo se possa rappresentare in modo sintetico il pensiero wahabita in Arabia e nel mondo.

    ELENA MONTECCHI. Ho ascoltato con attenzione l'intervento del professor Baget Bozzo. In Commissione stiamo discutendo in merito ad un disegno di legge e non delle molteplici concezioni culturali e religiose dell'Islam. Lei, professore, ha espresso un giudizio anche sul Governo che ha presentato il disegno di legge ed io, in qualità di esponente dell'opposizione, svolgo il mio lavoro, ma solitamente, durante le audizioni, non ascoltiamo giudizi politici sui testi.


    Lei, professore, ha considerato come nucleo fondamentale della sua osservazione alcuni punti cardine. Uno di questi riguarda il riconoscimento storico della religione cattolica e la possibile messa in discussione del carattere concordatario dello Stato, che lei fa risalire agli articoli 7 ed 8 della Costituzione, fornendo un'interpretazione «statica». Infatti, le sentenze della Corte costituzionale e l'espressione religiosa degli italiani si sono sviluppate anche al di fuori della religione cattolica (io stessa appartengo ad una famiglia che non è di religione cattolica).


    Vorrei sapere - in relazione al superamento di alcune norme tipiche della legislazione fascista - quale tipo di regole lei presupporrebbe e come si dovrebbe adeguare l'Italia ai principi costituzionali generali ed ai diritti di libertà riguardati questa materia.


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    CARLO LEONI. Ci stiamo confrontando con un uomo di vasta cultura, che ringrazio per la sua presenza, ma - mi spiace dirlo - ho ascoltato una, seppur rapida, assolutamente semplificata lettura dell'Islam, anche con affermazioni non rispondenti al vero. Chiunque abbia visitato una moschea in qualsiasi parte del mondo ha potuto vedere che, al suo interno, la preghiera individuale esiste ed è praticata.


    La lettura dell'Islam da lei svolta, professor Baget Bozzo, non è consapevole della fase complessa che stanno attraversando l'Italia, l'Europa e tutto il mondo occidentale, per cui se non si trovassero canali di dialogo e di intesa si potrebbero porre rischi molto seri. Un atteggiamento esclusivamente di repulsione non sarebbe soltanto in sé grave, ma foriero di conseguenze negative.


    Lei, professor Baget Bozzo, ha correttamente affermato che l'Islam, a differenza delle altre religioni, non ha una struttura gerarchica con un proprio vertice apicale. La stessa assenza di gerarchia, però, è conosciuta anche da altre religioni. Ad esempio, tra le intese già firmate dallo Stato, ve ne è una riguardante l'Unione dei buddhisti italiani e non un'intesa con un vertice della religione buddhista. Non credo, quindi, che una presunta difficoltà di carattere organizzativo possa impedire la necessaria politica di dialogo e di intesa - nell'interesse della convivenza civile all'interno del nostro paese - con quella che è una confessione religiosa, ormai, molto diffusa in Italia. Negare questo aspetto significherebbe chiudere gli occhi e non credo che ciò sarebbe positivo.

    MARCELLO PACINI. Vorrei rivolgere al professore una domanda, argomentando prima una valutazione su quanto da lui espresso. Ho apprezzato alcune osservazioni svolte in merito alla differenza tra il nostro tradizionale modo di intendere la religione e la sua organizzazione e quello islamico.


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    Uno dei punti su cui dovremo riflettere in Commissione non riguarda tanto la necessità di aprire o meno un canale di dialogo - aspetto che reputo del tutto pacifico -, quanto di capire se un disegno di legge come quello oggetto della nostra attenzione non sia troppo occidentale, nel senso di non tenere nella dovuta considerazione ciò che è fondamentalmente differente rispetto alla nostra tradizione.


    Trovo ad esempio - su ciò vorrei un parere da parte del professore - che dinanzi ad un Islam molto pluralista con al suo interno sciiti e sunniti, che si combattono in modo cruento...

    MARCO BOATO. I cattolici ed i protestanti si combattono uccidendosi in Irlanda; è una storia che riguarda anche altre religioni.

    MARCELLO PACINI. Certamente, collega Boato. Non intendo fare osservazioni polemiche; vorrei dialogare pacificamente, ma anche riportare le questioni alle debite proporzioni. La situazione nella piccola Irlanda, dove le istanze religiose si confondono con quelle sociali e con contraddizioni storiche ben note, non è facilmente rapportabile alle rilevanti differenze anche dottrinarie di conflitti in atto tra sciiti e sunniti. Inoltre, all'interno dei sunniti esistono differenze molto profonde tra scuole giurisprudenziali: i sufi sono su posizioni molto diverse da quelle dei wahabiti. Siamo, insomma, dinanzi ad un mondo estremamente complesso, quale quello dell'Islam.


    Vorrei sapere come dovrebbe essere affrontata, ad avviso del professore, la complessità del mondo islamico. Avremo, in un prossimo futuro, cittadini italiani che possono liberamente scegliere all'interno della grande «offerta» rappresentata dalla religione islamica e mi chiedo se non si debbano attuare


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    distinzioni non per quanto riguarda la libertà religiosa, ma relativamente alle applicazioni civili di tale libertà.


    Nella precedente audizione ho chiesto se esistessero ministri di culto nella religione islamica al professor Cardia, il quale mi ha risposto, con grande sicurezza, affermativamente. Continuo a nutrire alcuni dubbi, che ritengo fondati, dato che noi forniremo una qualifica, ministro di culto, a persone che potrebbero non sentirsi tali, ma leader spirituali, guide alla preghiera, altre modalità che non implicano la necessità di celebrare un matrimonio.


    Il matrimonio celebrato davanti all'imam è inconcepibile in un paese musulmano. Stiamo creando, allora, un islam europeo diverso da tutti gli altri conosciuti fino ad oggi.

    LUCIANO DUSSIN. Apprezziamo la chiarezza e la franchezza dell'esposizione, e soprattutto l'individuazione del problema islamico. È stato chiarissimo quando ha affermato che il diritto del Corano è il Corano stesso, in quanto non ne riconosce altri.
    L'unico scopo dell'Islam è quello di combattere l'occidente; gli interlocutori prevalenti sono rappresentati da esponenti di forme violente di integralismo islamico, che hanno vinto su qualsiasi altra espressione.


    Tale progetto di legge consente alcune aperture, ma continuiamo a chiederci a chi e verso chi: i dubbi di Baget Bozzo sono anche i nostri.

    PRESIDENTE. Do la parola a don Baget Bozzo per la replica.

    GIANNI BAGET BOZZO. Il terrorismo islamico è un fenomeno nuovo; non è consentito nella tradizione del Corano, della sunna, o della scia, accettare il suicidio come arma di


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    lotta. È un fatto nuovo, non valutabile sufficientemente, anche la nascita nel secolo attuale dell'Islam politico, nato da quel genio creativo che fu l'imam Khomeini che ebbe la grande idea di creare non uno Stato autoritario, ma uno Stato islamico con forme democratiche.
    Nel caso iraniano abbiamo assistito ad uno sviluppo positivo dell'Islam politico, ma in quello afgano ci siamo trovati di fronte ad una corrente giuridica, la salafita (la più stretta), che è andata oltre il riconoscimento che il Corano fa della protezione dovuta ai cristiani e agli ebrei; dalla sua evoluzione, che ha manifestato una grande influenza in Africa, è nata l'idea di Bin Laden di sviluppare la guerra totale all'occidente.
    Si tratta di fenomeni relativamente nuovi nell'Islam; gli episodi di sgozzamento di musulmani in Algeria, un fenomeno che ancora non si è concluso, indicano la presenza, al di fuori del Corano, della sunna e della scia , del concetto nuovo di islamismo politico, che ha formazioni interessanti come il khomeinismo ed altre criminali come il terrorismo.
    Tale realtà si diffonde, tant'è che si pensa che in Italia ci siano attivisti di Al Qaeda, per cui siamo di fronte a fatti che devono essere valutati non in riferimento all'Islam, bensì come un fenomeno nuovo e pericoloso.


    Per rispondere all'onorevole Montecchi, conosco due tipi di costituzioni, una flessibile e l'altra rigida, ma non ne conosco di evolventi o variabili.

    ELENA MONTECCHI. Facevo riferimento alle sentenze della Corte costituzionale.

    GIANNI BAGET BOZZO. In tale caso non posso pensare che la Corte costituzionale riveda i sistemi stabiliti dagli articoli 7 ed 8, su cui si fonda lo Stato italiano.


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    Comunque, in tale progetto di legge non avete invocato il riferimento alla Corte, per cui ritengo sia giusto applicare gli articoli 7 ed 8, per dare la possibilità allo Stato di fare accordi con le confessioni, osservandone però la conformità reale.
    Abbiamo un sistema unico in Europa, che è collegato al sistema concordatario, in quanto abbiamo assunto che le religioni possono avere un fine positivo per lo Stato: il sistema concordatario è accettare che il riconoscimento dell'altra parte abbia un fine anche per lo Stato; l'accordo è bilaterale, non è fatto pro ecclesia, per cui lo Stato deve trovare i suoi benefici.
    Al contrario, credo non sia possibile stabilire l'uguaglianza delle religioni, che è un fatto contro la Costituzione: se la Corte costituzionale lo afferma, viola la Costituzione; le religioni dell'articolo 8 non sono uguali, ma sono ugualmente libere. Voler applicare a tutte le religioni il sistema del riconoscimento come corpi sociali, che ha fondamento nel sistema concordatario, mi pare un assurdo storico, in quanto sovverte l'ordinamento stesso. Si tratta di un'opinione che mi pare faccia parte di posizioni ideologiche, oggi estinte in Europa, ma fortunatamente ora non più prevalenti.
    L'Islam riconosce la preghiera individuale, ma tale forma, rappresentata dal sufismo, non ha mai avuto un riconoscimento islamico; diversi furono i martiri del sufismo, da alcuni ridefinito l'Islam cristianizzato, ma tale fenomeno, che ha conosciuto un'intensa mistica, non fa parte della cultura islamica. Il suo sviluppo è stato a fianco dell'Islam, il quale tuttora nella sua complessità manifesta diverse sette, molte delle quali in Turchia, che possiedono forme diverse. Gli immigrati mussulmani, migliori per noi, sono i senegalesi, perché tra di loro è diffuso il sufismo.


    Ho affermato che il terrorismo non fa parte dell'Islam; tuttavia, esistono delle grandi diversità; nell'occidente cristiano


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    è, infatti fondamentale il rapporto Dio-individuo, mentre nell'Islam il rapporto prevalente è con l'umma islamica, che può essere interpretata anche attraverso delle fatwa estreme, come quelle di Khomeini verso Salman Rushdie.


    Il Santo Padre è andato a visitare una moschea islamica, anche il muftì della Siria viene spesso in Vaticano, invece ha benedetto l'attentato alle due torri. Per tale motivo, mentre affermo che il terrorismo non è di matrice islamica, devo dire che esso suscita dei consensi appunto perché in sostanza manifesta la potenza del dio islamico contro il nemico occidentale, anche se non credo che il terrorismo abbia consensi di massa. A mio modo di vedere, nello stabilire rapporti più profondi con l'Islam occorre tenere conto di queste differenze. Il modo in cui i fondamentalisti agiscono in Italia è quello di attivarsi per richiedere diritti; sono i fondamentalisti che in genere chiedono venga tolto il crocifisso dalle aule. Bisogna tenere conto che non basta pensare all'Islam come è, ma considerare che l'Islam è oggi attraversato da matrici politiche che in alcuni casi sfociano nel fondamentalismo a cui, dando riconoscimenti giuridici, forniremo la spinta a chiedere ancora di più. Noi continuiamo ad essere considerati come gli abitanti della terra della guerra e dell'oscurità. L'Islam conosce il fenomeno dell'islamismo politico almeno a partire dal 1979, e tutto ciò crea delle relazioni profondamente diverse.
    In Italia, nel corso degli ultimi decenni, quasi tutto il patrimonio conoscitivo accumulato nel corso dei secoli è stato dimenticato e trascurato, mentre in altri paesi europei la cultura islamica è stata coltivata in maniera accurata. Dobbiamo considerare, pertanto, cosa ci differenzia dalla cultura islamica: penso che un islamico in Italia abbia diritto alla sua libertà religiosa, ma ciò di cui ho paura è che si stabiliscano


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    dei diritti per i loro gruppi religiosi, perché potrebbero essere strumentalizzati dai fondamentalisti. Sono convinto che non sia necessaria alcuna legge in materia e che si potrebbe andare avanti con il sistema attuale, ma, se si dovesse varare un qualche intervento legislativo, occorrerebbe stabilire la compatibilità di fatto tra la religione in questione con il nostro diritto costituzionale. Ma l'Islam non conosce la libertà di religione e la libertà di coscienza: la Dichiarazione dei diritti umani fatta dagli Stati islamici si fonda sul Corano, l'Islam non riconosce altra realtà al di fuori di se stesso, mentre la Chiesa riconosce i diritti naturali. Il dialogo che la Chiesa ha tentato di instaurare con l'Islam non è mai riuscito, perché per l'islamico dialogare con altre religioni vuol dire mettere in discussione la sottomissione a Dio. Mentre il concetto di fede per i cristiani è l'adesione alla verità, per gli islamici è la soggezione al Corano. Mi auguro che in Italia si instauri una convivenza pacifica e positiva con l'Islam, ma devo dire che in tutti i paesi europei, lo si è visto in Francia o in Svezia, il problema della incomunicabilità tra la cultura islamica e le culture occidentali è diventato più forte con il passare del tempo. Prima di riconoscere una personalità giuridica a dei gruppi islamici informali bisognerebbe pensarci bene, bisognerebbe indicare con chiarezza nella legge che chi chiede il riconoscimento della Repubblica Italiana deve riconoscere nella sua religione libertà di coscienza e libertà di religione. Se non si segue questa strada, non c'è possibilità di intesa, perché vorrebbe dire ammettere anche chi le nega; facendo perdere ad ogni valore in Italia la sua efficacia giuridica, diventeremmo una società di valori che non hanno riferimento nello Stato.
    Il professor Pacini è un benemerito degli studi islamici già da quando era dirigente della Fondazione Agnelli, l'unico


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    centro che ha analizzato da tempo il problema islamico in Italia. Rispondendo alla sua domanda, credo che la cosa essenziale sia raggiungere sì intese, purché siano bilaterali: in sostanza, bisogna che gli islamici accettino e rispettino i nostri simboli. Ritengo che questa materia sia scottante e da rivedere e che la cosa migliore sarebbe attenersi alla lettera della Costituzione ed al diritto vigente.

    PRESIDENTE. Ringrazio don Baget Bozzo per il suo intervento e dichiaro conclusa l'audizione.

    Audizione di Francesco Castro, professore di diritto islamico presso la II università di Roma Tor Vergata.

    PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sulle problematiche inerenti la libertà religiosa, l'audizione del professor Francesco Castro, docente di diritto islamico presso la seconda università di Roma Tor Vergata. Lo ringrazio per avere accettato il nostro invito, scusandoci per l'orario, ma abbiamo l'esigenza di completare l'indagine conoscitiva in tempi brevi. Gli do senz'altro la parola.

    FRANCESCO CASTRO, Professore di diritto islamico presso la II università di Roma Tor Vergata. Presidente, non è un problema, visto che tengo le mie lezioni proprio verso l'ora di pranzo. Ho portato alla Commissione una serie di documenti relativi all'Islam in Italia.

    PRESIDENTE. La ringraziamo, professore, sarà nostra cura metterli a disposizione di tutta la Commissione.

    FRANCESCO CASTRO, Professore di diritto islamico presso la II università di Roma Tor Vergata. Tenendo conto della


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    presenza sempre crescente dei musulmani in Italia, farò alcune osservazioni sul progetto di legge che mi è stato fatto avere dalla Commissione. I problemi di ordine generale sono già risolti evidentemente dallo scudo costituzionale. Potrebbero manifestarsi invece dei problemi riguardanti situazioni lavorative, ma in parte sono già risolti senza una norma generale che riguardi l'articolazione della vita quotidiana del mussulmano che lavora in un'impresa italiana.


    Nelle regioni dove è alta la presenza di musulmani in imprese, solitamente viene regolata tranquillamente la possibilità di tenere le preghiere quotidiane. Le preghiere dell'alba non presentano nessun problema, perché non è iniziato l'orario di lavoro, quella del mezzogiorno può avere un impatto, anche se so che esiste una certa elasticità di orario, che da mezzogiorno può arrivare alle 14-15, e quindi la questione non si pone, se si tratta di un orario lavorativo entro le 14. Gli altri casi sono risolti a seconda delle esigenze e degli interessi delle imprese. Sotto questo profilo, non mi sembra esistono grossi problemi.
    La questione alimentare può porre alcuni problemi nel corso della giornata: dal 1980, il nostro ordinamento consente la macellazione rituale, sia per gli ebrei sia per il musulmani, quindi vi possono essere macellerie regolarmente funzionanti che provvedono alla vendita di carni macellate ritualmente. La distribuzione presso scuole, carceri ed ospedali è più difficile. Nelle scuole, è lasciato alla sensibilità del preside e del direttore didattico, se sono presenti molti bambini musulmani, di far arrivare alla mensa scolastica cibi conformi alla religione musulmana. Per il carcere si era posto il problema del ramadan, ma una circolare del Ministero dell'interno consente ai musulmani in prigione di poter seguire il digiuno


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    quotidiano, mangiando al tramonto; infatti, ciò non infirma l'organizzazione del carcere, dal momento che i carcerati si preparano i cibi per loro conto.
    Il problema che può avere un certo impatto, di cui si è parlato costantemente, riguarda il matrimonio. Sovente, il matrimonio musulmano confligge con l'ordinamento italiano, anche quello monogamico; il matrimonio poligamico, che è considerato reato dal nostro ordinamento, può essere preso in considerazione solamente nel caso di matrimoni contratti all'estero. Il Consiglio di Stato, nel 1989, a proposito del cuoco marocchino del circo Medrano, ha risolto il problema affermando che, se il matrimonio poligamico è stato contratto all'estero secondo il diritto locale, non ha nessun impatto sul nostro ordinamento, se restano cittadini stranieri: se uno dei coniugi vuole acquistare la cittadinanza italiana, bisognerà risolvere il problema dello scioglimento del secondo matrimonio, che in questo caso confliggerebbe con il nostro ordinamento. La questione del circo Medrano venne risolta perché le due consorti ebbero contratti di lavoro separati e non rientravano più nel caso del ricongiungimento familiare. Questo aspetto va controllato caso per caso, ma non costituisce un grave problema di ordine pubblico.


    Si sono presentati alcuni casi in cui matrimonio poligamico costituiva una conseguenza dell'immigrazione in Italia; molti lavoratori marocchini in Sicilia contraevano un secondo matrimonio per avere una compagna in Sicilia, avendo lasciato a casa la prima moglie. Questo poteva comportare qualche problema, però vennero tutti risolti (sono anni che non ne sento più parlare) contraendo il matrimonio per procura nel paese di origine: la seconda moglie, giunta in Italia oppure già presente, non costituiva un problema, in quanto cittadina musulmana di un paese arabo.


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    Il profilo potrebbe diventare più complesso all'interno di un'eventuale intesa, ma questo, per il momento, non ci interessa, poiché le intese con le comunità musulmane sono ancora lontane: infatti, i musulmani in Italia appartengono ad una miriade di associazioni religiose. Si tratta di una religione che non ha una struttura gerarchica di tipo ecclesiastico, e quindi ciascun musulmano colto può diventare il capo religioso di un gruppo e guidare la preghiera. In questo caso, potrebbero nascere dei problemi, ma poiché è ancora vigente la legge risalente al 1929, non è pensabile la stipula di un'intesa, in quanto manca la rappresentatività da parte delle comunità musulmane: in Spagna, in relazione all'acuerdo del 1992, tutte le associazioni avevano costituito un'unione; in Francia, esiste una doppia associazione, ma non il problema dell'accordo, per un altro sistema di relazioni tra Stato e comunità religiose. In Italia, sotto questo profilo, se non si risolve il problema della rappresentatività delle comunità presenti in Italia, l'intesa è impensabile.
    Un altro problema che ha comportato un impatto è stato quello relativo alle inumazioni: la tecnica islamica, che coincide con quella ebraica dell'inumazione nel sudario nella nuda terra, confligge con le nostre leggi di polizia mortuaria. Nel solo cimitero di Trieste, cimitero bosniaco, la cui autorizzazione era avvenuta con un decreto dell'imperatore Francesco Giuseppe, ancora si seppellisce secondo il sistema tradizionale. I defunti musulmani sono due o tre l'anno, cioè i marinai che muoiono nel porto di Trieste e vengono sepolti lì.
    Il cimitero di Sant'Anna è realizzato in modo antitetico a come dovrebbe essere realizzato un cimitero. Intorno vi è un rigagnolo d'acqua che raccoglie liquami; nel secolo scorso non si riteneva che fossero inquinanti, ma oggi ciò confligge con le nostre conoscenze e regole.


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    Poiché anche in Francia, per superare il principio della laicità dei cimiteri, sono stati concessi appezzamenti particolari, molti sindaci concedono un appezzamento di terra dove i musulmani sono sepolti con i loro simboli religiosi, ma sempre con la doppia cassa di zinco e legno, come previsto dal nostro ordinamento.
    Questo problema non ha avuto un grosso impatto, poiché, anche oggi, in molti paesi musulmani avviene lo stesso; un musulmano defunto all'estero, rimpatriato con una cassa doppia usata per il viaggio, è seppellito nel cimitero musulmano con la cassa, senza procedere all'apertura della stessa ed al seppellimento secondo il sistema locale.
    Un altro impatto di una certa rilevanza è quello scolastico, legato all'insegnamento della religione. Il nostro ordinamento non prevede per le religioni non cattoliche la sostituzione con un'ora di insegnamento della religione specifica praticata dalla minoranza, essendo attualmente prevista soltanto la sostituzione con un'ora di cultura. Una richiesta sollevata sovente dalle comunità musulmane è che i bambini musulmani possano seguire, a spese della loro comunità, l'ora di religione attraverso un docente di religione fornito dalla moschea locale. In questo caso si pone un altro problema legato alla qualificazione dell'insegnante secondo le nostre norme scolastiche, problema che - al momento - non mi sembra risolvibile.


    La situazione si risolve con la sostituzione attraverso l'ora di cultura. L'impatto non è molto forte, finché non vi sarà una popolazione musulmana più numerosa, tale da condurre alla costituzione di intere classi scolastiche di bambini musulmani (in quel caso, probabilmente, il problema sarà risolto sostituendo il docente di religione). In questa fase, che potrebbe durare ancora tra i 20 ed i 25 anni, il problema deve essere considerato nell'ottica dell'attuale legislazione italiana.


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    MARCELLO PACINI. Lei ha parlato di una incompatibilità con il nostro ordinamento giuridico non solo del matrimonio poligamico, ma anche del matrimonio monogamico islamico, senza specificare successivamente la questione. Desidererei un approfondimento di tale aspetto.

    FRANCESCO CASTRO, Professore di diritto islamico presso la II università di Roma Tor Vergata. Si possono realizzare matrimoni musulmani stipulati - secondo la terminologia musulmana - nei paesi di origine oppure contratti in Italia. In questo secondo caso vi sono due tipi di matrimoni: matrimoni civili, realizzati secondo il nostro codice civile (che non implicano - peraltro - alcuna violazione dei diritti religiosi, non essendo considerato il matrimonio in Islam un'istituzione religiosa, ma un contratto di diritto privato), o matrimoni contratti in moschea, dove però il rappresentante della moschea non è riconosciuto - secondo il nostro ordinamento - ufficiale di stato civile. Questi matrimoni sono, alla stregua dei matrimoni canonici, non trascritti, non diventati concordatari e quindi indifferenti all'ordinamento italiano.


    In tal modo (come è avvenuto anche in Germania, Inghilterra e Francia) si introduce il matrimonio poligamico simultaneo (il diritto islamico concede al musulmano maschio sino a quattro matrimoni simultanei). In realtà, in molti paesi non è annessa la poligamia libera come un tempo, ma esiste una limitazione ad un secondo matrimonio, la cui realizzazione è legata alla dimostrazione di necessità per una conclamata sterilità della prima moglie e casi simili, ma sempre con la dimostrazione di avere sana e robusta costituzione ed un patrimonio sufficiente per mantenere una seconda famiglia, non più situata - come nella tradizione - sotto lo stesso tetto, ma separata dalla prima.


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    La difficoltà, spesso, è data dall'impatto del singolo provvedimento, trovandoci dinanzi ad una frammentazione; non si considera più un unico matrimonio, come quello canonico per i cattolici, ma 70 matrimoni specifici a seconda di quanti sono gli Stati singoli, con notevoli differenze tra loro. L'impatto con il nostro ordinamento muta a seconda del rapporto con l'ordinamento del paese di provenienza dei soggetti che contraggono il matrimonio. I matrimoni con i musulmani non sono i più numerosi tra quelli con conflitti; secondo il Ministero degli affari esteri, con la Germania e con gli Stati Uniti i matrimoni recanti difficoltà sono molto più numerosi di quanto non lo siano con i paesi musulmani (all'incirca ogni 23 matrimoni di conflitto con musulmani ve ne sono 47 con la Germania ed un numero simile con gli Stati Uniti).


    Il matrimonio tra due cittadini italiani musulmani contratto all'estero, evidentemente, può essere trascritto se conforme alle nostre norme, tuttavia, se si tratta di una matrimonio religioso, in quanto non trascritto nello stato civile del paese in cui si è svolto, rappresenta un fatto puramente canonico, senza alcuna rilevanza per il nostro ordinamento. Dovrebbero, allora, rifare il matrimonio presso la moschea di Roma, o lì dove lo shaykh della moschea è autorizzato alla trascrizione presso l'ufficio di stato civile, oppure contrarre un matrimonio civile.


    Il vecchio shaykh della moschea di Roma non stipulava mai matrimoni misti: suggeriva sempre il matrimonio civile in comune nel rispetto dell'ordinamento nazionale.

    PRESIDENTE. Ringrazio il professore Francesco Castro ed i colleghi intervenuti. Dichiaro conclusa l'audizione.

    La seduta termina alle 14,15.


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  9. #19
    Affus
    Ospite

    Predefinito Gli atei hanno diritto di vivere ?

    Se consideriamo l 'uomo come una creatura che non si puo separare in nessun modo da Dio , così pure l'universo da lui creato , qualsisi ateo che dichiaratamente non solo pensasse, ma ponesse atti e azioni contro Dio a livello civile "sulla base di due o tre testimoni " , ebbene questo ateo non avrebbe nessun diritto di vivere ! L' autorita che lo lasciasse in vita , dovrebbe pagare al suo posto !
    Lasciarlo in vita sarebbe una grave colpa dell' autorita competente .
    Badate bene , non sto dicendo che chiunque vede un ateo o un peccatore pubblico lo debba uccidere , no, ma solo amare evangelicamente , a livello privato . Ma l'autorita pubblica , per un bene superiore del popolo , farebbe una grave mancanza se appliacasse le motivazione psicologiche di uno sterile evangelismo , oppure di un pacifismo opposto a quello cristiano , quale si è venuto formando nella mentalita comune dopo la riforma luterana con i quaqqueri o i battisti .

  10. #20
    scemo del villaggio
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    Predefinito Re: Gli atei hanno diritto di vivere ?

    Originally posted by Affus
    Se consideriamo l 'uomo come una creatura che non si puo separare in nessun modo da Dio , così pure l'universo da lui creato , qualsisi ateo che dichiaratamente non solo pensasse, ma ponesse atti e azioni contro Dio a livello civile "sulla base di due o tre testimoni " , ebbene questo ateo non avrebbe nessun diritto di vivere ! L' autorita che lo lasciasse in vita , dovrebbe pagare al suo posto !
    Lasciarlo in vita sarebbe una grave colpa dell' autorita competente .
    Badate bene , non sto dicendo che chiunque vede un ateo o un peccatore pubblico lo debba uccidere , no, ma solo amare evangelicamente , a livello privato . Ma l'autorita pubblica , per un bene superiore del popolo , farebbe una grave mancanza se appliacasse le motivazione psicologiche di uno sterile evangelismo , oppure di un pacifismo opposto a quello cristiano , quale si è venuto formando nella mentalita comune dopo la riforma luterana con i quaqqueri o i battisti .
    Bene, otra sappiamo qual è il programma di Milizia Cristiana (quanti sono i "militi"?): pena di morte per atei, bestemmiatori, ebrei e infedeli. Trattasi di pubblica istigazione allì'odio religioso, di cui i moderatori, ove non provvedano a cancellare il precedente post, si rendono corresponsabili. Come cittadino dovrò sporgere denuncia. Tanto conosco nome e cognome dell'autore del messaggio.

 

 
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