Una voglia matta di tornare a votare. E di farlo quanto prima. Per esempio, nel 2004, in occasione delle elezioni europee, quando magari anche il venticello della ripresa economica comincerà a soffiare. «Perché ora, per governare come voglio io, non ci sono le condizioni», dice Silvio Berlusconi. Da giorni, in pubblico e in privato, il suo ritornello è sempre lo stesso. Il cambio al ministero degli Esteri? «Non ci sono le condizioni», risponde il premier. La riforma delle pensioni, richiesta a gran voce anche da una parte della maggioranza? Stessa risposta: «Vorrei farla, ma per ora è impossibile», ha detto una settimana fa davanti ai ragazzi di San Patrignano. E la legge Finanziaria? «Sono d'accordo con il Governatore», si è sfogato il premier con i suoi dopo il duro intervento di Antonio Fazio davanti alla commissione Bilancio della Camera. «Anch'io vorrei fare le riforme strutturali. Ma non ci sono le condizioni».

Per il Cavaliere quella appena conclusa è stata la settimana più difficile del governo. Con la maggioranza spaccata su Tangentopoli, l'atto di nascita della seconda Repubblica e dunque anche del Polo. E il governo in difficoltà sul fronte economico. Venerdì scorso, al tavolo di governo e parti sociali sul Mezzogiorno le solite barzellette del premier sono cadute nel gelo e nella noia, «anche perché», racconta un sindacalista, «erano tutte sui terroni, poco eleganti mentre stiamo discutendo di come risolvere il dramma di Termini Imerese». E ha fatto infuriare il presidente di Confindustria Antonio D'Amato con la proposta di scambiare i finanziamenti a fondo perduto con l'eliminazione di un punto Irpeg. «Anche Fedele Confalonieri mi ripete che sarebbe vantaggioso per tutti», ha provato a buttare lì il premier. Ma dall'altra parte è arrivato un netto rifiuto.

La condizione per governare come si dovrebbe, ragiona Berlusconi, è la mancanza di una maggioranza affidabile. L'immagine della Casa delle Libertà che per tutto il giorno vota disciplinatamente senza fiatare la legge Cirami, come nei desiderata di Cesare Previti, con tutto il governo schierato sui banchi, è destinata a restare una foto ingiallita nell'album dei ricordi del centro-destra. Perché, pochi istanti prima del voto finale, la maggioranza si è sfaldata in mille pezzi. Con i post missini di An e la Lega di Umberto Bossi scatenati contro i centristi. Urla e spintoni in Transatlantico tra alleati. «Qui siamo tutti democristiani. Con voi non vogliamo avere più niente a che fare», urlava agli amici di An l'onorevole Osvaldo Napoli di Forza Italia, fratello di Vito, ruspante deputato dc in quota alla corrente di Carlo Donat Cattin. E si è vista una scena indimenticabile: il vicepremier Gianfranco Fini che entra trafelato nell'aula di Montecitorio per votare la Cirami. E quasi sbatte contro un collega, il ministro Rocco Buttiglione, che invece abbandona l'emiciclo, infuriato con il capogruppo di An Ignazio La Russa.

Con una maggioranza così, a porte girevoli, con gente che entra e gente che esce, tanto vale tornare a votare, si sente sospirare nell'entourage del Cavaliere. «È un'ipotesi che non esiste. Dobbiamo andare avanti, non tornare indietro. Il governo Berlusconi deve essere di legislatura. Il primo della storia d'Italia. Dobbiamo resistere per difendere il bipolarismo», smentisce seccamente il portavoce di Forza Italia Sandro Bondi.

Non è ancora un progetto definito. Ma il fantasma delle elezioni anticipate, da qualche giorno, ha ripreso corpo. E non solo dentro il palazzo della politica. «Berlusconi calcola che per la fine dell'anno prossimo ci sarà la ripresa economica. Magari timida, ma ci sarà. E quello è il momento buono per tornare a votare», prevede un autorevole esponente di Confindustria. Nei piani del Cavaliere, poi, c'è uno stimolo in più per elezioni a medio termine. Nella seconda metà del 2003 all'Italia spetterà la presidenza di turno dell'Unione europea. E Berlusconi sogna di portare a termine sotto la sua guida la Convenzione europea: entrare tra i padri della nuova Europa durante il vertice finale in Italia. «Ho messo lì Giuliano Amato perché so che è bravo e porterà a casa questo risultato», si lasciò scappare qualche mese fa. A quel punto, e saremo all'inizio del 2004, la tentazione di tornare a votare, accorpando le elezioni politiche con quelle europee, potrebbe diventare molto forte.

Mentre ora, sul tavolo del premier piovono sondaggi sfavorevoli. E pessimi segnali. Come quello di lunedì 14 ottobre a Torino. Dove una platea non sospettabile di simpatie per il centro-sinistra, riunita per l'inaugurazione del nuovo centro tecnologico della Pininfarina, ha acclamato Romano Prodi. Quando il presidente della Commissione europea ha esaltato le virtù del buon imprenditore («non si può vincerce senza rischiare») è partita un'ovazione. «Romano, bravissimo», lo ha abbracciato Luca Cordero di Montezemolo, fendendo la folla dei fotografi. Baci e abbracci tra il Professore e Andrea Pininfarina, un amico. A rappresentare il premier c'era il sottosegretario Gianni Letta. Ignorato.

Ma Prodi, nei primi mesi del 2004, sarà ancora a Bruxelles. E così l'incubo di un voto anticipato turba i sonni a parecchi nel centro-sinistra e soprattutto nei Ds. Non a caso i più disposti a prendere per buona la minaccia berlusconiana sono gli uomini più vicini a Massimo D'Alema. «C'è una parte della società italiana che non ha votato per noi ma che ora non si riconosce più nel Polo. Dobbiamo riprendere a parlare con gli imprenditori, i commercianti, le categorie deluse da questo governo, prima che Berlusconi capisca che gli convengono le elezioni anticipate», dice l'ex ministro Claudio Burlando. Anche D'Alema è convinto che lo scontro elettorale sia un'ipotesi verosimile. «La situazione si è riaperta», ha detto all'ultima direzione della Quercia. «E per uscire dalla crisi tutte le strade sono aperte: una soluzione tecnocratica, la riforma elettorale, oppure una risposta plebiscitaria». Per questo motivo, dicono, i lavori in corso nell'Ulivo subiranno nei prossimi giorni una brusca accelerazione. In vista non del lontano 2006, quando tutti gli attuali leader del centro-sinistra saranno invecchiati. Ma di una campagna elettorale che, di fatto, potrebbe essere già iniziata. Per i Ds il problema principale è non essere scavalcati dalla Margherita di Francesco Rutelli che ha ricominciato a muoversi a tutto campo. «Dobbiamo marcarli stretti», sintetizza un altro dalemiano, il deputato romano Goffredo Bettini. Impedire che la vivacità della Margherita riaccenda per i post comunisti la paura di sempre: il ritorno del grande centro e l'isolamento a sinistra.

Ma, anche se per motivi opposti, lo scenario delle elezioni anticipate scompiglia i progetti soprattutto nel centro-destra. E spiega la fibrillazione dei giorni scorsi, al di là delle battute di Bossi sui democristiani «ladri» e degli uomini di Alleanza nazionale. «Hanno capito che dentro la Casa delle Libertà sono cambiati gli equilibri», dice il capo dei senatori centristi Francesco D'Onofrio. «Gli attuali rapporti di forza sono quelli stabiliti due anni fa alle elezioni regionali, quando noi e il Cdu eravamo separati e di fatto non esistevamo. Ora ci siamo anche noi: lo dimostreremo alle prossime elezioni amministrative. E gli altri sono preoccupati». A mettere in allarme Bossi e Fini è stato non solo l'attivismo degli uomini di Pier Ferdinando Casini sulla Finanziaria, ma soprattutto l'impressione che attorno al piccolo partito centrista si stessero addensando troppe manovre, giochi, ambizioni. L'incontro di Crotone organizzato dall'ala confindustriale più critica con il governo, con ospite d'onore il presidente della Camera. Quindi, qualche giorno dopo, la cena a casa di Lamberto Dini che doveva restare segreta, con Antonio D'Amato, il Governatore Fazio e ancora una volta Casini. Infine, l'esternazione del presidente della Camera sulla Finanziaria da modificare «profondamente». «Casini non avrebbe mai usato questa espressione se non fosse stato sicuro di interpretare un malcontento diffuso. Nell'Ulivo, certo, ma anche nella maggioranza e non solo», fa notare un deputato dell'Udc.

Per capire cosa sta accadendo c'è un episodio significativo di tre settimane fa. Una mattina, alla riunione di redazione de "Il Messaggero", piomba a sorpresa l'editore, Francesco Paolo Caltagirone. In silenzio ascolta le prime battute, poi chiede di parlare: «Non so come la pensiate voi, ma a me pare che questo governo sia messo male...». Infine, è arrivata una lunga intervista domenicale del leader dell'Udc Marco Follini a far capire da che parte tirava il vento. Cortese nei toni, come è nello stile del personaggio, ma dura nella sostanza. «Sulla Finanziaria non faremo assalti alla diligenza e non presenteremo emendamenti con il centro-sinistra. Ma non intendiamo rinunciare alle nostre battaglie». Aggiungendo in privato: «Questa è la Finanziaria di Giulio Tremonti. È bene che ne porti tutti gli onori, ma anche gli oneri. Noi faremo di tutto per alleggerirlo...». Per far capire che fa sul serio Follini era pronto perfino ad aprire la crisi sulle frasi anti dc di Bossi e La Russa. Per una volta d'accordo con Sergio D'Antoni, considerato il più filoberlusconiano dei centristi: «Anche perché», maligna un folliniano, «sperava che se uscivano i nostri dal governo poi entrava lui».

Più che abbastanza perché Bossi e Fini sentissero odore di bruciato. In prospettiva, per i due il rischio mortale è un altro: la rinascita di un forte partito di centro fondato su Casini e alleato con Forza Italia. «Non c'è solo Tremonti in Forza Italia. Dovendo scegliere tra i leghisti e noi sanno bene da che parte buttarsi», osservano sornioni i post democristiani. Alcuni esponenti del partito azzurro fanno sapere di non poterne più dei continui diktat della Lega. Tra loro non solo gli ex democristiani, ma anche il coordinatore nazionale Roberto Antonione e un personaggio influente come Fabrizio Cicchitto.

Il più attivo su questo fronte è l'ex ministro dell'Interno Claudio Scajola. I suoi lo chiamano «l'eremita» per segnalare il suo distacco dalle vicende romane. Ma è tutt'altro che lontano. È stato il più veloce a chiedere a Berlusconi, con un linguaggio appreso in decenni di frequentazioni scudocrociate, di «fare sintesi» nella Casa delle Libertà. Ed è pronto a riscuotere la promessa che il Cavaliere gli ha fatto in Sardegna questa estate e ancora qualche giorno fa: «Tornerai presto nel governo, in un posto importante».

Lui spera di trasferirsi al ministero della Difesa. Mentre Antonio Martino potrebbe tornare alla Farnesina. Sempre che al ministero degli Esteri non venga dirottato Tremonti, per evitargli il dispiacere di dover smentire le cifre della sua legge Finanziaria con una manovra aggiuntiva in primavera. Il rimpasto, se rimpasto sarà, deve arrivare subito dopo l'approvazione della legge di bilancio, alla vigilia di Natale. E dall'impegno che il Cavaliere dedicherà a quell'appuntamento si vedrà se ha deciso di continuare fino alla fine della legislatura. Oppure, se in cuor suo, ha già deciso che il 2003 sarà un lungo anno di campagna elettorale.