
Originariamente Scritto da
salerno69
Trame di regime
Vincenzo Vasile
C´era un uomo da spiare, da delegittimare. Perché era l´uomo che più probabilmente avrebbe guidato l´opposizione nella campagna elettorale del 2006. Anche a costo di inventare che era una spia del Kgb. Contro di lui si mobilitarono preventivamente con uno stuolo di «consulenti» e faccendieri ben due commissioni parlamentari bicamerali di inchiesta volute e presiedute dal centrodestra; gli addetti alle «fonti aperte» di un servizio segreto; gli ispettori del fisco dipendenti di un ministero gestito da un luogotenente di fiducia del presidente del Consiglio.
Romano Prodi ha subito per lunghi anni le attenzioni di questa inquietante congrega che sembra fatta apposta per stupire: l'ultimo della serie è il senatore Paolo Guzzanti, che è stato convocato per il 6 dicembre dal Comitato di controllo dei servizi segreti, ma lui fa finta di aver chiesto l'audizione, chiama in causa Bertinotti e Marini perché «difendano» il Parlamento, e spara l'ultima bordata: sì, assieme al «consulente» Mario Scaramella (uno che diceva di occuparsi di bonifiche ambientali e spiava l'ambientalista Pecoraro Scanio, bazzicava con spirito bipartisan la Cia e gli ex Kgb, è indagato per traffico d'armi, ma per il senatore è persona «specchiatissima») indagava per accertare una sua vecchia convinzione: che Romano Prodi fosse il punto di riferimento italiano del Kgb. E qui gli autori degli spettacoli dei figli di Guzzanti, Sabina Corrado e Caterina, si saranno mangiati la lingua, perché a questa battuta surreale non ci avevano mai pensato.
Guzzanti il senatore, a telefono con il suo consulente, nel gennaio 2006 mentre sta per concludersi (con un nulla di fatto) la commissione Mithrokin, valuta la rivelazione «una bomba termonucleare». Anche se dall'altra parte del filo il consigliere si schermisce: «Non pretenderete una dichiarazione da chicchessia che dica "Prodi è un agente", ma parliamo di coltivazioni e di contatti». Macché, egualmente «accidenti, è una bomba». Da scodellare a tambur battente con un colloquio a quattr'occhi e un appunto scritto sulla scrivania del «Capo», che sta per stilare la lista dei candidati e potrà, dovrà apprezzare i frutti di tanto lavoro. Il «Capo» di cui Scaramella chiede a Guzzanti in una successiva telefonata con devota ansia le reazioni è naturalmente Silvio Berlusconi. E il senatore in risposta assicura che «la notizia ha avuto un forte impatto», e seppure sarà difficile sostenere una simile esplosione nucleare in un eventuale processo, il «Capo» ha detto: «Beh, un momento, intanto li costringiamo a difendersi». Una risposta «estremamente positiva». Anticipato nel salotto tv di Otto e mezzo di Giuliano Ferrara e sulle colonne di Libero, questo scoop retrospettivo del senatore-giornalista oscura con un tocco di avanspettacolo la tragedia di Alexander Litvinenko, l'ex agente russo morto a Londra la scorsa settimana dopo essere stato avvelenato con il Polonio 210. C'è da ritenere che avessero cercato di coinvolgerlo nella trama, stando alla testimonianza di un'altra ex-spia russa.
Ma in questa storia, dietro alla tinta comica delle gesta del senatore e del suo consulente di fiducia, si cela anche un gravissimo risvolto politico e istituzionale: il tentativo di coinvolgere Prodi in questa sarabanda, seppure incredibile, di barbe finte e traffici internazionali assomiglia troppo alle puntate precedenti per non essere unito a esse con uno stesso filo.
Ricordate Mortadella, Cicogna, Ranocchio? Prodi, Fassino e Dini furono i bersagli designati di un'altra indagine parlamentare, quella su Telekom Serbia, in cui tutto si reggeva sulle rivelazioni di un calunniatore, il faccendiere ex-stuntman Igor Marini. E ancora si indaga per capire come mai negli archivi di un altro consulente molto speciale in forza al Sismi, si sia trovata la minuta del dossier che accusava falsamente Prodi di avere da Bruxelles concesso disco verde ai rapimenti targati Cia.
Il reticolo di relazioni, l'ambiente è sempre quello: torna per esempio anche nell'«affare Guzzanti», perché in contatto con Scaramella, quel Robert Lady, ex capocentro dell'agenzia di spionaggio americana a Milano, che il rapimento di Abu Omar lo organizzò con le sue mani e con qualche probabile aiutino italiano e con qualche ancor più probabile avallo di palazzo Chigi, quando l'inquilino era, appunto, Berlusconi. E ufficiali di un corpo dello Stato, la Guardia di Finanza, insieme a funzionari del fisco sono ancora sotto inchiesta per avere esaminato 128 volte prima e durtantela campagna elettorale i conti di Prodi e consorte. Rivelazioni e veline andavano a finire puntualmente sui giornali berlusconiani; la fonte «Betulla» del Sismi che pubblicava i dossier di Pio Pompa e stilava relazioni riservate per il servizio era una «firma» particolarmente consacrata al «Capo»; il giornale di famiglia aveva tra i suoi editorialisti più facondi e incendiari proprio l'ex-vicedirettore Guzzanti.
Si trattava di spazzatura da gettare nel ventilatore della campagna elettorale più brutta e imbarbarita che si ricordi, attraverso giornali e tv di riferimento, per allargarsi alla stampa di informazione, che alla fine avrebbe dovuto accodarsi e assuefarsi all'intossicazione: il cerchio trovava dunque la sua quadratura nei mass media.
Calunniate, calunniate, qualcosa resterà, è una citazione che appartiene a grandi autori, Plutarco, Voltaire; ma in un regime che si reggeva sul conflitto di interessi di un proprietario di tv e giornali non c'è da stupirsi se comportamenti e personaggi che a poco a poco adesso vanno emergendo siano una versione caricaturale di depistaggi informativi e di trame e complotti ben più raffinati cui ci aveva abituato la Prima Repubblica.
Pasticcioni e frenetici come erano, come sono, qualcosa la perdevano per strada. Come l'accusa a Prodi di aver spiato per Breznev e poi per Eltsin e chissà per Putin. Il vero motivo per cui il presidente della «Mithrokin» è stato lasciato con il cerino acceso dai suoi l'ha rivelato lui stesso, lamentando di essere stato lasciato solo. «Il vero amico di Vladimir Putin è Silvio Berlusconi. Io ho sempre difeso questo marcato sbilanciamento verso il premier russo con la ragion di Stato. Ma ora basta. Il silenzio del presidente di Forza Italia, ex (e futuro) presidente del Consiglio Silvio Berlusconi comincia ad impressionare. Berlusconi per ora tace, mentre sarebbe il caso che parlasse». È una citazione del Guzzanti-pensiero del 26 novembre, data del suo ultimo editoriale di Guzzanti sul Giornale (ora ripiega su Libero), pubblicato proprio il giorno che all'ex-presidente del Consiglio è venuto il coccolone, e il clamore dell'evento ha oscurato l'annuncio: in risposta a quel silenzio, il senatore fonderà un «suo» movimento.
Nel suo blog un fan, Mario Napoli, ha proposto una complicata soluzione dietrologica per salvare capra e cavoli: «Dopo che il nostro Capo si è esposto in prima persona nel garantire i comportamenti democratici di Putin in Cecenia, non possiamo abbandonarlo, come un cane sull'autostrada. La difesa di Putin vuol dire anche l'accusa dei suoi avversari; buon ultimo questo Litvinenko, che non ha saputo fornire prove originali alla Commissione, e che potrebbe essere stato eliminato da qualche altro comunista dissidente per sottrargli la paga di informatore». Un comunista dissidente? Che si tratti di Romano Prodi, spia e killer? Chissà che cosa ne dice Scaramella? Potrebbe preparare un´altra, bella bomba «nucleare».