Come abbiamo già più volte avuto occasione di sottolineare, ormai soltanto la rete internet permette un’informazione , o meglio, una controinformazione efficace. Il progresso tecnico è un’arma a due facce e il Web , nato negli USA con finalità militari, si sta ritorcendo contro loro. Lo bloccheranno ma ci vorrà tempo.
Intanto le verità nascoste vengono fuori e acquistano una diffusione impensabili.
L’attentato delle due torri dell’11 settembre a New York sta diventando uno dei casi più clamorosi.
Quell’attentato ha dato vita a due guerre atroci già programmate: ne è stata la giustificazione.
Il terrorismo non c’entra assolutamente nulla con la guerra in Afghanistan, che ha ben altre ragioni geopolitiche, in primis gli oleodotti petroliferi del Centrasia, e men che mai con l’Iraq. Naturalmente non c’entrerà nulla nel prossimi conflitto iraniano, se gli americani e i loro alleati ebrei saranno tanto stupidi da volerlo.
Intanto però sta fallendo il tentativo di rendere l’11 settembre una specie di dogma religioso come
l’“olocausto” : la versione ufficiale è contestata.
Con un appello pubblico, cento personalità pubbliche americane e 40 familiari di vittime dell’11 settembre hanno chiesto un’indagine indipendente sul tragico attentato di massa. La Commissione d’inchiesta senatoriale, dicono, ha taciuto la verità, ed ha evitato di indagare gli indizi del coinvolgimento del governo Usa nei fatti. L’appello comprende dodici imbarazzanti “domande che attendono risposta”.
1 - Perché le procedure operative standard in caso di dirottamento aereo non sono state rispettate l’11 settembre?
2 – Perché le batterie di missili ufficialmente dispiegate attorno al pentagono non sono state attivate?
3 – Perché il Secret Service ha autorizzato Bush a proseguire la sua visita alla scuola?
4 – Come mai non una sola persona è stata licenziata, sanzionata o condannata per l’incompetenza assoluta mostrata quel giorno?
5 – Perché le autorità Usa non hanno resi pubblici i risultati di diverse inchieste relative alle transazioni finanziarie che suggerivano una conoscenza preventiva di specifici dettagli dell’attentato, ed hanno fruttato miliardi di profitti i cui percettori sono facilmente rintracciabili?
6 – Perché Sibel Edmonds, una ex traduttrice dell’Fbi, la quale afferma di avere avuto conoscenza di [da intercettazioni in arabo, ndr.] allarmi anticipati, è stata pubblicamente ridotta al silenzio per ingiunzione giudiziaria, su richiesta del procuratore generale Ashcroft, ratificata da un giudice nominato da Bush?
7 – Come mai il Volo 77, quello lanciato sul Pentagono, ha potuto cambiare rotta e volare verso Washington per 40 minuti senza essere rilevato dai radar della FAA (Federal Aviation Agency)?
8 – Come mai l’Fbi e la Cia sono stati in grado di divulgare i nomi dei dirottatori presunti poche ore dopo, e di perquisirne subito le abitazioni, i ristoranti e le scuole di volo che avevano frequentato?
9 – Cosa è accaduto degli oltre 20 avvertimenti trasmessi al nostro governo da 14 servizi segreti esteri e da capi di Stato?
10 – Perché l’Amministrazione Bush ha nascosto il fatto che il capo dei servizi segreti del Pakistan era a Washington la settimana dell’11 settembre, e che quella personalità aveva da poco versato 100 mila dollari sul conto di Mohammed Atta, il presunto capo dei dirottatori?
11 – Perché la Commissione parlamentare non ha preso in considerazione le domande delle famiglie delle vittime, che sono poi le domande qui elencate?
12 – Perché Philip Zelikow è stato scelto come direttore esecutivo della Commissione parlamentare (incaricato di raccogliere – e selezionare - il materiale d’indagine, ndr.) benché sia co-autore di un libro scritto con Condoleeza Rice [conflitto d’interessi]?
Fra i cento firmatari dell’appello – una vera sfida ala verità ufficiale – ci sono Ralph Nader, candidato presidenziale, David Cobb e Catherine Austin Fitts, membri della prima Amministrazione Bush, Edward Peck, già ambasciatore Usa in Irak; seguono una quarantina di scrittori, una ventina di teologi e docenti universitari, e la deputata nera Cynthia McKinney.
In realtà le domande imbarazzanti sono più di una quarantina.
Ma la cosa più imbarazzante è che se ne parli.
Così , dopo anni di silenzio di piombo, persino la stampa italiana più sionista come il Corriere della Sera, ha dovuto “entrare in materia”.
Naturalmente lo ha fatto con il solito metro: chi dubita è un pazzo, un”complottista”.
Strano. Certa gente crede subito alle trame “politicamente corrette” ma giudica folli e squilibrati i complottisti. Per anni le “trame nere” stragiste dovevano portare i “nassifassisti” al potere: peccato che una tesi talmente assurda ( non si arriva al potere con un banda di ragazzetti, per pericolosi e sanguinari che siano) e divennero un teorema indiscutibile. L’incendio del Reichstag fu un “complotto” di Hitler. I Protocolli dei Savi di Sion, che preconizzavavo una piano per il dominio mondiale grazie al controllo della stampa e della finanza, un complotto della polizia zarista.
Ma se si parla di complotto americano allora no. Non può essere. Anche se nella Storia di complotti infami ne hanno messo in piedi più di uno.
E’ già soddisfacente tuttavia che Mieli e Mentana ( su Matrix) abbiano dovuto mettere insiemo un dibattito. Per prendere in giro i “complottisti” va da sé. Ma le domande restano. Giudicate voi dalla documentazione che presentiamo. Non tutto ovviamente va preso come oro colato. Ma quel che cola basta e avanza a far venire più che i dubbi, i brividi.
Niente arabi?
L’11 settembre, l’aereo della American Airlines AA 77 fu lanciato a schiantarsi contro il Pentagono. Guidato, ci è stato detto, da alcuni terroristi arabi. Le foto di tali terroristi furono persino diramate dall’Fbi. Oggi Thomas R. Olmsted, un medico psichiatra ed ex ufficiale della Marina Usa che vive a New Orleans, ha ottenuto la prova definitiva che non c’era a bordo nessun arabo (1).
Lo ha fatto nel modo più semplice: esigendo, in forza della legge sulla libertà d’informazione (Freedom of information Act, FOIA) i risultati delle autopsie sui resti umani dell’attentato. L’ente che ha compiuto le autopsie è quanto di più ufficiale esista: l’Istituto di Patologia delle Forze Armate (AFIP), che ha condotto la triste indagine sui resti con la consulenza di esperti dello Smithsonian capaci (ha vantato il Washington Post) di “leggere scheletri come una complessa mappa. Capaci di identificare la razza del morto dai denti, e il sesso dall’arcata sopracciliare. Possono dirti chi era un operaio, perché certe ossa s’ingrossano per aggiustarsi a certi movimenti abituali dei muscoli, e chi è stato un sarto o un tessitore, dai piccoli solchi sui denti con cui usavano trattenere i fili…a volte riescono a identificare un individuo da un pezzo di cranio grande come una moneta”.
Diciassette mesi dopo la richiesta, il dottor Olmsted ha finalmente ottenuto dall’AFIP – a quanto pare obtorto collo – l’elenco degli identificati e le relative risultanze delle autopsie. Da queste risulta che l’AFIP ha identificato con sicurezza sia tutti gli uccisi (125) che lavoravano al Pentagono, sia i 64 passeggeri dell’AA 77. Il solo corpo che l’Istituto dice di non aver potuto identificare è quello di Dana Falkenberg, una neonata i cui genitori, e la cui sorellina, sono stati identificati, e che doveva essere a bordo: evidentemente il corpicino è stato così maciullato dall’impatto, da non lasciare resti riconoscibili.
Un lavoro egregio. Che mostra che nessun arabo è stato identificato fra i corpi, e anche qualche sospetto mistero in più.
Uno: la lista dell’AFIP comprende 64 passeggeri, mentre quella diramata nelle ore dell’attentato dall’American Airlines ne ha solo 58. Come mai, visto che le compagnie aeree contano e identificano scrupolosamente i passeggeri al momento dell’imbarco? Il dottor Olmsted, che aveva in mano solo la lista dell’American Airlines diramata dalla CNN in quel terribile giorno, ha chiesto alla compagnia di ricevere la lista ufficiale. L’ha chiesto per ben tre volte: invano. La compagnia, per qualche motivo, si rifiuta di confermare una lista resa pubblica da anni, e persino di dire se quella della CNN è vera o incompleta. Curioso.
Ma anche più curiosi i profili professionali di un buon numero di passeggeri che risultano morti a bordo del Volo 77. Per quanti più ha potuto, Olmsted ha rintracciato il mestiere, la ditta per cui lavoravano e la loro specializzazione. Ecco il risultato.
I signori Don Lee, Ruben Ornado e Chad Keller lavoravano tutti e tre per la Boeing, e Lee anche per la National Security Agency (NSA), il segretissimo ente della sicurezza interna americana.
Stanley Hall lavorava alla Raytheon, la nota compagnia missilistica, ed era considerato “il decano dei sistemi bellici elettronici”.
William Caswell, fisico delle particelle, lavorava per la US Navy. Il suo lavoro era così segreto, che la famiglia non ha la minima idea di quel che facesse per la Marina, e nemmeno per quale motivo quel giorno si trovasse su quel volo diretto in California.
Charles Droz, un altro dei morti, era un alto ufficiale della US Navy; in pensione, lavorava come specialista di software per la “EM Solutions”, un’azienda altamente dedicata alle comunicazioni militari, che produce i cosiddetti “Wide Area Networks”, dalle ovvie applicazioni belliche.
Robert Penniger, anche lui a bordo dell’AA 77, lavorava per la BAE System, una ditta che si definisce “leader industriale nei sistemi di controllo di volo”, e i cui dirigenti paiono provenire tutti dai servizi segreti: da Richard Kerr ex vicedirettore della Cia, a William Schneider, già sottosegretario di Stato per la scienza e la tecnologia, a Robert Cooper, già direttore di un ente celebre per la ricerca militare: la Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA), alla quale si devono i primi sviluppi della rete che oggi conosciamo come Internet, pensata originariamente come un sistema di comunicazione capace di resistere ad un attacco nucleare.
John Sammartino e Leonard Taylor, anch’essi a bordo del tragico volo, lavoravano per la Xontech, un’altra compagnia missilistica, legata alla Boeing.
Vicki Yancey prestava la sua opera per la Vreedenberg Corporation, un’altra ditta collegata all’intelligence militare (la vedova di Yancey lavora tuttora alla Northrop-Gruman, missili e aerei da caccia).
John Yamnicky, 71 anni, era un capitano della US Navy a riposo che adesso operava come “defense contractor” (mercenario specializzato) per la Veridian (fornitrice di soldati a noleggio) e, secondo suo figlio, aveva partecipato a diverse “operazioni coperte”.
La signora Mary Jane Booth era addirittura segretaria del general manager della American Airlines, la compagnia che stava per perdere l’aereo nell’attentato.
Robert Ploger, nome aggiunto nella seconda lista aggiornata della CNN insieme alla moglie, era anch’egli collegato al mondo militare: era figlio del generale Robert Ploger.
Insomma: una folta comitiva di scienziati militari, specialisti di controlli elettronici del volo, alti tecnologi dell'aviazione e della missilistica ed esperti di telecomunicazioni avanzate, o comunque vicini al mondo dell’aeronautica e della marina da guerra. Il tipo di profili professionali che è più facile immaginare nella stanza dei bottoni che ha guidato il dirottamento e il lancio dei quattro aerei l’11 settembre – impresa altamente tecnologica – che nelle vesti di ignare e impotenti vittime dell’attentato.
Che dire? Vero è che Washington e i suoi dintorni (in cui sorge il Pentagono) sono meta di un gran numero di personaggi nel business della difesa, che ci vanno di frequente a condurre i loro affari ed a vedere ministri e senatori; può essere pura coincidenza che tanti di quei signori fossero nello stesso volo. Olmsted avanza un’ipotesi estrema: che tutti costoro fossero in qualche modo a conoscenza del complotto e dei suoi dettagli tecnici, e che siano stati “attratti” su quel volo destinato al disastro per farli morire coi loro segreti. Gente di cui il sistema di potere voleva liberarsi.
Ma non occorre arrivare a tale ipotesi omicida. Ce n’è una a portata di mano, meno tragica e più inquietante. Bisogna ricordare che nel lontano 1962 l’ammiraglio Lyman Lemnitzer sottopose seriamente al presidente Kennedy un progetto di attentati simulati clamorosi per ferire l’opinione pubblica: di tali attentati la propaganda avrebbe incolpato Fidel Castro, e questo avrebbe giustificato l’invasione di Cuba (2).
Ebbene: uno di questi progetti – come si legge nella proposta di Lemnitzer, poipubblicata – prevedeva di creare “un esatto duplicato di un aereo civile di linea” per poi “a un momento dato riempire l’aereo duplicato con passeggeri selezionati, imbarcati sotto nomi falsi. Il volo sarebbe stato convertito in un drone (aereo senza pilota, telecomandato) …e poi distrutto con un comando dato da un segnale radio”.
Non è rimasta traccia dei motivo di certi curiosi particolari della proposta. A che scopo riempire l’aereo di “passeggeri selezionati”, per di più “sotto falso nome”? E che significa “passeggeri selezionati”? Selezionati per morire, oppure per…
Per scomparire dall’anagrafe. Vivi in realtà, ma morti ufficialmente nel falso attentato, liberi ormai di agire sotto una nuova identità. Per esempio: un gruppo di scienziati militari preziosi per l'industria bellica, di specialisti di operazioni segrete utili alla causa: ancora più utili se si finge che siano morti in un attentato aereo, mentre in realtà continuano a lavorare in laboratori sconosciuti a tutti, in una segretezza ormai resa perfetta dalla loro “scomparsa”, comprovata da una lista di vittime e dalle loro autopsie. Con nuovi nomi, altre vite ricostruite, altre mogli e figli magari. Perché no? In fondo è il sogno di ogni agente segreto: far credere al nemico di essere morto. La copertura più sicura e invulnerabile (3).
conferenze tenute a Roma da Jimmy Walter, il miliardario americano che invoca una commissione d'inchiesta internazionale e indipendente per fare luce sull'11 Settembre, ci hanno messo al corrente di nuovi particolari – clamorosi, e inediti in Italia – sui retroscena del mega-attentato alle Twin Towers.
Walter ha condotto con sé diverse personalità ben informate sui fatti, che hanno condotto indagini o sono state testimoni oculari dell'evento.
William Rodriguez è appunto un testimone.
Portoricano di nascita, da vent'anni capeggiava una squadra addetta alle pulizie nel World Trade Center.
Poiché era il solo, il giorno dell'attentato, a disporre della chiave universale o passepartout che apriva tutte le porte delle Twin Towers, ha condotto i vigili del fuoco sulle scale per 34 piani massacranti, ha salvato decine di persone intrappolate negli uffici e negli ascensori.
Rodriguez è stato definito "un eroe" dal Congresso e dallo stesso Bush; ciò che non gli ha impedito di restare disoccupato a causa del crollo delle Torri (è l'America, ragazzi) e persino per qualche tempo un senzatetto.
Ora, l'eroe ha querelato Bush.
Perché? Perché Rodriguez è stato ascoltato dalla cosiddetta Commissione congiunta Usa sull'11 settembre.
E' stato sentito a porte chiuse: che segreti di Stato poteva mai rivelare un addetto alle pulizie, direte voi? Il fatto è che Rodriguez, come ha raccontato a Roma per l'ennesima volta, mentre si trovava all'interno della prima Torre colpita, ad un piano basso, sentì "una forte esplosione" provenire da un piano sotterraneo (B-2), tale da far vibrare il pavimento su cui si trovava; subito dopo, sentì il fragore dell'aereo che si schiantava, lassù in alto, contro il grattacielo.
In seguito, ha sentito altre esplosioni che non potevano essere causate dall'impatto aereo.
Altrettanti indizi a sostegno dell'ipotesi (sostenuta da Walter) che le due Torri caddero non per l'impatto con gli aerei, ma grazie ad una sistematica "demolizione controllata" con accurate cariche di esplosivo. Di qui, forse, le "porte chiuse".
Fatto è che, nel rapporto finale della Commissione (addomesticata) sull'11 settembre, Rodriguez non ha trovato nessun accenno alla propria testimonianza.
E nemmeno il suo nome.
A questo punto, come capo dell'associazione dei "latinos" vittime dell'attentato, ha denunciato l'intero governo USA secondo la RICO (la legge antimafia USA) come associazione a delinquere.
E il suo avvocato, Philip Berg di Ridge Pike, Pennsylvania, ha accumulato un intero volume – la sua denuncia – di fatti a sostegno dell'accusa. Vari e cruciali bandoli della matassa.
Uno di questi bandoli è sicuramente Larry Silverstein il capitalista ebreo che si aggiudicò l'affitto per 99 anni dell'intero World Trade Center (proprietà del municipio di New York) solo poche settimane prima dell'attentato.
Allo stesso filo è legato Frank Lowy, affittuario per 99 anni degli "spazi per negozi" al WTC: anche lui aveva concluso l'affare, pagando (ma solo in parte) 400 mila dollari per l'affitto, e anche lui – guarda caso – "poco prima" dell'11 settembre. Anche Lowy è ebreo, anzi israeliano, benché viva in Australia (è il secondo uomo più ricco dell'Australia, possiede la Westfield Holdings, una finanziaria padrona di shopping center in Usa, Australia, Nuova Zelanda e Gran Bretagna).
E tutti e due – previdenti – si erano assicurati contro atti di terrorismo, sicché dalla tragedia hanno ricavato un bel pacco di dollari, molto più grosso di quello che vi avevano investito.
Naturalmente non avrebbero ricevuto alcun indennizzo se si fosse accertato che l'attentato era in realtà un "lavoro interno", che le Torri erano crollate per "demolizione", e che loro erano al corrente in anticipo del trucco.
Ora, non è noto in Italia che Silverstein ha fatto a questo proposito un'ammissione compromettente.
L'oggetto dell'ammissione è la Torre 7, un grattacielo più piccolo (e poco notevole, sotto la massa delle Twin Towers) che faceva parte del WTC.
Anche la Torre 7 è crollata, benché non sia stata attaccata da nessun aereo; ed è crollata come le due grandi Torri, simmetricamente, perfettamente nel suo perimetro. Ora, durante un programma della tv PBS ("America Rebuilds") trasmesso nel settembre 2002, l'intervistato Silrvestein ha rievocato quei momenti.
Ed ha detto: "ricordo una telefonata del comandante del vigili del fuoco, il quale mi comunicava che non erano sicuri di poter contenere l'incendio [della Torre 7], ed io risposi: "abbiamo avuto tante perdite umane, forse la cosa più intelligente da fare è di tirarla giù. Così loro decisero di tirarla giù e guardammo l'edificio collassare".
Il verbo usato da Silverstein, "to pull it", nel gergo edilizio viene usato per la demolizione controllata con cariche d'esplosivo.
Difatti, i video ripresi nel tragico giorno mostrano la Torre 7 crollare nel suo perimetro, alla perfezione, cominciando a sgretolarsi dal basso – come avviene nelle regolari demolizioni controllate – e non dall'alto come le Twin Towers.
Ma, come ha fatto notare Eric Hufschmid, un altro accompagnatore di Jimmy Walter a Roma e autore di un'accurata inchiesta sui fatti ("Painful Questions", edito in proprio), ciò fa nascere più di un dubbio.
Il primo: la Torre 7 doveva essere già stata preparata dagli artificieri per il collasso controllato "in anticipo", visto che tale preparazione – col ben studiato posizionamento di cariche esplosive sulle strutture portanti e i complessi collegamenti elettrici richiesti per sincronizzare le esplosioni – in genere dura qualche giorno.
Perché la Torre 7 era stata predisposta alla demolizione?
E perché non pensare che anche le grandi Torri Gemelle fossero state predisposte allo stesso modo, seppure in modo più complesso e sagace, per farle apparire sgretolarsi dall'alto in basso?
Va detto che il Comune di New York aveva in animo da tempo di demolire l'intero World Trade Center.
I grattacieli non sono case, sono macchine: ascensori (ogni Torre ne aveva 150), impianti di climatizzazione e dotti idraulici antincendio, generatori…viene un momento in cui i costi di riparazione e manutenzione di tutti questi apparati, che invecchiano, superano i profitti.
Conviene demolire e rifare nuovi i vecchi grattacieli, e le Torri avevano una trentina d'anni sulle spalle.
Tuttavia, la pratica per la demolizione s'era incagliata su un particolare: prima, dicevano le autorità sanitarie, bisognava asportare dalle Torri tutto l'amianto e i materiali pericolosi (persino l'americio, un metallo radioattivo che è nei sensori delle bocchette antincendio, quelle che s'attivano da sé, spargendo acqua a pioggia, quando "sentono" del fumo negli ambienti).
L'asportazione dell'amianto era costosa, troppo costosa.
Quale migliore scusa di un colossale "attentato arabo", che avrebbe graziosamente provveduto alla demolizione scaricando Rudolph Giuliani, il sindaco di New York, delle spese per l'amianto e di ogni responsabilità?
Insomma c'erano molti che avevano convenienza a quell'attentato.
Ma quando le Torri sarebbero state predisposte per la demolizione controllata, senza che gli artificieri intenti a posizionare cariche esplosive e fili elettrici fossero notati dai molti visitatori o lavoratori nelle Torri?
La risposta c'è. Come fa notare Philip Berg, l'avvocato di Rodriguez, "nella Torre Sud fu decretata l'interruzione dell'energia elettrica (power down), con la motivazione di dover procedere a un rinnovo dei cavi elettrici, i giorni 8-9 settembre 2001 – un fine settimana, oltretutto. Ciò avrebbe potuto permettere agli agenti demolitori dell'associazione a delinquere [il governo Bush] di posizionare gli esplosivi senza essere registrati dalle telecamere di sorveglianza. Si noti che la sicurezza al WTC era assicurata dalla Stratesec, un'azienda di cui è stato direttore Marvin Bush, fratello del presidente".
Del resto, le Twin Towers sono spazi da uffici in affitto, e molti piani sono vuoti tra un affitto e l'altro.
Ad esempio, erano vuoti i piani 16 e 17 della Torre Nord, occupati fino a pochi giorni prima dalla ZIM American Israeli Shipping Company, filiale della ZIM Israel Navigation Co., una grande impresa armatrice di porta-containers, di cui è proprietario per metà lo Stato d'Israele.
Per sua fortuna, la ZIM aveva deciso di traslocare in una sede più economica a Norfolk, in Virginia, perché il WTC era troppo costoso.
Giusto in tempo.
Anche se quel trasloco improvviso e giustificato con motivazioni di economia, era costato assai: il contratto d'affitto della ZIM al WTC scadeva infatti a dicembre, sicché la compagnia israeliana ci ha perso 50 mila dollari di pigione già pagata.
Peggio: come ha scoperto Chris Bollyn, giornalista dell'American Free Press (anche lui al seguito di Walter a Roma), dopo l'attentato la ZIM ha traslocato di nuovo, lasciando Norfolk per tornare a New York.
A che scopo tutto questo viavai, da parte di un'azienda legata al governo d'Israele, che è anche sicuramente una facciata del Mossad (nei container si può celare qualunque cosa)?
Il bravo e coraggioso Chris Bollyn ha fra l'altro scoperto un caso più allarmante: le notizie date a caldo dai giornali l'11 settembre, specie dai giornali "locali" (e quindi non controllabili dalle note lobbies, come i grandi media), stanno scomparendo dagli archivi, elettronici o cartacei, pubblicamente accessibili (come nelle biblioteche ed emeroteche).
Qualcuno, come nel romanzo di Orwell, fa sparire il passato: e precisamente quelle notizie che contraddicono la "verità ufficiale" sull'11 settembre.
Ad esempio, è sparito dagli archivi di ogni genere un articolo comparso su The Albuquerque Journal lo stesso 11 settembre 2001, e firmato dal vecchio giornalista locale Olivier Uyttebrouck.
Si tratta di un'intervista "a caldo" a tale Van Romero, grande esperto di esplosivi ed ex-direttore dell'Energetic Materials Research & Testing Center, detta "la scuola delle bombe" in New Mexico, un ente di cui sono comproprietari il Dipartimento della Difesa (Pentagono), il Ministero dell'Energia e la National Science Foundation. Al giornalista, Van Romero confermò da esperto quel che tutti noi abbiamo sospettato: "il crollo degli edifici appare troppo metodico per essere un casuale risultato dell'impatto di un aereo contro la struttura. Dalle riprese video mi sono fatto l'opinione che, dopo che gli aerei hanno colpito il WTC, abbiano agito delle cariche esplosive site dentro gli edifici, che ne hanno provocato il crollo".
Qualcuno si è preso la briga di cancellare ogni traccia storica di questo articolo, che però l'autore ha in copia, e che fu pubblicato dall'Albuquerque Journal l'11 settembre, edizione straordinaria, pagina A-2.
Ma non è tutto. Chris Bollyn ha fornito altri esempi del funzionamento della "macchina della disinformazione" che gira a pieno regime in Usa.
Così per esempio a proposito di Popular Mechanics, un periodico di divulgazione scientifica molto venduto: nel numero di marzo 2005 Popular Mechanics ha pubblicato una sua inchiesta ("Debunking 9-11 Lies"), per smentire "scientificamente" quelle ipotesi – tipo demolizione controllata – che decine di investigatori indipendenti americani continuano a sostenere – e con sempre maggior precisione – attorno all'11 settembre.
L'articolo di Popular Mechanics sostiene a spada tratta la verità ufficiale, e bolla chi ne dubita come "estremisti" che "alimentano fantasia velenose" e ingiuriose contro l'onesto governo Bush.
Ebbene: come ha scoperto Bollyn, l'articolo di marzo di Popular Mechanics è stato preceduto da una brutale purga di redattori esperti nel periodico, evidentemente perché non si piegavano alla "linea" pro-governativa.
Nel settembre 2004 Joe Oldham, redattore capo della rivista da sempre, è stato licenziato in tronco, ed è stato sostituito da James B. Meigs, proveniente dal National Geographic.
Un mese dopo il direttore creativo della rivista, che lavorava lì da 21 anni, fu licenziato in tronco, con 90 minuti di tempo per svuotare l'ufficio, e parimenti sostituito.
Ad operare la purga è stata Cathleen P. Black, la supermanager della Hearst Magazines (padrona di Popular Mechanics e di altri 175 periodici fra i più diffusi in America, fra cui Cosmopolitan, Harper's Bazaar, Esquire, Good Housekeeping).
In passato, la Black è stata presidente ed editrice di Usa Today, quotidiano fra i più idioti del mondo, lanciato con enorme grancassa e in continua perdita.
Un immenso insuccesso, che però misteriosamente ha fruttato alla Black l'assunzione (con stipendio superiore al milione di dollari l'anno) alla Hearst, la grande casa editrice di "destra".
Perché?
Bollyn ha scoperto che la Black è membro dei consigli d'amministrazione di imprese come Coca Cola e IBM, e siede al Council on Foreign Relations di Rockefeller (la fondazione da cui sono usciti Kissinger, Brzezinsky e Samuel Huntington, il teorico dello "scontro di civiltà").
Ma è ancor più interessante il marito della signora Black, Thomas E. Harwey.
Da oscuro avvocato, nel 1977 fu portato da Carter (creatura del Council on Foreign Relations) alla Casa Bianca, come assistente speciale al direttore della CIA, e poi "in posizioni altissime al Pentagono", per finire come dirigente della campagna Bush nel 1992.
Insomma un agente della CIA; del resto, da avvocato, Harwey era socio di Morris Hadley, che risulta membro della società segreta "Skull and Bones" di Yale, in cui sono stati allevati tanti dirigenti CIA.
Questo intreccio fa concludere a Chris Bollyn che anche Popular Mechanics, come Usa Today (e il Washington Post, e il New York Times, ed altri "grandi giornali") è caduto sotto l'influenza della CIA, che controlla così l'opinione pubblica.
Ultima informazione, sull'autore dell'inchiesta che, su Popular Mechanics, ha preteso di smontare le "accuse dei complottisti" per difendere la versione ufficiale sull'11 settembre, secondo cui tutto è stato architettato da Bin Laden con 17 arabi, piloti della domenica.
L'autore, dichiarato nel periodico uno "sperimentato ricercatore", è il 25enne Benjamin Chertoff: guarda caso, nipote di Michael Chertoff, l'israeliano-americano messo da Bush a dirigere la Homeland Security, ossia la Sicurezza Interna, la Gestapo del nuovo regime.
Michael Chertoff, da giudice a New York, rilasciò i cinque israeliani che la polizia di New York aveva fermato, perché erano stati visti da testimoni fotografarsi a vicenda con lo sfondo delle due Torri in fiamme, facendo il segno "V" con le dita: spie israeliane con addestramento ricevuto nell'esercito di Israele.
Un altro ebreo a cui non conviene che la verità venga a galla, e che sulla menzogna di Stato ha costruito una luminosa carriera.
3)
Le conferenze tenute a Roma da Jimmy Walter, il miliardario americano che invoca una commissione d'inchiesta internazionale e indipendente per fare luce sull'11 Settembre, ci hanno messo al corrente di nuovi particolari – clamorosi, e inediti in Italia – sui retroscena del mega-attentato alle Twin Towers.
Walter ha condotto con sé diverse personalità ben informate sui fatti, che hanno condotto indagini o sono state testimoni oculari dell'evento.
William Rodriguez è appunto un testimone.
Portoricano di nascita, da vent'anni capeggiava una squadra addetta alle pulizie nel World Trade Center.
Poiché era il solo, il giorno dell'attentato, a disporre della chiave universale o passepartout che apriva tutte le porte delle Twin Towers, ha condotto i vigili del fuoco sulle scale per 34 piani massacranti, ha salvato decine di persone intrappolate negli uffici e negli ascensori.
Rodriguez è stato definito "un eroe" dal Congresso e dallo stesso Bush; ciò che non gli ha impedito di restare disoccupato a causa del crollo delle Torri (è l'America, ragazzi) e persino per qualche tempo un senzatetto.
Ora, l'eroe ha querelato Bush.
Perché? Perché Rodriguez è stato ascoltato dalla cosiddetta Commissione congiunta Usa sull'11 settembre.
E' stato sentito a porte chiuse: che segreti di Stato poteva mai rivelare un addetto alle pulizie, direte voi? Il fatto è che Rodriguez, come ha raccontato a Roma per l'ennesima volta, mentre si trovava all'interno della prima Torre colpita, ad un piano basso, sentì "una forte esplosione" provenire da un piano sotterraneo (B-2), tale da far vibrare il pavimento su cui si trovava; subito dopo, sentì il fragore dell'aereo che si schiantava, lassù in alto, contro il grattacielo.
In seguito, ha sentito altre esplosioni che non potevano essere causate dall'impatto aereo.
Altrettanti indizi a sostegno dell'ipotesi (sostenuta da Walter) che le due Torri caddero non per l'impatto con gli aerei, ma grazie ad una sistematica "demolizione controllata" con accurate cariche di esplosivo. Di qui, forse, le "porte chiuse".
Fatto è che, nel rapporto finale della Commissione (addomesticata) sull'11 settembre, Rodriguez non ha trovato nessun accenno alla propria testimonianza.
E nemmeno il suo nome.
A questo punto, come capo dell'associazione dei "latinos" vittime dell'attentato, ha denunciato l'intero governo USA secondo la RICO (la legge antimafia USA) come associazione a delinquere.
E il suo avvocato, Philip Berg di Ridge Pike, Pennsylvania, ha accumulato un intero volume – la sua denuncia – di fatti a sostegno dell'accusa. Vari e cruciali bandoli della matassa.
Uno di questi bandoli è sicuramente Larry Silverstein il capitalista (ebreo) che si aggiudicò l'affitto per 99 anni dell'intero World Trade Center (proprietà del municipio di New York) solo poche settimane prima dell'attentato.
Allo stesso filo è legato Frank Lowy, affittuario per 99 anni degli "spazi per negozi" al WTC: anche lui aveva concluso l'affare, pagando (ma solo in parte) 400 mila dollari per l'affitto, e anche lui – guarda caso – "poco prima" dell'11 settembre. Anche Lowy è ebreo, anzi israeliano, benché viva in Australia (è il secondo uomo più ricco dell'Australia, possiede la Westfield Holdings, una finanziaria padrona di shopping center in Usa, Australia, Nuova Zelanda e Gran Bretagna).
E tutti e due – previdenti – si erano assicurati contro atti di terrorismo, sicché dalla tragedia hanno ricavato un bel pacco di dollari, molto più grosso di quello che vi avevano investito.
Naturalmente non avrebbero ricevuto alcun indennizzo se si fosse accertato che l'attentato era in realtà un "lavoro interno", che le Torri erano crollate per "demolizione", e che loro erano al corrente in anticipo del trucco.
Ora, non è noto in Italia che Silverstein ha fatto a questo proposito un'ammissione compromettente.
L'oggetto dell'ammissione è la Torre 7, un grattacielo più piccolo (e poco notevole, sotto la massa delle Twin Towers) che faceva parte del WTC.
Anche la Torre 7 è crollata, benché non sia stata attaccata da nessun aereo; ed è crollata come le due grandi Torri, simmetricamente, perfettamente nel suo perimetro. Ora, durante un programma della tv PBS ("America Rebuilds") trasmesso nel settembre 2002, l'intervistato Silrvestein ha rievocato quei momenti.
Ed ha detto: "ricordo una telefonata del comandante del vigili del fuoco, il quale mi comunicava che non erano sicuri di poter contenere l'incendio [della Torre 7], ed io risposi: "abbiamo avuto tante perdite umane, forse la cosa più intelligente da fare è di tirarla giù. Così loro decisero di tirarla giù e guardammo l'edificio collassare".
Il verbo usato da Silverstein, "to pull it", nel gergo edilizio viene usato per la demolizione controllata con cariche d'esplosivo.
Difatti, i video ripresi nel tragico giorno mostrano la Torre 7 crollare nel suo perimetro, alla perfezione, cominciando a sgretolarsi dal basso – come avviene nelle regolari demolizioni controllate – e non dall'alto come le Twin Towers.
Ma, come ha fatto notare Eric Hufschmid, un altro accompagnatore di Jimmy Walter a Roma e autore di un'accurata inchiesta sui fatti ("Painful Questions", edito in proprio), ciò fa nascere più di un dubbio.
Il primo: la Torre 7 doveva essere già stata preparata dagli artificieri per il collasso controllato "in anticipo", visto che tale preparazione – col ben studiato posizionamento di cariche esplosive sulle strutture portanti e i complessi collegamenti elettrici richiesti per sincronizzare le esplosioni – in genere dura qualche giorno.
Perché la Torre 7 era stata predisposta alla demolizione?
E perché non pensare che anche le grandi Torri Gemelle fossero state predisposte allo stesso modo, seppure in modo più complesso e sagace, per farle apparire sgretolarsi dall'alto in basso?
Va detto che il Comune di New York aveva in animo da tempo di demolire l'intero World Trade Center.
I grattacieli non sono case, sono macchine: ascensori (ogni Torre ne aveva 150), impianti di climatizzazione e dotti idraulici antincendio, generatori…viene un momento in cui i costi di riparazione e manutenzione di tutti questi apparati, che invecchiano, superano i profitti.
Conviene demolire e rifare nuovi i vecchi grattacieli, e le Torri avevano una trentina d'anni sulle spalle.
Tuttavia, la pratica per la demolizione s'era incagliata su un particolare: prima, dicevano le autorità sanitarie, bisognava asportare dalle Torri tutto l'amianto e i materiali pericolosi (persino l'americio, un metallo radioattivo che è nei sensori delle bocchette antincendio, quelle che s'attivano da sé, spargendo acqua a pioggia, quando "sentono" del fumo negli ambienti).
L'asportazione dell'amianto era costosa, troppo costosa.
Quale migliore scusa di un colossale "attentato arabo", che avrebbe graziosamente provveduto alla demolizione scaricando Rudolph Giuliani, il sindaco di New York, delle spese per l'amianto e di ogni responsabilità?
Insomma c'erano molti che avevano convenienza a quell'attentato.
Ma quando le Torri sarebbero state predisposte per la demolizione controllata, senza che gli artificieri intenti a posizionare cariche esplosive e fili elettrici fossero notati dai molti visitatori o lavoratori nelle Torri?
La risposta c'è. Come fa notare Philip Berg, l'avvocato di Rodriguez, "nella Torre Sud fu decretata l'interruzione dell'energia elettrica (power down), con la motivazione di dover procedere a un rinnovo dei cavi elettrici, i giorni 8-9 settembre 2001 – un fine settimana, oltretutto. Ciò avrebbe potuto permettere agli agenti demolitori dell'associazione a delinquere [il governo Bush] di posizionare gli esplosivi senza essere registrati dalle telecamere di sorveglianza. Si noti che la sicurezza al WTC era assicurata dalla Stratesec, un'azienda di cui è stato direttore Marvin Bush, fratello del presidente".
Del resto, le Twin Towers sono spazi da uffici in affitto, e molti piani sono vuoti tra un affitto e l'altro.
Ad esempio, erano vuoti i piani 16 e 17 della Torre Nord, occupati fino a pochi giorni prima dalla ZIM American Israeli Shipping Company, filiale della ZIM Israel Navigation Co., una grande impresa armatrice di porta-containers, di cui è proprietario per metà lo Stato d'Israele.
Per sua fortuna, la ZIM aveva deciso di traslocare in una sede più economica a Norfolk, in Virginia, perché il WTC era troppo costoso.
Giusto in tempo.
Anche se quel trasloco improvviso e giustificato con motivazioni di economia, era costato assai: il contratto d'affitto della ZIM al WTC scadeva infatti a dicembre, sicché la compagnia israeliana ci ha perso 50 mila dollari di pigione già pagata.
Peggio: come ha scoperto Chris Bollyn, giornalista dell'American Free Press (anche lui al seguito di Walter a Roma), dopo l'attentato la ZIM ha traslocato di nuovo, lasciando Norfolk per tornare a New York.
A che scopo tutto questo viavai, da parte di un'azienda legata al governo d'Israele, che è anche sicuramente una facciata del Mossad (nei container si può celare qualunque cosa)?
Il bravo e coraggioso Chris Bollyn ha fra l'altro scoperto un caso più allarmante: le notizie date a caldo dai giornali l'11 settembre, specie dai giornali "locali" (e quindi non controllabili dalle note lobbies, come i grandi media), stanno scomparendo dagli archivi, elettronici o cartacei, pubblicamente accessibili (come nelle biblioteche ed emeroteche).
Qualcuno, come nel romanzo di Orwell, fa sparire il passato: e precisamente quelle notizie che contraddicono la "verità ufficiale" sull'11 settembre.
Ad esempio, è sparito dagli archivi di ogni genere un articolo comparso su The Albuquerque Journal lo stesso 11 settembre 2001, e firmato dal vecchio giornalista locale Olivier Uyttebrouck.
Si tratta di un'intervista "a caldo" a tale Van Romero, grande esperto di esplosivi ed ex-direttore dell'Energetic Materials Research & Testing Center, detta "la scuola delle bombe" in New Mexico, un ente di cui sono comproprietari il Dipartimento della Difesa (Pentagono), il Ministero dell'Energia e la National Science Foundation. Al giornalista, Van Romero confermò da esperto quel che tutti noi abbiamo sospettato: "il crollo degli edifici appare troppo metodico per essere un casuale risultato dell'impatto di un aereo contro la struttura. Dalle riprese video mi sono fatto l'opinione che, dopo che gli aerei hanno colpito il WTC, abbiano agito delle cariche esplosive site dentro gli edifici, che ne hanno provocato il crollo".
Qualcuno si è preso la briga di cancellare ogni traccia storica di questo articolo, che però l'autore ha in copia, e che fu pubblicato dall'Albuquerque Journal l'11 settembre, edizione straordinaria, pagina A-2.
Ma non è tutto. Chris Bollyn ha fornito altri esempi del funzionamento della "macchina della disinformazione" che gira a pieno regime in Usa.
Così per esempio a proposito di Popular Mechanics, un periodico di divulgazione scientifica molto venduto: nel numero di marzo 2005 Popular Mechanics ha pubblicato una sua inchiesta ("Debunking 9-11 Lies"), per smentire "scientificamente" quelle ipotesi – tipo demolizione controllata – che decine di investigatori indipendenti americani continuano a sostenere – e con sempre maggior precisione – attorno all'11 settembre.
L'articolo di Popular Mechanics sostiene a spada tratta la verità ufficiale, e bolla chi ne dubita come "estremisti" che "alimentano fantasia velenose" e ingiuriose contro l'onesto governo Bush.
Ebbene: come ha scoperto Bollyn, l'articolo di marzo di Popular Mechanics è stato preceduto da una brutale purga di redattori esperti nel periodico, evidentemente perché non si piegavano alla "linea" pro-governativa.
Nel settembre 2004 Joe Oldham, redattore capo della rivista da sempre, è stato licenziato in tronco, ed è stato sostituito da James B. Meigs, proveniente dal National Geographic.
Un mese dopo il direttore creativo della rivista, che lavorava lì da 21 anni, fu licenziato in tronco, con 90 minuti di tempo per svuotare l'ufficio, e parimenti sostituito.
Ad operare la purga è stata Cathleen P. Black, la supermanager della Hearst Magazines (padrona di Popular Mechanics e di altri 175 periodici fra i più diffusi in America, fra cui Cosmopolitan, Harper's Bazaar, Esquire, Good Housekeeping).
In passato, la Black è stata presidente ed editrice di Usa Today, quotidiano fra i più idioti del mondo, lanciato con enorme grancassa e in continua perdita.
Un immenso insuccesso, che però misteriosamente ha fruttato alla Black l'assunzione (con stipendio superiore al milione di dollari l'anno) alla Hearst, la grande casa editrice di "destra".
Perché?
Bollyn ha scoperto che la Black è membro dei consigli d'amministrazione di imprese come Coca Cola e IBM, e siede al Council on Foreign Relations di Rockefeller (la fondazione da cui sono usciti Kissinger, Brzezinsky e Samuel Huntington, il teorico dello "scontro di civiltà").
Ma è ancor più interessante il marito della signora Black, Thomas E. Harwey.
Da oscuro avvocato, nel 1977 fu portato da Carter (creatura del Council on Foreign Relations) alla Casa Bianca, come assistente speciale al direttore della CIA, e poi "in posizioni altissime al Pentagono", per finire come dirigente della campagna Bush nel 1992.
Insomma un agente della CIA; del resto, da avvocato, Harwey era socio di Morris Hadley, che risulta membro della società segreta "Skull and Bones" di Yale, in cui sono stati allevati tanti dirigenti CIA.
Questo intreccio fa concludere a Chris Bollyn che anche Popular Mechanics, come Usa Today (e il Washington Post, e il New York Times, ed altri "grandi giornali") è caduto sotto l'influenza della CIA, che controlla così l'opinione pubblica.
Ultima informazione, sull'autore dell'inchiesta che, su Popular Mechanics, ha preteso di smontare le "accuse dei complottisti" per difendere la versione ufficiale sull'11 settembre, secondo cui tutto è stato architettato da Bin Laden con 17 arabi, piloti della domenica.
L'autore, dichiarato nel periodico uno "sperimentato ricercatore", è il 25enne Benjamin Chertoff: guarda caso, nipote di Michael Chertoff, l'israeliano-americano messo da Bush a dirigere la Homeland Security, ossia la Sicurezza Interna, la Gestapo del nuovo regime.
Michael Chertoff, da giudice a New York, rilasciò i cinque israeliani che la polizia di New York aveva fermato, perché erano stati visti da testimoni fotografarsi a vicenda con lo sfondo delle due Torri in fiamme, facendo il segno "V" con le dita: spie israeliane con addestramento ricevuto nell'esercito di Israele.
Un altro ebreo a cui non conviene che la verità venga a galla, e che sulla menzogna di Stato ha costruito una luminosa carriera.
4)
All’ultimo momento, la CC ha cancellato la puntata del suo talk-show di successo, chiamato «Showbiz Tonight».
Ed Asner, un vecchio attore, oggi regista e produttore, Sanders Hicks, scrittore ed editore avrebbero dovuto dibattere su «quel che è veramente successo» l’11 settembre 2001, con un senatore della Commissione d’inchiesta sull’11 settembre.
L’anonimo senatore ha rifiutato all’ultimo minuto.
Perché Asner ed Hicks contestano apertamente la versione ufficiale sull’attentato «islamico»; e il senatore riteneva che «già solo replicare» a quei due significava «dare credito alle loro asserzioni».
Ragione del dibattito: discutere le recenti dichiarazioni del noto attore Charlie Sheen.
Il quale, il 19 marzo scorso, intervistato dalla GCN Radio Network, ha detto: «mi pare che la vera teoria della cospirazione sia credere che 19 dilettanti terroristi armati di taglierini abbiano dirottato quattro aerei e raggiunto il 75% dei loro obbiettivi. Questo solleva un sacco di domande». Ed ha chiesto una nuova inchiesta, veramente indipendente, su quel che è successo l’11 settembre.
Tutti i media hanno urlato contro Charlie Sheen, gli hanno dato del complottista e del visionario, gli hanno intimato il silenzio.
Tutto come al solito.
Ma non è facile, in USA, silenziare gli attori, come silenziare i giornalisti.
Il 27 marzo, proprio sulla CNN, Sharon Stone ha preso le difese di Charlie Sheen: in base al Primo Emendamento, ha detto l’attrice, Charlie ha diritto di parlare liberamente.
Ha aggiunto che il collega si è comportato «con coraggio», e che è essenziale, nell’attuale situazione in USA, non farsi intimidire dalle autorità.
Sharon Stone e Charlie Sheen non sono i primi né i soli a contestare la «verità ufficiale».
L'attore James Woods la contestò dai microfoni della Fox News già nel 2002, il 14 febbraio.
Dean Aglund (star di X-Files) ha fatto pubbliche dichiarazioni alla radio GCN nel 2004 sostenendo che la verità sulle Twin Towers era stata manipolata dal governo.
Susan Sarandon e Michael Moore sono aperamente critici della versione ufficiale sul grande attentato.
L'attore Ed Begley jr. ha fatto il presentatore del DVD «Confronting the evidence», il video finanziato da Jimmy Walter che mostra, in immagini incontrovertibili, che i due aerei che furono lanciati contro le Twin Tower avevano sotto la pancia un oggetto oblungo (forse l’apparato di teleguida), e non avevano finestrini, né insegne degli aerei-passeggeri; quanto all’aereo sul Pentagono, sul prato antistante, a pochi minuti dall’attentato, non vi è traccia di rottami.
E, come abbiamo ricordato su questo sito, pochi giorni fa, in un telefilm a episodi («Boston Legal»), un attore, che impersona l’avvocato Alan Shore, ha pronunciato un'arringa di questo tenore: «Quando la storia delle armi di distruzione di massa risultò falsa, mi aspettavo che il popolo americano insorgesse. Non l’ha fatto. Quando la faccenda di Abu Ghraib saltò fuori e risultò che il nostro governo cattura delle persone e le consegna a Paesi dove si tortura, ero sicuro che il popolo americano si sarebbe fatto sentire. E’ rimasto muto».
«Poi è arrivata la notizia che noi teniamo in carcere migliaia di cosiddetti sospetti terroristi, senza processo e senza nemmeno che possano replicare ai loro accusatori. Certo, non avremmo sopportato questo. L’abbiamo sopportato…Torture, perquisizioni senza mandato, intercettazioni illegali, incarcerazioni senza processo, guerra sotto falsi pretesti: noi cittadini sopportiamo tutto questo…».
Un atto di coraggio civile che non ha eguali nella società americana.
Perché gli attori e i registi parlano a voce alta contro la versione ufficiale dell’11 settembre, e gli altri tacciono?
In USA, gli attori sono ricchi ed anche economicamente autonomi, al contrario degli altri americani che, anche se sono benestanti, sono assillati dai debiti.
E dunque tengono la testa bassa, lavorano 14 ore al giorno, e non esprimono critiche anticonformiste che possano danneggiarli nella carriera.
In USA, gli attori vivono in un ambiente dove l'anticonformismo - così totalmente represso nel resto della società USA - è invece promosso.
Ma c’è di più: gli attori americani sono colti.
Più della popolazione in generale.
Non si può essere attore o attrice, in America, semplicemente avendo un bell’aspetto.
Né si passa dal Calendario Pirelli (o dalle foto di Playboy) e dall’analfabetismo al cinema, o almeno al grande cinema.
Non si può essere attori, là, senza aver letto, gustato e studiato Shakespeare.
Uno dei motivi per cui il cinema anglo-americano è superiore agli altri è appunto che nel suo tessuto profondo c’è Shakespeare, un’idea di teatro alta, animata da «impegno» nel più alto senso politico ed artistico; come esercizio di responsabilità civile.
Anche i docenti universitari godono in parte della stessa autonomia economica (non possono essere licenziati con facilità), anticonformismo, e cultura che - per quanto improbabile - li apparenta al mondo più consapevole di Hollywood.
Non è un un caso che siano due docenti della Kennedy School di Harvard, John Mearsheimer e Stephen Walt, ad avere avuto il coraggio di pubblicare uno studio dal titolo «La lobby israeliana nella politica estera USA», che sta mettendo a rumore - e rompendo il muro del silenzio - sul potere occulto della lobby ebraica sopra il governo americano e i media.
Speriamo di poter offrire presto una traduzione di questo studio assolutamente dirompente: sono 84 pagine, richiede tempo.
Le altre categorie sociali in America non hanno gli stessi mezzi né la stessa autonomia: devono chinare il capo e tacere.
Per questo dobbiamo rendere omaggio ai rarissimi che osano alzare la voce senza essere né attori né docenti.
Come il comandante Eric Haney: militare tutto d’un pezzo, è stato il creatore della Delta Force, la celebre unità di commando anti-terrorismo.
Tutt’altro che un pacifista.
Ecco che cosa ha detto in un'intervista rilasciata al Los Angeles Daily News sulla guerra in Iraq: «è una disfatta totale. Ma lo è stata fin dall’inizio. I motivi erano sbagliati. I motivi dati dall’Amministrazione per gettare la nazione in questa guerra non erano quelli dichiarati. Il generale Tommy Frank (capo delle operazioni agli inizi della guerra all’Iraq, ndr) è stato forzato a scatenare una guerra che egli sapeva strategicamente sbagliata a lungo termine. Ecco perché si è ritirato immediatamente dopo. Siamo noi a fomentare la guerra civile in Iraq… La nostra credibilità è assolutamente zero, ed io dico ‘nostra’ perché noi americani, come popolo, abbiamo prestato bordone a tutto questo».
E' da vedere fino a che punto queste voci coraggiose potranno, infine, cambiare l'atteggiamento dell'opinione pubblica americana, ciecamente prona alla versione ufficiale.
Per diretta esperienza so che in USA i professori universitari hanno pochissima influenza sul vasto pubblico, confinati come sono nelle felici bolle dei loro campus; ed anche là, come da noi, gli attori non sono facilmente seguiti come «maitres à penser».
Tuttavia, nel muro della menzogna si aprono delle crepe.
Altri interrogativi
Erano parte della enorme rete spionistica che seguiva i dirottatori dell'11 settembre e sapevano che al-Qaeda pianificava un devastante attacco terroristico agli USA?
C'erano rovine e terrore a Manhattan, ma, oltre il fiume Hudson nel New Jersey, un pugno di persone ballava. Mentre il World Trade Center bruciava e crollava, i cinque uomini celebravano e filmavano la peggior atrocità mai commessa sul suolo statunitense che si svolgeva davanti ai loro occhi.
Chi pensate che fossero? Palestinesi? Sauditi? Iracheni? Al-Qaida, certo? Sbagliato. Erano israeliani - e almeno due di essi erano agenti dell'intelligence israeliani, lavoravano per il Mossad, l'equivalente del MI6 o della CIA.
La loro scoperta e arresto in quella mattina è un fatto inoppugnabile. Tra coloro che hanno investigato su cosa facessero quegli israeliani quel giorno, cresce una tremenda possibilità: che l'intelligence israeliano aveva seguito i dirottatori di al-Qaeda da quando si erano spostati dal Medio Oriente attraverso l'Europa e in America, dove vennero addestrati come piloti e preparati all'attacco suicida al cuore simbolico degli USA. E il motivo? Gettare gli USA in una mutua sanguinaria sofferenza con la causa israeliana.
Dopo gli attacchi a New York e Washington, l'ex Primo Ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, cui era stato chiesto cosa potesse significare l'attacco terroristico per le relazioni USA-Israele. Disse: "Molto bene". Quindi si corresse, aggiungendo: "Bene, non è bene, ma genererà una immediata simpatia [per Israele da parte degli statunitensi]."
Se lo stretto alleato di Israele sente una pena collettiva per la morte in massa di civili per mano di terroristi, quindi Israele avrebbe avuto un legame indistruttibile con l'unica iperpotenza del mondo e una effettiva mano libera con i palestinesi (...).
Non è sorprendente che la casalinga del New Jersey che per prima aveva avvistato i cinque israeliani e il loro furgone bianco che doveva preservare la loro identità. Insistette di essere identificata solo come Maria. Un vicino nel suo appartamento l'aveva chiamata poco dopo il primo attacco alle Twin Towers. Maria prese un binocolo e, come milioni di altri nel mondo, vide l'orrore di quel giorno indimenticabile.
Mentre guardava le torri che bruciavano, notò un gruppo di uomini sul tetto di un furgone bianco, presso il parcheggio. Ricorda: "Sembravano che riprendessero un filmato. Sembravano felici, sa... non mi sembravano scioccati. Penso sia strano."
Maria prese la targa del furgone e chiamò la polizia. L'FBI allertata diffuse subito un bollettino che descriveva il furgone e i suoi occupanti. I poliziotti rintracciarono la targa e scoprirono che apparteneva a una compagnia di traslochi chiamata Urban Moving.
Il capo della Polizia John Schmidig disse: "fummo avvertiti di cercare un furgone bianco Chevrolet con targa del New Jersey e una scritta su un lato. Tre individui vennero visti festeggiare alla Liberty State Park dopo l'impatto. Si videro tre persone che saltavano."
Alle 16.00 dell'11 Settembre, il furgone venne avvistato presso il New Jersey's Giants stadium. Una squadra vi giunse e dentro vi trovarono cinque uomini sui venti anni. Vennero portati fuori il furgone con le armi puntate contro e le mani alzate.
Nel furgone vi erano 4700 dollari in contanti, un paio di passaporti esteri e un paio di taglierini - del tipo Stanley, il presunto coltello usato dai dirottatori poche ore prima. Vi erano foto degli uomini che avevano sullo sfondo le rovine fumanti delle Twin Towers. Una immagine mostrava una mano che teneva un accendino acceso, come nei concerti rock, di fronte alle costruzioni in rovina. L'autista del furgone disse agli agenti: "Siamo israeliani. Non siamo il vostro problema. Il nostro problema é il vostro. I Palestinesi sono il problema."
Il suo nome era Sivan Kurzberg. Gli altri quattro passeggeri erano i fratelli Kurzberg, Paul e Yaron Shmuel, Oded Ellner e Omer Marmari. Gli uomini vennero portati fuori di prigione, trasferiti sotto la custodia della Divisione Criminale dell'FBI e messi nelle mani della loro sezione di controspionaggio estero - la squadra controspionaggio del bureau.
Un avviso di perquisizione venne presentata nei riguardi della Urban Moving a Weehawken nel New Jersey. Scatole di documenti e computer vennero rimossi. L'FBI interrogava il proprietario dell'azienda, l'israeliano Dominik Otto Suter, ma quando gli agenti ritornarono, pochi giorni dopo, per interrogarlo di nuovo, era andato via. Un impiegato della Urban Moving disse che il suo compagno di lavoro rideva il giorno i cui avvenne l'attacco a Manhattan. "Io piangevo" disse. "Questi ragazzi erano contenti, e la cosa mi disturbava. Dicevano, 'Ora l'America sa cosa abbiamo passato.'"
Vince Cannistraro, ex capo della operazioni di contro-terrorismo della CIA, disse che allarmi erano stati lanciati tra gli investigatori quando venne scoperto che alcuni nomi israeliani vennero trovati in una ricerca del national intelligence database. Cannistraro disse che molti nella intelligence USA credevano che alcuni degli israeliani lavorassero per il Mossad e vi erano alcune ipotesi sulla Urban Moving ritenuta "una copertura per attuare operazioni di intelligence contro gli Islamisti radicali".
È chiaro che non vi sono suggerimenti, nell'intelligence USA, che parlino del coinvolgimento di Israele con i dirottatori dell'11 settembre, ma semplicemente, vi è il convincimento che gli israeliani sapessero dell'attacco, ma non fecero nulla per fermarli.
Dopo che il proprietario scomparve, gli uffici della Urban Moving sembravano essere stati chiusi in fretta. Telefonini vennero lasciati e i telefoni connessi e i beni di almeno una decina di clienti vennero lasciati nel magazzino. Il proprietario aveva ripulito casa e se ne era ritornato in Israele.
Due settimane dopo il loro arresto, gli israeliani erano ancora a detenuti, e in carico al servizio immigrazione. Un giudice decise che fossero deportati. Ma la CIA ottenne l'incarico e i cinque rimasero in custodia per altri due mesi. Alcuni furono messi in isolamento, furono sottoposti a due test della macchina della verità e almeno uno fu sottoposto sette volte al lie detector prima di essere deportato alla fine del Novembre 2001. Paul Kurzberg rifiutò di sottoporsi al lie detector per almeno 10 settimane, ma alla fine cedette. Il suo avvocato disse che era riluttante ai test e una volta egli aveva lavorato per l'intelligence israeliana in un altro paese.
Tuttavia, il loro avvocato, Ram Horvitz, dichiarò le accuse "stupide e ridicole". Le fonti del governo USA affermano che gli israeliani sono ancora sospettati di attività di raccolta informazione su gruppi come Hamas e Jihad Islamica. Mark Regev, dell'ambasciata d'Israele a Washington, non aveva nulla su ciò e disse che le accuse erano "semplicemente false". Gli stessi uomini dissero che avevano letto dell'attacco su internet, non potendo vedere dal loro ufficio andarono al parcheggio per una migliore visione. Il loro avvocato e l'ambasciata dissero che la loro volgare e sinistra festa per la distruzione delle Twin Towers e le migliaia di morti, erano dovute a esuberanze giovanili.
Il rispettato giornale ebraico di New York, The Forward, riportava che nel Marzo 2002, tuttavia, aveva ricevuto un rapporto sul caso dei cinque israeliani da un ufficiale USA che aveva ricevuto un regolare incarico dalle agenzie di sicurezza. Ecco cosa disse a The Forward: "La Urban Moving Systems era parte di una operazione del Mossad e gli impiegati lavoravano per esso." Aggiunse che "La conclusione dell'FBI era che spiassero gli Arabi del posto", ma gli uomini vennero rilasciati perché "non sapevano nulla dell'11 settembre".
Tornati in Israele, molti di essi parlarono di ciò che accadde in un talk show israeliano. Uno fece tale commento: "Il fatto è che veniamo da un paese che sperimenta il terrore quotidiano. Nostro scopo era documentare l'evento." Ma come si può documentare un evento senza che sai che sta per accadere?
Siamo nel cuore del territorio della teoria della cospirazione. Ma vi sono molte altre prove circostanziale che mostrano che il Mossad - Il cui motto é "Attraverso l'inganno, combattiamo le guerre" -spiavano gli estremisti arabi negli USA e che dovevano sapere che l'evento dell'11 Settembre era in via di attuazione, e decisero di tenersi le informazioni vitali che avrebbero permesso, alla loro controparte statunitense, di evitare gli attacchi terroristici.
In seguito all'11 Settembre 2001, più di 60 israeliani erano stati messi in custodia per via del Patriot Act e delle leggi sull'immigrazione. Un investigatore ben piazzato disse a Carl Cameron della Fox News che vi fossero dei "collegamenti" tra Israele e l'11 Settembre; chiaramente raccoglievano dati sulla pianificazione degli attacchi, ma se li mantennero per sé.
La fonte della Fox News si rifiutò di fornire dettagli, dicendo: "Le prove che legano gli israeliani all'11 settembre sono classificate. Io non posso dirvi nulla delle prove che abbiamo. Sono informazioni classificate." La Fox News non è nota per le sue condanne di Israele; è un rozzo programma di news patriottico di Rupert Murdoch e principale cheerleader di Bush nella guerra al terrore e dell'invasione dell'Iraq.
Un altro gruppo di circa 140 israeliani erano detenuti prima dell'11 Settembre 2001, negli USA come parte di grandi investigazioni su una sospetta rete di spionaggio di Israele negli USA. I documenti del Governo parlano della rete di spie come una "organizzata operazione d'intelligence" destinata a "penetrare le strutture del governo". Molti degli arrestati hanno servito nelle forze armate d'Israele - ma il servizio militare è obbligatorio in Israele. Tuttavia, molti avevano un passato nell'intelligence.
Le prime avvisaglie su una rete spionistica d'Israele negli USA si ebbero nella primavera del 2001, quando l'FBI inviò un allarme a altre agenzie federali mettendole in guardia su cosiddetti visitatori autonominatisi "studenti d'arte israeliane" e tentando di bypassare la sicurezza delle strutture federali allo scopo di vendere dipinti. Un rapporto della Drug Enforcement Administration (DEA) suggerisce che gli israeliani lavoravano per "una attività di intelligence ben organizzata". I documenti giudiziari dicono che gli israeliani "puntavano e penetravano le basi militari" come anche strutture e edifici della DEA, FBI e decine di altri uffici governativi, inclusi uffici segreti e le case private di personale della sicurezza e dell'intelligence.
Un numero israeliani interrogati dalle autorità dissero che erano studenti della Bezalel Academy of Art and Design, ma Pnina Calpen, portavoce della scuola israeliana, non riconosceva i nomi di nessuno degli agenti israeliani presentati come studenti negli USA nei passati 10 anni. Un rapporto federale sui cosiddetti studenti d'arte, dice che molti hanno servito nelle unità di intelligence e intercettazione di segnali elettronici durante il loro servizio militare.
Secondo un rapporto di 61 pagine, tracciato dopo una investigazione della DEA e il servizio immigrazione USA, gli israeliani erano organizzati in cellule di quattro/sei persone. Il significato di ciò che gli israeliani facevano non emerse fin dopo l'11 Settembre 2001, quando un rapporto dell'intelligence francese notava che "secondo l'FBI, i terroristi arabi e le sospette cellule del terrore erano presenti a Phoenix, Arizona, così come a Miami e Hollywood, Florida, dal Dicembre 2000 all'Aprile 2001 in diretta prossimità delle cellule spionistiche di Israele".
Il rapporto afferma che gli agenti del Mossad spiavano Mohammed Atta e Marwan al-Shehi, due dei leader della squadra di dirottatori dell'11 settembre. La coppia era insediata a Hollywood, Florida, assieme a tre altri dirottatori, dopo aver lasciato Amburgo - dove vi erano altre squadre del Mossad che operavano.
Hollywood in Florida è una città di 25.000 anime. Il rapporto dell'intelligence francese disse che il leader della cellula del Mossad in Florida affittò appartamenti "proprio vicino gli appartamento di Atta e al-Shehi". Più di un terzo degli studenti d'arte israeliani dichiarò la residenza in Florida. Due altri israeliani connessi alla rete d'arte si mostrò a Fort Lauderdale. Allo stesso tempo, otto dei dirottatori vivevano nella parte nord della città.
Messi assieme, i fatti sembrano indicare che Israele sapeva dell'11 settembre, o almeno di un attacco terroristico su larga scala, che avrebbe avuto luogo sul suolo statunitense, ma non venne fatto nulla per avvertire gli USA. (..) Nell'agosto 2001, gli israeliani avevano la lista dei sospetti terroristi - dove vi erano i nomi di quattro dei dirottatori dell'11 Settembre. Significativamente, tuttavia, l'allarme diceva che i terroristi stavano pianificando un attacco "fuori gli USA".
L'ambasciata d'Israele a Washington ha dichiarato che le affermazioni sulla rete di spionaggio sono "semplicemente false". La stessa negazione è stata presentata ripetutamente dai cinque israeliani che si abbracciavano con il World Trade Center che bruciava davanti loro.
Il loro avvocato, Ram Horwitz, insisteva che i suoi clienti non erano ufficiali dell'intelligence. Irit Stoffer, il ministro degli esteri israeliano, disse che le accuse erano "completamente false". Disse che gli uomini erano stati arrestati a causa della "violazione per il visto", aggiungendo: "L'FBI investigava su tali casi a causa dell'11 settembre."
Jim Margolin, un portavoce dell'FBI di New York, implicando che il pubblico non avrebbe mai saputo la verità, disse: "Se troviamo prove di operazioni d'intelligence illegali sarebbero state classificate." Israele è stata nota a lungo, secondo fonti dell'amministrazione degli USA, per "la conduzione di assai aggressive operazioni di spionaggio contro gli USA e ogni suo alleato". Diciassette anni fa, Jonathan Pollard, un civile che lavorava per la Marina militare USA, era stato imprigionato a vita per cessione di segreti a Israele. All'inizio Israele dichiarava che Pollard era parte di una operazione rozza, ma poi il governo si assunse le responsabilità per tale fatto.
È già presente un accordo, da molto tempo accettato tra gli alleati - tra Regno Unito e USA e tra USA e Israele - che nessuno dei paesi coinvolti avrebbe imprigionato una "spia amica" che conduceva operazioni di spionaggio nei paesi alleati. Chip Berlet, un analista della Political Research Associates di Boston, esperto in intelligence, disse: "Vi è un accordo segreto tra alleati che dice che se una delle vostre spie viene presa senza aver combinato molto, viene rispedita a casa. Così ha funzionato da sempre. Gli ufficiali ragionano sempre in termini di violazione di visto."
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Certamente, sembra che Israele spiasse all'interno degli USA ed è certo che gli obiettivi erano gli estremisti islamici probabilmente collegati con l'11 Settembre. Ma Israele sapeva in anticipo che le Twin Towers sarebbero state colpite e il mondo gettato in una guerra infinita; una guerra che avrebbe dato a Israele il potere di colpire i suoi nemici senza limiti? Ciò è assai lontano dalla teoria della cospirazione, forse. Ma abbiamo il poco piacevole sentimento che, in questo periodo di spie e segreti, non sappiamo tutta la genuina verità su come è andata. Possiamo testimoniare, ma è ai libri di storia il compito di scoprire e decidere.




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