Treviso, martedì 5 novembre 2002, S. Zaccaria
TREVISO
Il sindaco Gentilini tuona dal palco nell'anniversario dell'Unità nazionale Sotto, l'alzabandiera
Il picchetto d'onore al monumento ai caduti in piazza Vittoria
Gentilini impugna il Tricolore
e seppellisce la secessione
Il sindaco: «Non ci sono guerre giuste e guerre ingiuste caduti buoni o cattivi, ma solo caduti per una patria unita» E invoca la giustizia divina contro chi ha lordato il monumento
Andrea Passerini
Ha inneggiato al tricolore e alla patria. Ha difeso l'Unità d'Italia, seppellendo ogni pretesa padana o secessionista (cosa dirà il popolo leghista, al riguardo, quello che su Radio Padania invoca ancora il distacco da Roma?). Un Gentilini patriottico e irredentista come non mai, quello che ha parlato ieri in piazza Vittoria, in occasione della cerimonia cittadina per la celebrazione del 4 Novembre, festa dell'unità Nazionale e delle Forze Armate. Gentilini ha preso la parola dopo che erano stati letti i messaggi del capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi e del ministro della Difesa, Antonio Martino.
Parlare davanti al monumento appena fatto oggetto dello «sfregio» alla vigilia della manifestazione di Forza Nuova era un'opportunità troppo ghiotta, per il nostro. Figurarsi se il sindaco, in questi giorni impegnato nella polemica frontale con lo scrittore Camon sul tema della patria, se la faceva sfuggire.
Italianissimo e militarista, il suo discorso. «Non ci sono guerre giuste e ingiuste - ha detto ad un certo punto - c'è solo la guerra, e chi cade in guerra cade per un'idea di patria che vanifica ogni divisione». «E' vergonoso ascoltare e leggre chi divide i caduti in veri e falsi, in caduti buoni o cattivi».
La dottrina cristiana sulla «guerra necessaria»? Le ricerche di filosofi, teologi, i dilemmi dei pacifisti che con sofferenza hanno aperto agli interventi nell'ex Yugoslavia? Tutto spazzato via. Anche sul piano storico Gentilini ha adoperato la scure, senza curare i distinguo: le missioni coloniali dell'esercito in Libia e in Africa Orientale sono finite sullo stesso piano della prima e della seconda guerra mondiale (domanda: ma non c'erano anche soldati e ufficiali delle forze armate transitate che scelsero la Resistenza dopo l'8 settembre?)
Gentilini ha voluto sottolineare la «sacralità» del giuramento alla patria, «uno e uno solo». Cosa avrà pensato Zaia, lì in prima fila, ricordando il suo servizio civile grazie alla legge 772 che ha legittimato l'obiezione di coscienza al servizio militare? Quanto all'unità d'Italia, dopo aver ricordato che «generazioni di italiani si sono immolate per dare all'Italia anche quei territori che per ragioni storicamente indiscutibili le spettavano», ha evocato «il grido di dolore che si leva dai nostri esuli giuliani istriano dalmati: un delitto di stato dimenticarli»
Infine, la personalissima maledizione per gli autori dell'atto vandalico al momumento. «Devo togliermi questo macigno dallo stomaco» - ha detto. Auspicando un punizione della «giustizia divina» sui «responsabili» di questo «sacrilegio». Sulla giustizia umana e terrena il primo cittadino di Treviso ha «grossi dubbi». E ha concluso: «Caduti, io so che la vendetta non fa parte di chi riposa negli spazi eterni, ma ogni legge, e spero anche quella divina, ha le sue deroghe».
Dalla piccola folla presente attorno alla piazza, si sono levati gli applausi. A margine, non è passata inosservata la presenza, tra le autorità, del senatore forzista Favaro schierato fra Zaia e Stiffoni, due leghisti suoi nemici giurati. Potenza dell'ufficialità: di sicuro non hanno parlato di casa delle Libertà.
Il «rompete le righe» conclusivo, è accompagnato, nelle retrovie della piazza, da attimi di apprensione. Una bambina che assisteva alla cerimonia con la sua classe è svenuta, ed è stata soccorsa dagli uomini della Croce Rossa, che avevano la loro tenda proprio davanti alla «Gabelli».
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Niente di nuovo sotto il sole, ma x i più distratti casomai ce ne fosse bisogno.......leggano




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