Dresda, l' inutile Apocalisse

di Vittorio Messori



Torna - avviene, ogni tanto - il fantasma rimosso ma implacabile di

Dresda. Di quella che fu la scintillante Residenzstadt dei Principi

Elettori di Sassonia si è parlato molto, di questi tempi, per un

incrocio di circostanze. Innanzitutto, l'alluvione che ha gonfiato

l'Elba, sino a sommergere gli storici palazzi, ancora in faticosa e

parziale ricostruzione. Ma ha contato forse anche il fatto che tra i 25

commentatissimi capolavori di casa Agnelli, due erano celebri vedute

della Dresda perduta per sempre di Bernardo Bellotto. Il dibattito,

poi, sulle due inedite figure del diritto internazionale imposte da

Bush (gli «stati canaglia» e la conseguente necessità di «guerre

preventive»), ha portato qualcuno a rievocare ciò che gli americani,

ancora una volta in unione con gli inglesi, perpetrarono in un altro

bombardamento, nell'ultimo giorno del carnevale del 1945. Infine, la

Germania stessa, prendendo per la prima volta le distanze dagli Usa,

sembra volere rifare i conti con il passato , uscendo dalla parte di

chi è solo carnefice e chiedendosi se, per caso, non sia stata in

qualche modo anche vittima. Comunque sia, è un'attenzione rinnovata che

ha portato pure a una serie di lettere a questo giornale. Alcuni, tra i

lettori, mostravano di non possedere informazioni precise, ma solo il

sentore che, nella capitale sassone, fosse avvenuto qualcosa di

terribile, molto al di là delle atrocità che pur contrassegnano ogni

guerra. In effetti, gli storici, che hanno ormai accesso anche agli

archivi degli Alleati, sembrano concordi sul fatto che quello di Dresda

fu il bombardamento più sanguinoso, più perverso, più inutile della

storia. Più sanguinoso: a causa del caotico afflusso di profughi, in

fuga davanti all'avanzata russa, una cifra precisa dei morti non potrà

mai essere stabilita. I cadaveri furono bruciati (a decine di migliaia,

ammassati dalle ruspe, senza alcuna possibilità di riconoscimento)

sopra pire improvvisate con rotaie ferroviarie. C'è comunque accordo

sul fatto che le vittime, in una sola notte, non furono meno di

duecentomila, mentre l'atomica di Hiroshima ne uccise, al primo

colpo, «soltanto» settantamila e Berlino, martellata per cinque anni,

ebbe in tutto - pare - cinquantamila vittime. Più perverso: gli

strateghi americani e inglesi predisposero minuziosamente modi e tempi

del bombardamento, così da uccidere il maggior numero di civili (non

c'erano quasi soldati tedeschi né difese antiaeree, a Dresda), non

dando scampo neppure a chi era nei rifugi. Si studiò, poi, il sistema

per sterminare anche i soccorritori e per eliminare, come tocco finale,

chi, per caso, fosse scampato. Perversa fu la scelta stessa

dell'obiettivo da incenerire: la Firenze del Nord, forse il più

prezioso - e ancora intatto - scrigno europeo di arte medievale,

barocca, rococò. Si ripeté, cioè, in scala maggiore, il crimine anche

culturale del 15 febbraio 1944, con la distruzione «a freddo»

dell'abbazia di Montecassino che gli stessi tedeschi si erano rifiutati

di fortificare per non esporre a pericoli quel vertice della

spiritualità e dell'arte cristiane. Più inutile: in quel febbraio del

1945, il Reich agonizzava, a due mesi dalla fine. Gli Alleati erano al

Reno, i Sovietici in Prussia, Hitler già s i era murato nel bunker

berlinese. Ancora pochi giorni e i Russi sarebbero entrati in una

Dresda affollata da una turba disperata di vecchi, donne, bambini,

fiduciosi di essere protetti dalla bellezza della città. Malgrado ogni

ipotesi e dietrologia, ancor oggi non si trova spiegazione possibile

per quello che fu voluto lucidamente come il maggior massacro della

storia, ma che nessuna ragione militare giustificava. Se neppure

l'apertura degli archivi militari ci ha rivelato il «perché», conosci

amo ormai bene il «come» di un'apocalisse programmata in sei atti. Il

primo atto fu alle 22 del 13 febbraio, con le squadriglie

dell'avanguardia, incaricate di inquadrare l'area dell'olocausto con

speciali bombe luminose: contro ogni convenzione e umanità, è il centro

sovraffollato che si voleva polverizzare, senza sprecare colpi su

fabbriche o aree ferroviarie. Il secondo atto vide in azione un'ondata

di quadrimotori che sganciò ordigni dirompenti, per sbriciolare i vetri

e scoperchiare i fragili tetti in legno della città antica, così da

creare correnti d'aria e facilitare il lavoro delle bombe incendiare.

Queste - nella misura di ben seicentomila, scaricate da 400 aerei -

furono le protagoniste del terzo atto. A quel punto, Dresda non era che

un mare di fiamme, l' operazione sembrava conclusa. In realtà, i

pianificatori anglosassoni avevano deciso che questo non bastava:

bisognava uccidere anche le turbe ammassate nei rifugi sotterranei e

massacrare quanto restava di infermieri e pompieri in quella regione

della Germania. Ci fu, dunque, un quarto atto, alcune ore dopo. Mentre

già fervevano i soccorsi, sul cielo di Dresda apparvero altre centinaia

di bombardieri con un compito davvero diabolico: come si era scoperto

colpendo Amburgo, stendere un tappeto di esplosivo su una città già in

fiamme provocava il Fire Storm, una spaventosa «tempesta di fuoco», con

venti a duecento all'ora e temperature fino a mille gradi. Le correnti

d'aria arroventate causavano una tale saturazione di gas tossici da

provocare la morte anche di coloro che erano nei rifugi più sicuri. E

così avvenne. Ma se per caso, malgrado tutto, ci fosse stato qualche

superstite alla «tempesta»? Americani e inglesi avevano dunque previsto

un quinto atto, che completasse la «pulizia etnica»: quando il sole era

già sorto, e da Dresda si levava una colonna di fumo visibile a 150

chilometri, giunse un'altra ondata, questa volta di cacciabombardieri

americani, incaricati di mitragliare qualunque cosa si muovesse ancora

sulle strade. Ma non era finita: per convincere davvero che per

nessuno, solo in quanto tedesco, c'era scampo, la notte seguente (fu il

sesto atto) fu sottoposta a bombardamento a tappeto Chemnitz, la città

più vicina, dove qual che scampato era riuscito a rifugiarsi, grazie a

una ferrovia che ancora funzionava. Come giudicarono, concordi, inglesi

e americani, Arthur Harris, il maresciallo dell'aria responsabile dell'

operazione-Dresda, aveva ben meritato il titolo di Sir che gli fu

solennemente conferito. Poco più di un anno dopo, tutti, assieme agli

uomini di Stalin, sedevano a Norimberga per giudicare i tedeschi - ed

essi soli - per «crimini contro l'umanità».

CITTA' MATTATOIO venne fondata nell'Alto Medioevo come porto fluviale

sull'Elba. Nel 1270 Dresda fu scelta come capitale della Sassonia: il

suo sviluppo si lega soprattutto alla vicinanza con le miniere di

carbone, rame, piombo, stagno e al sorgere di manifatture di lana,

cristalli e porcellane. Nel corso del XVIII secolo Dresda venne

abbellita con numerosi edifici in stile barocco e rococò che le valsero

l'appellativo di Firenze del Nord. Nel 1870 venne annessa all'impero

germanico, diventando un importante centro industriale. Nella notte del

13 febbraio del 1945, la città fu completamente rasa al suolo dai

bombardamenti anglo-americani. Alcuni dei ruderi della città vecchia

sono stati conservati a testimonianza della tragedia mentre molti

monumenti sono stati completamente ricostruiti (come il Castello di

Zwinger). Della distruzione di Dresda fu testimone anche lo scrittore

americano Kurt Vonnegut che proprio nella Dresd a bombardata ambientò

il suo Mattatoio n.5 (Mondadori, 1969).

DAL "CORRIERE DELLA SERA" del 28 settembre 2002