dall'unione sarda del 25 aprile 2002
Mitica Atlantide terra dei Shardana
La mitica Atlantide è la Sardegna? Non può essere: vera o non vera, quella remotissima terra di grande civiltà descritta da Platone va collocata inevitabilmente nell’oceano, al di là delle Colonne d’Ercole, cioé nell’immensa e misteriosa distesa d’acqua dove il Mediterraneo trova sbocco attraverso l’odierno Stretto di Gibilterra. Ma può anche essere: basta “spostare” le Colonne d’Eracle dal Mediterraneo occidentale a quello orientale, per esempio nella strozzatura fra la Sicilia, Malta, Libia e Tunisia.
L’esempio non è giocoso: diventa ipotesi seria - e anche clamorosa - a conclusione di una lunga ricerca che un giornalista appassionato di archeologia e storia, Sergio Frau, ha trasferito in un volume appena distribuito in libreria dall’editrice Nur Neon di Roma. S’intitola Le Colonne d’Ercole. Un’inchiesta. E di un’inchiesta ha infatti tutte le caratteristiche: indagine che attraversa fonti storiche e mitologiche, testi antichi e trattati moderni, documenti scientifici e interpretazioni spesso frettolosamente acquisite; e procede con la comparazione di monumenti fra loro distanti, l’esame di tracce e vestigia, le visite sul campo. Tutto esplorato senza alcuna presunzione accademica, ma anzi con l’umiltà che può accompagnare (dovrebbe sempre accompagnare) una ricerca giornalistica, sia pure specializzata.
Romano di nascita, figlio di un cagliaritano e di una bergamasca, da 27 anni giornalista alla Repubblica, Sergio Frau dà corpo a questa tesi originalissima (ma già favorevolmente guardata, con sorpresa e opportuna cautela, da alcuni studiosi) riportandosi nelle condizioni storiche e cognizioni geografiche delle due civiltà che si dividevano il mondo preromano: quella greca dominatrice del Mediterraneo orientale e quella fenicia padrona assoluta ad ovest del futuro Mare Nostrum.
Allora i Greci non si avventuravano oltre la strettoia dell’attuale Canale di Sicilia, che rappresentava - nella tradizione e nell’immaginario - uno spazio “oceanico” d’ignoto e inquietante contenuto. Però sapevano, da remote testimonianze elleniche, cretesi e anche egizie, dell’esistenza di un’isola ricca, organizzata, capace di grandi opere edilizie, irradiatrice di commerci e civiltà. La leggendaria Atlantide poteva dunque essere l’isola dei Shardana, che dall’incontro con i Fenici (colonizzatori giunti da Tiro) aveva acquistato maggiore importanza sotto tutti gli aspetti, da quello economico a quello politico.
Se per i Greci i limiti estremi erano identificabili nella strozzatura centro-mediterranea, per i Fenici il non puls ultra era la strettoia fra la penisola iberica e l’antica Mauritania. Più tardi le vicende storiche allargarono gli orizzonti greci; ma nelle storie tramandate di un’epopea fra il noto e l’ignoto restò il mito di Eracle che nella ricerca del giardino delle Esperidi divise in due una montagna creandosi un passaggio: quello che nell’immaginario segnava i confini del mondo, identificati dai Greci dell’era arcaica probabilmente fra la Sicilia e l’Africa e solo in seguito immaginati nel canale tra il monte Abila in Africa e il monte Calpe in Spagna. In sostanza, l’allargamento del mondo e l’aggiornata geografia greca trascinarono le suggestioni della tradizione ricollocando i confini all’estremo ovest del Mediterraneo.
Di conseguenza gli eruditi immaginarono che Atlantide potesse essere esistita in qualsiasi mare del globo, purché oltre le ufficializzate colonne d’Ercole: verso le Americhe, verso l’Oceano Glaciale Artico, perfino nell’Oceano Indiano. Eppure qualcuno pensò anche allo stesso Mediterraneo. Perché? È comprensibile che appunto, allargatisi i “confini del mondo”, realisticamente anche le Colonne d’Ercole siano state trasferite sui nuovi limiti della conoscenza geografica: quelli che i Romani avrebbero poi chiamato Fretum Gaditanum. Quando? Probabilmente nell’età della Grecia classica. E chi operò l’ideale spostamento? Impossibile infilarsi tra i contorni di tradizioni che sfumano nel mito.
Vero è che - per esempio - c’è una possibile identificabilità mitologica fra il greco Eracle e il fenicio Melqart (anche come assonanza linguistica): punto a favore delle colonne d’Eracle (colonne di Melcart) originariamente sistemate sulle sponde del Canale di Sicilia. Ma più impressionante è il riferimento a Tartessos, nome con il quale i Greci designavano l’estremo Occidente; da lì provenivano i metalli e la fama di una grande civiltà. Anche la città di Tartesso venne più tardi localizzata in Spagna (nell’attuale Andalusia), guardacaso in prossimità delle Colonne d’Ercole. Ma non era forse la Sardegna luogo di smistamento e commercio di metalli? Non è nella stele di Nora il termine Tarshish legato all’isola dei Sardi? E non era la Sardegna ad avere rapporti economici (quindi culturali) con popoli e aree che ancora custodiscono tracce analoghe a quelle prenuragiche e nuragiche (divinità, statuette, monumenti megalitici)?
Anche su questa pista si è mosso Sergio Frau, indagando su antiche genti e vestigia dell’Etruria, della Francia, delle Isole britanniche. Un grande lavoro di ricerca protrattosi per diversi anni. Agli specialisti i commenti e le sentenze. Ma, con grande e dichiarata sorpresa di Frau, quattro giudizi sono stati subito offerti e anche pubblicati a compendio del volume: esprimono l’interesse e l’approvazione di Maria Giulia Amadasi Guzzo (esperta di epigrafia semitica alla Sapienza di Roma), Lorenzo Braccesi (docente di storia antica all’Università di Padova), Sergio F. Donadoni (accademico dei Lincei, notissimo egittologo) e Sergio Ribichini (storico delle religioni, ricercatore all’Istituto di studi fenicio-punici del Cnr). Pubblichiamo in questa pagina il saggio della docente romana.
Mauro Manunza




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