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Discussione: Atlantide

  1. #31
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    Dal sito http://www.circei.it/

    L'Atlantide mediterranea

    di Gianluigi Proia e Luigi Cozzi
    da Mystero n.33 di febbraio 2003
    Mondo Ignoto SrL

    http://www.circei.it/storia/poligoni/lazio/parte2.htm

    Una tesi simile, quella di una possibile Atlantide (o pre-Atlantide...) mediterranea, e' stata sostenuta con vigore ed energia diversi decenni fa pure da una romantica e anticonformista figura di studioso solitario e indipendente, Evelino Leonardi, uno dei precursori di quella che oggi e' definita "archeologia mysteriosa": e' lui infatti l'autore di uno dei primi saggi usciti in Italia su quest'argomento, "Le origini dell'uomo", un testo fondamentale anche se oggi quasi introvabile in quanto fu edito nel 1937 a Milano dalle Edizioni Corbaccio e da allora non e' stato più ristampato.

    La tesi principale del Leonardi, un medico che negli anni Trenta visse per alcuni anni a San Felice Circeo, si può riassumere nella teoria di un' "Atlantide Tirrenica" di cui avrebbero fatto parte, tra l'altro, il monte Circeo, Gaeta, le Isole Pontine, ma che si sarebbe estesa fino alla Toscana Settentrionale (proprio come scrisse Platone...), ipotesi poi ripresa, per lo meno in parte, alla fine degli anni Sessanta da Pier Paolo Cavallin nel suo saggio "L'Atlantide fu la Tirrenide" (anche se noi, a essere sinceri, pensiamo invece che, appunto come scrisse Platone, fu la Tirrenide a essere una parte di Atlantide e non viceversa...).

    Negli anni Trenta Evelino Leonardi aveva anche, secondo alcune fonti dell'epoca che siamo riusciti faticosamente a rintracciare, allestito una specie di museo nel villino Blanc con dei "petrefatti", massi di varie dimensioni composti, secondo il solitario ricercatore, da materia vivente pietrificatasi in tempi assai remoti attraverso un processo sconosciuto. Questa importante e preziosissima collezione, lasciata poi in eredita allo Stato italiano, secondo un articolo di Tommaso Lanzuisi pubblicato su "Lazio Ieri ed Oggi", giaceva ancora nei primi anni Ottanta dentro enormi cassoni negli scantinati del Museo delle Terme di Roma, perché nessuno aveva voluto fino a quel momento assumersi la responsabilità ne' di disfarsene ne' di esporla al pubblico, in quanto quella raccolta di reperti apparentemente smentiva in modo inequivocabile tutte le teorie storiche "ufficiali" sulla storia (e soprattutto sulla preistoria...) del nostro paese.

    Malgrado il grande lavoro di ricerca da lui svolto, come spesso capita ai pionieri troppo in anticipo sui tempi, Evelino Leonardi e' pero' morto da solo e quando ormai era stato quasi dimenticato da tutti. Le sue audaci teorie pero' non sono rimaste abbandonate: noi ve le abbiamo riproposte in parte attraverso gli articoli di Ettore Cipollato, così come anche Mario Pincherle e Luigi Finetti si sono ricordati di lui nel prologo del loro volume "Atlantide mistero svelato", nel quale hanno scritto: "Così mori' Evelino Leonardi, colui che per primo in Italia aveva dedicato la vita allo studio di un'antica e favolosa civiltà e ricercata quella terra felice che portava il nome di Saturnia Tellus ma anche di Atlantide. I suoi tempi, pero', non erano ancora maturi per dare realtà al suo sogno."

  2. #32
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    E se Atlantide fosse davvero la Sardegna?
    Ercole voleva il numero chiuso contro i grecidi Roberta MoccoMagari sarà per via di quella sardità già segnalata dal cognome: “Non sono io, sono gli antichi a dirlo: Platone, Erodoto, mica niente”. Eppure è proprio Sergio Frau, 54 anni, (nella foto), romano, inviato di Repubblica - redazione Cultura - di madre bergamasca e padre sardo (nato in “Casa Frau” di Pula), ad aver pensato l’impensabile: identificare la Sardegna con Atlantide. Un’isola dal nebuloso passato di cui resta visibile traccia solo nei nuraghi, e una terra - isola, continente? - impregnata di mito e leggenda, sparita o sprofondata da qualche parte e cercata dappertutto, posizionata dovunque da migliaia di libri e teorie. E sarebbero la stessa isola, secondo la ricerca di Frau “Le colonne d’Ercole: un’inchiesta”, pubblicata dalla casa editrice romana Nur Neon. Ponderoso volume, “un mattone” - scherza l’autore - di 672 pagine, dense di richiami e citazioni, di carte e mappe di ogni epoca, frutto di due anni di ricerca sistematica e maniacale su testi antichi e materiale specialistico.
    Punto di partenza della teoria di Frau è una specie di Rivoluzione Copernicana della protogeografia: spostare le colonne d’Ercole, confine tradizionale del mondo antico oggi identificato con lo stretto di Gibilterra, nel Canale di Sicilia: il braccio di mare tra la Tunisia e la Sicilia, che un tempo era molto più angusto.
    L’intuizione di Frau è scattata proprio dalle analisi geologiche di come era il Mediterraneo millenni fa, compiute da Vittorio Castellani, ordinario di Fisica stellare all’Università di Pisa. Nel libro “Quando il mare sommerse l’Europa” l’astrofisico spiega che nella protostoria (circa cinquemila anni fa) il livello del mare Mediterraneo era assai più basso di adesso. E illustra il tutto con dovizia di cartine. Ed è proprio sfogliando il libro di Castellani che Frau si trova di fronte la mappa dello stretto di Gibilterra e, nella pagina a fianco, quella del canale di Sicilia, dove allora i fondali erano più bassi di 200 metri. Praticamente due stretti, anziché uno, e tutti e due nel Mediterraneo. E che succede? Prima il panico di un giornalista che, per quanto di lunghissima esperienza, si sente sempre un po’ “ospite” negli ambienti accademici e specialistici. Scrive Frau nel suo libro: “Dàgli a ripetersi - per riprendersi- che, certo, quella era una sorpresa solo per ignoranti. Che era mica una cartina inedita, quella, e che chiunque va per mare la conosce, che non era certo uno scoop”. Ma, da buon sardo ostinato, Frau comincia la ricerca per capire chi per primo avesse accreditato la tradizionale collocazione a Gibilterra. Consulta i testi di viaggiatori e geografi antichi, li confronta con le interpretazioni teoriche date nei secoli dagli studiosi e scopre tutta una serie di incongruenze che vengono “aggiustate” con un lungo sforzo interpretativo, fino a separare nettamente ciò che gli antichi dicono e ciò che gli studiosi pensano.
    Il primo geografo a piazzare chiaramente le colonne d’Ercole a Gibilterra fu Eratostene, per esigenze di “simmetria propagandistica”. Eratostene era al servizio di Alessandro Magno, “uno abbastanza fissato con la geografia - sentenzia Frau - tanto che in giro per le sue conquiste portava sempre con sé alcuni soldati addetti a misurare la distanza percorsa contando il numero di passi fatti”. Gli enormi spazi percorsi a Oriente dalle truppe di Alessandro smentivano la tradizione secondo cui la Grecia fosse il centro del mondo conosciuto: a meno che le colonne d’Ercole non venissero collocate a Gibilterra. Ed ecco nata la tradizione che, secondo Frau, non ha niente a che fare con quello che gli antichi greci pensavano dei veri confini del loro mondo. Nessuna distanza, nessun itinerario descritto dai viaggiatori della Grecia classica coincide con la mappa del mondo così come si delinea considerando l’intero Mediterraneo come “terra cognita” dagli antichi Greci.
    Tutto invece va al posto suo se si limita questo spazio al Mediterraneo orientale. Anche la vera collocazione della zona di influenza della Grecia antica, che terminava dove cominciava la porzione di mare dove spadroneggiavano Fenici e Cartaginesi: cioè ad ovest della Sicilia, appunto. Le colonne d’Ercole verrebbero così a delimitare quella che il grande Sabatino Moscati, sui Quaderni dell’Accademia dei Lincei, ha chiamato la “cortina di ferro” dell’antichità.
    E la Sardegna come diventa Atlantide? Ricollocando le colonne d’Ercole nel canale di Sicilia, traslocano all’interno del Mediterraneo tutti quei miti e luoghi leggendari estromessi nell’Oceano e lì lasciati in balìa alle ipotesi più peregrine. Lo stesso Frau, più che di Atlantide, preferisce parlare di Isola di Atlante, perché il nome Atlantide è stato usurato dagli “ufaroli”, come li chiama lui: tutti coloro che sulla leggenda dell’isola-continente sprofondata hanno sovrapposto di volta in volta gli extraterrestri, i Mu, l’Antartide e via delirando. Questa teoria dirada un po’ le nebbie affascinanti dei miti per mostrare un solido sostrato di prosaica verità. “I miti non erano favole e basta - dice Frau. - Non questi miti, che raccontavano di terre lontane ma spiegavano come raggiungerle e elencavano tutto quello che ci si trovava con pedanteria minuziosa, come fa Platone per Atlantide nel “Crizia”. I miti erano racconti e anche sistemi di mnemotecnica per costruire a mente una geografia del tempo antico”. Tutto coincide: l’isola di Atlante è descritta come terra dal clima mite, che dà più raccolti all’anno, ricca di metalli preziosi, regnante sui Tirrenici, ossia il “popolo delle torri”. Le torri sono i nuraghi, gli ottomila nuraghi che secondo gli studiosi affollavano l’isola a quel tempo.
    Non solo: le descrizioni coincidono in maniera impressionante anche con quello che si diceva di un altro luogo del mito, la Tartesso terra ricca di messi e frutti, ma soprattutto terra dell’argento, di miniere ricchissime e famose. Quelle per cui il Gennargentu era davvero, nell’antichità, la “porta dell’argento”. Tartesso, identificata di volta in volta con terre d’oltreoceano, l’Andalusia, la Spagna, persino la Britannia. Un’altra prova dell’equazione Tartesso uguale Sardegna è la stele in pietra ritrovata a Nora, e che ora giace in un angolo un po’ trascurato del museo Archeologico di Cagliari. Lì è incisa la scritta fenicia con il nome di “Tarshish”.
    Quello che più conforta la reinterpretazione fatta da Frau è che le distanze e i riferimenti geografici, che gli antichi fanno nel raccontare di queste due terre mitiche, risultano alla perfezione; cosa che non succede invece se si spostano le colonne d’Ercole a Gibilterra.
    Qualche difficoltà di spiegazione viene dalle date che indica Platone per dare i tempi della storia gloriosa di Atlantide. Parla infatti di “novemila anni” nel passato rispetto alla sua epoca. Qui Frau si ritrova a fare l’ “aggiustamento” più rilevante sulle parole degli antichi, e lo fa seguendo ancora una volta una logica prosaica che allontana dalle suggestive leggende. Non è pensabile che un popolo che usava i metalli, conoscitore della scrittura, potesse esistere nel Diecimila prima di Cristo. E strano è misurare in anni il tempo, cosa che i Greci non facevano mai. Tutto torna, invece, se si interpreta come “mesi” ciò che per secoli è stato tradotto come “anni”. Un rammendo interpretativo visibile, ma motivato.
    In questo modo, inoltre, coinciderebbero i tempi con lo sviluppo della civiltà nuragica, il popolo “venuto dal mare”, come lo chiama Platone, ossia gli Shardana, gli stessi che ritroviamo poi schiavi del faraone Ramsete. E la fantasmagorica “inondazione” che avrebbe colpito Atlantide? Colpì in effetti la Sardegna nuragica, trasformata in una palude, abbandonata da gran parte del suo popolo.
    Al posto dei terreni fertili e verdeggianti restano gli acquitrini di quello che ora è il Campidano Ed ecco ricostruita la strada che li porta, vinti, in catene, alla corte di Ramsete. Una teoria complessa e affascinante- quella di Sergio Frau- che spiega tanti di quegli enigmi rimasti aperti sul passato del Mediterraneo antico. E che a noi sardi, sempre un po’ piagnoni, regalerebbe una patente inaspettata di civiltà grandiosa.


    La parola agli archeologi veri

    Sergio Frau, 54 anni, romano figlio di padre sardo e madre bergamasca, lavora nella redazione Cultura di Repubblica. Che cosa dicono di lui gli archeologi “veri”? Cosa pensano delle sue teorie?
    Maria Giulia Adamasi Guzzo, docente di Epigrafia semitica all’Università “La Sapienza” di Roma: “Un brutto tiro a chi pensava che tutto ormai fosse assodato. I dati raccolti s’incastrano l’un l’altro. Si deve, dunque, ricominciare a fare i conti con le datazioni delle altre fonti classiche. Forse essere disposti a reinterpretarle, a capirle davvero”.
    Lorenzo Braccesi, docente di Storia antica all’Università di Padova: “Quando i Greci, in età classica, divulgano il mito di Atlantide sono senz’altro convinti che si sia trovata al di là di Gibilterra. La tradizione a cui attingono, però, poteva benissimo averla ubicata in un remotissimo e non più storicizzabile passato, al di là di Colonne d’Eracle, situate originariamente sul Canale di Sicilia…”.
    Sergio F. Donadoni, egittologo, accademico dei Lincei: “Ce ne sono talmente tante di Colonne d’Ercole in giro che le prime potrebbero essere state davvero lì, al Canale, e poi spostate man mano che il mondo si faceva più grande”. Sergio Ribichini, storico delle religioni e ricercatore all’Istituto di studi fenicio-punici del Cnr: “ Mentre leggevo ho preso appunti. Per dire no, che qui non sono d’accordo e neppure qui e nemmeno là; e ancora: boh, forse, chissà. Ma ho pure cominciato, lentamente, quasi con ritegno, a dirmi: sì, caspita, è vero, com’è che non ci avevo pensato, ma guarda, e io che non c’ero arrivato, ha ragione, anzi, però…”
    Giovanni Lilliu, archeologo e accademico dei Lincei:”Di fronte a dati nuovi è un obbligo - in archeologia - rivedere le proprie convinzioni”.
    Per i più curiosi ecco l’email di Sergio Frau: s.frau@repubblica.it






    articolo preso da
    http://www.sardinews.it/11_02/09.html

  3. #33
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    Predefinito Re: Ci risiamo...

    In Origine Postato da Silvia
    Sarmast è seriamente intenzionato a realizzare una spedizione per esplorare il fondo marino, al fine di trovare prove concrete alla sua teoria. Egli ritiene che il sito da lui individuato corrisponda alla descrizione di Atlantide fatta da Platone, nei dialoghi Timeo e Crizia. "La mia scoperta vendicherà Platone. Nei suoi dialoghi Platone fornisce indizi reali di come doveva essere Atlantide. Quanto da lui descritto si accorda perfettamente con le antiche mappe di Cipro e con quanto scoperto con la mappatura oceanografica del 1989", ha affermato Sarmast. "Quello che abbiamo qui è un'intera città, un'antica civiltà, luoghi megalitici colmi di manufatti. Possiamo aspettarci di trovare edifici colossali, ponti, strade, canali e templi di pietra. Senza luce, calore, ossigeno o vento a degradare i suoi resti, Atlantide sarà come una mummia nelle acque fredde e profonde del mare, congelata nel tempo".
    Ebbene, due giorni fa, un anno dopo aver dichiarato quanto sopra, Sarmast ha ufficialmente annunciato di aver trovato Atlantide.

    ˜˜˜˜˜˜

    La mitica Atlantide è stata trovata. O almeno così sostiene un ricercatore americano indipendente, Robert Sarmast, che dice di averla scoperta in fondo al mar Mediterraneo, tra Cipro e la Siria. Secondo Sarmast, un radar sottomarino (sonar) ha permesso di rivelare a 80 chilometri a sudest di Cipro e a 1.500 metri di profondità la presenza di costruzioni umane, tra cui un muro di tre chilometri e delle scalanature.

    Descritta dal filosofo greco Platone, Atlantide sarebbe stata sommersa nel 9.500 avanti Cristo in seguito a un cataclisma. "Abbiamo trovato da 60 a 70 punti che corrispondono perfettamente alla descrizione dettagliata fatta da Platone di Atlantide. La corrispondenza tra le dimensioni, le coordinate fornite dal nostro sonar e le descrizioni di Platone sono così perfette che se non è Atlantide è allora la più grande coincidenza del mondo" ha commentato il ricercatore durante una conferenza stampa nel porto cipriota di Limassol. "Non possiamo fornire oggi prova tangibile sotto forma di mattoni o di malta, perché sono sotto diversi metri di sedimenti a 1.500 metri di profondità, ma le prove sono comunque irrefutabili" ha aggiunto Robert Sarmast.

    Questo architetto, di formazione originaria di Los Angeles, di 38 anni di età, si dedica da due anni e mezzo alla ricerca della leggendaria città. "Speriamo che le spedizioni future permettano di setacciare i sedimenti e di portare prove materiali" ha detto.

    Il capo dei servizi archeologici del governo cipriota, Pavlos Flourentzos, ha sottolineato che "prove ulteriori sono necessarie". "Il mito di Atlantide esiste da secoli e si ritiene generalmente che si trovasse, se è mai esistito, da qualche parte nell'Oceano Atlantico, da cui il suo nome. Ma città e civiltà antiche del Mediterraneo, come la civiltà minoica di Creta, sono scomparse in seguito a catastrofiche eruzioni vulcaniche o a terremoti. Atlantide è forse esistita nella nostra regione" ha aggiunto Flourentzos.




    Ma, secondo un esperto tedesco, i presunti resti di Atlantide sarebbero solo banali vulcani.

  4. #34
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    In Origine Postato da cciappas
    SIETE ARRETRATI PERCHè SECONDO I PIù RECENTI STUDI ATLANTIDE, dovrebbe essere la sardegna.
    ai tempi dei tempi le colonne d'ercole erano siutuate nello stretto tra sicilia e l'africa .
    aggiornatevi
    Sei propio un boccalone, te le bevi tutte, come sul comunismo. Il libro di frau è una gran cazzata tanto per far soldi con gli ingenui come te, inoltre smentito da pittau. Se poi per te il parere di frau conta più di un pittau (da cui frau ha gli studi per il suo libro, ma non lo ha mai citato), allora complimenti.

    romanamente

  5. #35
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    do il mio piccolo contributo...

    Da qui in poi inizia la storia di Atlantide.
    Per quanto riguarda i nomi dei personaggi, noi non disponiamo dei nomi originali dei personaggi atlantidei, ma solo di traduzioni di Solone dall'Egiziano al Greco, che potrebbero essere anche imprecise. Inoltre i nomi egiziani a loro volta sono stati tradotti e quindi i nomi potrebbero non essere conformi agli originali.





    Questa lunga narrazione cominciava allora press'a poco così. Come si è detto prima, gli dei si divisero a sorte tutta la terra, ottenendo chi grandi, chi piccole parti, e vi stabilirono per se' templi e sacrifici. Così anche Poseidone, avendo sortito l'isola Atlantide, collocò in un luogo dell'isola i figli avuti da donna mortale. Questo era il luogo: presso il mare, ma nel mezzo dell'isola, v 'era una pianura, che si dice essere stata la più bella di tutte le pianure e abbastanza feconda. Presso la pianura, nel mezzo, a distanza di circa cinquanta stadi, v'era un monte basso da ogni parte. Vi abitava uno di quegli uomini, che colà da principio erano nati dalla terra, un certo Evenore, con la moglie Leucippe. Essi generarono una sola figlia, Clito.
    In principio nell'Isola di Atlantide sembra essere abitata da una coppia primigenia, ma non si può escludere che ci fossero altri uomini, poiché Platone non lo specifica.
    Quando la fanciulla fu in età da marito, la madre e il padre morirono, e Poseidone, preso d'amore, giacque con essa: e per ben fortificare il colle, in cui quella abitava, lo spezzò d'ogni intorno, e vi pose alternativamente cinte minori e maggiori di mare e di terra, due di terra e tre di mare, che quasi descrisse il cerchio dal centro dell'isola, ponendole ad egual distanza per ogni parte, cosicché non vi fosse accesso per gli uomini: perché a quel tempo non v'erano ancora navi né navigazioni.
    Qui si descrive la nascita della capitale di Atlantide, il cui nome in verità è sconosciuto. Comunque la tradizione vorrebbe chiamarla Posedia o Poseidonia o persino Cerne.
    Qui ci riferiamo a tempi antichissimi, quando ancora la civiltà non esisteva. Viviamo nel periodo in cui uomini e dei vivevano assieme.
    È l'inizio dell'Età dell'oro!
    Egli, come dio, ornò facilmente la nuova isola formata nel mezzo: vi derivò dal suolo due sorgenti d'acqua, l'una che scorreva calda, l'altra che scorreva fredda, e fé produrre alla terra nutrimento svariato e sufficiente. Avendo procreato cinque coppie di figli maschi, gli allevò e, divisa tutta l'isola Atlantide in dieci parti, die' al primo dei figli più grandi la materna abitazione e il possesso circostante, ch'era il più grande e il più bello, e lo fece re degli altri: stabilì come sovrani anche gli altri fratelli, e a ciascuno diè l'impero di molti uomini e di molta terra. La fonte calda deriva sicuramente da un'attività vulcanica dell'isola. Inoltre, il fatto che Atlantide producesse una grande quantità di cibo attraverso l'agricoltura potrebbe far pensare a un suolo vulcanico, molto ricco di sostanze nutritive per le piante. E impose i nomi a tutti, e prima al più grande e re, dal quale tutta l'isola e il mare, detto Atlantico, ebbe il nome, perché quello che allora regnò per il primo fu chiamato Atlante. Il suo gemello e nato dopo di lui, a cui era toccata l'estrema parte dell'isola verso le colonne d'Ercole, presso quella regione che ora in quel tratto è detta Gadirica, ebbe il nome greco di Eumelo, che nella loro lingua si dice Gadiro: e dal suo nome poté denominarsi quella contrada. Quelli del secondo parto, li chiamò l'uno Anfere, l'altro Evemone; quelli del terzo, il primo nato Mneseo, quello nato dopo Autoctono; quelli del quarto, il primo Elasippo, l'altro Mestore: a quelli del quinto, al primo fu posto nome Azae, al secondo Diaprepe. Atlante non è da identificarsi esattamente con il gigante omonimo figlio di Giapeto e di Climene (oppure Asia), ma comunque alcuni aspetti della vita dell'eroe sono interessanti: secondo la mitologia si trova nell'estremo occidente, nel paese delle Esperidi. Zeus lo condannò a reggere sulle spalle il cielo, dopo la vittoria sui giganti. Da questa leggenda vennero denominati i monti marocchini d'Atlante (Erodoto fu il primo a dare questo nome a questa catena montuosa).
    Per quanto riguarda gli altri figli, tranne Azae e Diaprepe, si ritrovano nella mitologia omerica e greca, ma si riferiscono ad altri personaggi. Comunque sappiamo che successivamente Diaprepe venne avvicinato al mito delle Esperidi, le quali sono prossime al mito di Atlante. Inoltre sappiamo grazie a Plinio il Vecchio ed Avieno che esiste una città chiamata Gadir in Africa.
    Tutti questi e i loro discendenti per molte generazioni vi abitarono, dominando su molte altre isole di quel mare, e inoltre imperando alle genti di qua, come anche prima fu detto, fino all'Egitto e alla Tirrenia. La stirpe di Atlante fu numerosa e onorata, e tramandando sempre il re più vecchio il regno al maggiore dei figli, lo conservavano per molte generazioni, e possedevano tanta copia di ricchezza, quanta non ne fu mai per l'innanzi in alcuna dominazione di re, né mai facilmente sarà nell'avvenire, e avevano accumulato tutto quello che nella città e nella rimanente regione occorreva accumulare.
    L'isola quindi si regge in modo giusto e possiede un impero marittimo molto esteso. Questa potenza politica permette ad Atlantide di essere un paese molto ricco e senza alcun bisogno di importare materie prime. Quindi i dieci re di Atlantide si passavano di padre in figlio il potere, ma il re principale rimaneva sempre quello discendente di Atlante.
    Una curiosità: Claudio Eliano nell'opera "La natura degli animali" ci descrive una particolarità dell'abbigliamento dei re di Atlantide:
    Secondo una diceria diffusa presso la gente che abita le rive dell'Oceano, gli antichi re dell'Atlantide, nati dalla stirpe di Poseidone, portavano sul capo le bende che si vedono attorno alla testa dei montoni marini (forse è identificabile con l'Orca Gladiator): esse erano l'emblema della loro autorità, le loro mogli, cioè le regine, portavano invece dei riccioli come segno del comando.
    Molte cose in grazia della loro potenza venivano ad essi dal di fuori, moltissime ne forniva l'isola stessa per le necessità della vita, e in primo luogo tutte le sostanze solide e fusibili, che si scavano dalle miniere: e quel metallo che ora solo si nomina, allora era più che un nome, l'oricalco, che in molti luoghi dell'isola si scavava dalla terra, ed era a quel tempo il più prezioso dopo l'oro .L'isola era ricca di metalli e ve ne erano di ogni tipo, ma il più famoso e misterioso era l'oricalco. Non si sa di preciso quale tipo di metallo sia, ma sono state avanzate alcune ipotesi. Secondo un passo di Filopono, l'oricalco era in realtà l'ottone. Secondo altri era una lega di bronzo simile all'oro, formata da rame e da piccole parti di stagno, piombo e zinco. E quanto appresta la selva all'opera dei legnaiuoli, tutto produceva l'isola in abbondanza, e Così nutriva a sufficienza animali mansueti e selvaggi. V'era in essa anche grandissima quantità d'elefanti: perché per gli altri animali, quanti pascolano nelle paludi, nei laghi e nei fiumi, e quanti sui monti e sui campi, per tutti v'era pascolo abbondante, e Così anche per quest'animale, ch'è il più grande e il più vorace. L'isola possiede inoltre una grande quantità di fauna. E' fatta menzione dell'elefante: potremmo quindi supporre che nell'epoca dell'isola Atlantide ci potessero essere dei mammut (che vivevano proprio nel periodo dell'ultima glaciazione ai tempi di Atlantide) piuttosto che elefanti. Inoltre quanti profumi la terra ora fornisce di radici o d'erba o di legna o di succhi stillati dai fiori o dai frutti, tutti questi allora produceva e forniva bene. Così i frutti molli o duri, che ci servono di nutrimento, e quelli che usiamo per cibo e che chiamiamo legumi, e i frutti legnosi, che ci danno bevande, alimenti e unguenti, e i frutti scorzuti che, usati per gioco e diletto, difficilmente si ripongono, e quelli che come eccitanti contro la sazietà poniamo nelle seconde mense per compiacere allo stomaco stanco, tutti questi frutti quella sacra isola, che allora stava sotto il sole, produceva belli e meravigliosi e infiniti di numero.
    La stessa vegetazione atlantidea forniva ogni genere di cibo per il sostentamento. Concludendo possiamo dire che in condizioni così ottimali, la civiltà sarebbe prosperata facilmente in una tale isola, possedendo gran parte delle risorse necessarie per l'uomo.
    Prendendo dunque tutte queste cose dalla terra, costruirono templi, regge, porti, arsenali, e abbellirono la rimanente regione in quest'ordine. Anzitutto le cinte di mare, che stavano intorno all'antica metropoli, le congiunsero con ponti, formando una via tra il di fuori e la reggia. Avevano eretto subito fin da principio la reggia in questa sede del dio e degli antenati, e i re, ricevendola l'uno dall'altro, vieppiù l'adornavano, e ciascuno cercava di superare sempre, per quant'era possibile, il predecessore, finche' si formo' un'abitazione stupenda a vedere per la grandezza e la bellezza delle opere.
    La ricchezza e la potenza atlantidea avevano permesso agli abitanti dell'isola di svilupparsi enormemente e di permettere la costruzione di imponenti edifici. La stessa reggia deve essere stata un continuo cantiere, poiché ogni re voleva lasciare una propria impronta a testimonianza della propria gloria. La reggia era il centro in cui gravitava tutta la società atlantidea, e quindi era il miglior edificio per lasciare in modo tangibile il ricordo di se stessi.
    Infatti, cominciando dal mare, condussero fino all'ultima cinta (la prima venendo dal mare ) una fossa larga tre peltri, profonda cento piedi, lunga cinquanta stadi, e con essa diedero accesso alle navi dal mare fino a quella cinta, come in un porto, allargandone la bocca in modo che potessero entrarvi le navi più grandi. E le cinte di terra, che separavano quelle di mare, le perforarono lungo i ponti tanto che potesse passarvi una trireme alla volta, e le ricopersero con tetti di modo che la navigazione si compisse di sotto: perché gli orli delle cinte terrestri si elevavano abbastanza sopra il mare. Ma la più grande delle cinte, con la quale comunicava il mare, era larga tre stadi (532,8 metri), e quella successiva di terra era uguale ad essa: delle due cinte seguenti, la marittima era larga due stadi (355,2 metri ), la terrestre era uguale alla marittima precedente: infine d'uno stadio (177,60 metri ) era quella che circondava l'isola nel mezzo.
    Un peltro (=100 piedi) corrisponde a 29,60 metri, e uno stadio equivale a 177,60 metri. La città di Atlantide era organizzata su anelli di terra e d'acqua su cui avvenivano gli scambi commerciali e tutti i più importanti affari e incontri. Il porto deve essere stato frequentato da migliaia di marinai provenienti dalle Americhe, da altre isole dell'Atlantico, dal Mediterraneo e dall'Africa. Atlantide era una sorte di ponte commerciale tra i territori che si affacciano sulla costa occidentale dell'Atlantico e coloro che vivono nella parte orientale. La fossa nella quale passavano le imbarcazioni era lunga 8 km e 880 metri, larga 88,8 metri e profonda 29,60 metri!
    L'isola, in cui stava la reggia, aveva il diametro di cinque stadi (888 metri). Questa d'ogni intorno e le cinte e il ponte largo un peltro (29,60 metri ) li rivestirono da una parte e dall'altra con un muro di pietra, imponendo torri e porte sui ponti lungo tutti i passaggi del mare. E d'ogni intorno sotto l'isola, ch'era nel mezzo, e sotto le cinte di fuori e di dentro tagliarono delle pietre, alcune bianche, altre nere, altre rosse, e Così scavarono nell'interno dell'isola due bacini profondi con la stessa roccia per copertura. E gli edifizi, alcuni ne formarono semplici, altri per diletto con varia mescolanza di pietre, dando a ciascuno la sua giocondità naturale.
    La città era ben fortificata e munita di torri. Questo fa ben capire che non era un vero paradiso terrestre, ma piuttosto Atlantide era costantemente in guerra per il predominio politico ed economico. Le pietre bianche, nere e rosse sono colori di pietre tipicamente vulcaniche che sono abbondanti ad Atlantide, essendo isola vulcanica. Sappiamo grazie al Berlitz che: questo particolare accenno alle pietre con cui venivano costruiti gli edifici di Atlantide trova un'inaspettata conferma nei colori prevalenti delle rocce presenti nelle isole Azzorre: anch'esse bianche, nere e rosse.
    Inoltre l'isola abbondava grandemente di queste pietre, che costituivano il principale materiale edilizio.
    E rivestirono di bronzo, a guisa di vernice, tutto il percorso del muro della cinta esteriore, e spalmarono di stagno liquefatto quello della cinta interiore, e d'oricalco dai riflessi ignei quello della stessa acropoli. Ma la reggia nell'interno dell'acropoli fu costruita Così. Nel mezzo il tempio sacro a Clito e a Poseidone vi era stato lasciato inaccessibile, circondato d'una muraglia aurea: in questo tempio avevano da principio generato e messo alla luce la stirpe dei dieci regoli, cola' ogni anno da parte di tutti i dieci regni si compivano a ciascuno di essi i sacrifizi ordinari. Il tempio di Poseidone era lungo uno stadio (177,60 metri ), largo tre peltri (88,8 metri ), d'altezza proporzionata a queste dimensioni, e con qualcosa di barbarico nell'aspetto. Rivestirono d'argento tutto il tempio al di fuori fuorché' gli acroteri, e d'oro gli acroteri: nell'interno la volta si vedeva tutta d'avorio ed era screziata d'oro e d'oricalco, e tutto il resto delle pareti, delle colonne e del pavimento lo ricopersero d'oricalco. Vi collocarono statue d'oro, e il dio ritto sul carro, auriga di sei cavalli alati, tanto grande che toccava con la testa la volta, e cento Nereidi all'intorno sopra delfini: perché' allora credevano ch'egli ne avesse tante. E v'erano molte altre statue dedicate da privati. Di fuori intorno al tempio stavano le immagini auree di tutti, delle donne e d'ogni discendente dei dieci re, e molte altre grandi offerte di re e di privati o delle stesse città o di quelle straniere, a cui imperavano. L'altare per la grandezza e per l'arte conveniva a questo apparato, e similmente la reggia era conforme alla grandezza dell'impero e all'ornamento del tempio.
    La descrizione del tempio a prima vista appare favolosa. In realtà il tempio potrebbe assomigliare ad un tempio greco anche se le misure e i materiali non sono presenti in tali proporzioni nell'arte greca. L'utilizzo copioso di metalli preziosi e la grandezza della statua di Poseidone, dio del mare, rappresenta la ricchezza e la maestosità dell'impero Atlantideo. Inoltre il tentativo di descrivere il tempio non potrebbe aver centrato esattamente il suo obiettivo descrittivo. Infatti l'uomo descrive attraverso gli oggetti e i materiali che conosce e li paragona a cose a lui sconosciute. Ad esempio se un babilonese vedesse un aereo, potrebbe rappresentarlo come un " uccello fiammeggiante" "un carro celeste" od altro ancora. Quindi i materiali potrebbero essere di altro tipo, le statue rappresentanti altri personaggi, ecc. Questo discorso riguardo la descrizione vale per ogni testo che si consulti.
    Riguardo alle Nereidi, Pierre Grimal dice: Le Nereidi sono divinità marine, figlie di Nereo e di Doride, e nipoti d'Oceano. [. . . ] Il loro numero è, di solito, di cinquanta; ma talvolta, salgono a cento. La lista delle Nereidi che il Grimal completa sono di 77 Nereidi, che si avvicina di più al numero di Platone. Inoltre l'autore aggiunge che persino le pitture dei vasi nominano ancora altre Nereidi.
    Ho voluto precisare la questione del numero delle Nereidi, poiché qualche studioso aveva criticato Platone, sostenendo di ingrandire di proposito il loro numero. Sebbene la tradizione dica che sono 50, Platone, giustamente, ha voluto andare oltre la tradizione e controllare personalmente il vero numero delle Nereidi, che, come abbiamo visto sono di più. Ciò ci assicura più veridicità al testo di Platone, poiché l'autore sembra essere abbastanza critico nei confronti della tradizione.
    Avevano due fonti, l'una fredda e l'altra calda, molto copiose e adatte mirabilmente ad ogni uso per il diletto e la virtù delle acque. E vi stabilirono intorno case e piantagioni d'alberi, che amano l'umidità, e anche vasche, quali a cielo scoperto, quali invernali e coperte per i bagni caldi, da una parte quelle del re, da un'altra quelle dei cittadini, altrove quelle delle donne, altrove ancora quelle dei cavalli e delle altre bestie da soma, dando a ciascuna l'ornamento adatto. L'acqua corrente la conducevano nel bosco di Poseidone, che per la fecondità della terra aveva alberi d'ogni genere, di bellezza e altezza meravigliosa, e parte ne derivavano nelle cinte esteriori mediante canali lungo i ponti.
    Qui Platone continua la descrizione della bellezza della città, divenuta così ricca in seguito a lotte e guerre per lo sviluppo dell'impero Atlantideo.
    Ivi erano stati costruiti molti templi consacrati a molte divinità, molti giardini e ginnasi, alcuni per gli uomini, altri per i cavalli in disparte in ciascuna delle due cinte che formavano come delle isole: e oltre gli altri v'era nel mezzo della maggiore delle isole un ippodromo scelto per essi, largo uno stadio, e nella sua lunghezza per tutto il giro dell'isola era lasciato alla gara dei cavalli. Intorno a questo, dall'una parte e dall'altra v'erano caserme destinate alla moltitudine degli armati: ai più fedeli era stato assegnato il presidio della cinta più piccola e più vicina all'acropoli, ma ai più insigni di tutti per fede erano state date abitazioni dentro l'Acropoli presso gli stessi re. Gli arsenali erano pieni di triremi e di tutti gli apparecchi necessari alle triremi, tutti in buon ordine. E Così era disposta l'abitazione dei re.
    A quanto dice Platone gli Atlantidei erano politeisti o comunque enoteisti. Propenderemmo più per un ipotesi enoteista. Infatti il dio principale è Poseidone (non è comunque detto che il dio principale degli Atlantidei fosse il dio del mare. Vedi il discorso sulla descrizione. ) e gli altri dei potrebbero solamente essere le manifestazioni della divinità (come una sorta di santi).
    Il fatto che esistano caserme ed arsenali confermano l'ipotesi di un'Atlantide costantemente in guerra. Inoltre tanta moltitudine di armati nella città potrebbe far pensare ad un regime tirannico.
    Ma di la' dei tre porti esteriori cominciava dal mare un muro circolare, distante per ogni parte cinquanta stadi (8880 metri) dalla più grande cinta e dal più grande porto, e ritornava nello stesso punto presso la bocca della fossa situata presso il mare. Tutto questo luogo conteneva molte e frequenti abitazioni, e il canale e il porto più ' grande eran pieni di navigli e di mercanti che venivano da ogni parte del mondo e sollevavano giorno e notte clamore e tumulto vario e strepito per il loro gran numero.
    Quindi il raggio della città di Atlantide era di circa: 11 Km e 278 metri! Qui si conclude la descrizione della città. Ora si passa a quella della restante regione dell'isola di Atlantide.
    Dunque ora ho riferito press'a poco quanto allora si diceva della città e dell'antica abitazione, ma occorre che teniamo di ricordare qual fosse la natura della restante regione e il suo ordinamento. Si diceva primamente che tutto il luogo fosse molto alto e scosceso dalla parte del mare, e tutt'intorno una pianura circondasse la città, e questa pianura, cinta in giro da monti discendenti fino al mare, fosse liscia e uniforme e tutta oblunga, di tremila stadi da una parte e di duemila dal mare fino al centro.
    2000 stadi=355200 metri=355,200 Km
    3000 stadi=532800 metri=532,800 Km
    Area della pianura: 189250,56 Km2
    Questo tratto di tutta l'isola era volto a mezzodì' e riparato dai venti di settentrione. I monti che lo cingevano si diceva che superassero per numero, grandezza e bellezza tutti quelli ora esistenti, e chiudevano tra loro molti villaggi, ricchi d'abitanti, e fiumi e laghi e prati, che fornivano nutrimento sufficiente a tutti gli animali domestici e selvaggi, e selva copiosa e svariata, che porgeva materiale abbondante a tutti i lavori in generale e a ciascuno in particolare. Così dunque questo piano era stato fatto da natura e dall'opera di molti re in molto tempo. Era esso un quadrangolo per la maggior parte retto e oblungo, e dove veniva meno, lo rendeva dritto una fossa scavata all'intorno. Non è credibile quel ch'è stato tramandato sulla profondità e larghezza e lunghezza di questa fossa, che cioè, come opera umana, avesse oltre al restante lavoro tali dimensioni ; pero' bisogna dire quel che abbiamo udito. Era stata scavata con la profondità di un peltro (29,60 metri )con larghezza d'uno stadio (177,60metri) in ogni punto, ed essendo condotta per tutta la pianura ne conseguiva che ne avesse la lunghezza di diecimila stadi (1776Km). Riceveva i corsi d'acqua, che scendevano dalle montagne, e girando intorno la pianura raggiungeva d'ambo le parti la città, donde andava a versarsi nel mare. Dalla parte superiore di questa fossa canali larghi circa cento piedi (29,6 metri ), dopo aver tagliato in linea retta il piano, ritornavano ad essa presso il mare, e distavano cento stadi (17,76 Km) gli uni dagli altri. Per essa trasportavano i materiali dai monti nella città e gli altri prodotti delle stagioni su navi, perché scavando trasversalmente passaggi navigabili avevano messo in comunicazione i canali tra loro e con la città. E due volte all'anno raccoglievano i frutti della terra, giovandosi d'inverno delle piogge e bagnando d'estate i prodotti della terra con le acque dei canali.
    Atlantide era protetta da una massiccia catena montuosa dai venti del nord il che rendeva il clima così mite. Atlantide disponeva di un efficientissimo sistema di irrigazione e di canali così grandi che anche Platone stenta a crederci! Atlantide potrebbe definirsi la Venezia del passato!
    In quanto alla moltitudine degli uomini che nel piano erano utili alla guerra, era stato stabilito che ogni divisione presentasse un capo, e la grandezza d'ogni divisione era di cento stadi (3,15 Km2 circa), e tutte le divisioni erano sessantamila (189000 Km2 circa). Ma il numero dei montanari e di quelli della restante regione si diceva che fosse infinito, e secondo le località e i villaggi furon distribuiti tutti in queste divisioni e aggregati ai loro capi. Era stabilito che ogni capo fornisse per la guerra la sesta parte d'un carro di guerra fino a formarne diecimila, e due cavalli con cavalieri, e inoltre una coppia di cavalli senza carro, che avevano un combattente armato di piccolo scudo e un auriga oltre il cavaliere di ciascun cavallo, e poi due opliti, due arcieri e due frombolieri, tre armati alla leggera, tre scagliatori di pietre e tre di giavellotti, e quattro marinai per riempire mille e duecento navi. Tale era l'ordinamento delle forze militari nella provincia del re supremo: in ciascuna delle altre nove era diverso, ma sarebbe lungo riferirlo.
    La superficie di Atlantide, ai tempi della distruzione (perché Platone si riferisce proprio al periodo in cui avvenne il grande scontro con Atene), a nostro avviso non doveva essere molto superiore della superficie della pianura. Pensiamo quindi che fosse circa i due terzi della superficie italiana (301277 Km2).
    L'organizzazione militare appare abbastanza antica e vicina all'antichità di Platone. Tuttavia potrebbe riguardare sempre lo stesso discorso della descrizione.
    Le magistrature e le cariche erano state Così ordinate da principio. Ciascuno dei dieci re nella sua provincia e città sovrastava agli uomini e al maggior numero delle leggi, punendo e uccidendo chiunque egli volesse.

    Segue quinta parte



    Nota: Platone ed Atlantide: l'inizio del più grande enigma archeologico dell'umanità
    di Axel Famiglini

    tratto da: http://www.portaledoriente.it/module...rticle&sid=153

  6. #36
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    Grazie, un contributo molto interessante.



    "… Essa, staccata interamente dal resto del continente, giace allungandosi fino al mare come la punta di un promontorio; il bacino di mare che la comprende sprofonda rapidamente da ogni parte. Essendoci dunque stati molti e terribili cataclismi in questi novemila anni - perché tanti sono gli anni che intercorrono da quel tempo fino a oggi - la parte di terra che in questi anni e in tanti accidenti si è staccata dalle alture non accumulava sedimenti di terra di una certa consistenza, come in altri luoghi e, scivolando giù in un processo continuo tutt'intorno, scompariva nella profondità del mare; dunque, come avviene nelle piccole isole, a confronto con ciò che c'era a quel tempo, le parti che oggi restano sono come ossa di un corpo che è stato colpito da una malattia, perché la terra intorno, ciò che di essa era grasso e molle, è scivolata via, ed è rimasto soltanto, della regione, l'esile corpo. A quel tempo invece, quando era integra, aveva per monti colline e levate e ricche di terra grassa, le pianure oggi dette di Felleo, e sui monti aveva vasti boschi, dei quali sussistono testimonianze visibili ancora oggi…"

    Platone, Crizia

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    Se ne parla anche qui sul forum Scampoli d'Arte

    http://www.politicaonline.net/forum/...23#post1860323

 

 
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