dal quotidiano del "padrone".
" Intervista a D'Amato
"Sei riforme per rilanciare l'Italia"
Maurizio Belpietro
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Dal sesto piano dell'ufficio di via Veneto che durante i suoi soggiorni romani usa anche come alloggio, Antonio D'Amato vede il cupolone e la torretta del Quirinale. Ma in queste ore piu' che alle stanze vaticane e presidenziali il capo di Confindustria guarda a quelle di Palazzo Chigi. Ciò che lo inquieta è il progetto di devolution a cui Bossi sta lavorando: al punto che venerdì scorso D'Amato ha sparato allarmato alcune salve di cannone contro il piano che redistribuisce un po' di potere statale alle Regioni.
- Perché ce l'ha tanto con la devolution? Cacciari dice che è un falso problema: non cambierà nulla, è una scatola vuota con dentro due caramelle e niente altro. E allora, perché allarmarsi?
« Destra e, sinistra si stanno inseguendo, ormai da anni, sui temi del federalismo. Tutto ciò ha portato, alla fine della legislatura scorsa, ad un colpo di mano - la frettolosa riforma del Titolo Quinto della Costituzione - che finora ha generato per lo più solo danni. E' chiaro che in Italia c'è bisogno di ridefinire in maniera più trasparente il rapporto fra istituzioni, Stato e cittadini. Una riorganizzazione, anche in senso federale, può essere la risposta giusta. Ma è proprio qui il problema: un tema di così grande importanza va affrontato con i tempi giusti, senza fretta. Non ci sono ragioni né di merito né di opportunità per agire con tutta questa urgenza ».
- Urgenza? Ora va in discussione al Senato e se tutto va bene ci vorrà un anno prima che...
« Il problema è che la devolution rischia di bloccare o ritardare altre riforme . Siamo a pochissime settimane dalla fine dell'anno, c'è da approvare la riforma del mercato del lavoro, quella fiscale, c'è la finanziaria e un tema corne questo corre il rischio, ancora una volta, di essere trattato più sull'onda della contrapposizione politica che non invece sulla base di un serio e approfondito dibattito su come riformare lo Stato e ridefinire la struttura periferica delle amministrazioni. Lo ripeto, una questione così importante, e delicata, va trattata con i tempi giusti ».
- Va bene, ma quali sono le idee di Confindustria sulla riforma dello Stato e sul federalismo?
« Noi facciamo i conti con strutture amministrative regionali in gran parte inefficienti, incapaci a rispondere, nel concreto, ai bisogni dei cittadini e delle imprese. Burocrazie pesanti, poco professionali che hanno bisogno di una riforma. Il problema è capire che tipo di riforma . Non è detto che le stesse ricette applicate in altri Paesi siano utili e adatte per l'Italia. In questi giorni sui giornali si leggono confronti con Stati Uniti, Germania, Svizzera: sono storie e problemi completamente diversi rispetto ai nostri. Ecco, io vorrei che ci fosse un dibattito più approfondito sui bisogni e le esigenze dell'apparato amministrativo italiano. Non solo dire devolution si o devolution no, ma definire i tempi, i costi, la distribuzione delle risorse e dei poteri».
- Confindustria vuole insomma sapere che succede ai dipendenti dei ministeri?
«Appunto. Cosa fai? Prendi la gente dallo Stato centrale e la decentri sulle Regioni? A quali costi? Come? Con quali strutture? In quali case? Con quali bilanci? Con quali trasferimenti? Tutte queste cose, che non sono irrilevanti, sono anzi fondamentali per il funzionamento della macchina burocratica, vanno discusse e in modo serio. Ma non ora, altrimenti si rischia di ingolfare, con l'ostruzionismo, l'attività parlamentare. Non dimentichiamoci che c'è da votare anche la Finanziaria».
- Be', la Confindustria dovrebbe essere contenta del fatto che questa Finanziaria non arrivi in porto per tempo. Lei ha detto che era la peggior Finanziaria mai vista da molti anni a questa parte.
«Per quanto riguardava il Mezzogiorno. No, noi avremmo voluto una Finanziaria di svolta, che affrontasse con decisione quel percorso di riforma che da molto tempo il nostro Paese deve intraprendere e che, francamente, abbiamo poco tempo permettere adesso in cantiere. [b] L'agenda delle cose da fare e' molto stringente. Il 2003 e' l'anno della presidenza europea. Nel 2004 ci sono le elezioni europee. Nel 2005 le regionali. Nel 2006 le politiche. L'unica finestra di tempo che noi avevamo per evitare di cadere all'intemo della spirale delle campagne elettorali si è, insomma, già chiusa o quasi [b] ».
- Quali sono queste riforme?
« Pensioni, fisco, federalismo. Poi c'è il Mezzogiorno, il sistema delle liberalizzazioni e privatizzazioni e la riforma dei servizi pubblici locali. C'è poco tempo. E' il caso di fare un'agenda di lavoro ».
- La riforma fiscale, in parte, è stata avviata.
«Diciamo abbozzata. Noi abbiamo un peso fiscale sulle imprese troppo elevato che va assolutamente ridefinito . Nella riforma fiscale viene indicato come obiettivo di governo l'eliminazione dell'Irap (che è una tassa importante dal punto di vista del gettito). Ci sono ancora molti elementi di vaghezza e di contraddizione che vanno messi a fuoco. Nel frattempo abbiamo visto come il decreto fiscale abbia riprodotto il vecchio schema secondo il quale sono le imprese a pagare gli squilibri di gettito del Paese. Questa politica non ci piace e va fermata ».
- La situazione finanziaria internazionale, però, è molto complessa e anche alle imprese è chiesto di fare la propria parte.
«Lo so. Noi stiamo facendo ripubblicare un libretto molto simpatico che ripropone il vecchio slogan di ChurchilI che recitava: «Alcuni vedono le imprese come delle tigri feroci da abbattere; altri, invece, come delle mucche da mungere; pochissimi per quello che in realtà sono: dei cavalli che tirano un carro molto pesante». Abbiamo finito per essere trattati come mucche da mungere. Non ce lo aspettavamo ».
- Lei si è risentito sul Mezzogiorno. Ma in realtà, per il Mezzogiorno, qualcosa è stato fatto. Dalla «peggiore Finanziaria» in realtà sono arrivati dei finanziamenti per il Sud.
«Non basta. Il Sud ha dimostrato, nel corso degli ultimi anni, di disporre di capitale umano ben diverso e migliore di quello che molti pensavano che il Mezzogiorno avesse a disposizione: imprenditori, giovani, in qualche misura (peraltro modesta) anche gli amministratori. Se noi vogliamo far crescere davvero l'Italia in termini di tasso di sviluppo, tasso di occupazione e Prodotto intemo lordo la vera grande opportunità e quella di mettere in moto le risorse del Mezzogiorno. Il Centro-Nord (e soprattutto il NordEst) sono infatti saturi. Ma per fare questo il Sud deve attrarre investimenti. Le condizioni ci sono. Con il nuovo flusso dei grandi mercati il Mediterraneo riconquista centralità. Non a caso Gioia Tauro e altri porti del Meridione sono tornati a crescere, come quote di mercato, rispetto a quelli del Nord-Atlantico».
- C'è un problema, con l'allargamento dellEuropa a Est, è facile che gli investimenti vadano più li che al Sud.
«No. Innanzitutto completiamo questo ragionamento con un dato: l'Italia, nel corso degli ultimi quindici, soprattutto negli ultimi dieci anni, è stata sempre e costantemente l'ultima in classifica nel catturare gli investimenti internazionali. Solo l'1,5-2 per cento degli investimenti è diretto nel nostro Paese. Questa situazione, secondo me, si può cambiare. Come? In primo luogo spendere i fondi strutturali a disposizione fino al 2006. Bisogna farlo in tempo, ma anche bene e su progetti veri, cosa che non sta avvenendo ».
- Lei parla di investimenti, ma la crisi internazionale ha ridotto le disponibilità. I soldi scarseggiano e questo governo ha sostanzialmente fatto una scelta: ridurre le tasse sulle famiglie con redditi non elevati sperando di far ripartire i consumi. Vorrebbe togliere gli sgravi fiscali per dirottarli sugli investimenti?
«No, non è che noi dobbiamo togliere denaro alle famiglie per darli alla ricerca. Però io penso che noi abbiamo bisogno comunque di mettere a disposizione della ricerca e dell'università risorse, che possono essere reperite. In fondo quando c'è bisogno di trovarle, magari per accontentare qualcuno, magari su pressione politica, queste risorse bene o male si trovano. Quando si discute se si debba investire o no sulla ricerca c'è qualcosa che non va. Quando addirittura si discute se mettere a disposizione o no la tassa sul fumo o quella sui videopoker mi cascano le braccia ».
- Non servono nuove tasse?
«Quella sul fumo e sui videopoker andrebbero bene, lo dico anche da non fumatore convinto. E poi ci sono molti sprechi che possono essere eliminati. Basta pensare a tutti i soldi dilapidati nella internazionalizzazione del sistema Italia, non solo a livello centrale, ma anche Comuni, Regioni, Camere di commercio».
- Allude a viaggi e vacanze?
« Sono uno schiaffo alla miseria».
- Ma servono a qualcosa? Aiutano gli imprenditori?
«Gli imprenditori degni di questo nome prendono la valigetta, fanno il giro del mondo e vendono».
- Prima accennava alla riforma delle pensioni. Se ne parla da anni, ma nessuno affronta mai il nodo perche' significherebbe far esplodere un conflitto tipo quello del 1994. Perche' Confindustria non ha preso un'iniziativa forte su questo tema?
«Noi in realta' abbiamo preso un'iniziativa forte, all'inizio di questo governo e anche prima, con Amato, alla fine della legislatura, mettendo a disposizione il Tfr, per creare una nuova dimensione di pensione integrativa. C'e' anche una legge delega che fa parte della prima Finanziaria di questo governo. Noi proponevamo incentivi e disincentivi».
- Mi pare che il governo intenda solo incentivi, non sisincentivi.
«Il governo, in quella fase, ntenne che gli incentivi fossero sufficienti. Noi avevamo allora dei dubbi, che oggi ci sembrano delle certezze. Noi pensiamo che la riforma delle pensioni sia uno dei temi fondamentali che l'Italia deve affrontare. E' un problema che condividiamo con gli altri Paesi europei e non possiamo pensare che venga l'Europa a togliere le castagne dal fuoco. Anche perché non ha alcuna intenzione di farlo».
- La Confindustria non ha sbagliato a puntare tutte le sue carte sulla riforma del mercato del lavoro per poi portare a casa una cosa «ridotta» come l'articolo 18. Non era meglio insistere sulla riforma delle pensioni che è un nodo importante e vero, strutturale, che strangola l'economia?
« Innanzitutto la riforma Biagi, che è quella che vorremmo vedere approvata in Senato senza che altri conflitti politici la dilazionino ulteriormente, è una grande riforma del mercato del lavoro. E' una riforma che interviene su tutta una serie di nodi di rigidità che per anni hanno tenuto l'Italia molto distante dagli standard europei e oggi introduce nel nostro ordinamento flessibilità tali da far crescere non solo l'occupazione ma anche ridurre enormemente il ricorso all'economia sommersa ».
- Qualche imprenditore, però, ha rimproverato Confindustria di aver condotto la battaglia sull'articolo 18 bloccando il Paese per un anno mentre era il caso di pensare ad altro.
«Noi abbiamo definito, in pochissimi mesi, un programma di riforme che per anni è stato tabù nel nostro Paese».
- Cosa si è rotto nel rapporto con il governo?
«La Confindustria ha fatto un'apertura di credito nei confronti del governo, doverosa nei riguardi di chiunque inizi un percorso, soprattutto di legislatura, doverosa soprattutto se nel programma di governo ci sono molti punti di convergenza su cosa fare per garantire competitività al Paese. E il governo era partito con il piede giusto, poi si è un po' perso per strada ».
- Quanto rimane di quell'apertura di credito? « Noi siamo convinti che in questo momento il governo abbia ancora la possibilità di poter aprire un percorso di riforme vere, anche se ha pochissimo tempo perché, come abbiamo visto nel calendario di legislatura, orinai la finestra temporale perpoterlo fare nella maniera più opportuna si sta restringendo ».
- Quindi voi sareste disposti a riprendere subito la questione della riforma delle pensioni, affrontando anche l'argomento del Tfr...
«Si, riforma delle pensioni, fisco, federalismo, Mezzogiorno, servizi pubblici locali e liberalizzazione. Sono terni fondamentali sui quali bisogna portare a casa, nell'interesse del Paese, le riforme al più presto possibile».
- Cosa pensa invece dell'opposizione?
«Penso che sa pensare».
- Confindustria è rimasta molto defilata rispetto alla vicenda Fiat. In fondo la crisi del maggior gruppo industriale del Paese rischia di pesare sull'intero sistema. Perché questa scelta?
«E' abbastanza delicato ciò che accade alla Fiat. Non siamo stati defilati. ll nostro ruolo è evitare che si facciano pasticci, riproponendo logiche di intervento dello Stato o delle Regioni all'interno dell'economia. Abbiamo già conosciuto la stagione dei pomodori di Stato, dei panettoni di Stato, delle automobili di Stato: dello Stato nell'economia ne abbiamo visto le conseguenze, che stiamo ancora oggi pagando. Detto questo dobbiamo, però, anche consentire all'azienda di fare un piano di rilancio, di ristrutturazione, di rimessa in ordine, sul quale il management mi sembra molto impegnato. E questo va fatto naturalmente tenendo conto di tutte le sensibilità, le complessità, le difficoltà sociali e occupazionali, ma anche ricordandoci che la Fiat deve confrontarsi con un mercato sicuramente competitivo, con dei ritardi che oggi sta affrontando finalmente di petto. Noi dobbiamo anche immaginare che l'Italia continuerà a essere un grande produttore di automobili o comunque un grande protagonista sul piano dell'industria automobilistica mondiale, su questo non ho assolutamente dubbi. Questo però ci riporta al tema di quale politica industriale e di sviluppo noi dobbiamo intraprendere nel nostro Paese».
- Il panorama industriale, in effetti, non è confortante. L'Olivetti e' scomparsa, la Fiat e' in serie difficoltà e non si sa che fine farà, la Pirelli va, ma nel suo settore occupa una nicchia, la chimica non esiste più. Che rimane del sistema industriale?
«Se prendiamo Business Week di vent'anni fa, noi avevamo i quattro cavalieri dell'industria italiana».
- I capitani coraggiosi.
«Carlo De Benedetti, che allora stava costruendo un gruppo europeo molto forte, Raul Gardini che progettava la chimica europea, Berlusconi che radunava il gruppo mediatico più importante d'Europa e avevamo la Fiat che, in quel momento, aveva anche la leadership dell'industria automobilistica europea. L'Italia ha perso posizioni e peso nei grandi settori. Però continua a essere un grande Paese industriale, non è vero che sta affrontando una fase di declino imprenditoriale. Abbiamo posizioni di leadership in moltissime nicchie di mercato; siamo leader nell'automazione e nella tecnologia e non solo nella moda e nel food (il made in Italy non è, dunque, solo food and fashion). Siamo il secondo esportatore di beni strumentali in Europa immediatamente a ridosso della Germania. Quindi l'Italia ha anche un profilo di tecnologia che molto spesso sfugge al folklore dell'analisi del made in Italy ».
- Fino ad ora, però, abbiamo parlato di responsabilità politiche. Le responsabilità del settore imprenditoriale quali sono?
« Sul mercato chi sbaglia paga. Magari in qualche caso ci mette un po' più di tempo ma prima il responso è inesorabile ».
- Quando si parla d'impresa non si può ignorare il ruolo degli istituti di credito. Il nostro sistema bancario appare da questo punto di vista uno dei più fermi, lenti, meno innovativi.
«Ho l'impressione che i livelli di credito concessi alle aziende si stiano riducendo. Si sente una politica di affanno».
- Lei dice che si sta restringendo la disponibilità di credito. Però ci sono anche casi come la Fiat, come la Cirio...
«Il problema è che ci sono imprese che vanno affidate e altre che invece non meritano». "
Saluti liberali




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