La Fiat è di tutti
Giorgio Cremaschi
La manifestazione e lo sciopero del gruppo Fiat sono stati un grande successo. Una tenace disinformazione televisiva aveva presentato questa giornata come un appuntamento di tutta la categoria dei metalmeccanici, evidentemente per poi sminuirne la portata. Invece lo sciopero e il corteo coinvolgevano unicamente il gruppo automobilistico e alcuni settori dell'indotto. Così a Roma c'è stata la prima e la più grande manifestazione nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori del gruppo (ancor per poco) torinese.
Accanto ai ventimila metalmeccanici c'erano le donne in lotta di Termini, le rappresentanze delle forze democratiche e delle istituzioni locali e, novità di grande significato per il futuro, i giovani disobbedienti e i Cobas. Una rappresentanza di quel movimento No Global che oggi segna passaggi decisivi della politica italiana. E' importante il successo e la combattività della manifestazione perché, dopo il rinvio di dieci giorni delle procedure di cassa integrazione, la vertenza entra ora in un momento difficile e delicato. Sinora la Fiat ha difeso con intransigenza il piano industriale che ha concordato con le banche e con la General Motors, piano che prevede il progressivo smantellamento del gruppo e la sua riduzione a pochi reparti di decentramento produttivo. Il governo, dopo la tracotanza e le frasi ad effetto dei primi giorni, nei quali sembrava che tutto si risolvesse con poche pacche sulle spalle, si è accorto con terrore della gravità della crisi. Che non è quella difficoltà passeggera e di mercato di cui parlano Paolo Fresco e Silvio Berlusconi, ma la crisi strutturale di un gruppo che da anni spreca risorse altrove, senza investire adeguatamente nella qualità e nell'innovazione dei prodotti.
L'eccezionale mobilitazione dei lavoratori e di popolo avvenuta a Termini Imerese e la spinta che essa ha dato a tutto il gruppo, la ripresa di una lotta comune del sindacato confederale e di quello di base ad Arese, hanno costretto le controparti a prendere atto che la pura ottusità sabauda e la ridanciana propaganda, con cui sinora era stata gestita la vertenza, non reggevano più. La forza della lotta ha dunque costretto il governo e la Fiat ad un parziale arretramento. Ma dobbiamo subito dirci che esso è avvenuto non con lo scopo di predisporre una reale trattativa, ma semplicemente con quello di prendere un po' più di tempo per cercare di dividere il fronte dei lavoratori, e per quella strada quello sindacale.
Il governo e la Fiat stanno tentando di ridurre l'impatto del piano di ristrutturazione su Termini Imerese, "spalmando" i licenziamenti là previsti su tutti gli altri stabilimenti del gruppo. Non ci sono investimenti, produzioni, o programmi nuovi, ma alcune missioni produttive che si mettono a girare tra una fabbrica e l'altra, come le mucche degli antichi piani agricoli di democristiana memoria. Se non si cambia radicalmente il piano industriale del gruppo, prevedendo investimenti e programmi produttivi che garantiscano effettivamente l'occupazione, l'unico terreno di manovra che resta è quello di decidere se è meglio che qualcuno sia licenziato in Sicilia o nel Lazio, in Lombardia o in Piemonte.
Invece una reale trattativa non può che partire da un radicale cambiamento del piano industriale e dalla conseguente decisione di non licenziare nessuno e di utilizzare tutte le risorse esistenti per la ripresa e lo sviluppo. A tale scopo tutte le organizzazioni sindacali hanno chiesto un intervento pubblico diretto dello Stato nei capitali del gruppo. Perché se non si vuole svendere agli americani ciò che resta del patrimonio industriale italiano in questo importante settore, occorre che non solo l'azionista, ma anche che lo Stato faccia la sua parte.
C'è un rapporto diretto tra piano industriale e tagli di personale. Se si vogliono impedire i secondi bisogna cambiare il primo. E poi si dovranno utilizzare, invece della cassa integrazione a zero ore e della mobilità, quegli strumenti di solidarietà che impediscono i licenziamenti. Come si è fatto alla Volkswagen. Questa è la logica semplice e stringente della lotta operaia alla Fiat.
Sta al sindacato rappresentare con coerenza le ragioni di questo mese e mezzo di lotta e prepararsi ad un'ulteriore mobilitazione, a partire dallo sciopero di Cgil, Cisl, Uil, se il governo e la Fiat non dovessero cambiare posizione. Sta alle forze politiche e in primo luogo a quelle dell'Ulivo, chiarire definitivamente da che parte stanno, innanzitutto facendo sì che la questione Fiat divenga un'effettiva priorità del paese e pretendendo che la politica, almeno una volta, non sia totalmente subalterna alle ragioni della finanza e delle multinazionali.
Liberazione 27 novembre 2002
http://www.liberazione.it


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