dal CorSera
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Corriere della Sera del 29/11/2002
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L'udienza a Palermo
Andreotti: prego per arrivare alla fine dei processi
Palermo, il senatore colto da malore durante l'autodifesa: mai favori alla mafia. Battaglia sulle dichiarazioni di Giuffrè
Felice Cavallaro
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PALERMO - Con un'invocazione a Dio e ai giudici d'appello Giulio Andreotti ieri si è presentato nell'aula dove lo processano per mafia offrendo la sua vita, 50 anni di impegno parlamentare, 40 di governo e 3 di «collaborazione» con Giovanni Falcone per cancellare il sospetto e l'infamia di un'esistenza marchiata da un'intesa con Cosa Nostra . E proprio nel giorno in cui irrompevano nel processo di Palermo 400 pagine di dichiarazioni e verbali del pentito Antonino Giuffrè, il più eccellente degli imputati, lasciando ai suoi tre penalisti il compito di scontrarsi con le due signore dell'accusa, si è mostrato forse per la prima volta con tutte le sue emozioni, come un uomo ferito. Soprattutto ferito dal verdetto di Perugia. Perché da allora, dal 17 novembre, assicura di vivere «un momento di doloroso stupore».
Comincia così lo statista sempre descritto come una sfinge dal volto marmoreo, impenetrabile, imperscrutabile. Ma stavolta, pur trasformandosi nell'avvocato di se stesso e accusando [fatti alla mano, dimostrando come sono state corrette le grandi contraddizioni di Buscetta e compagni: nota pfb] alcuni magistrati di fare i «suggeritori» ad alcuni pentiti, prevale la dimensione umana su quella del potente in sella dal 1946. Forse, per quel nodo alla gola che lo prende ricordando come «la vita mutò improvvisamente quando nel marzo 1993...». Arrivò allora la richiesta della Procura di Giancarlo Caselli di autorizzazione a procedere, sostenuta dallo stesso Andreotti, «per favorire il massimo approfondimento in tempi rapidi», come sottolinea a chiusura di 39 pagine lette con affanno: «I tempi non sono stati rapidi. E da allora io sto vivendo gli effetti di due incredibili implicazioni giudiziarie delle quali prego Iddio di farmi restare in vita fino alla giusta conclusione».
Poi, guardando i tre giudici togati, prima di un malore ai limiti del collasso: «Per tante cose dovrò lassù fare affidamento sulla misericordia. Quaggiù io chiedo soltanto giustizia e mi rifiuto di credere che i nostri ordinamenti non rendano sicura questa oggettività». Si affida a Dio, ma vuole giustizia in terra l'ex presidente del Consiglio ridotto dalle accuse al rango di capomafia, costretto a sopportare l'ultima offesa, l'ultimo appellativo riferito dal pentito che la Procura generale ha chiesto di ascoltare riaprendo il dibattimento. Giuffrè parla di conversazioni tra mafiosi riferite al «gobbo», anzi all'«immirutu», perché la gobba in dialetto siciliano è «immu». E lui si ribella infine: «Non posso essere coinvolto con questa gente. Fa male essere accomunato agli uomini della mafia che profondamente disprezzo».
La corte presieduta da Salvatore Scaduti s'è riservata di decidere nel giorno di Santa Lucia. E si saprà il 13 dicembre se Giuffrè, fino allo scorso aprile braccio destro dell'imprendibile Bernardo Provenzano, comparirà di persona in questo appello che scorreva senza clamore prima di quel 17 novembre e che adesso è attraversato da forti polemiche.
Ne innesta una, sin dalle prime battute, l'avvocato Franco Coppi quando le sostitute Daniela Giglio e Annamaria Leone depositano i verbali chiedendo di ascoltare il collaboratore. «Nessuna paura», replica il penalista, contrario all'inserimento, ma pronto ad affrontarlo: «E' la solita pappola. Un pentito in più non potrà dire nulla di nulla perché nulla c'è». Poi, la stoccata sulla «fuga di notizie»: «Se questi verbali li avessimo avuti prima, anziché leggerli sui giornali...». E la Giglio, alzandosi di scatto dal suo scranno: «Ciò vale anche per il mio ufficio». E Scaduti, il presidente, interrompendo tutti: «Ciò vale soprattutto per la Corte». Così, le parti sembrano trovare per un attimo un accordo generale che si trasforma in una critica implicita agli inquilini del secondo piano, perché l'ufficio che ha trasmesso i verbali è la Procura della Repubblica, attraversata a fine settembre da una violenta polemica interna quando il capo, Piero Grasso, blindò i primi verbali di Giuffrè lasciandoli in poche fidate mani proprio per evitare il rischio colabrodo.
Verbali che arrivano con una sfilza di omissis. Ma le rappresentanti dell'accusa bloccano l'opposizione di Coppi offrendo i nomi che mancano. E sbuca fuori quello dell'ex numero due di Lima, l'andreottiano Mario D'Acquisto. Come possibile «aggancio» di Cosa Nostra. Alla stregua di Claudio Martelli che per Giuffrè avrebbe offerto addirittura «garanzie». Veleni vecchi e nuovi. Come quelli esaminati da Andreotti: «Tutte le volte che ci siamo trovati davanti a fatti specifici i pentiti ne sono usciti con le pive nel sacco». Le contraddizioni però non sempre sarebbero casuali. A volte in «malafede»: «Studiando le carte si possono rintracciare le falsità». Esplicita l'accusa alla Procura di «aver fornito a Tommaso Buscetta notizie per correggere alcuni suoi errori», ovvero «di aver fatto saltare un paio di capoversi dai verbali raccolti davanti al boss Tano Badalamenti dal maresciallo Lombardo poi suicida». Amarezza per le imprecisioni: «Hanno fatto diventare Gioia "andreottiano"». Infine, spinto dalle domande su un percorso insidioso: «Non ho mai pensato al legittimo sospetto, al trasferimento del processo. E ogni fatto è diverso dall'altro». "
Attraverso i pentiti la mafia cerca di colpire chi portò Falcone al vertice degli organismi di lotta alla mafia. E c'è chi se ne rende [inconsapevole?] strumento. Non a caso quasi tutti i nemici di Falcone credono agli accusatori di Andreotti. Parlo dei nemici veri, quelli che lo accusarono, quelli che gli misero i bastoni fra le ruote nel CSM e in Parlamento.
Saluti liberali




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