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Discussione: I Cristiani Ed Israele

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    Avete il novo e ’l vecchio Testamento, e ’l pastor de la Chiesa che vi guida; questo vi basti a vostro salvamento. Se mala cupidigia altro vi grida, uomini siate, e non pecore matte, sì che ’l Giudeo di voi tra voi non rida! (Dante: Paradiso Canto V)
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    Predefinito I Cristiani Ed Israele

    I CRISTIANI ED ISRAELE

    Come un cristiano deve porsi di fronte all'occupazione ebraica della Palestina

    Un problema di coscienza si pone oggi ad alcuni cristiani a proposito dell’attuale Stato d’Israele. Gli uni, sensibilizzati da quello che gli ebrei chiamano “l’olocausto hitleriano”, si sono precipitati a riconoscerlo; altri rifiutano di riconoscere Israele per due ragioni:

    1) perché sono sensibili all’ingiustizia che subisce il popolo palestinese, scacciato dalla sua terra con la violenza;

    2) per motivi che hanno rapporto con la fede e la testimonianza cristiana. Il soggetto di questo documento è delicato può suscitare reazioni. Bisogna, prima di trattarlo, dire che non è con spirito antisemitico che noi lo affrontiamo, ma con uno spirito di giustizia sociale e religiosa. Noi lottiamo per la libertà religiosa di tutti, anche in Israele dove speriamo che siano rimpatriati i due milioni di palestinesi (cristiani e musulmani), che le autorità israeliane rifiutano di reintegrare perché non sono ebrei. Per chiarire il problema, bisogna porsi la seguente domanda: per un cristiano, cosa significa riconoscere lo Stato d’Israele? E’ riconoscere il fatto compiuto della sua presenza, o ammettere oggi la legittimità di questa presenza in Palestina? Per il fatto compiuto: dal 1948 soltanto, le Nazioni Unite, una istituzione laica, hanno riconosciuto l’esistenza, in Palestina, dello Stato d’Israele. Ma che vale la legittimità di questa presenza israeliana sul suolo palestinese? Mi spiego: un uomo detiene un oggetto rubato; io riconosco che l’oggetto è in suo possesso; ma posso io, senza commettere una grave ingiustizia, approvare il fatto riconoscendo la legittimità di quel possesso? Cosi il problema di coscienza che si pone a noi cristiani è il seguente: “Possiamo noi riconoscere la legittimità dello Stato d’Israele in Palestina? Quando si parla della legittimità di uno Stato, ci si riferisce ad un diritto storico sopra un certo territorio. Nel solo caso di Israele si invoca un diritto biblico. Noi parleremo dunque della legittimità storica e biblica di Israele.

    LA LEGITTIMITà STORICA

    Nel XX secolo, non si trova alcun argomento storico sufficientemente valido per giustificare uno Stato israeliano in Palestina, che appartiene legittimamente ai palestinesi, come ogni altro paese appartiene ai suoi abitanti. Quattro milioni di palestinesi reclamano il loro diritto storico e legittimo sulla Palestina. Questi diritti sono pre-biblici e la Bibbia parla della Palestina e dei palestinesi. Nel libro di Samuele (I Samuele 28) le guerre tra palestinesi e gli invasori ebrei sono note. Prima di Cristo, gli ebrei hanno tentato spesso di formare uno Stato in Palestina. Questo ha preso l’aspetto di un regno verso il 1000 a.C.

    Ma meno di un secolo dopo, questo regno si divise in due: uno al Nord, nella Samaria, e un altro al Sud in Giudea. Sono scomparsi tutti e due, il primo fu distrutto dagli assiriani nel 722 a.C., cioè 200 anni dopo la sua formazione, e il secondo dai babilonesi che hanno mandato in esilio gli ebrei nel 586 a.C.

    E’ soltanto nel primo secolo a.C., precisamente nel 37 a.C. che il regno ebreo si ricostituisce sotto l’impero Romano con Erode il Grande. Ma questo regno fu nuovamente distrutto un secolo dopo dalle legioni romane di Tito nel 70 dopo Cristo. La maggior parte degli ebrei fuggirono allora dalla Palestina verso i quattro punti del mondo. Ma i palestinesi restarono in Palestina. Nel 1948, duemila anni più tardi, uno Stato di Israele riapparve in Palestina, reclamando diritti sul paese a detrimento dei palestinesi che vi avevano sempre vissuto. Gli ebrei che affluirono in Terra Santa dai quattro punti del mondo, hanno scacciato i palestinesi con la violenza. I palestinesi hanno dovuto lasciare la loro terra e la loro casa in condizioni tragiche, per vivere in esilio nei paesi arabi vicini, sotto tende e nelle bidonvilles. Le grandi potenze hanno aiutato gli ebrei a installarsi in Palestina, e hanno riconosciuto lo Stato Ebreo un quarto d’ora dopo la sua proclamazione, il 15 maggio 1948, come se la Palestina ed i palestinesi non fossero mai esistiti. Pertanto le prove storiche della loro esistenza abbondano (prove bibliche - numismatiche - culturali - folcloristiche - musicali etc...). Bisogna costatare che quelli che sostengono Israele si sentono, in generale, un senso di colpa nei riguardi degli ebrei ed hanno dunque optato per la loro localizzazione in Palestina. Ma è giusto dare agli uni quello che si è tolto con violenza ad altri? Non si può disporre dei beni altrui. Per esempio, un americano o un francese, non hanno il diritto di disporre di una terra che non appartiene loro. Una domanda a coloro che vogliano tacitare la coscienza nei riguardi degli ebrei: perché non dare parte del proprio territorio (americano, francese, italiano...etc....) agli ebrei? A questa domanda si risponde in generale che gli israeliani hanno un diritto biblico sulla Palestina. Eccoci trasferiti dal piano storico al piano spirituale, teologico, da persone che ignorano completamente e la Bibbia e la teologia. Dunque a noi cristiani, gli ebrei ci chiedono di riconoscere un loro diritto biblico sulla Palestina. Gli apostoli d’oggi sono sollecitati per rendere una testimonianza favorevole per coloro che negano Gesù. E questo in nome della Bibbia. E’ qui il dramma di coscienza. Perché il giudaismo non è una razza né una terra geografica, ma una religione che ha trovato il suo compimento perfetto nel Cristo Gesù. Per un cristiano è ugualmente assurdo riconoscere uno Stato ebreo per gli ebrei quanto uno Stato cristiano per i cristiani.

    LA LEGITTIMITà BIBLICA

    Molti cristiani sostengono lo Stato di Israele credendo, in buona fede, di aiutare il “popolo eletto” sulla sua “terra promessa’’. A noi sembra dunque importante di ricordare, alla luce del Vangelo, il significato della terra promessa e del popolo eletto.

    A) LA TERRA PROMESSA

    La Palestina non è una terra promessa dalla Bibbia agli israeliani di oggi, per le due seguenti ragioni:

    1° - la Terra Promessa è il simbolo di una realtà spirituale.

    2° - Essa fu promessa a condizioni.

    I - La Terra è spirituale:

    Dio promise una terra ad Abramo ed ai suoi discendenti. Ma il significato di questa terra, come la intendeva Dio, fu spiegato dalla Bibbia lungo il corso dei secoli, per apparirci infine come una realtà spirituale, non geografica. Perciò San Paolo dice: “Per la sua fede, Abramo venne a dimorare nella terra promessa come in paese straniero, abitando sotto le tende, e così pure Isacco e Giacobbe, coeredi della stessa; perché egli aspettava quella città ben fondata, della quale Dio è architetto e costruttore” (Ebrei 11,9). La spiritualità della Terra ha le sue radici nell’Antico Testamento. Cosi la tribù di Levi non possedeva alcuna terra, essendo Dio stesso la sua “porzione”. In effetti la Bibbia dice: “Alla tribù di Levi, Mosè non diede alcun possedimento: Il Signore, Dio d’Israele, fu la sua porzione” Giosuè 13, 33). D’altra parte il Salmo 37 (36) dice che i “mansueti ed i giusti possederanno la terra”. Non è detto che tutti gli israeliani in Palestina sono mansueti e giusti: queste virtù si trovano dappertutto. Infine, Gesù spiegò il fatto dicendo che il “Regno di Dio” non è una entità visibile, ma che si trova nel cuore dell’uomo. Ai farisei che gli domandavano quando apparirà il Regno di Dio, che per loro significava l’impero sionista universale, Gesù rispose: “Il Regno di Dio non viene con sfarzo. Non si potrà dire: “Ecco, è qui”, oppure “E’ là”: infatti, il Regno di Dio è dentro di voi” (Luca 17, 20). Si trova oggi nello stesso seno del Giudaismo, dei rabbini che sottolineano la dimensione spirituale della terra promessa: Cosi il commento del Grande Rabbino Jonathan Eybeschutz: “E’ scritto: Voi dimorate nel paese che io ho donato ai vostri avi (Ez. 36, 28). L’Eterno aveva promesso ad Abramo di dargli la terra di Canaan; ma quando Sara è morta, non possedeva un terreno per sotterrarla. Come dunque la promessa è stata compiuta? Ci sono due terre che portano il nome d’Israele: la terra d’Israele dell’alto e la terra d’Israele del basso. La Terra Santa è la Terra Celeste dove c’è il Palazzo Divino, dove si riversano le sorgenti della saggezza. E’ questa Terra spirituale che è stata promessa e data ai nostri avi, e non la terra materiale”. (“Le Royaume de Dieu et le Royaume de César” da Emmanuel Levyne, Edizione “Le Réveil”, Beyrouth, Liban). Quanto ai discendenti di Abramo, gli eredi della terra promessa, è anche una eredità spirituale che non si trova in una genealogia storica e carnale, che si trasmette da padre a figlio, ma secondo la fede nel messianismo di Gesù. San Paolo dice infatti: “Se siete in Cristo, siete progenie di Abramo, eredi secondo la promessa” (Gal. 3, 29). Cosi per un cristiano, un ebreo che si rifiuta di riconoscere Gesù come il Cristo, aspettando un altro Messia, non può essere considerato discendente di Abramo, né erede della Terra Promessa sia che sia spirituale o materiale.

    II - La promessa è condizionata:

    Dio ha diseredato gli ebrei anche prima della venuta di Gesù Cristo. Perché la terra fu promessa a condizione di fedeltà all’Alleanza. Ma la condizione non fu rispettata, e l’Alleanza fu rotta dagli ebrei, non da Dio, che annunciò allora la venuta di una Nuova Alleanza che gli ebrei rifiutano ancora.

    a) - La condizione:

    A supporre che la Terra Promessa sia un luogo geografico; non bisogna dimenticare allora che la promessa venne fatta sotto condizione. Infatti Mosé aveva detto ai giudei: “Se tu non ha cura di osservare tutte le parole di questa legge, Yahvé darà una gravità alle tue piaghe e a quelle della tua posterità.” (Deut. 28). La congiunzione “Se” dimostra che la promessa è condizionata. Mosé prosegue dicendo: “[...] Perché tu non avrai obbedito alla voce di Yahvé, tuo Dio, allora pertanto il Signore si era compiaciuto nel farvi del bene e nel moltiplicarvi, altrettanto si rallegrerà nel farvi perire e nel distruggervi, e sarete strappati dal paese nel quale tu stai per entrare a prenderne possesso.” (Deut. 28, 58-63). E’ dunque chiaro che in caso di tradimento non soltanto non c’è più terra, ma vi saranno grandi castighi e l’espulsione da questa terra per gli ebrei ed i loro discendenti. Tali sono i termini dell’Alleanza.

    b)- L’Alleanza tradita:

    Ora gli ebrei non hanno rispettato le condizioni dell’Alleanza, e la Bibbia ci dice che essi hanno abbandonato Dio per adorare gli idoli dei paesi vicini che non conoscevano Dio, offrendo i loro bambini in sacrificio a questi idoli, imitando i costumi pagani, invece di lodare Dio. Questa è una delle ragioni della rivolta del profeta Elia, quando fu ricostruita Gerico al prezzo di sacrifici umani offerti a Baal (vedere I Re 16, 30-34 e Giosuè 6, 26). D’altra parte il Salmo 106 (105) fa il bilancio delle infedeltà israelite “[...] Essi dimenticarono presto le sue gesta [...] si sono rivoltati contro l’Altissimo [...] fabbricarono un vitello in Horeb [...] si unirono ai riti di Ball-Feor [...] Venerarono gli idoli delle genti [...] immolarono i loro figli e le loro figlie ai demoni. Versarono sangue innocente, il sangue dei figli e figlie loro, immolandoli agli idoli di Canaan [...]”. E’ per questo che Dio, parlando per mezzo dei suoi profeti, dichiara la sua ira contro Israele. Egli dice per conto di Isaia: “Ho nutrito e cresciuto dei figli ed essi si sono rivoltati contro di me. Il bue conosce il suo proprietario e l’asino la greppia del suo padrone, Israele invece non comprende, il mio popolo non ha senno. Guai, nazione peccatrice, popolo carico d’iniquità, seme di malfattori, figli scellerati! Hanno abbandonato il Signore” (Is. 1, 2-4). Disse ancora il Signore per mezzo di Michea: “Ascoltate dunque le mie parole, o principi della casa di Giacobbe, o giudici della casa d’Israele, che avete in orrore la giustizia, e pervertite tutto ciò che è retto, che edificate Sion col sangue, e Gerusalemme con l’iniquità [...] e poi si appellano a Dio affermando “non è forse in mezzo a noi il Signore? “. Ecco, per colpa vostra Sion sarà arata come un campo [...]” (Michea 3, 9-12).

    c) - Rottura e Nuova Alleanza:

    Avendo denunciato l’infedeltà d’lsraele, Dio dichiara ROTTA la prima Alleanza, ed annuncia una Nuova Alleanza che non sarà come la prima, perché la parte del credente non é una terra ma Dio stesso: “Ecco, vengono dei giorni, dice il Signore, in cui farò con la casa d’Israele e quella di Giuda una nuova alleanza. Non sarà come l’alleanza che feci con i loro padri [...] alleanza che essi hanno violato, e per questo io li ho rigettati, dice il Signore. Ma ecco l’alleanza che io farò con la casa d’lsraele dopo quei giorni, dice il Signore: Metterò la mia Legge in LORO, la scriverò NEI loro cuori; Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il MIO POPOLO [...]” (Geremia 31, 31-33). E’ evidente che la Nuova Alleanza differisce dalla prima perché Dio dice che “non sarà come l’alleanza che feci con i loro padri.” La differenza si trova nel fatto che la Nuova non promette alcuna terra geografica, ma è Dio stesso che si dà a tutti coloro che credano in Gesù, Fondatore della Nuova Alleanza. Gli ebrei rifiutano ancora l’Alleanza del Cristo perché non promette loro alcuna terra geografica, né accorda loro il privilegio di stabilire l’impero sionista mondiale che vogliono.

    B) IL POPOLO ELETTO

    L’elezione divina non ha mai avuto per oggetto un popolo già formato come alcuni ancora pensano perché la scelta di Dio si è fermata sopra un UOMO, Abramo il siriano, e non su un popolo ebreo che non esisteva. Perciò Dio dice agli ebrei per la bocca del profeta Isaia: “Guardate Abramo, vostro padre [...] Io chiamai lui solo, lo benedissi e lo moltiplicai” (Is. 51,2). E’ dunque falso credere che il giudaismo è una razza; è per questo che la Bibbia fa ricordare agli ebrei che Abramo, il loro antenato, è un Arameo, cioè un siriano. Mosè insiste su questo quando dice agli ebrei: “Quindi pronuncia davanti al Signore, Iddio tuo: un Arameo (Abramo) errante era mio padre” (Deut. 26,5). Essendo siriano, Abramo è dunque di razza araba; cosi pure gli ebrei. Lo scopo della scelta d’Abramo era di preparare un ambiente sociale per accogliere il Messia. Lo scopo non è dunque il popolo ma il Cristo “che venne a casa sua, e i suoi non lo ricevettero” (Giov. 1, 12) e di formare cosi il popolo UNIVERSALE di Dio. Secondo la teologia cristiana il popolo di Dio è in funzione della fede in Gesù. Gesù aveva detto agli ebrei: “Se non credete che io sono (il Cristo), morrete nei vostri peccati”; e ancora: “Se Dio fosse vostro Padre, certamente mi amereste [...]”. Infine, dichiarava loro: “Voi avete per padre il diavolo e volete soddisfare i desideri del padre vostro” (Giov. 8, 24-44). E oggi che cosa dicono i cristiani agli ebrei? Per Gesù, il vero giudeo è il cristiano, e la Chiesa è l’autentica Israele, la vera Gerusalemme.

    Nell’Apocalisse, Gesù denuncia gli ebrei come “usurpatori del nome di giudei, essendo piuttosto una sinagoga di Satana” (Ap. 2, 9 e 3, 9). Perciò San Paolo dice: “Se voi appartenete al Cristo, siete progenie di Abramo” (Gal. 3, 29), e invita gli ebrei a credere in (Gesù per essere “innestati” nel popolo di Dio (Ro. 1l, 23). La nostra intenzione non è dunque di allontanare gli ebrei, (non si contestano i giudei come persone, ma Israele come Stato), ma di invitarli al contrario, di entrare nel gregge di Gesù per far parte del popolo di Dio. La carità cristiana ci obbliga di non spingerli nel loro baratro, lasciando loro credere di essere il popolo eletto ritornato sulla terra promessa. Noi dobbiamo capire che gli ebrei, che sempre negano che Gesù è il Cristo, sono l’Anticristo annunciato da San Giovanni, la caratteristica specifica del quale è questa negazione. San Giovanni dice infatti: “Chi è il bugiardo, se non chi dice che Gesù non è il Cristo? Costui è l’Anticristo” (1 Giov. 2, 22). Tutti i cristiani e tutti i musulmani riconoscono che Gesù è il Cristo. Troviamo ancora dei discepoli di Gesù fra i buddisti e gli induisti. Gandi parlò sovente della sua ammirazione per Gesù e non nascondeva la sua delusione verso i Cristiani “Datemi Gesù Cristo e tenete i cristiani per voi”. La profezia di Giovanni sull’Anticristo non può essere applicata su quelli che riconoscono Gesù, ma su coloro che non credono al suo messianismo. Questa caratteristica appartiene soltanto agli ebrei che esplicitamente rinnegano Gesù ed attendono un altro Cristo. Questo è l’Anticristo. Non dobbiamo essere stupiti di ciò, perché Gesù aveva detto, parlando di un ufficiale romano che credeva in lui: “Vi dico che molti verranno dall’Oriente e dall’Occidente e si assideranno alla mensa con Abramo ed Isacco e Giacobbe nel Regno dei Cieli ma i figli del regno (di Israele) saranno gettati nelle tenebre esteriori, ove sarà pianto e stridor di denti” (Mat. 8, 11). Così con la venuta di Gesù, il concetto del popolo eletto che era ristretto e fanatico, si è trasformato in una realtà universale. Perciò Gesù condanna i sostenitori di un regno di Israele, che hanno voluto capire il giudaismo politicamente. Gesù ha sempre rifiutato di essere il re di un impero sionista: “Il mio Regno non è di questo mondo”, disse. Molti ebrei, rimproverano ancora a Gesù di avere rifiutato di essere il re d’Israele e mettersi alla testa del popolo contro i romani. Secondo loro, egli doveva, se fosse stato un “buon giudeo”, accettare un regno politico ed avere pietà dei bambini delle donne e dei vecchi, che avevano dato a lui tutta la loro fiducia, per la forza soprannaturale che egli aveva, e non doveva rifiutare di mettere questa forza al servizio del regno politico di Israele. Di qui la loro ira contro di lui. San Giovanni ci dice infatti che, dopo il miracolo della moltiplicazione dei pani, “Gesù, accortosi che venivano a rapirlo per farlo re si ritirò solo sulla montagna” (Giov. 6, 15). L’opposizione fra il regno di Dio e quello d’Israele è il centro del litigio fra Gesù e i giudei. Questa opposizione è manifesta nelle parole del Cristo quando denuncia i sostenitori del regno politico d’lsraele, condannandoli alle tenebre (Mat. 8,11). Uno degli aspetti del litigio è l’universalità dell’elezione. Per Gesù l’universalità significa che tutti gli uomini che credono in lui sono ammessi nel Regno di Dio, ma per i sionisti ciò vuol dire che i giudei sono dei cittadini di prima classe e che i privilegi sono riservati universalmente a loro. Dio, per i profeti aveva già esteso l’elezione ai popoli di tutte le razze; Isaia, 8 secoli a.C., aveva proclamato nel nome del Signore “Io vengo per radunare le nazioni di tutte le lingue [...] Anche fra loro prenderò dei sacerdoti e dei leviti” (Isaia 66, 18-21). La scelta dei ministri del culto fra le nazioni non-ebree, è un segno indiscutibile dell’autenticità del sacerdozio universale di Gesù. Che cosa possiamo concludere dunque? San Paolo risponde: “Che dire dunque? Israele non ha ottenuto quello che cercava, ma l’ha ottenuto la parte eletta” (Ro. 11, 7). La parte eletta sono i discepoli di Gesù.

    ISRAELE: SEGNO DEI TEMPI

    Dal momento che gli ebrei che sono affluiti in Palestina oggi, dai quattro punti del mondo, non sono il popolo eletto sulla loro terra promessa , quale significato ha dunque la riapparizione di Israele? E’ un segno dei tempi. Si parla spesso dei segni dei tempi senza precisare di quale tempo si tratta. Questa espressione significa la “fine dei tempi”. Parlando di questi tempi, Gesù, aveva detto “Gerusalemme sarà calpestata dai Gentili (pagani), finché i tempi dei Gentili (pagani) non siano compiuti” (Luca, 21, 24). Israele è dunque un segno della fine dei tempi pagani. Dopo la venuta di Gesù, i pagani in particolare, sono quelli che rinnegano che Gesù è il Cristo; essi sono il simbolo del paganesimo in tutte le sue manifestazioni. Quando i giudei avevano proibito agli Apostoli di parlare di Gesù essi pregando dissero: “CONTRO il santo tuo Gesù che tu hai eletto si sono uniti in questa città Erode e Ponzio Pilato con i pagani e i giudei [...]” (Atti 4, 27). Nella parola CONTRO si manifesta il significato dell’ANTI-Cristo. Il suo spirito era già in opera prima della riapparizione dello Stato d’Israele. Perciò S. Giovanni ha detto che l’Anticristo doveva apparire nel futuro (è Israele come Stato), ma che il suo spirito, il quale è il rifiuto di Gesù come Cristo era già attivo nel popolo ebreo che combatteva CONTRO gli Apostoli di Cristo: “Ogni spirito che non confessa Gesù non é da Dio ed é lo spirito dell’Anticristo, di cui avete saputo che viene, anzi fin d’ora é già nel mondo.” (Giov. 4, 3). Tale é secondo S. Paolo “il mistero dell’iniquità già in opera” ma che doveva manifestarsi più tardi quando apparirà l’Anticristo “l’Avversario il Figlio della perdizione” come lo chiama Paolo (2 Tess. 2, 1-7). Lo spirito dell’Anticristo é oggi INCARNATO in uno Stato ebreo che nega che Gesù é il vero Cristo. E’ in quel fine dei tempi accordati ai pagani negatori di Cristo che secondo le profezie, l’Anticristo deve apparire in Palestina per fare la sua ultima guerra contro i discepoli di Cristo. Gesù ci aveva messo in guardia dicendo che l’Anticristo riuscirà “a sedurre anche gli eletti se fosse possibile” (Mat. 24,24). Gli ebrei vogliono far credere che il loro ritorno in Palestina è il prodigioso avverarsi delle profezie dell’Antico Testamento. Ma noi sappiamo che le profezie di cui si parla concernono il ritorno degli ebrei dall’esilio babilonese nel sesto secolo a.C. Non lasciamoci sedurre. Perché è piuttosto tempo di capire le profezie del Nuovo Testamento che ci parlano della fine dei tempi pagani. Così potremo capire chi sono questi pagani. Gesù ci aveva detto che “l’abominazione della desolazione sarà nel luogo santo” (Mat. 24, 15). D’altra parte l’Apocalisse ci informa che l’Anticristo riunirà i suoi uomini nel luogo santo della Palestina particolarmente nella “Città diletta” Gerusalemme, ove, Satana, non Dio, li ha adunati dai quattro punti della terra per la guerra non per la pace (Ap. 20 7-9). La riapparizione d’lsraele è un “segno dei tempi” apocalittici. La sua presenza nella Tetra Santa segnala l’apparizione dell’Anticristo. Ecco venuto il tempo di comprendere l’enigma che ci presenta San Giovanni: “Qui sta la sapienza! Chi ha intelligenza calcoli il numero della Bestia; perché è un numero d’uomo [...]” (Ap. 13, 18). Quest’uomo è l’Anticristo.

    L’ATTEGGIAMENTO DEL CRISTIANO

    Quale deve essere infine l’atteggiamento del cristiano verso l’attuale Stato d’Israele? E’ il momento di meditare, per metterle in pratica, queste parole che l’Apocalisse rivolge a quelli che vogliono ancora essere testimoni di Gesù: “E’ necessario che tu profetizzi DI NUOVO contro una folla di popoli [...]” (Ap. 10, 1l). Se il Cristo comanda ai suoi apostoli in questi tempi apocalittici, di profetizzare DI NUOVO è perché la maggior parte di loro si sono lasciati sedurre dall’Anticristo che non l’hanno riconosciuto. Come Cristo non è stato riconosciuto quando venne così l’Anticristo. Nessun cristiano può riconoscere la legittimità di uno Stato ebreo in Palestina senza rinnegarsi come cristiano; sarebbe ammettere implicitamente che la Chiesa non è l’Israele profetica e che Gesù non è il Cristo. Gesù aveva detto: “Non si può servire due maestri”; non si può salvaguardare la testimonianza al messianismo di Gesù senza denunciare il falso messianismo d’Israele. Gli ebrei lo sanno. In una materia così importante, la neutralità o il silenzio provano la tiepidezza: “So che tu non sei né freddo né caldo. Oh! fossi almeno freddo o caldo! Ma perché sei tiepido io sto per vomitarti dalla mia bocca” (Ap. 3, 15). Una scelta deve essere dunque fatta e saremo giudicati secondo il nostro impedimento. Il cristiano resta fedele alla sua testimonianza invitando i giudei a riconoscere Gesù.

    APPENDICE

    INTRODUZIONE ALL’APOCALISSE

    Molti nel corso dei secoli, hanno tentato di capire il mistero dell’Apocalisse di Giovanni. Malgrado questi numerosi tentativi questo piccolo santo libro ha mantenuto il suo segreto, e il suo mistero è rimasto intatto, non essendo venuto il momento di rivelare il suo messaggio. Questo libro però non ci è stato lasciato per rimanere incompreso; non se ne vedrebbe l’utilità pratica. Ma quello che si dovrà un giorno ammettere sarà che la sua interpretazione non potrà essere soltanto umana cioè dovuta alle ricerche di un uomo anche se dotto e santo. Perché i simboli che vi si trovano furono ispirati da Dio e Dio solo può rivelarne il senso. San Giovanni non manca perciò di sottolineare il fatto dicendo che nessun altro che Gesù Cristo è degno “di aprire” cioè di rivelare il mistero: “[...] Né in cielo né in terra né sotto la terra nessuno poteva aprire il libro e leggerlo [...] Io piangevo molto perché non s’era trovato nessuno degno d’aprire il libro né di leggerlo. Ma uno dei vegliardi mi disse: Non piangere! Ecco che ha vinto il Leone della tribù di Giuda il rampollo di David per aprire il libro e i sette sigilli [...]” (Ap. 5, 1-5). Ma è tramite un messaggero speciale che Gesù apre questo “piccolo libro” nel momento giusto. Giovanni vede questo messaggero sotto forma di “un angelo che discende dal cielo tenendo in mano un piccolo libro aperto” (Ap. 10, 2). Il piccolo libro è l’Apocalisse che era chiuso perché non era compreso. Eccolo “aperto” perché il suo segreto è rivelato dall’”Angelo”, un uomo che “discende dal cielo”, perché la spiegazione che diffonderà viene dal cielo, non è il frutto di uno sforzo personale. L’Apocalisse contiene delle profezie concernenti gli avvenimenti e i protagonisti della fine dei tempi del paganesimo. Ora una profezia non si comprende che dopo il compimento storico degli eventi e l’apparizione dei protagonisti. Cosi “la Bestia 666” non può essere identificata prima della sua apparizione. Il principale ostacolo davanti al quale si sono trovati gli interpreti dell’Apocalisse è la questione del tempo e del luogo di questi avvenimenti; di conseguenza i protagonisti non sono stati identificati. Il lettore attento costaterà che il “piccolo libro” parla d’avvenimenti particolari dovendo compiersi nel tempo e nel luogo precisi. Ecco venuto il tempo e il luogo è la Palestina. Là apparve l’Anticristo che Giovanni nell’Apocalisse chiama “La Bestia”. I fedeli di Gesù sono invitati a riconoscerla e a combatterla: “Qui sta la sapienza! Chi ha intelligenza calcoli il numero della Bestia; perché è un numero d’uomo. E il suo numero è 666 (Ap. 13, 18). La chiave dell’Apocalisse è dunque identificare questa “Bestia”. Questo è il mistero che “nessuno in cielo né in terra né sotto la terra” ha potuto scoprire e che solo Gesù può rivelare.

  2. #2
    Affus
    Ospite

    Predefinito Re: I Cristiani Ed Israele

    [QUOTE]Originally posted by Bellarmino
    [B]I CRISTIANI ED ISRAELE

    Come un cristiano deve porsi di fronte all'occupazione ebraica della Palestina......................



    Sono contrario al fatto che dalla nuova riforma liturgica abbiano tolto salmi come qusto .

    Salmo 83
    di Asaf


    Dio non darti riposo,
    non restare muto o inerte ,o Dio .
    Vedi : i tuoi avversari fremono
    e i tuoi nemici alzano la testa .
    Contro il tuo popolo ordiscono trame e congiurano contro i tuoi protetti .
    Hanno detto : " Venite , cancelliamoli come popolo
    e piu non si ricordi i nome di Isarele ".

    Hanno tramato insieme concordi ,contro di te hanno concluso un'alleanza :
    le tende di Edom e gli Ismaeliti,Moab e gli Agareni,Gebal,Ammon e Amalek
    la Palestina e gli abitanti di Tiro .
    Anche Assur è loro alleato e ai figli di Lot presta man forte .

    Trattali come Madian e Sisara ,come Iabin al torrente Kison:
    essi furono distrutti in Endor,
    diventarono concime della terra .
    Rendi i loro principi come Oreb e Zeb,
    e come Zebee e Sàlmana tutti i loro capi ;essi dicevano :
    "I pascoli di Dio conquistiamoli per noi ."

    Mio Dio , rendili come turbine ,
    come pula dispersa dal vento.
    Come il fuoco che brucia il bosco e come la fiamma che divora i monti ,
    così tu inseguili con la tua bufera
    e sconvolgili con il tuo uragano .
    Copri di vergogna i loro volti
    perchè cerchino il tuo nome , Signore .
    Restino confusi e turbati per sempre ,
    siano umiliati , persiscano:
    sappiano che tu hai nome "Signore",
    tu solo sei l'Altissimo su tutta la terra .

  3. #3
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    Predefinito Re: Re: I Cristiani Ed Israele

    [QUOTE]Originally posted by Affus
    [B]
    Originally posted by Bellarmino
    I CRISTIANI ED ISRAELE

    Come un cristiano deve porsi di fronte all'occupazione ebraica della Palestina......................






    Contro il tuo popolo ordiscono trame e congiurano contro i tuoi protetti .
    .
    Scusa Affus, ma quale sarebbe, SECONDO TE, il popolo di Dio????
    "

  4. #4
    Affus
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    Predefinito Re: Re: Re: I Cristiani Ed Israele

    Originally posted by cm814


    Scusa Affus, ma quale sarebbe, SECONDO TE, il popolo di Dio????

    Il popolo che adora una verita oggettiva fuori di lui valida per tutti .
    Troviamola subito se non c'è altrimenti stiamo ancora al'intimismo psicologico e soggettivo .
    Se non c'è inventiamocene subito una , altrimenti magiamo e beviamo ......

  5. #5
    FIAT VOLUNTAS TUA
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    Predefinito Re: Re: Re: Re: I Cristiani Ed Israele

    Originally posted by Affus



    Il popolo che adora una verita oggettiva fuori di lui valida per tutti .
    Troviamola subito se non c'è altrimenti stiamo ancora al'intimismo psicologico e soggettivo .
    Se non c'è inventiamocene subito una , altrimenti magiamo e beviamo ......



    Ti rendi conto di OFFENDERE la dottrina? Ma cosa dici???????? l'oggettivismo di cui parli tu, lo conosciamo bene, e sappiamo quanti danni ha fatto.

    Secondo me, affus, tu rischi davvero la salute dell'anima: ORMAI LA TUA E' CHIARA APOSTASIA, giacché rigetti la Venuta di Gesù e i suoi insegnamenti.


    Te lo dico per l'ultima volta: convertiti e credi al Vangelo.
    Sempre con Carità cristiana, ti abbraccio.
    "

  6. #6
    Affus
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    Predefinito Re: Re: Re: Re: Re: I Cristiani Ed Israele

    Originally posted by cm814





    Ti rendi conto di OFFENDERE la dottrina? Ma cosa dici???????? l'oggettivismo di cui parli tu, lo conosciamo bene, e sappiamo quanti danni ha fatto.

    Secondo me, affus, tu rischi davvero la salute dell'anima: ORMAI LA TUA E' CHIARA APOSTASIA, giacché rigetti la Venuta di Gesù e i suoi insegnamenti.


    Te lo dico per l'ultima volta: convertiti e credi al Vangelo.
    Sempre con Carità cristiana, ti abbraccio.

    "IO SONO LA VIA LA VERITA E LA VITA ,
    chi crede in me anche se muore vivra ."






  7. #7
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    Predefinito

    Ma Cristo non ha cancellato Israele”. Le Chiese di Palestina e l’ebraismo
    Articolo pubblicato su "Mondo e Missione" [1] - febbraio 2002



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    Nella primavera dell’anno 2000 Giovanni Paolo II compiva in Terra Santa un viaggio personale, ma di forte valenza ecclesiale, che egli stesso ha descritto come "il cammino spirituale del vescovo di Roma verso le sorgenti della nostra fede nel Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe". I gesti compiuti dal Papa sono stati più eloquenti delle parole e delle dichiarazioni ufficiali, come il pellegrinaggio alla collina della memoria della Sho’ah. "Dopo la celebrazione a Yad waShem - ha scritto un giornale israeliano - ci rendiamo conto di quanto la presenza del Papa ci ha permesso di toccare i nostri sentimenti più profondi. Le idee astratte erano immerse nelle lacrime". Un viaggio dunque esemplare per tutta la Chiesa.

    Il fatto e il ricordo della Sho’ah ha indubbiamente segnato nel dopoguerra una prima conversione penitenziale dei cristiani nei confronti di Israele, culminata nella domanda di perdono, che Giovanni Paolo II ha portato da Roma al Kothel (il Muro occidentale) dell’area del Tempio di Gerusalemme.

    A una tale riconversione al popolo ebraico, tuttavia, nelle Chiese di Occidente ha fatto seguito una seconda conversione, molto più fondamentale, che ci ha condotti a riscoprire le radici essenzialmente ebraiche della fede cristiana, un movimento che ha prodotto, tra l’altro, il convegno vaticano di studio sulle radici dell’antigiudaismo teologico cristiano, celebrato in Vaticano nell’autunno del 1997. Siamo ben lontani oggi dal comprendere come sia stato possibile, chiedere agli ebrei che si convertivano a Gesù di abiurare la “perfidia ebraica” e la “superstizione giudaica”, come prescriveva il Rituale Romano fino a pochi decenni fa! Al contrario, abbiamo riscoperto la fede cristiana non come una “religione nuova”, ma come una trascendente fioritura messianica dell’ebraismo del I° secolo.

    Questa seconda conversione, però, non è stata compresa, e non è condivisa dalle Chiese del Medio Oriente. In esse se ne parla comunemente come dell’espressione di un complesso di colpa da parte degli occidentali, prodotto dalla Sho’ah, da cui i cristiani di Oriente si sentono immuni. In realtà, una “teologia della sostituzione”, che identifichi la Chiesa come il superamento teologico d’Israele (il “nuovo Israele”), e che è ancora radicata nelle Chiese di Oriente - mentre in Occidente ha cominciato a essere seriamente messa in questione, sia pur timidamente -, spogliando di ogni significato teologico la permanenza del primo Israele fino a oggi, equivale praticamente anche in esse a una sorta di Sho’ah culturale e spirituale, le cui conseguenze non sono piccole.

    In Oriente, e non solo in Palestina, ci si imbatte molto spesso in una teologia e in una prassi liturgica e pastorale fondate sulla convinzione (“costantiniana”) che il cristianesimo sia una religione nuova, che non ha nulla a che fare con l’ebraismo, che gli si è sostituita e ne ha preso il posto nel disegno divino di rivelazione e di salvezza. La Chiesa sarebbe il “nuovo Israele”, nel senso che si tratterebbe veramente di “un altro Israele”, che non ha più alcuna vera relazione con il primo. “Israele”, pertanto, diventa per i cristiani un nome puramente simbolico, teologico e “spirituale”, che non ha più alcun riferimento concreto nel campo storico-socio-politico-culturale. La Gerusalemme “celeste” non avrebbe alcuna relazione con la Gerusalemme della terra e della storia. Poiché, poi, anche il nostro linguaggio, in Occidente, è ancora piuttosto ambiguo su questo punto, non c’è da meravigliarsi che un penoso malinteso sorga tra noi e i nostri fratelli di fede medio-orientali, nei riguardi della posizione che le Chiese in Occidente hanno assunto verso l’ebraismo, nel dopoguerra, e specialmente a partire dal Concilio Vaticano II. Questo equivoco si estende fino al giudizio sull’atteggiamento del Papa, sulla sua domanda di perdono nei confronti del popolo ebraico, e sui gesti da lui compiuti durante la visita in Terra Santa.

    C’è di più. Alla Sho’ah ha fatto seguito la creazione di uno Stato d’Israele - e qui si è trattato non di un “Israele simbolico-platonico”, convertibile a piacimento con qualunque altra realtà, bensì del primo Israele, di quello concreto, storico-culturale - e i palestinesi, i quali si sentono giustamente esenti dalle colpe del nazi-fascismo, ritengono di essere i soli a pagarne le conseguenze molto pesanti. Il “malinteso” tra cristiani occidentali e cristiani orientali si colora, perciò, anche di tonalità politiche. L’innamoramento e la simpatia per il popolo ebraico, che per ragioni puramente bibliche, teologiche e spirituali, si sono riaccesi tra le Chiese di Occidente, viene risentito, infatti, dai palestinesi come una parzialità e un’ingenerosa insensibilità nostra nei confronti della tragedia che, da più di cinquant’anni, si è abbattuta sul loro paese e sulle loro popolazioni, a causa della nascita dello Stato d’Israele e della politica dei suoi governanti. E si sentono, in qualche modo, lasciati soli da noi di fronte al loro destino.

    In modo particolarissimo, poi, i cristiani d’Oriente, solidali con i loro fratelli islamici, rifiutano assolutamente di riconoscere la minima relazione teologico-biblica tra l’Israele odierno e il loro paese, la Terra Santa, che per essi è solamente e tutta intera “Palestina”. La promessa e il dono della Terra, che il Signore ha fatto agli ebrei secondo le Scritture dell’Antico Testamento, per essi è un argomento inaccettabile, e in ogni caso del tutto e per sempre superato. Di conseguenza, la creazione dello Stato d’Israele appare loro unicamente come un’aggressione, un’invasione straniera, o tutt’al più come un evento prodotto da circostanze politiche puramente secolari, dei secoli XIX e XX. C’è una canzone palestinese che dice più o meno così: “Noi, cristiani e musulmani, vivevamo felici e in pace su questa terra, ma è arrivato un popolo estraneo, da fuori, che ci ha spogliati della nostra patria”.

    Si comprende, perciò, la difficoltà che i cristiani palestinesi sperimentano nel leggere l’Antico Testamento, non trovando apparentemente nella Bibbia un’intelligenza accettabile di ciò che sta loro succedendo oggi. Al contrario, essi temono a ogni passo che la lettura integrale delle Scritture ebraiche, che noi favoriamo nelle Chiese di Occidente, giustifichi e favorisca l’interpretazione fondamentalistica e nazionalistica, che ne fanno i coloni e i gruppi della più estrema destra israeliana. Di nuovo, molti di loro si meravigliano, e quasi si scandalizzano, dell’amore e dell’entusiasmo con cui, invece, in Occidente, noi riscopriamo la bellezza e la decisiva importanza delle Scritture ebraiche per la nostra vita di fede cristiana.

    L’ultimo documento della Pontificia Commissione Biblica su "Il popolo ebraico e le sue sacre Scritture nella Bibbia cristiana", pubblicato nella Festa dell’Ascensione del 2001, afferma nella conclusione che "le sacre Scritture del popolo ebraico costituiscono una parte essenziale della Bibbia cristiana e sono presenti, in molti modi, nell’altra parte. Senza l’Antico Testamento, il Nuovo Testamento sarebbe un libro indecifrabile, una pianta privata delle sue radici e destinata a seccarsi" (n. 84): una citazione che il card. Joseph Ratzinger evidenzia nella prefazione che premette allo stesso documento.

    Abbiamo ascoltato un vescovo palestinese (non cattolico) interpretare e giustificare la lettura dell’Antico Testamento da parte dei cristiani, nel senso che in quelle pagine si tratterebbe di eventi e insegnamenti ormai tutti compiuti e assorbiti da Gesù e in Gesù, e dunque, per noi, privi in se stessi di ogni significato proprio e di ogni valenza teologica. Un “compimento cristologico” dell’Antico Testamento, inteso in un modo così radicale che la realtà storica e teologica dei suoi eventi e dei suoi personaggi venga tutta assunta e dissolta direttamente ed esclusivamente in Gesù Cristo, nasce da una tipologia ideologica, radicalmente platonizzante e dualistica, che non riconosce altro nella storia e nelle storie d’Israele, se non delle ombre-prefiguranti altre verità-realtà appartenenti a un ordine superiore, le quali rendono quelle “figure” ormai completamente sorpassate, consumate e svuotate di ogni loro portata intrinseca, e dunque oggi completamente irrilevanti per la verità cristiana. E, allora, come intendere le parole di Gesù in Mt 5,17-19: "Non pensate che io sia venuto ad abolire la Torah e i Profeti..."?

    È questa la Sho’ah culturale, di cui parlavo sopra, che - dobbiamo confessarlo dolorosamente - ha nutrito per molti secoli anche buona parte della lettura cristiana della Bibbia tra noi, in Occidente, divenendo, senza volerlo, uno dei fattori (non certo l’unico) dell’antisemitismo europeo, anche di quello che il paganesimo nazista ha trovato disponibile per la costruzione della sua folle mitologia ariana. Contro un tale antisemitismo, fondato su di una teologia ed esegesi “platonicamente ideologizzate”, Giovanni Paolo II ha condotto forse la sua battaglia più bella per la difesa della fede contro ogni forma di gnosticismo.

    Anche il viaggio giubilare del Papa è stata una tappa importante di questa battaglia. Per chi ha bene osservato e percepito il senso degli avvenimenti, è stato chiaro che quella visita si è mossa su due piani distinti, ma armonicamente collegati. C’è stata la visita a Israele, “il fratello maggiore”, quale segno di una diaconia dell’alleanza particolare di Dio con Israele e con la Chiesa. A Yad waShem e al Muro occidentale, Giovanni Paolo II ha benedetto il Dio dei padri, Abramo, Isacco e Giacobbe. La visita ai palestinesi, che pure è culminata in una solenne celebrazione eucaristica per i cristiani sulla piazza di Betlemme, è stata un segno forte soprattutto di una diaconia della giustizia della creazione, che consiste nel santificare il Nome del Dio-Uno, nell’accoglienza dell’altro essere umano, rispettandone la differenza e l’irriducibile identità: cf. la coppia uomo/donna, Caino/Abele, Isacco/Ismaele, Israele e le genti, ecc.

    L’Israele mediorientale di oggi - quello che coincide visibilmente con lo Stato d’Israele - si sta, invece, mostrando al mondo, chiuso e indurito in se stesso per il timore di una nuova Sho’ah, di cui riconosce la minaccia nelle metodologie terroristiche, di cui è fatto oggetto dalla resistenza palestinese, appoggiata da alcune potenze islamiche straniere. Così facendo, esso corre un pericolo immensamente più grave, quello di suicidarsi spiritualmente, oltre che politicamente, in quella che è la vocazione propria di Israele, di essere, ancora oggi, il tramite particolare della benedizione di Abramo per tutte le nazioni della terra. Se oggi, in Medio Oriente, non solamente per i palestinesi, ma per tutte le nazioni del mondo - e persino per le Chiese cristiane! - diventa incomprensibile capire che, nel disegno divino sulla storia umana, Israele è (con la Chiesa messianica di Gesù) il “popolo sacramentale” della benedizione di Dio per l’umanità intera, l’Israele mediorientale rischia di perdere la sua anima, e ciò per esso è molto più grave di quanto non sia il ritirarsi volontariamente dalle colonie e dagli insediamenti stabiliti entro i territori dell’Autonomia Palestinese.

    Dopo l’11 settembre 2001, la paura e l’indurimento sono ulteriormente cresciuti, e la situazione delle popolazioni palestinesi si è fatta scandalosamente ancora più grave.

    In questo contesto, a che punto sta oggi il dialogo ecumenico tra cristianesimo ed ebraismo? Senza dubbio, si registrano in esso alcuni progressi (interessante l’esistenza di comunità giudeocristiane e giudeomessianiche), ma anche dei regressi. Il dialogo fraterno, però, tra Chiesa e Israele è ormai un irreversibile segno di Dio nei nostri tempi di uomini di oggi.


    --------------------------------------------------------------------------------

    L’intifada palestinese, una pietra sul dialogo ebraico-cristiano?
    di Francesco Rossi de Gasperis S.J.


    All’islam sfugge la singolarissima comunione di fede e di cultura che esiste tra cristianesimo ed ebraismo, tra Chiesa e Israele, tra Antico e Nuovo Testamento. Bisogna tener presente anche questo per capire un certo "terrorismo islamico": esso nasce da una "teologia della sostituzione" ancor più radicale di quella che conobbe in passato - e conosce ancor’oggi, purtroppo - quella "teologia cristiana antisemita", che Giovanni Paolo II vuole combattere. Il "terzo monoteismo" ha superato e sotto-messo i due precedenti, dei quali ha occupato il posto. L’esempio architettonico più drammatico di questa teologia sostitutiva è visibile nelle due moschee erette sul Monte del Tempio ebraico, a Gerusalemme. Si tratta di un’incomprensione islamica della parentela ebraico-cristiana, in cui potremmo riconoscere una forma di "gelosia", quella di Ismaele per Isacco e i suoi discendenti.

    Questo atteggiamento trova un’analoga corrispondenza in un’altra forma di "gelosia", che avverto in alcuni cristiani palestinesi nei confronti dei cristiani occidentali. Come ho sopra accennato, anche i cristiani palestinesi condividono, a loro modo e per punti di vista propri, quella incomprensione islamica. Ritenendo il compimento messianico della profezia ebraica da parte di Gesù nei termini "dialettici e sostitutivi", ai quali ho accennato, essi non riconoscono a Israele alcuna significanza teologale, che sentano rilevante per la loro fede, come invece avviene a noi - almeno a molti di noi - in Occidente. Non solamente le radici ebraiche della fede cristiana, ma il fatto stesso che Gesù fosse, e rimanga ebreo per sempre, non sembra comportare per loro alcuna risonanza spirituale, occupati e preoccupati, come sono, dalla tragedia del loro popolo e della loro patria. In essi, al contrario, può far presa una certa ideologia, anche teologica, dell’arabismo, derivante dalla loro profonda e sincera inculturazione in esso.

    Segnalo questa contestualizzazione teologica degli eventi socio-politici della conflittuale situazione israelo-palestinese, perché essa influenza il dialogo ebraico-cristiano in loco, in modo nuovo e, a mio giudizio, molto serio per tutte le Chiese dell’area mediorientale.

    Per non cadere in un banale e vieto "marcionismo", infatti, che neghi ogni valore di "parola di Dio" a tutto l’Antico Testamento, alcuni teologi palestinesi sono generosamente impegnati in una revisione dell’esegesi cristiana delle Scritture, che scaturisce da una più ampia "teologia palestinese della liberazione", che da anni viene proposta da centri culturali cristiani, sia protestanti sia cattolici.

    In un recente articolo apparso in un fascicolo dedicato al tema “The Gospel in Context” (cioè il Vangelo contestualizzato): "Meeting Jesus Again in the First Place. Palestinian Christians and the Bible" (Interpretation. A Journal of Bible and Theology, 55, 2001, 400-412), Lance D. Laird descrive come alcuni teologi cristiani dell’intifada (B. Sabella, M. Raheb, N. S. Ateek, ecc.) cerchino di liberare il loro popolo da una lettura della Bibbia che ancora ammetta le interpretazioni storiche ed “esclusive” dell’elezione divina e delle promesse divine a Israele - specialmente la promessa della terra -, dell’esodo egiziano, della conquista di Canaan, del ritorno dall’esilio, ecc. Sostenendo, a ragione, una "inclusività" dell’elezione d’Israele, essi sembrano annullarne di fatto la portata storico-messianica, interpretandola "storicamente" - insieme alla promessa della terra - come una generica predilezione di Dio per i deboli e gli oppressi.

    Come è già avvenuto altrove ai nostri giorni, per alcuni altri "teologi della liberazione", la teologia dell’alleanza si ridurrebbe alla promozione della giustizia della creazione, e la teologia dell’esodo e della croce-risurrezione attualmente concernerebbe specialmente la umiliata e crocefissa popolazione palestinese, che resiste all’occupazione israeliana e attende il riconoscimento e l’affermazione dei propri diritti. L’esegesi della Bibbia fatta dai cristiani occidentali, che a essi appare elaborata in un vacuum, al di fuori del contesto dell’attuale intifada palestinese, correrebbe il pericolo di risultare "alienata e alienante", facendo in realtà il gioco del fondamentalismo "sionista", con profonde conseguenze negative sia per gli ebrei sia per gli arabi.

    Con l’immenso rispetto che nutro per la passione dei cristiani palestinesi e per la sofferta ricerca di una loro originale autenticità cristiana, a me sembra che ogni cristiano legga nelle Scritture una parola di Dio valida integralmente per tutti i tempi. Essa, per gli occidentali come per gli orientali - ma prima di tutto per gli orientali! - non si è incarnata affatto in un vacuum - disponibile a tutte le interpretazioni di convenienza -, ma nella storia e nella coscienza del popolo di Israele e di Gesù, Messia di Israele, e poi anche delle genti (Rm 15,7-13).

    Mi sembra che la Bibbia, che per la fede ebraico-cristiana è tutta parola di Dio, tenga già conto in se stessa dei condizionamenti e delle contestualizzazioni che ne impediscano una lettura ideologizzata o ideologizzabile, sia da parte di "esegeti fondamentalisti israeliani", sia da parte di "esegeti contestuali palestinesi".

    Essa resiste ai tentativi di coloro che pretendano manometterla a loro piacimento per "liberarla" da tutte quelle connotazioni storiche, che sembrino non favorire, qui e adesso, degli interessi socio-politici, anche legittimi; come pure essa resiste ai tentativi di chi, altrettanto ingiustamente, pretenda interpretarla fondamentalisticamente, come fanno quegli esegeti israeliani, che presumono di dedurre oggi da essa un diritto divino che li autorizzi a realizzare una colonizzazione totale e incondizionata del loro paese, indipendentemente dalla presenza plurisecolare in esso delle popolazioni arabe palestinesi, cristiane e musulmane.

    Non spetta al contesto socio-politico dettare ciò che vada ritenuto e ciò che vada lasciato cadere nell’interpretazione della parola di Dio (“The Gospel in context”), ma, al contrario, quel contesto, lungo i secoli, andrà riletto e ricompreso ogni volta dai credenti nella totalità delle Scritture (“The context in the whole Bible”), alle quali nulla dovrà essere aggiunto e dalle quali nulla dovrà essere tolto (Dt 4,2; 5,32; 13,1; Gs 1,7; Mt 5,17-19). Da una tale rilettura i credenti deriveranno, poi, un discernimento per la loro condotta, senza rinunciare all’elezione, alle promesse e alle alleanze del Signore con Israele, alla conquista della terra di Canaan e al ritorno dall’esilio, ecc., come pure tenendo ben conto di tutti i contesti socio-politici, anche odierni, senza cadere nelle strumentalizzazioni delle ideologie di turno.

    Personalmente, ho cercato di indicare alcuni criteri di interpretazione che evitino simili strumentalizzazioni di destra e di sinistra, nel mio Excursus: "Creazione, alleanza, escatologia", in: F. Rossi de Gasperis-A. Carfagna, “Prendi il Libro e mangia!”, vol. I: “Dalla Creazione alla Terra promessa” (Bibbia e spiritualità, 3), Edb, Bologna, seconda ristampa 1999, 287-381, spec. 372-379. Si potrà vedere anche il nostro secondo volume: “Prendi il Libro e mangia!”, vol. II: “Dai Giudici alla fine del Regno” (Bibbia e spiritualità, 7), Edb, Bologna 1999, 9-20.

    Il dono della terra a un popolo particolare da parte dell’unico Dio di tutti non crea in quel popolo alcun "diritto esclusivo" di proprietà, quando la vocazione divina designa lo stesso popolo a una funzione sacerdotale a beneficio di tutti gli altri. Né palestinesi né ebrei - e nemmeno italiani o "extra-comunitari" - hanno diritto di possedere esclusivamente un determinato paese. La terra è di Dio e noi siamo presso di lui come forestieri e inquilini (Lv 25,23). Il dono della terra a Israele è sempre stato, attraverso i secoli, legato ai contesti e ai condizionamenti socio-politici del momento. Oggi queste condizioni si esprimono nelle dichiarazioni delle Nazioni Unite, che impongono una convivenza ai due popoli sull’unica terra Israele-Palestina. Si tratta di un dono che non mette fuori “gli altri”, chiunque essi siano. Detto questo, però, nessuno che legga la Bibbia ebrea-cristiana come parola di Dio può negare che Israele abbia una sua, essenziale, relazione con questa terra e con Gerusalemme. Quando la radio e la Tv italiane parlano dei "soldati di Tel Aviv" o del "governo di Tel Aviv", esse offendono il popolo israeliano, per il quale l’unica Città capitale non può essere un’altra da Gerusalemme.

    Tale simbolismo teologale dell’Israele attuale (non necessariamente di uno "Stato o dell’attuale Stato" d’Israele) non è accettata né dai musulmani, i quali negano radicalmente che vi sia un popolo particolare eletto da Dio (lo ha detto chiaramente anche Bashar al-Assad, quando ha ricevuto il Papa nell’aeroporto di Damasco), né, come si è visto, da numerosi cristiani palestinesi. Questo invece è quello che noi crediamo: la salvezza universale dell’umanità è disegnata da Dio sull’unico Figlio, Gesù Messia, profetato dal suo popolo ed evangelizzato dalla sua Chiesa (cfr Rm 8, 29-30; 1Pt 1, 10-12).

    L’esigenza universale della giustizia e dei diritti dell’uomo, nonostante le apparenze, non può e non deve essere conflittuale con il particolarismo dell’alleanza, che congiunge le Chiese cristiane a Israele. Secondo la Bibbia, certo, una tensione esiste tra l’economia della giustizia della creazione e l’economia storica dell’alleanza (cfr la gelosia delle genti per Israele), una tensione che non è sempre chiara nemmeno alla coscienza di molti cristiani occidentali. Chi insiste di più sulla giustizia universalistica della creazione sembra dimenticare e trascurare la dimensione storica dell’elezione e dell’alleanza (e parteggia per i palestinesi contro gli israeliani), mentre chi tiene di più alla fede biblica sembra privilegiare il particolarismo dell’elezione e dell’alleanza di Israele (e parteggia per gli israeliani a scapito dei palestinesi).

    Un fenomeno molto interessante è, in Israele, quello dei giudei credenti in Gesù: è un evento profetico, che mostra con estrema chiarezza che Gesù appartiene al popolo ebraico, al suo popolo, non alla Chiesa. Siamo noi che apparteniamo a Gesù. Questi ebrei credenti in Gesù si ricollegano al Gesù della Chiesa primitiva, che era la Chiesa degli ebrei, e ciò è estremamente liberante per noi. Non sono io che posseggo Gesù, ma è lui che mi possiede, e che mi ha aggiunto a quella parte del suo popolo, che ha creduto in lui fin dal principio (Ef 1,8-12). Maria, Pietro e gli Undici, Marco, Marta e Maria... non erano “cristiani”. Erano, come quelli di oggi, "giudei discepoli di Jeshua". Essi non vogliono più chiamarsi nemmeno "giudei messianici", avendo questo termine assunto una connotazione politica, collegata con alcuni gruppi estremisti della destra israeliana.

    Nel suo libro “Yom Kippur. Guerre et prière” (Gerusalemme, 1975), A. Hazan, un rabbino cappellano militare israeliano, si lamenta con Abramo: "Perché, perché non hai atteso con fede che nascesse Isacco da Sara, e prima di lui hai fatto nascere Ismaele da Agar? Ormai, anche Ismaele è stato circonciso, ed è dunque anche lui, in qualche modo, un partner dell’alleanza". È questo un altro modo per chiedersi dove collocare l’islam nel piano di Dio? Poiché non c’è dubbio, esiste un "mistero dell’islam", un mistero che Paolo non ha potuto prendere in considerazione.

    Dal punto di vista teologico e spirituale, bisognerebbe integrare armoniosamente la fede nel Signore dell’alleanza (il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, il Dio d’Israele e della Chiesa, JHWH) con quella nel Dio creatore (Elohim), e intendere le religioni come delle elaborazioni (in parte umane) di quella fede divina nel Dio unico. Difatti spesso molti che oggi si vogliono e si dicono più intensamente religiosi, sembrano essere in realtà - come i terroristi kamikaze, "martiri ciechi" che uccidono in nome di Dio - meno credenti di altri, i quali, invece, senza mostrarsi eccessivamente religiosi, appaiono più credenti e giungono a conoscere il "vero martirio della pace e della riconciliazione", come Anwar as-Sadat e Itzhaq Rabin, uccisi da religiosi islamici ed ebraici.

    Una religiosità povera di fede diventa, infatti, fatalmente integralismo fanatico. Chi non riconosce e non esulta per la presenza davanti a lui dell’altro da sé, come l’uomo di fronte alla donna (Gen 2, 23-25), non santifica il Nome dell’unico Dio. Pensiamo ai taleban e alla loro vergognosa cancellazione delle donne dalla loro società!

    Dal punto di vista politico, credo che niente sia stato detto di più chiaro di quanto, tra altre cose, ha detto il Papa Giovanni Paolo II, il 10 gennaio 2002, al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede: "Nessuno può rimanere insensibile all’ingiustizia di cui il popolo palestinese è vittima da più di cinquant’anni. Nessuno può contestare il diritto del popolo israeliano a vivere nella sicurezza. Ma nessuno può nemmeno dimenticare le vittime innocenti che, da una parte e dall’altra, cadono ogni giorno sotto i colpi e gli spari.

    Le armi e gli attentati cruenti non saranno mai strumenti adeguati per far giungere messaggi politici agli interlocutori. Neanche però la logica della legge del taglione è adatta per preparare le vie della pace... Soltanto il rispetto dell’altro e delle sue legittime aspirazioni, l’applicazione del diritto internazionale, l’evacuazione dei territori occupati e uno statuto internazionalmente garantito per le parti più sacre di Gerusalemme, sono in grado di avviare un processo di pacificazione in questa parte del mondo, spezzando la catena infernale dell’odio e della vendetta... Gli israeliani e i palestinesi, gli uni contro gli altri, non vinceranno la guerra. Gli uni insieme con gli altri, possono vincere la pace".

    Più modestamente, ma non meno esplicitamente, un numeroso gruppo di ebrei italiani ha firmato una lucidissima lettera aperta, pubblicata su La Repubblica del 23 dicembre 2001: "Siamo solidali con il popolo israeliano così duramente colpito dal terrorismo palestinese, che punta all’eliminazione dello Stato d’Israele. Siamo solidali con il popolo palestinese che da decenni soffre sotto occupazione israeliana e aspira al riconoscimento dei propri diritti, all’indipendenza, alla terra, alla dignità. Noi pensiamo che la dirigenza palestinese, rompendo le trattative nell’inverno 2000-2001 e ricorrendo all’intifada, abbia distrutto nella maggioranza degli israeliani la speranza nel processo di pace, e abbia favorito l’ascesa di Sharon, propenso a liquidare l’autonomia palestinese.

    Noi pensiamo che l’ininterrotta politica israeliana di espansione degli insediamenti nei territori occupati abbia minato tra i palestinesi la speranza nel processo di pace come via per la propria indipendenza territoriale e statuale. Le rappresaglie e il blocco militare dei territori hanno, con alto prezzo di vite umane, costretto Arafat a intervenire finalmente contro il terrorismo. Ma questo risultato rischia di vanificarsi senza una svolta da entrambi i lati: da parte palestinese l’impegno nei fatti per sconfiggere il terrorismo, da parte israeliana il blocco degli insediamenti in vista della loro evacuazione ci sembrano le condizioni per ricostruire la fiducia nel negoziato. Ora le forze della pace in Israele e tra i palestinesi sono in terribile difficoltà.

    Tanto più riteniamo necessario appoggiarle: non c’è alternativa a che due popoli e due stati convivano nella sicurezza e nella dignità. Ci riconosciamo nell’azione coraggiosa di esponenti politici come Iossi Beilin, Iossi Sarid, Yael Dayan da parte israeliana, Yasser Rabbo, Ziyad Abu Ziyad, Hannan Ashrawi da parte palestinese, che hanno riconfermato l’impegno per un’azione comune di pace. Dopo l’11 settembre le ripercussioni globali del conflitto israeliano-palestinese si sono moltiplicate. Ci uniamo a quanti si appellano all’Ue, agli Usa, alla Russia, perché intervengano con più decisione per interporsi alla violenza e per spingere le due parti a riprendere il negoziato".

    Mi sembra questo uno splendido esempio di come l’ebraismo della diaspora possa influire sull’ebraismo della patria, in vista della pacificazione del conflitto. Non potrebbe avvenire altrettanto da parte dei palestinesi della diaspora più illuminati, nei confronti del loro popolo in patria?

    Infine, la vera soluzione, a lungo termine, starà in un’educazione nuova che venga impartita nelle scuole, sia palestinesi sia israeliane; un’educazione capace, come a Newé Shalom, di riconoscere e di far comprendere all’uno, non tanto i diritti, quanto le ragioni dell’altro. Insegnare che non si può pensare al possesso o alla riconquista della terra con l’esclusione o l’eliminazione dell’altro, ma al contrario facendo apprezzare l’amicizia dell’altro e la comunione con lui come un tesoro ben più prezioso di un pezzo di terreno.


    --------------------------------------------------------------------------------

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  8. #8
    Affus
    Ospite

    Predefinito Re: Re: Re: Re: Re: Re: I Cristiani Ed Israele

    Originally posted by Affus



    "IO SONO LA VIA LA VERITA E LA VITA ,
    chi crede in me anche se muore vivra ."






    CRISTO E' IL PRINCIPIO DELLA CREAZIONE DI DIO .
    LA SAPIENZA MEDIANTE IL QUALE IL PADRE HA CREATO TUTTE LE COSE. LA SAPIENZA E'LA STESSA LEGGE .
    CRISTO E' IL CUORE DELLA LEGGE .

  9. #9
    Cattolico Resiliente
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    Avete il novo e ’l vecchio Testamento, e ’l pastor de la Chiesa che vi guida; questo vi basti a vostro salvamento. Se mala cupidigia altro vi grida, uomini siate, e non pecore matte, sì che ’l Giudeo di voi tra voi non rida! (Dante: Paradiso Canto V)
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    Predefinito Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: I Cristiani Ed Israele

    Originally posted by Affus



    CRISTO E' IL PRINCIPIO DELLA CREAZIONE DI DIO .
    LA SAPIENZA MEDIANTE IL QUALE IL PADRE HA CREATO TUTTE LE COSE. LA SAPIENZA E'LA STESSA LEGGE .
    CRISTO E' IL CUORE DELLA LEGGE .
    Cristo è soprattutto la seconda persona della SS Trinità, alla quale tu e i giudei come te, non credete affatto, anzi lo crocifiggereste nuovamente!
    Questo è il frutto della catechesi imposta dall'eretico e giudaizzante antipapa wojtyla; su tre forumisti che scrivete su questo forum, escluso cm per fortuna, due siete giudei deicidi travestiti da pseudocattolici e sedicenti tali.
    Toglietevi il manto d'agnello, modernisti scomunicati dai santi papi del passato, e abbiate il coraggio di dimostrarvi per quel che siete, lupi famelici che corrompono le anime oneste con la diffusione di ogni tipo di eresia!
    Tornate in sinagoga, ormai abbiamo capito chi voi siate, giudei malconvertiti!
    Le porte degli inferi e la sinagoga di satana non prevarranno
    Bellarmino

  10. #10
    Affus
    Ospite

    Predefinito Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: Re: I Cristiani Ed Israele

    [QUOTE]Originally posted by Bellarmino
    [B]

    Cristo è soprattutto la seconda persona della SS Trinità, alla quale tu e i giudei come te, non credete affatto, anzi lo crocifiggereste nuovamente!
    Questo è il frutto della catechesi imposta dall'eretico e giudaizzante antipapa wojtyla; su tre forumisti che scrivete su questo forum, escluso cm per fortuna, due siete giudei deicidi travestiti da pseudocattolici e sedicenti tali.


    Ignorante bestemmiatore !
    Quello che ho espresso è il pensiero di Sant'Agostino .
    Lo conosci almeno Sant'Agostino chi era ?!
    Sant'Agostino espime il concetto che Cristo era la legge , cioe la sapienza del Padre e i giudei lo adforavano cosi , senza conoscerlo .
    Io mi rofiuto di parlare con persone con tale abbisso di analfebetismo .
    Amico , noi simo cristiani, capisci ?
    Noi vorremmo che qui sopra postassero cristiani credenti ,soprattutto .
    Se sto papa no ti sta bene faresti bene ad andare a postare nel sito dei neonazisti o in quello di rifondazione - Via gli atei e i cani da qui !
    Questa è solo la mia opinione . Spero che il moderatore se ne renda conto con chi sta filando .

 

 
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