I diritti e la salute riproduttiva indispensabile per assicurare la crescita economica
Onu, la povertà è donna
Metà del mondo "vive" con meno di due dollari
Sabina Morandi
Questa volta l'annuale rapporto dell'UNFPA, il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, non si limita a stilare il tragico catalogo delle disgrazie che affliggono la maggior parte dell'umanità. Quest'anno Lo stato della popolazione nel mondo 2002, sottotitolo Popolazione, povertà, opportunità ci tiene a evidenziare l'importanza del fattore femminile: le donne, infatti, non sono soltanto le più povere fra i poveri ma sono anche la chiave, il punto centrale su cui intervenire per scardinare il circolo vizioso della miseria. Indubbiamente già la scelta di rinnovare la fiducia all'Aidos, Associazione italiana donne per lo sviluppo che cura l'edizione italiana, è il segnale che l'UNFPA ne condivide l'idea di fondo: per eliminare la povertà bisogna garantire la salute e i diritti riproduttivi delle donne.
Il numero delle donne che vivono sotto la soglia della povertà è maggiore di quello degli uomini ed è andato costantemente aumentando nell'ultimo decennio. Le donne sono più denutrite e si ammalano quindi più facilmente, sono discriminate e quindi non possono imporre le proprie scelte sessuali - per esempio rispetto all'utilizzo del condom - e quando si ammalano non possono curarsi. Per questo motivo intervenire sull'accesso ai servizi sanitari relativi alla salute riproduttiva significa toccare il nodo stesso della condizione femminile, nodo per cui passa obbligatoriamente qualsiasi ipotesi di miglioramento o di empowerment, per usare un termine tipicamente Onu. Dare potere alle donne di scegliere sulle proprie vite, di gestire il proprio denaro e di decidere quanti figli fare è insomma, secondo l'UNFPA, la chiave per raggiungere quegli "Obiettivi di sviluppo del Millennio" che le Nazioni Unite avevano stilato con molta solennità nel Duemila.
Una "crepa visibile"
Che il tasso di crescita economica di un paese vada di pari passo con la riduzione del tasso di fecondità e che, quando una donna può scegliere, difficilmente metterà al mondo dieci o dodici figli, è cosa risaputa, ed è soltanto da sottolineare quanto le gerarchie cattoliche abbiano reso difficile metterlo finalmente nero su bianco in un documento ufficiale. Ma il rapporto UNFPA osa violare un altro dogma quando riconosce, sia per quanto riguarda l'analisi che nelle strategie suggerite, il sostanziale fallimento del "fondamentalismo del mercato", come lo chiama Joseph Stiglitz, ex-dirigente della Banca Mondiale diventato ora uno dei suoi più severi critici.
Gianni Sgritta, Docente di sociologia dell'Università La Sapienza di Roma che ieri ha partecipato alla presentazione del rapporto, ha insistito a lungo su questo punto: «Per la prima volta l'UNFPA sembra assumere nella diagnosi e nella terapia della povertà una posizione nettamente critica nei confronti dell'attuale modello di sviluppo, utilizzando parole che ricordano molto da vicino quelle di Stiglitz quando accusa i fautori del fondamentalismo liberista, di avere peggiorato la situazione». L'UNFPA riconosce in sostanza che la globalizzazione economica non ha affatto risolto i problemi del Terzo mondo ma che, al contrario li ha aggravati notevolmente. «La liberalizzazione dei mercati per definizione avvantaggia gli inclusi ma impoverisce gli esclusi, come si è perfettamente visto quando l'apertura del mercato agricolo ha di fatto rovinato i piccoli agricoltori» ha continuato Sgritta «Le politiche sviluppiste degli ultimi vent'anni, basate soltanto sulla crescita economica, hanno nei fatti aumentato il divario fra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo in maniera inimmaginabile. Oggi un miliardo e duecento milioni di persone vivono con meno di un dollaro al giorno e la metà del mondo con meno di due dollari. Il rischio di morire per una gravidanza in un paese in via di sviluppo è di 600 volte più alto che in un paese ricco, e questo si registra anche nell'aspettativa di vita, basti pensare che in Sierra Leone è sui 40 anni, la metà che da noi».
La governance globale
Difficilmente, in un rapporto stilato da un'agenzia delle Nazioni Unite, si possono leggere parole più vicine allo spirito di Porto Alegre (o di Firenze). Anche la linea d'intervento proposta dall'UNFPA - la "terapia" come la chiama Sgritta - non si discosta di molto dalle migliori riflessioni del movimento globale: si insiste prima di tutto sulla necessità di rispettare e garantire la sovranità e l'autonomia degli Stati nelle proprie scelte economiche e sanitarie, e in secondo luogo sulla necessità di avere un approccio integrato qualsiasi intervento si pensi di mettere in pratica. Non si può, in sostanza, occuparsi soltanto del PIL o del debito pubblico ignorando la salute, l'ambiente, i servizi e via dicendo… La vecchia favola del mercato che guarisce ogni male è morta e sepolta e il rapporto del UNFPA lo dice a chiare lettere: non soltanto non si dimezza la povertà ma nemmeno si arresta il suo dilagare se non si tenta la strada della governance globale. Certo, sono belle parole, che dimostrano che la partita non è affatto chiusa. Si tratta di un segnale molto diverso da quanto si è visto questa estate a Johannesburg durante il Summit sullo sviluppo sostenibile. Lì è stata lanciata l'epoca delle partneship, il partenariato con le imprese come unica soluzione per gestire il degrado ambientale provocato dalle imprese stesse mentre qui vengono invece sottolineati i limiti del mercato. Lì sono stati firmati contratti su contratti mentre si decretava, a detta di tutti i commentatori, la fine del multilateralismo, ovvero di quella forma parecchio edulcorata di governance globale che era il massimo che si era riusciti a ottenere. L'UNFPA, al contrario, rimette al centro la questione: non può esistere una società globale senza un progetto di governo mondiale. Ripensamenti? Più probabilmente segnali importanti che la crisi dell'attuale modello, e il conflitto che ne deriva, è arrivata anche ai piani alti.
Liberazione 4 dicembre 2002
http://www.liberazione.it


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