William Jefferson Clinton, former US President, un ragazzone peraltro simpatico, has just written his latest “Third Way” graduation thesis (oggi riportata in prima pagina sul Corriere).
Here is Bill’s thesis ...
«Gli Stati Uniti devono guidare Non dominare»
di WILLIAM JEFFERSON CLINTON *
Gli Stati Uniti si trovano in un momento straordinario della storia, caratterizzato dal loro predominio politico, economico e militare. Nel giro di trent’anni, però, l’economia cinese potrebbe svilupparsi tanto quanto la nostra se non di più. L’economia indiana potrebbe seguire la stessa strada, se l’India smetterà di fare la guerra al Pakistan e di sprecare denaro in armamenti. Nel giro di trent’anni l’Unione europea, proseguendo lungo la via dell’unità politica ed economica, diventerà a sua volta più influente. A quel punto, in un mondo interdipendente, potremo fare da guida, non dominare. Gli Stati Uniti saranno giudicati a seconda di come avremo usato questo «momento magico». Abbiamo cercato di guidare il mondo nel XXI secolo? Abbiamo cercato di costringere i popoli a vivere secondo le nostre idee? Oppure, grazie alla leadership, all’esempio e alla persuasione, abbiamo cercato di costruire un mondo dove in futuro saremo trattati come vorremmo essere trattati per il modo in cui abbiamo agito nel momento del nostro predominio?
Il mio mentore, il senatore J. William Fulbright, ebbe a dire che la cosa migliore che l’America possa fare è essere «un modello intelligente, utile da un punto di vista materiale ma senza presunzione morale»; che «dovremmo fare della nostra società un modello di felicità umana, farci amici della rivoluzione sociale e andare al di là di una pura reciprocità nello sforzo di riconciliare mondi ostili». Fulbright disse che avrebbe di gran lunga preferito vederci nel ruolo di «amico solidale dell’umanità piuttosto che in quello di suo severo e altezzoso maestro». Che attinenza ha tutto questo con il momento attuale? Significa che l’America non dovrebbe avere un forte esercito? No. Significa che non dovremmo mai utilizzarlo?
*ex presidente Usa
CONTINUA A PAGINA 12
Nemmeno quando la forza serve a salvare una gran quantità di vite umane? No.
Significa, però, che dovremmo essere sufficientemente umili da ricordare che raramente nelle vicende umane si danno soluzioni definitive. Molto spesso, quindi, il modo in cui si fa una cosa è importante tanto quanto la cosa che si fa.
Dobbiamo riconoscere che la nostra interdipendenza globale, se da una parte è meravigliosa per chi di noi è in condizione di trarne vantaggio, dall'altra presenta anche degli aspetti negativi. In un mondo pieno di divisioni politiche, religiose, economiche e sociali, l'apertura reciproca aumenta la nostra vulnerabilità e rafforza il dolore e l'estraneità di coloro che si sentono esclusi dai vantaggi dell'interdipendenza. Dopo tutto, per uccidere 3.100 persone di settanta Paesi, compresi più di duecento musulmani, Al Qaeda l'11 settembre si è servita di quelle stesse frontiere aperte, della facilità di spostamento e dell'accesso all'informazione e alla tecnologia che noi diamo per scontati.
Quindi la domanda è: qual è la responsabilità dell'America in questa nostra fase di predominio? Io credo sia la responsabilità di costruire un mondo che vada oltre l'interdipendenza, nella direzione di una comunità globale integrata fatta di responsabilità condivise, vantaggi condivisi e valori condivisi.
Dobbiamo sostenere le istituzioni della comunità globale, a cominciare dalle Nazioni Unite. L'Onu è un'organizzazione ancora in divenire, ancora imperfetta. Non sempre abbiamo fatto la nostra parte al loro interno, ma le Nazioni Unite sono tutto ciò che abbiamo, e adesso che viviamo in un mondo interdipendente va dato loro il nostro pieno appoggio nella costruzione di una comunità globale integrata. Dobbiamo avere una strategia di sicurezza solida, che usi la potenza dell'America per prevenire le azioni di coloro che intendono farci del male, e punirli.
E dobbiamo anche ricordare gli esempi del generale George C. Marshall e del Piano Marshall, del senatore Fulbright e del Programma Fulbright, e costruire un mondo con un maggior numero di amici e di partner e un minor numero di terroristi. E' questo lo scopo degli aiuti all'estero e della riduzione del debito, della lotta all'Aids e dei progetti per fare andare a scuola tutti i bambini del mondo. Non dobbiamo essere troppo utopisti nelle nostre aspettative, ma lo dobbiamo sempre essere nei nostri valori e nelle nostre idee.
Dagli albori dell'umanità fino ai giorni nostri siamo stati tormentati da una persistente maledizione: l'impulso a definire il significato della vita in termini positivi nel caso di chi è uguale a noi da un punto di vista razziale, tribale, culturale, religioso, politico; e in termini negativi nel caso di chi è diverso. Così ci sentiamo in obbligo di opprimere chi non è uguale a noi, appena sia abbastanza piccolo e impotente da non impedircelo. Ma cerchie sempre più ampie di persone che condividono i valori dell'interdipendenza hanno insegnato alle persone ad accettare l'umanità di coloro che un tempo esse avevano umiliato.
In effetti, l'intero corso della storia umana può essere visto come una lotta costante per allargare la definizione di chi fa parte di «noi» e restringere la definizione di chi fa parte di «loro». Dai tempi dei tempi fino alla caduta del Muro di Berlino nel 1989 non è mai stato possibile costruire davvero una comunità globale di cooperazione in cui la nostra diversità fosse celebrata e non semplicemente tollerata, in base alla semplice teoria che le differenze fra di noi rendono interessante la vita, ma ciò che più importa è la nostra comune appartenenza umana.
Quando sono nate le Nazioni Unite, una comunità globale non era possibile a causa della guerra fredda. Poi, negli anni '70, la Cina ha cominciato a muoversi verso il resto del mondo. Nel 1989 è caduto il Muro di Berlino. Dunque abbiamo avuto soltanto tredici anni per lavorare a trovare espressioni pratiche al sogno di una comunità integrata di nazioni.
Per contribuire a far avanzare questo obiettivo dovremmo collaborare con altre nazioni per la messa al bando degli esperimenti nucleari, la riduzione del riscaldamento globale, la creazione di una corte penale internazionale e il consolidamento di un trattato contro le armi biologiche. Sono deluso perché l'attuale amministrazione si è ritirata da accordi in ciascuno di questi campi o non ha fatto nulla per consolidarli. E' un segnale sbagliato al mondo, proprio nel momento in cui abbiamo bisogno di alleanze, in maggior numero e più forti, che ci aiutino a individuare i terroristi e a difendere la nostra nazione.
Eppure, nonostante questi passi indietro, rimango ottimista. Negli ultimi tredici anni l'Unione Europea si è compattata, le Nazioni Unite hanno dimostrato maggiore capacità di affrontare i problemi sia nei Balcani sia altrove; la Russia e la Cina si sono avvicinate all'Occidente; in Irlanda è stato adottato l'accordo del Venerdì Santo; in Medio Oriente abbiamo avuto sette anni di progressi verso la pace prima che Yasser Arafat rifiutasse la mia ultima proposta, quella che adesso secondo lui tutte le parti in causa dovrebbero accettare; e i Paesi ricchi hanno cominciato a fare di più, con l'iniziativa globale di riduzione del debito e un aumento di fondi per la lotta all'Aids.
Non abbiamo altra scelta se non imparare a vivere insieme, optare per la cooperazione e non per il conflitto, dare espressione alla nostra comune appartenenza umana seguendo regole semplici: ciascuno di noi merita una chance , ciascuno di noi ha un ruolo da svolgere, riusciamo tutti meglio quando lavoriamo insieme, non siamo così diversi come pensiamo. Tuttavia non disponiamo ancora delle istituzioni per governare un mondo del genere. E' un lavoro che spetta ai politici, e in questo lavoro ci saranno sempre divergenze di opinione, conflitti di interesse e di valori, e persino, come vediamo oggi, differenze nel valutare l'evidenza.
Nel complesso, però, sono convinto che il mondo stia andando nella direzione giusta, perché è diventato inconcepibile poter risolvere i problemi del mondo se non risolvendoli insieme. Dovremmo tutti fare la nostra parte per vedere che ciò accada il più presto possibile.
Traduzione di
Monica Levy
Global Viewpoint 2002
< ------- >
Quite interesting, I should say. Nooo, wait a minute ... translated by Monica Levy? I can’t believe it! Perhaps that lady is Monica Lewinski. There might be a typing mistake.
No, that’s impossibile. Monica Lewinski knows nothing about translations from english into italian. Rather, She knows a lot about picking 25.000 (venticinquemila) euros for doing nothing. Very smart.
Notare con quanta accuratezza ha definito il ruolo dell’Europa nello scenario geopolitico mondiale da lui prefigurato e auspicato:
< Nel giro di trent’anni l’Unione europea, proseguendo lungo la via dell’unità politica ed economica, diventerà a sua volta PIU' INFLUENTE. >
Pretty smart, isn’t he?
J.B.![]()




Rispondi Citando
