26 novembre 2002 - Fra i records citati dal Guiness dei Primati ce n’è uno che riguarda i birdwatchers: chi ha visto in tutta la sua esistenza il maggior numero di specie di uccelli?


Sembra una sciocchezza, eppure un’appassionante contesa spinge gli ornitologi di tutto il mondo a viaggiare dai Poli all’Equatore per osservare il maggior numero possibile delle specie di uccelli che vivono nel nostro Pianeta.
Certe agenzie di viaggi raccomandano i loro tour naturalistici garantendo l’osservazione di un numero minimo di specie e i birdwatchers vi partecipano entusiasti per allungare la lista personale delle specie osservate.
Si combatte con binocoli, cannocchiali e manuali illustrati : alcuni gruppi di ornitologi americani e inglesi gareggiano per il numero di uccelli osservati nel corso di una sola spedizione negli stessi luoghi e negli stessi giorni.
Il tour leader del gruppo che vince sale agli onori della cronaca e amplia la sua clientela, il capogruppo della squadra sconfitta cade in disgrazia e rischia addirittura il posto di lavoro.
Esistono circa novemila specie di uccelli )ma la loro distribuzione sul globo non è uniforme, tanto che i paradisi ornitologici e quindi le migliori occasioni per guadagnare rapidamente un bel po' di specie nuove sono concentrate nelle regioni tropicali. Al primo posto c’è il Sud America (più di 3000 specie), seguono l'Indocina, l'Africa equatoriale, l'Australia settentrionale.
Più ci si allontana dall'Equatore,verso le regioni temperate e artiche,meno volatili ci sono.
Un viaggio in Costarica o in Ruanda offre raccolti ornitologici tre o quattro volte superiori a quelli che si possono fare nella tundra canadese o nel Mediterraneo dove si va solo per aggiustare il tiro e colmare le ultime lacune.
Ai turisti inglesi diretti in Italia il depliant di una agenzia di viaggi promette infatti il Cavaliere d'Italia, il Gruccione, il Gabbiano corso, la Sterpazzola di Sardegna e, se sono proprio fortunati, il Pollo sultano.
Un tempo venivano reclamizzati Pompei, il Colosseo e la Villa di Adriano, oggi tocca al parco d’Abruzzo, agli stagni di Cagliari e alle riserve naturali.
Agli italiani che fino a qualche anno fa venivano presi in giro quando raccontavano di aver trascorso una domenica a guardare gli uccelli sembra impossibile che la battaglia per fare la crocetta su una nuova specie sia condotta con tanto accanimento eppure con tanto rigore e lealtà.
L'etica professionale e' tale che nessuno si sogna di inventare osservazioni mai fatte o di avallare,con frettolose identificazioni,avvistamenti dubbi.
In Gran Bretagna ogni anno si organizza una maratona ornitologica di un giorno: vince chi dall'alba al tramonto riesce ad osservare il maggior numero di specie.
All’alba di quel giorno migliaia di birdwatchers inglesi sono pronti nel loro territorio di caccia preferito, armati di binocolo, cannocchiale, registratore, fischietti, libri e guide.
A sera si tirano le somme.
Molti ornitologi stranieri, perennemente angustiati dal problema di vedere una specie nuova nei loro sfruttati paesi, si sottopongono a viaggi impegnativi anche per fare un solo punto.Così l'avvistamento di una parula nell'isola di Fair Isle, nelle Shetland, mosse gente da Londra e quando una otarda si posò in un campo dell'Inghilterra, si radunò in poche ore una folla di centinaia di entusiasti birdwatchers provenienti anche da Oltremanica.
La polizia intervenne per regolare l'afflusso degli spettatori.
Qualcosa del genere si sta verificando anche da noi.
Per vedere il Totano zampegialle minore ad Orbetello almeno cinquanta persone si sono mosse da Roma sobbarcandosi ad un viaggio di 300 chilometri per andare e tornare.
Qualche tempo fa ho incontrato a Roma,in occasione di un convegno, Richard Fitter, autore di uno dei piu' famosi manuali sugli uccelli d'Europa, e Martin Edwards, canadese di Kingston, Ontario, detentore del record ornitologico citato nel Guinness dei primati.
A Edwards mancavano la Calandra, la Sterpazzola di Sardegna e il Gabbiano corso.
Promisi di fargli vedere almeno una delle tre specie nella piccola riserva naturale di Macchiatonda, pochi chilometri a nord di Roma.
Ci andammo alle due di pomeriggio di un giorno di agosto, quando la riserva, angustiata da tre mesi di siccità, era ridotta a una landa desolata e sembrava ospitare solo grilli e tafani.
I due anziani ornitologi sembravano ignorare completamente il caldo, i cardi spinosi che sferzavano le gambe lasciate scoperte dai calzoncini corti e saltellavano sul sentiero certi che non li avrei delusi.
Io invece cominciavo a temere che anche le Calandre - la specie su cui ero più sicuro -se ne fossero ormai andate verso sud.
Il sole calava all’orizzonte e tornavamo indietro sulla spiaggia in preda allo sconforto, quasi fosse fallito lo sbarco in Normandia al quale Fitter aveva preso parte.
Ma all’improvviso dalle stoppie gialle si alzò un piccolo stormo di uccelletti bruni, dalle inconfondibili ali scure bordate di bianco.
Le calandre, addirittura cinquanta.
"Fifty Calandra Larks".
I due sembravano ragazzini sotto l’albero di Natale, si davano pacche sulle spalle e si rinfacciavano scherzosamente i reciproci primati.
Talmente genuina fu la gioia dei due ornitologi che ne fui subito contagiato (nonchè sollevato) e mi misi a ridere.
Capii che in fondo soffrivo della stessa malattia e ne fui felice.