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  1. #11
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    Antropofagia: questione di gusto?
    di Gino Adamo

    Secondo l’antropologia culturale, il cannibalismo, avrebbe all’origine molteplici moventi. Fra quelli dominanti si annoverano le motivazioni di carattere magico-religioso. A giudizio di alcuni studiosi il cannibalismo è storicamente individuabile in due momenti del processo evolutivo dell’umanità: la fase della preistoria in cui il fenomeno avrebbe avuto larga diffusione, si suppone per deficienza di proteine, e specialmente di proteine animali, nell’alimentazione; e la fase moderna che riguarda segnatamente alcune comunità umane di tipo arcaico. Ma, secondo il maggior etnologo italiano, Renato Biasutti, il cannibalismo sarebbe pressochè inesistente “tra i primitivi attuali” (con l’esclusione di alcune limitate zone dell’Africa nera, dell’Oceania e dell’America latina). Secondo il prof. E. Volhard, considerato la massima autorità sull’argomento, si ha antropofagia in quattro casi principali: - giudiziario, quando si persegue, consumando un rito antropofagico, il colpevole di una trasgressione alle norme tribali; - magico, nel quale si ritiene, soprattutto mangiando una determinata parte del corpo umano (cuore, fegato, grasso dei reni, ecc.), di appropriarsi delle virtù dell’estinto; - rituale, quanto l’atto antropofagico è praticato per fini religiosi; - profano, quale forma degenerata e tardiva di cannibalismo rituale, il cui solo scopo è quello del nutrimento, che ha spesso rivelato casi di individui dediti al cannibalismo per motivi legati ad una precisa scelta personale, cioè all’appagamento di un gusto specifico che induce alla ricerca di carne umana. Macabramente: de gustibus …

    Esisterebbe, infine, un quinto caso, detto di cannibalismo simbolico, che consiste nella ingestione di un liquido nel quale sono state disciolte le ceneri o le ossa triturate di nemici (costume rilevato fra le comunità Caribi e Jibaro). Se poi prendiamo in considerazione alcune raccapriccianti circostanze di cannibalismo occasionale, verificatesi nella civilissima Europa, causate da forme abnormi di alterazione mentale a sfondo criminale, dobbiamo ammettere che in oscuri sotterranei della psiche umana il cannibalismo (quasi sempre simbolico) trova talora occasionali occasioni di venire allo scoperto per ricordarci le remote tragedie di età preistoriche; ma esiste, pur tuttavia, in tutt’altre situazioni, del tutto eccezionali, per estreme necessità di sopravvivenza, sotto forma di cannibalismo forzato da cause di forza maggiore. Com’è accaduto nella tragica vicenda dei superstiti di un aereo precipitato sulle Ande innevate, che, in attesa d’essere tratti in salvo, con infinito ribrezzo e sofferenza, hanno deciso di mangiare parti dei cadaveri degli sventurati compagni di viaggio periti nell’incidente.

    Connessi al cannibalismo debbono pure considerarsi la licantropia e l’orrida caccia alle teste, spesso collegata con il culto dei crani-trofeo.

    Dal sito http://www.spaghettitaliani.com/

  2. #12
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    Predefinito Re: Intorno al cannibalismo

    In Origine Postato da Tomás de Torquemada
    Dal sito www.ilnuovo.it

    Germania, cannibale su Internet divora un ingegnere
    La storia sta sconvolgendo il Paese: due uomini si sono conosciuti attraverso la Rete. Uno dei due uccide e sbrana l'altro

    http://www.ilnuovo.it/nuovo/foglia/0...163425,00.html
    Processo choc in Germania: il cannibale confessa

    KASSEL (GERMANIA) - Per quattro ore l'orrore è stato di scena ieri al tribunale di Kassel, in Germania, dove si è aperto il processo al «cannibale di Rotenburg», come viene chiamato l'imputato del primo caso di cannibalismo giudicato in Germania. Con voce serena e suadente, il 42enne tecnico di computer di Rotenburg ha confessato di aver ucciso e divorato un uomo con il suo consenso. Un racconto minuzioso, dettagliato fin nei minimi particolari per un delitto macabro che sta intrigando e facendo inorridire la Germania.

    RACCONTO RACCAPRICCIANTE - Armin Meiweis aveva conosciuto la vittima, l'ingegnere berlinese Bernd-Juergen Brandes di 43 anni, con un annuncio su Internet nel quale cercava candidati disposti a farsi macellare. Il seguito sembra la sceneggiatura di un nuovo film su Hannibal Lecter. La notte fra il 9 e 10 marzo 2001, in una soffitta predisposta per il macello della sua villa abbandonata con 42 stanze a Rotenburg (Assia dell'est) si compie il delitto. Dopo che l'ospite venuto da Berlino aveva ingerito 20 tranquillanti e bevuto una bottiglia di alcool, il carnefice gli taglia il pene e assieme a lui se lo mangia. Dieci ore dopo, di notte, dopo che la vittima perde coscienza per la forte perdita di sangue, gli taglia la gola e lo fa a pezzi. Quindi mette le parti del corpo sezionate in buste di plastica e le surgela. Col tempo le ha mangiate pezzo dopo pezzo. «Ogni volta che mangiavo un pezzo di carne - ha riferito Meiwes oggi in aula - mi ricordavo di lui. È stato come fare la comunione».

    TRA RABBIA E FELICITA' - Una videocamera tenuta accesa la sera del delitto ha filmato passo passo tutte le scene dell'orrore. Il film sarà mostrato, a porte chiuse, come materiale di prova alla prossima udienza del processo, lunedì. Durante il delitto Meiwes ha detto di avere provato «al contempo odio, rabbia e felicità». «Lo squartamento del corpo mi ha divertito, il momento dell'uccisione è stato terribile».

    SOGNO INFANTILE - Fin da bambino, ha raccontato, aveva fantasie di squartare e mangiare i compagni di scuola che gli piacevano: «l'ho desiderato tutta la vita». Da adulto film di zombi o con scene cruente e carneficine hanno eccitato la sua fantasia.
    Da piccolo, con una madre forte e un padre che aveva abbandonato presto la moglie e i tre figli, era afflitto dalla olitudine: quando il fratello maggiore se ne andò di casa per studiare «mi sentii solo e totalmente abbandonato»: si inventò un «fratello immaginario» cui diede il nome Frank. Ed è proprio con lo pseudonimo 'Franky' che Meiwes, a metà del 2000, un anno dopo la morte della madre, si mette in cerca sulla rete della vittima disposta a farsi macellare e mangiare. Solo il pensiero si tagliare un corpo umano, il corpo di «un uomo giovane bello e snello», lo eccitava sessualmente, ha confessato. Con l'ingegnere di Berlino capì che il sogno poteva diventare realtà: «lui è serio, desidera veramente di essere macellato», pensò della vittima.
    Dopo il primo delitto cannibalesco, l'imputato ha incontrato altri cinque uomini che si erano offerti in Internet come possibili vittime ma alcuni non facevano al caso: chi era troppo grasso chi non si è fatto più sentire dopo che lui gli ha detto chiaro e tondo: «Se vieni devi sapere che sarà la tua
    ultima venuta». E a quanto pare i volontari non mancavano: «Ci sono centinaia, migliaia di persone che cercano solo di essere mangiate», ha affermato Meiwes davanti all'allibito uditorio del tribunale.

    CAPACE DI INTENDERE - Dagli esami risulta che l'imputato è in pieno possesso delle sue facoltà mentali. Per l'accusa si tratta di omicidio a fini di soddisfazione sessuale. La difesa ribatte invece che la vittima era consenziente e che al massimo si può parlare di aiuto all'eutanasia.

    PROCESSO - Il processo, per il quale sono stati riempiti 34 raccoglitori di carte, è fissato in 14 udienze e dovrebbe terminare a fine gennaio. Saranno ascoltati 38 testimoni e diversi esperti. Per la giustizia si tratta di una sfida senza precedenti: nessun precedente giuridico, un reato che non esiste nel codice penale e una vittima consenziente.

    INDAGINI - Al cannibale di Rotenburg, la polizia è giunta dopo una segnalazione di uno studente di Innsbruck che si era imbattutto in Internet in un annuncio per la ricerca di vittime. In una perquisizione nel dicembre 2002 nella sua residenza cadente di campagna trovava quattro buste da congelatore con carne umana e una buca con delle ossa e un teschio nel giardino. Secondo gli inquirenti, l'imputato ha mangiato almeno venti chili di carne umana.

    Fonte: www.corriere.it (04.12.2003)



  3. #13
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    Fin dagli albori della storia, l’uomo ha divorato i suoi simili nell’ambito di oscure cerimonie, dove la carne e il sangue delle vittime venivano ingeriti per acquisire alcuni poteri, o come offerta agli dei. Benché talvolta fosse la mancanza di altri alimenti a originare il macabro banchetto, si trattava per lo più di rituali magici.

    La prima cultura che menziona l’antropofagia nelle iscrizioni religiose, sebbene in forma simbolica, è quella egizia. Nei Testi delle piramidi, il defunto faraone è acclamato come colui che divora gli dei: ”Egli mangia la loro magia e ingoia il loro dominio”.

    Abituali erano i sacrifici umani presso gli Aztechi. Il rito consisteva nell’estrarre il cuore della vittima per offrirlo al dio Sole, ma la cerimonia spesso includeva lo scorticamento del cadavere e il consumo della sua carne.

    In diverse culture era frequente l’ingestione rituale dei nemici per assorbirne il valore dimostrato sul campo di battaglia. Altre volte, invece, l’antropofagia veniva praticata perché si credeva che lo spirito del nemico sarebbe stato distrutto solo se il suo corpo fosse stato mangiato. L’uccisione dei prigionieri di guerra e la distribuzione delle loro carni erano pratica comune fino a una cinquantina di anni fa presso alcune tribù africane, malesi e indonesiane. Ed era un rito abituale anche tra alcune comunità indigene americane, come gli irochesi del Nord America e i tupinambas brasiliani.

    Usanze particolari, che potremmo definire cannibalismo simbolico, erano quelle messe in scena da alcune tribù dell’Australia, i cui guerrieri estraevano il grasso dai cadaveri dei nemici per ungersi il corpo allo scopo di fortificarlo “magicamente”. Aveva questo carattere anche una cerimonia in onore dei morti, celebrata in alcune zone dell’Orinoco e dell’Amazzonia, in cui i partecipanti consumavano una bevanda preparata con banane mescolate alle ossa triturate dei loro antenati.


  4. #14
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    Antonio Rossi

    GLI "AVANZI" DEL CANNIBALISMO



    Dal Codice Fiorentino: la bollitura della vittima sacrificale durante un rituale cannibalesco

    Quando si parla di "mangiatori di uomini", vengono subito in mente enormi calderoni fumanti nelle isole dei mari tropicali e genti selvagge e primitive. È questa l'idea trasmessaci dai resoconti dei conquistatori entrati per primi in contatto con mondi sconosciuti. Fino alla pubblicazione, nel 1979, di un saggio da parte dell'antropologo William Arens, l'esistenza del cannibalismo era un dato acquisito. Si riteneva che fosse stato praticato, da certe popolazioni, sin da tempi molto antichi, vuoi per ragioni strettamente alimentari, vuoi per scopi rituali, legati soprattutto al culto dei morti (assorbire e inglobare le virtù spirituali del defunto: forza, saggezza e coraggio). Da allora è nato un controverso dibattito che da decenni divide scettici e convinti. Arens e successivamente altri studiosi erano dell'opinione che del cannibalismo, inteso come consuetudine di una società, non vi fossero testimonianze dirette, ma solo racconti poco circostanziati e luoghi comuni. Si trattava di una condotta sociale applicata unicamente in situazioni estreme o comunque in casi piuttosto rari. Le perplessità di Arens si basavano principalmente sul fatto che non esistessero resoconti etnografici di prima mano sulle usanze antropofagiche di determinate collettività.

    Visto che il cannibalismo è più o meno ormai scomparso in tutto il mondo, almeno nelle forme non derivanti da disturbi psichici, soltanto l'archeologia è ora in grado di fornire nuove risposte sull'argomento. Se Arens, sotto certi aspetti, aveva ragione sottolineando come l'etichetta di cannibali fosse stata spesso affibbiata per disumanizzare agli occhi del Vecchio Mondo certe culture, sotto altri, a quanto pare, era totalmente fuori strada. Sebbene l'identificazione di tracce inequivocabili di antropofagia non sia per gli archeologi un compito affatto semplice, da certi ritrovamenti è emersa la cruda verità: il cannibalismo "in carne e ossa". È successo all'Isola di Pasqua grazie ad alcune eccezionali scoperte fatte dal più importante archeologo italiano, Giuseppe Orefici, poi negli Stati Uniti tra i resti della civiltà Anasazi, vissuta appena 800 anni fa, ma ancor più recentemente in Messico durante lo scavo di un sito azteco. E nel 1999 rimasero a dir poco stupiti gli archeologi accorsi presso le rovine di una villa romana affiorate nella periferia di Ratisbona, in Baviera, durante la realizzazione delle fondamenta di una nuova fabbrica della BMW. In un pozzo c'erano 13 scheletri (la famiglia di un legionario romano cui era stato assegnato un possedimento per consolidare le frontiere dell'Impero) dai quali si potè dedurre un episodio di cannibalismo rituale effettuato dalla tribù germanica degli Alemanni. Si erano cibati delle loro vittime per acquisirne l'energia vitale o forse, come accadeva anche per altri popoli, mangiare i propri nemici significava annientarli definitivamente.



    L'Isola di Pasqua


    I cenni al cannibalismo abbondano nella tradizione orale di questo lembo di terra sperduto nell'Oceano Pacifico. Le campagne di scavo sull'isola hanno fornito eloquenti indicazioni sulla dieta di coloro che eressero i moai. A quanto pare la società di Rapa Nui, nella fase critica della sua civiltà, entrò in una spirale di violenza inaudita culminata con l'abbattimento delle statue giganti, ma non solo. Le risorse alimentari scarseggiavano e non c'era alcun modo di approvvigionarsi. Al posto della carne animale, ormai quasi esaurita, gli isolani consumavano quella di una specie ancora ampiamente disponibile: l'uomo. In certi casi sulle ossa umane sono stati trovati i segni dei denti. Inoltre l'archeologo Giuseppe Orefici ci ha confermato che, durante gli scavi del sito di Hanga Oteo, sono stati rinvenuti, in una grotta, alcuni frammenti inequivocabili di ossa umane tra i resti di cibo consumato. La cosa più toccante è stata la scoperta di un bottone da polso tipico della marina inglese. Era evidente che, attratto da ciò che osservava mentre veniva condotto con uno stratagemma in una caverna, un marinaio non si rese conto di essere stato inserito nella lista degli invitati a un banchetto di cui egli stesso era la portata principale. Lo studioso Paul Bahn invece sosteneva che le innumerevoli ossa umane carbonizzate, di varie parti del corpo, trovate sull'isola, sono state soltanto un pretesto per riproporre il cannibalismo come scoop: si tratterebbe infatti di reperti dovuti all'usanza della cremazione. Secondo l'antropologo Andrea Drusini un cranio, forse appartenuto a un ariki (capo dell'isola) aveva il foro occipitale allargato probabilmente per estrarre il cervello che, assieme ad altre viscere, veniva consumato dai parenti in un pasto rituale per appropriarsi del mana (potere spirituale) dei propri antenati. Era questo un modo per perpetuare simbolicamente il clan.


    La grotta dei cannibali

    Molto interesse suscita tuttora una caverna vicina all'aeroporto Mataveri conosciuta come "grotta dei cannibali", nella quale sembra venissero tenute celebrazioni in onore dell'uomo-uccello. Il suo nome nella lingua locale è Ana Kai Tangata, cioè "caverna mangia-uomo", ma potrebbe significare anche "caverna dove gli uomini mangiano". Se, come sembra, ci sono stati episodi di cannibalismo sull'Isola di Pasqua, il nodo cruciale della questione è quando e come ebbero inizio. La comparsa o l'incremento di tale pratica venne prodotta dalla disperazione e la fame? Oppure il cannibalismo aveva un ruolo sociale? Non possiamo dirlo con certezza, sicuramente nell'ultima fase della civiltà rapanui fu uno dei mezzi di sussistenza di una popolazione provata dalla fame e dalla guerra. Secondo Giuseppe Orefici, bisogna però ritenere che in area polinesiana è stato, e fa ancora parte, della tradizione culturale (risulta ad esempio ben documentato tra i Maori della Nuova Zelanda). In realtà non sono così lontani i tempi in cui gli abitanti dell'Isola di Pasqua praticavano l'antropofagia; sembra che l'ultimo parroco locale se lo siano mangiato alla fine degli anni '60. Orefici ci ha confessato inoltre che i costumi alimentari della popolazione annoverano tra le cose più prelibate la carne umana: un'anziana amica indigena gli spiegò come sezionare le parti del corpo umano per poter gustare al meglio tutti i tagli.

    Da Hera n° 85 (febbraio 2007)

    continua…

  5. #15
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    Gli Aztechi

    Numerose fonti attestano la diffusione presso questo popolo di usi cannibalici. Pare che fossero a prevalente carattere rituale e costituissero una parte essenziale della loro religione. Tutto ciò viene contestato da altri studiosi: a loro avviso avevano anche scopi nutrizionali in risposta alla sovrappopolazione e alla scarsità di cibo. Ebbene, la notizia è piuttosto fresca, dal sito di Tecuaque a Calpulalpan (nei pressi di Città del Messico) sono stati dissotterrati scheletri che dimostrano come questo popolo, non solo immolò agli dèi un gran numero di vittime umane, ma si "saziò" di diverse centinaia di invasori giunti con le truppe spagnole nel 1520. I resti prelevati dallo scavo mostrano che circa 550 individui ebbero i cuori strappati dal petto e successivamente le loro ossa furono bollite e ripulite dalla carne. Questa scoperta conferma che gli aztechi catturarono e uccisero una carovana di conquistadores per vendicare l'omicidio di Cacamatzin, re di Texcoco, seconda città del loro impero. Ci fu un massacro, di questo è convinto l'archeologo Enrique Martinez, direttore dello scavo. I prigionieri vennero rinchiusi in gabbie per mesi mentre i sacerdoti aztechi li sceglievano a uno a uno, giorno dopo giorno, per condurli all'altare sacrificale. La città dove si svolsero queste terribili vicende in realtà era denominata Zultepec, ma Cortes la rinominò Tecuaque che nella lingua indigena significa «il luogo dove la gente è stata mangiata». Quando costui inviò il suo esercito per vendicare la carneficina, gli aztechi occultarono tutte le prove gettando nei pozzi i beni delle vittime e, proprio grazie a questo gesto, hanno inconsapevolmente conservato bottoni e monili e gli archeologi sono stati in grado di comprendere cosa accadde. E pensare che le infamanti accuse di cannibalismo rivolte agli aztechi, secondo Arens, erano unicamente calunnie dei conquistadores per giustificare il loro genocidio. Che gli aztechi praticassero il cannibalismo è incontestabile, che andassero in guerra per procurarsi cibo umano invece è soltanto un'esagerazione.





    Gli Anasazi

    La polemica tra "cannibalisti" e "anticannibalisti" si è accesa aspramente anche in seguito ad altre scoperte avvenute a Mancos Canyon, nel Colorado. Qui, tra i resti di una piccola comunità Anasazi furono ritrovate le ossa di 17 adulti e 12 bambini recanti segni evidenti di cannibalismo. Gli esami al microscopio elettronico effettuati dall'archeologo Tim White (uno dei massimi esperti dell'analisi dei resti ossei) hanno fatto affiorare incredibili sorprese. Oltre al fatto che le ossa erano state sottoposte a cottura, in una pentola c'erano residui di mioglobina umana, una proteina presente nel cuore e nei muscoli, fatto spiegabile soltanto ammettendo che quei recipienti servirono a cuocere carne umana! Quale motivo c'era per farlo se non per cibarsene? Le ossa presentavano tracce evidenti di macellazione ed era chiaro che la carne era stata meticolosamente pulita dalle ossa. Alcune di esse erano state spaccate per estrarre il midollo, altre apparivano bruciacchiate e su altre ancora c'erano abrasioni lucide provocate verosimilmente dall'azione di rimescolamento in pentola. Un'altra sconvolgente scoperta l'ha fatta Christy Turner, insieme alla moglie Jacqueline, esaminando alcuni reperti provenienti dallo scavo di Polacca Wash in Arizona. Erano i resti delle ossa di una trentina di persone appartenenti anch'essi a una tribù Anasazi. Studiando i reperti, il bioarcheologo arrivò alla conclusione che quelle persone erano state mangiate durante una cerimonia. A suo modo di vedere tuttavia il cannibalismo non faceva parte della cultura degli antichi popoli americani, era stato importato dal Messico come forma di culto religioso, diffondendosi, poi, in tutta l'area del sud-ovest americano dove divenne strumento di terrore e sottomissione.
    In quest'area sono stati scoperti ben 38 siti in cui sono riconoscibili in maniera inconfutabile episodi di cannibalismo. Secondo Jared Diamond, professore della prestigiosa UCLA University, la prova più lampante dell'adesione degli Anasazi al cannibalismo proviene da un'abitazione del Chaco Canyon (nel New Mexico) anticamente demolita ma che nel crollo conservò intatto, sotto le rovine, tutto il suo contenuto. Al suo interno sono state trovate, sparse dappertutto, le ossa di 7 individui non sepolti. Anche qui alcune erano state spaccate per farne uscire il midollo, tutte le altre presentavano segni di bollitura. Sappiamo che la civiltà degli Anasazi conobbe un violento collasso così come avvenne sull'isola di Pasqua e a Mangareva in Polinesia. Furono i disastri ambientali, l'esaurimento di risorse e la conseguente cronica carenza di cibo ad avere come estrema conseguenza il cannibalismo? Oppure era un modo per ovviare alla disponibilità limitata di proteine come sosteneva l'antropologo americano Marvin Harris?


    Alcune rovine della civiltà anasazi nel Parco Nazionale di Mesa Verde



    Cannibalismo etnocentrico

    II cannibalismo in generale è stato originato da molteplici moventi. Dobbiamo inoltre fare una distinzione tra endocannibalismo, che consiste nel mangiare i propri defunti per non disperderne le risorse magiche e porsi in contatto con gli antenati, ed esocannibalismo che consiste nel mangiare membri di un altro gruppo uccisi in guerra per appropriarsi simbolicamente delle loro virtù, impoverendo contestualmente i nemici. I neoguineiani hanno descritto con spontaneità le loro usanze cannibalistiche esprimendo ribrezzo per la consuetudine, tipica del mondo occidentale, di seppellire i propri parenti estinti senza far loro l'onore di mangiarli (rito della consumazione). Dunque non si deve più discutere sull'esistenza o meno del cannibalismo, ma semmai sul valore della sua pratica scevra da ogni giudizio morale o etico. Come lo si può definire? Un'aberrazione, una raccapricciante pratica nutritiva o una radicata usanza? Certamente in nessun caso si può parlare di consumatori abituali di carne umana, è un fenomeno culturale circoscritto generato da presupposti particolari. C'è da chiedersi invece se tutto il nostro discorso non vada, in realtà, capovolto. Quello che noi consideriamo un tabù, per i popoli che utilizzarono tra l'altro per primi questa parola, non lo era affatto. Il cannibalismo è stato rifiutato in senso assoluto. dalla nostra società e considerato quasi come lo spartiacque fra mondo selvaggio e civiltà, ma ciò che in noi suscita orrore e ripugnanza per altre culture è, al contrario, una consuetudine imprescindibile e di valore sacro, un atto legato a rigide norme stabilite dal rito. Lì dove non è stato attuato un cannibalismo di tipo gastronomico e profano, dovuto a necessità fisiologiche, se ne è avuto uno che possiamo definire magico. L'antropologo Ewald Volhard l'ha considerato pertanto un'espressione culturale come altre, troppo spesso indicata come brutale in senso assoluto senza indagarne le cause e i significati più profondi. Non giudichiamo le altre culture senza prima domandarci se non sia altrettanto barbaro e selvaggio lo stile di vita della nostra società. Almeno su questo punto siamo tutti d'accordo? O ci secca ammettere che il mondo occidentale, pieno di turpitudini, in un certo senso ha sempre voluto "cannibalizzare" gli altri popoli? Troppe volte il cannibalismo è servito ad alimentare ingiustificate concezioni di superiorità. Persino il termine stesso sembra indigesto se è vero che un recente simposio scientifico, tenutosi negli Stati Uniti, è stato evasivamente intitolato: «Approcci multidisciplinari alla violenza sociale nell'America preispanica sud-occidentale». Storici, antropologi e sociologi si trovano dunque di fronte a un problema di relativismo culturale; chi ha la facoltà di definire cosa sia proibito o meno per quanto riguarda le consuetudini umane? Lo studioso T. Todorov diceva giustamente: «Ognuno è barbaro dell'altro».

    Antonio Rossi su Hera n° 85 (febbraio 2007)


    Incisione del 1756 - Biblioteca di Caracas

 

 
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