Antonio Rossi
GLI "AVANZI" DEL CANNIBALISMO
Dal Codice Fiorentino: la bollitura della vittima sacrificale durante un rituale cannibalesco
Quando si parla di "mangiatori di uomini", vengono subito in mente enormi calderoni fumanti nelle isole dei mari tropicali e genti selvagge e primitive. È questa l'idea trasmessaci dai resoconti dei conquistatori entrati per primi in contatto con mondi sconosciuti. Fino alla pubblicazione, nel 1979, di un saggio da parte dell'antropologo William Arens, l'esistenza del cannibalismo era un dato acquisito. Si riteneva che fosse stato praticato, da certe popolazioni, sin da tempi molto antichi, vuoi per ragioni strettamente alimentari, vuoi per scopi rituali, legati soprattutto al culto dei morti (assorbire e inglobare le virtù spirituali del defunto: forza, saggezza e coraggio). Da allora è nato un controverso dibattito che da decenni divide scettici e convinti. Arens e successivamente altri studiosi erano dell'opinione che del cannibalismo, inteso come consuetudine di una società, non vi fossero testimonianze dirette, ma solo racconti poco circostanziati e luoghi comuni. Si trattava di una condotta sociale applicata unicamente in situazioni estreme o comunque in casi piuttosto rari. Le perplessità di Arens si basavano principalmente sul fatto che non esistessero resoconti etnografici di prima mano sulle usanze antropofagiche di determinate collettività.
Visto che il cannibalismo è più o meno ormai scomparso in tutto il mondo, almeno nelle forme non derivanti da disturbi psichici, soltanto l'archeologia è ora in grado di fornire nuove risposte sull'argomento. Se Arens, sotto certi aspetti, aveva ragione sottolineando come l'etichetta di cannibali fosse stata spesso affibbiata per disumanizzare agli occhi del Vecchio Mondo certe culture, sotto altri, a quanto pare, era totalmente fuori strada. Sebbene l'identificazione di tracce inequivocabili di antropofagia non sia per gli archeologi un compito affatto semplice, da certi ritrovamenti è emersa la cruda verità: il cannibalismo "in carne e ossa". È successo all'Isola di Pasqua grazie ad alcune eccezionali scoperte fatte dal più importante archeologo italiano, Giuseppe Orefici, poi negli Stati Uniti tra i resti della civiltà Anasazi, vissuta appena 800 anni fa, ma ancor più recentemente in Messico durante lo scavo di un sito azteco. E nel 1999 rimasero a dir poco stupiti gli archeologi accorsi presso le rovine di una villa romana affiorate nella periferia di Ratisbona, in Baviera, durante la realizzazione delle fondamenta di una nuova fabbrica della BMW. In un pozzo c'erano 13 scheletri (la famiglia di un legionario romano cui era stato assegnato un possedimento per consolidare le frontiere dell'Impero) dai quali si potè dedurre un episodio di cannibalismo rituale effettuato dalla tribù germanica degli Alemanni. Si erano cibati delle loro vittime per acquisirne l'energia vitale o forse, come accadeva anche per altri popoli, mangiare i propri nemici significava annientarli definitivamente.
L'Isola di Pasqua

I cenni al cannibalismo abbondano nella tradizione orale di questo lembo di terra sperduto nell'Oceano Pacifico. Le campagne di scavo sull'isola hanno fornito eloquenti indicazioni sulla dieta di coloro che eressero i moai. A quanto pare la società di Rapa Nui, nella fase critica della sua civiltà, entrò in una spirale di violenza inaudita culminata con l'abbattimento delle statue giganti, ma non solo. Le risorse alimentari scarseggiavano e non c'era alcun modo di approvvigionarsi. Al posto della carne animale, ormai quasi esaurita, gli isolani consumavano quella di una specie ancora ampiamente disponibile: l'uomo. In certi casi sulle ossa umane sono stati trovati i segni dei denti. Inoltre l'archeologo Giuseppe Orefici ci ha confermato che, durante gli scavi del sito di Hanga Oteo, sono stati rinvenuti, in una grotta, alcuni frammenti inequivocabili di ossa umane tra i resti di cibo consumato. La cosa più toccante è stata la scoperta di un bottone da polso tipico della marina inglese. Era evidente che, attratto da ciò che osservava mentre veniva condotto con uno stratagemma in una caverna, un marinaio non si rese conto di essere stato inserito nella lista degli invitati a un banchetto di cui egli stesso era la portata principale. Lo studioso Paul Bahn invece sosteneva che le innumerevoli ossa umane carbonizzate, di varie parti del corpo, trovate sull'isola, sono state soltanto un pretesto per riproporre il cannibalismo come scoop: si tratterebbe infatti di reperti dovuti all'usanza della cremazione. Secondo l'antropologo Andrea Drusini un cranio, forse appartenuto a un ariki (capo dell'isola) aveva il foro occipitale allargato probabilmente per estrarre il cervello che, assieme ad altre viscere, veniva consumato dai parenti in un pasto rituale per appropriarsi del mana (potere spirituale) dei propri antenati. Era questo un modo per perpetuare simbolicamente il clan.
La grotta dei cannibali
Molto interesse suscita tuttora una caverna vicina all'aeroporto Mataveri conosciuta come "grotta dei cannibali", nella quale sembra venissero tenute celebrazioni in onore dell'uomo-uccello. Il suo nome nella lingua locale è Ana Kai Tangata, cioè "caverna mangia-uomo", ma potrebbe significare anche "caverna dove gli uomini mangiano". Se, come sembra, ci sono stati episodi di cannibalismo sull'Isola di Pasqua, il nodo cruciale della questione è quando e come ebbero inizio. La comparsa o l'incremento di tale pratica venne prodotta dalla disperazione e la fame? Oppure il cannibalismo aveva un ruolo sociale? Non possiamo dirlo con certezza, sicuramente nell'ultima fase della civiltà rapanui fu uno dei mezzi di sussistenza di una popolazione provata dalla fame e dalla guerra. Secondo Giuseppe Orefici, bisogna però ritenere che in area polinesiana è stato, e fa ancora parte, della tradizione culturale (risulta ad esempio ben documentato tra i Maori della Nuova Zelanda). In realtà non sono così lontani i tempi in cui gli abitanti dell'Isola di Pasqua praticavano l'antropofagia; sembra che l'ultimo parroco locale se lo siano mangiato alla fine degli anni '60. Orefici ci ha confessato inoltre che i costumi alimentari della popolazione annoverano tra le cose più prelibate la carne umana: un'anziana amica indigena gli spiegò come sezionare le parti del corpo umano per poter gustare al meglio tutti i tagli.
Da Hera n° 85 (febbraio 2007)
continua…