Il piccolo Duce
Che cosa denota un regime? Il desiderio di non dispiacere al Capo. E il Capo come fa a farti sapere che è dispiaciuto? Ti fa una scenata, umiliante e in pubblico. Come sai che il Capo può fare quella scenata, ovvero che può vendicarsi, se gli dispiaci (altrimenti la scenata apparirebbe solo ridicola)? Lo deduci dal fatto che tutti tacciono. Tutti chi? I rappresentanti della stampa italiana, riuniti a Palazzo Chigi per la conferenza stampa della Presidenza del Consiglio.
Sono tutti restati calmi, fermi, seduti e in silenzio quando il presidente del Consiglio, avendo ricevuto una domanda evidentemente non gradita («che cosa ha fato il governo per le vittime del terremoto? Perché il sindaco di San Giuliano nel Molise dice di sentirsi abbandonato?») ha risposto gridando: «Si vergogni! sono stanco dei capovolgimenti della realtà! Siete dei mistificatori! Lei non è un giornalista!».
Ecco che, di colpo, la figura benevola e speso allegra del presidente del Consiglio (allegra al punto da fare il gesto delle corna in una fotografia internazionale, allegra tanto da sparlare della moglie in presenza del primo ministro danese) diventa quella brutale del Capo, che non ha remore, o vergogne o sciocche prudenze democratiche e sa che la scena giusta al momento giusto sortisce il suo effetto. «Lei non è un giornalista!» ha gridato il Capo al giornalista Massimo Solani, de l’Unità tessera dell’ordine dei giornalisti n. 060669.
La frase, detta da lui, detta con quel tono, e con la dovuta ira e la evidente minaccia, ha due significati. Il primo. Se lei fosse un vero giornalista, non si sarebbe mai sognato di fare una domanda così sgradevole al Capo. Non lo sa che cosa è un regime? Si guardi intorno, impari a vivere. La seconda: Lei, come giornalista, non avrà alcun futuro. Chi vuole che la assuma, dopo che io ho detto di lei quello che ho detto?
E infatti tutti, in sala, sono restati in silenzio. Chi tiene un diario, in Italia, oggi ha certamente annotato questo evento. Non è grandioso, è tipico. La piazzata del Capo. La identificazione del colpevole, colui che non piace al Capo. Quel tanto di ira e di cattiveria, anche nel senso teatrale della scena, per far capire agli altri che non è il caso di fare tante storie. O ci state o non ci state.
Chi tiene quel diario, avrà annotato nella pagina qualcosa che è bene non dimenticare. Oggi, in questa Italia, mentre scriviamo, il destino di chiunque si occupi di informazione (destino nel senso di futuro, carriera, aspettative, il passare da un posto all’altro per migliorare, il gusto dell’avventura che c’è in un mestiere in cui ciascuno si fa avanti col proprio nome) dipende dal giudizio e dall’umore di una sola persona.
Una sola, il Capo. Prova a presentarti all’ANSA, dopo quella scena. O a immaginare che saresti bravo alla Rai. O a fare il notista di Panorama. Ti dicono: ma se questo è un regime, allora si deve andare in montagna. Ma noi siamo già in montagna. Massimo Solani è stato avvisato mentre tentava di piazzare un argomento utile all’opposizione e dannosissimo alla reputazione del Capo: ricordare agli italiani che il governo delle case di cartapesta non ha fatto niente ma proprio niente per le vittime del terremoto. Ricordare che il governo mente regolamente.
Il regime è il silenzio. E’ stare lì seduti e non un sussurro. Direte: ma non tutti vogliono rischiare futuro e carriera. Giusto. Per questo non si deve stare al gioco. Certo, non stare al gioco non è facilissimo. Domani ci saranno «commentatori indipendenti» che la butteranno sul ridere, che useranno l’espediente della denigrazione e del ridicolo per ridurre se è possibile, a una barzelletta quel che è successo. O almeno per far apparire un po’ spregevoli i protagonisti. Questa è l’altra parte del regime, «i commentatori indipendenti» che vanno volontari al fronte. Nel regime mediatico l’arma è il controllo di tutte le voci e la liquidazione della reputazione di coloro che non ci stanno. La gente capisce. Ce n’era un milione, il 14 settembre, in Piazza San Giovanni a Roma. Ce ne sono migliaia dovunque, in Italia, quando vai a parlare e non fingi di intrattenere dialoghi che servono al regime per dire: «Vedete? Siamo anche pazienti e tolleranti. Basta chinarsi e c’è spazio per tutti». Per questo non si deve stare la gioco. Per romperlo


Rispondi Citando


