«Sciopero generale contro il modello Usa»
Fausto Bertinotti analizza la strategia dei nuovi padroni della Fiat, critica i silenzi e la subalternità dell'Ulivo e chiede un'iniziativa generalizzata a sostegno della lotta operaia, «per difendere il modello sociale europeo»
LORIS CAMPETTI
ROMA - Uno sciopero «generale e generalizzato», questo ci vorrebbe. Non solo come espressione di solidarietà ai lavoratori della Fiat, «la cui lotta tiene a Termini Imerese e a Torino e incrocia il movimento dei movimenti, l'organizzazione delle donne nel territorio, le Pastorali del lavoro». Ma soprattutto, dice Bertinotti, uno sciopero generale per fermare «la liquidazione del modello sociale europeo e l'importazione dagli Stati uniti di un altro modello sociale». Un modello basato sull'alto tasso di mortalità delle aziende, sulla totale flessibilità del lavoro e la cancellazione del sindacato. «Con il ricatto della crisi e della disoccupazione si determinerebbe la condizione migliore per modificare il nostro sistema di relazioni sociali». Riducendo la Fiat a un gigantesco spezzatino, buttando fuori i lavoratori dalla produzione e imponendo a quelli che restano la «melfizzazione, con la complicità dei sindacati compiacenti e disponibili a farsi ammaliare da miraggi di lavoro americanizzato». La General Motors, in questo scenario, sarebbe interessata a conquistare innanzitutto i mercati, poi i marchi, infine qualche fabbrica cacciavite dove sperimentare, in una sorta di laboratorio regressivo, un'organizzazione del lavoro simile a quella vigente nei call center». A Fausto Bertinotti, segretario del Prc, attento e appassionato alle vicende Fiat, abbiamo chiesto un'opinione sull'ultima dismissione - l'alienazione da parte del Lingotto della quota in General Motors - e sulle prospettive di una lotta che, se non intervengono fattori, soggettività e iniziative generali rischia l'isolamento, la sconfitta.
La vendita del 5,1% della Gm serve a far cassa. Ma al tempo stesso liquida una partecipazione nel settore della produzione automobilistica e facilita il gioco degli americani. Non pensi che l'annuncio di ieri aiuti a comprendere le ragioni della tenuta di Fresco, rispetto all'aggressione della cordata Umberto Agnelli-Mediobanca-Berlusconi?
Vedo in questa vendita una forte internità al piano di dismissioni della Fiat e la conferma dell'abbandono dell'interesse al futuro dell'industria automobilistica. Avendo come obiettivo non il salvataggio e il rilancio dell'azienda ma esclusivamente il rientro dai debiti, si dismettono proprietà e si disinveste sull'auto. Ciò rende la Gm ancor più libera da qualsivoglia legame e pronta a disporsi ad assorbire quei pezzi di Fiat che risultino compatibili con la propria strategia. La Fiat passa da soggetto minoritario di un'alleanza ad oggetto, a terra di conquista. La sorte dei nostri lavoratori è nelle mani degli americani. In questo senso, l'operazione non può non apparirci odiosa, inaccettabile.
Una parte dell'opposizione politica ha preso la «vittoria» di Fresco, delle banche e di Gm quasi come una vittoria della democrazia contro le mire di Berlusconi?
La permanenza di Fresco credo sia stata possibile grazie all'intervento delle banche e della Gm. Ma schierarsi con l'una o l'altra cordata non ha senso, per una ragione molto semplice: entrambi gli schieramenti hanno in comune l'obiettivo - l'abbandono dell'auto - e il mezzo per raggiungerlo - la macelleria sociale e la chiusura di stabilimenti - per ricondurre una Fiat fatta a pezzi alle proprie esigenze. Tutti e due gli schieramenti sono interessati a settori finanziari, alla Toro, all'uso e alla destinazione delle aree dismesse. Ciò detto, la tenuta di Fresco è un elemento importante di garanzia per la fluidificazione del rapporto con Gm. L'altra cordata garantiva di più Berlusconi e i settori di nuova diversificazione.
Il tuo ragionamento è coerente alla battaglia che sta conducendo il sindacato, in particolare una sua parte con maggiore convinzione e dall'inizio della crisi Fiat. Ma un'altra parte sindacale non trae le conseguenze logiche: in nome della difesa del Patto per l'Italia la Cisl non vuol sentir parlare di sciopero generale. E dall'Ulivo non vengono sostegni forti alle lotte operaie.
Ci sono ragioni politiche nelle divisioni sindacali, certo. Di conseguenza c'è chi non va oltre la solidarietà, mentre altri come noi pensano che la vicenda Fiat è esemplare proprio per il tipo di modello a cui tende, un modello a bassa ricerca e scolarizzazione, ad altissima mortalità delle fabbriche e con una flessibilità totale della forza lavoro. Lo sciopero generale si imporrebbe prima di tutto per battere il tentativo di liquidazione del modello sociale europeo. Gli operai e una parte del sindacato non sono soli, si vede a Termini e a Torino, si è visto a Firenze e a Genova. Con le tute blu si battono le donne siciliane, i disobbedienti, i vescovi delle città dove ci sono insediamenti Fiat. Un incontro, questo, che rende possibile, anzi necessario uno sciopero generale e generalizzato. Qui si apre obbligatoriamente un fronte polemico con il centrosinistra che mostra una subalternità alla cultura liberista, quasi accecato da una cortina ideologica ha rifiutato a priori la richiesta di un intervento pubblico nel capitale Fiat, avanzato invece nel contesto di cui stiamo parlando. Sarebbe uno strumento fondamentale per la riorganizzazione della lotta, per le prospettive future dei lavoratori e dell'auto. C'è stato un momento, nella più dura contestazione operaia del piano Fiat-Berlusconi, in cui questa strada si sarebbe potuta aprire. Se non è avvenuto, la ragione sta proprio nella penetrazione della cultura neoliberista nel centrosinistra.
Per fare lo sciopero generale ci vuole qualcuno che lo indica...
Se oltre alla solidarietà a chi lotta, nelle ragioni dello sciopero generale c'è il rifiuto del modello sociale americano e la richiesta di un intervento pubblico per non delegare i destini dei lavoratori agli interessi degli azionisti, delle banche, degli americani o di Berlusconi, lo schieramento può essere molto ampio. Qui vale lo stesso ragionamento che vale nell'impegno contro la guerra: alla fin fine, la battaglia si fa con chi ci sta.
il manifesto 23 dicembre 2002
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