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Discussione: Memoriale Pecorelli

  1. #1
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    Segnalo questa pubblicazione uscita nel gennaio 1996 che tratta del memoriale del giornalista Mino Pecorelli.

    "MEMORIALE PECORELLI" di Franca Mangiavacca
    dalla Andreotti alla Zeta - 2 Volumi ( 1142 pagine)

    Edizioni Internazionali di Letteratura e Scienze-Roma

    ------------------------------------------------------------------------------------

    "Gli articoli di Pecorelli denunciavano sempre un malcostume, l'estensione del quale solo molti anni dopo si è stati in grado di conoscere: lo scandalo dei petroli, le vicende della Sir di Nino Rovelli, l'affare Italcasse-una torbida storia di finanziamenti facili e di fondi neri per diverse centinaia di miliardi nei quali si intrecceranno interessi politici, economici e criminali- trovano sulle colonne di OP puntuali e documentate anticipazioni.
    Pecorelli,grazie alle sue fonti sempre ben informate e documentate,alla sua abilità professionale,alla sua spregiudicatezza e al suo coraggio, aveva vulnerato gli interessi di Giulio Andreotti, mettendo in pericolo la sopravvivenza politica del Presidente e,di conseguenza, del gruppo politico, economico ed affaristico che attorno a lui ruotava e che da lui derivava il proprio potere."

    P.M. dr. Fausto Cardella

  2. #2
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    OP - Osservatore Politico
    Settimanale di fatti e notizie

    ------------------------------------------------------------------------------------

    Questo settimanale non nasce all'improvviso o per caso ma trova le sue radici in una agenzia d'informazioni, l'O.P. - Osservatore Politico, che giunta al decimo anno di vita ha deciso di uscire dal Palazzo e andare tra la gente, per le strade. Un'agenzia di stampa,per chi non sapesse cos'è, è come un occhio magico e indiscreto che raccoglie,attraverso i suoi redattori, notizie di prima mano e le fornisce agli abbonati: in genere leaders politici, industriali,finanzieri,alti burocrati,magistrati,giornalisti, banchieri, ecc... In questi anni di lavoro l'O.P. ha rivelato ai suoi lettori in anteprima o in esclusiva, moltissimi dei più grossi avvenimenti che hanno poi occupato le cronache della stampa quotidiana.Centinaia di argomenti, migliaia di anticipazioni, sono le credenziali che hanno fatto dell'O.P. l'agenzia più letta e più autorevole. Le basi di questi successi sono state: primi canali di informazione, serietà delle fonti, massacranti ore di lavoro, impegno,entusiasmo,coraggio. Ma soprattutto rispetto della verità.
    In nome di questa verità da tutti sbandierata ma da pochi rispettata, abbiamo deciso di uscire dal ristretto giro dei vertici dello Stato per andare nelle mani del maggior numero possibile di cittadini. Il nostro non sarà un settimanale radicalchic in carta patinata. Non vi saranno foto di belle signore, natiche abbronzate, dibattiti culturali o recensioni di libri,di cinema, di televisione.
    Queste cose le troverete altrove. Noi conserveremo l'austerità, il taglio e la serietà della nostra informazione.Parleremo di fatti, di risvolti segreti, di indiscrezioni e retroscena che non leggerete mai nei giornali in attesa delle provvidenze legislative. Solo notizie, solo fatti concreti, talvolta velati da amarezza o da ironia, attraverso i quali il libero cittadino potrà liberamente giudicare uomini e cose.
    E' inutile chiedersi che cosa c'è dietro l'angolo e sperare che altri, dall'alto, ci cavi le castagne dal fuoco. Dieci anni fa ci insegnavano che solo lo struzzo delega il suo potere e confida nella sabbia per salvarsi dal male. Nel 1978 molti,troppi, sono ancora gli struzzi.
    Avere un posto di lavoro, un reddito, essersi comperata un'auto o una casa, oggi meno che mai significa certezza del futuro.
    In una società quale quella italiana che non consente a tanti di trovare un impiego, ad altri di lavorare, a tutti di vivere dignitosamente, in questa società, non v'è più nessuna certezza; neppure quella di portare la pelle a casa.
    La situazione è tale che nessuno può illudersi di non rischiare restandosene chiuso nel suo guscio, quasi che i fatti del Paese non lo riguardino in prima persona.Oggi per salvarsi, ciascuno di noi deve contribuire a combattere ingiustizia, disordine, terrorismo, malcostume, sfiducia, arroganza. Per battersi bisogna credere. Noi al di là delle formule politiche, crediamo ciecamente nella libertà e nella morale. Siamo perciò contro chi vuole privarci della prima con la violenza o con l'insidia. Siamo contro quanti ci guidano all'insegna della corruzione. Siamo infine contro gli imbecilli, gli incompetenti e gli incapaci. Per salvare il Paese è dunque necessario non solo sapere ciò che avviene ma aggiungere alla conoscenza dei fatti l'impegno personale.
    L'impegno che noi mettiamo nell'informarvi, deve trovare in voi continuazione e partecipazione. Ciascuno nella sua città, nel suo quartiere, nel suo ufficio scoprirà così il suo segreto potere di cittadino. Questo nostro infelice Paese migliorerà solo quando avremo appreso a vivere, crescere, costruire tutti insieme.
    Per noi e per i nostri figli. Solo allora potremo chiamarci popolo democratico, moderno, libero e civile. Questo vogliamo. Questo vi chiediamo.

    Roma, 20 marzo 1978 MINO PECORELLI

  3. #3
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    Post Altro libro " SCOOP MORTALE"

    Segnalo sullo stesso argomento questo libro edito nel dicembre 1994.

    "SCOOP MORTALE " di Rita Di Giovacchino
    Mino Pecorelli.Storia di un giornalista kamikaze.
    302 pagine

    Tullio Pironti Editore
    ------------------------------------------------------------------------------------Mino Pecorelli aveva tra le mani documenti esplosivi che anticipavano di oltre un decennio la scoperta dei magistrati sugli intrecci mafia-politica e Tangentopoli.

  4. #4
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  5. #5
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    Predefinito Mino Pecorelli: le notizie di gennaio-marzo 2003

    12 febbraio 2003 - PECORELLI: "L'UNITA'" ANTICIPA MOTIVAZIONI SENTENZA
    ANSA:
    "Non puo' sorgere alcun dubbio in ordine alla responsabilita' penale di Gaetano Badalamenti quale organizzatore" dell' omicidio del giornalista Mino Pecorelli "e di Giulio Andreotti quale mandante". Cosi' i giudici di Perugia motivano, secondo quanto riportato oggi dal quotidiano l' Unita', la condanna a 24 anni di reclusione inflitta dalla Corte d' appello al senatore a vita lo scorso 17 novembre. A proposito dei rapporti i cugini Salvo ed Andreotti nelle motivazioni della sentenza, sempre secondo quanto pubblicato dal quotidiano, i giudici scrivono che essi "erano tali da consentire" al senatore "di chiedere ai primi l' eliminazione dello scomodo Pecorelli". E secondo i magistrati perugini furono proprio i cugini Salvo ad intercedere presso Badalamenti e Bontate ("gli amici piu' intimi che avevano i Salvo, secondo quanto ha riferito Buscetta") per la realizzazione dell' omicidio. "Secondo quanto Bontate e Badalamenti ebbero a riferire a Buscetta - scrivono sempre i giudici perugini, secondo l' Unita' - Pecorelli dava fastidio all' on. Andreotti perche' attentava attraverso ricatti alla sua vita politica". E "tali circostanze costituivano per Andreotti un valido movente per volere l' eliminazione del giornalista".
    E' attesa a Perugia per le motivazioni della condanna a 24 anni di reclusione inflitta in secondo grado a Giulio Andreotti e Gaetano Badalamenti per l' omicidio di Mino Pecorelli e non ancora depositate nella cancelleria della Corte d' appello. Stamani sono stati diversi gli avvocati del capoluogo umbro, componenti dei collegi difensivi dei sei imputati, che si sono recati negli uffici di piazza Matteotti per chiedere informazioni dopo la pubblicazione di un articolo sull' Unita'. Chiuso nel suo ufficio e' rimasto per tutta la mattina Gabriele Lino Verrina, che aveva presieduto la Corte d' assise d' appello. Il giudice non voluto incontrare i giornalisti che lo attendevano. Lo stesso ha fatto il presidente della Corte d' appello di Perugia. Assente, invece, il giudice a latere Maurizio Muscato, estensore delle motivazioni (il termine per il loro deposito scade sabato prossimo). Per l' omicidio di Mino Pecorelli la Corte d' assise d' appello di Perugia, il 17 novembre scorso, aveva condannato a 24 anni di reclusione Andreotti e Badalamenti come presunti mandanti. Confermate invece le assoluzioni per gli altri imputati, Claudio Vitalone, Giuseppe Calo', Massimo Carminati e Michelangelo La Barbera. Tutti e sei erano stati assolti con formula piena dai giudici di primo grado il 24 settembre del 1999.

    Sta valutando le iniziative da prendere al riguardo il procuratore della Repubblica di Perugia Nicola Miriano dopo la pubblicazione su un quotidiano di parte delle motivazioni della sentenza d' appello del processo per l' omicidio di Mino Pecorelli non ancora depositate. "Se ci sono state responsabilita' le accerteremo", si e' limitato a dire il magistrato. Di "fatto gravissimo" parlano anche i difensori di Giulio Andreotti, gli avvocati Giulia Bongiorno, Franco Coppi e Giovanni Bellini. In mattinata i legali hanno ottenuto dalla cancelleria della Corte d' appello una certificazione con la quale e' stato attestato che alle 12.30 le motivazioni non erano state ancora depositate. "Il presidente Andreotti - ha detto l' avvocato Bongiorno - si e' accollato una condanna a 24 anni di reclusione senza fiatare e ha sempre tenuto un comportamento processuale irreprensibile. A tutto questo si replica violando nei suoi confronti i piu' banali principi di correttezza". "Qualcuno dovra' dare delle spiegazioni" ha detto invece l' avvocato Bellini. Di fatto "che lascia perplessi" parla anche l' avvocato Walter Biscotti, componente del collegio difensivo di Giuseppe Calo'.

    13 febbraio 2003 - PECORELLI: DEPOSITATE MOTIVAZIONI SENTENZA APPELLO
    "Il Nuovo"
    "Andreotti fu l'ideatore del delitto Pecorelli"
    Depositate le motivazioni della sentenza che ha condannato il senatore a vita a 24 anni di reclusione per l'omicidio del giornalista. "Aveva un forte interesse a che Pecorelli non pubblicasse certe notizie".
    PERUGIA - "E' stato l'ideatore dell'omicidio Pecorelli". E' per questo motivo che i giudici della Corte d'Appello di Perugia hanno condannato, a 24 anni di carcere il senatore a vita Giulio Andreotti. Lo hanno spiegato il presidente Gabriele Verrina e il giudice relatore Maurizio Muscato nelle motivazioni della sentenza, depositate alla cancelleria penale della Corte.
    I giudici ritengono che il movente del delitto sia da collegare all'attività del giornalista. "Andreotti - si legge ancora nelle motivazioni - aveva un forte interesse a che Pecorelli non pubblicasse certe notizie scottanti o le pubblicasse comunque in maniera addolcita".
    La corte spiega di aver dato una "insuperabile valenza probatoria" alle dichiarazioni di Tommaso Buscetta, che ha detto di aver ricevuto da Badalamenti e Bontate "confidenze" in merito al delitto. "L'omicidio - ha detto Buscetta ed hanno ripetuto i giudici - era stato organizzato da Bontate e Badalamenti". "Il movente - sempre secondo Buscetta - era individuabile nell'attività di giornalista che Carmine Pecorelli svolgeva in collaborazione con il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e che era riferibile a documenti segreti provenienti da Aldo Moro o, comunque, riguardanti il caso Moro".
    "Se Bontate e Badalamenti - sostengono i giudici - hanno programmato di eliminare lo scomodo giornalista in uno scenario politico alquanto torbido, lo hanno fatto a seguito di un'esplicita richiesta di un'entità politica riconducibile all'imputato Andreotti". "Ciò - continuano - appare evidente, se si considera che il sistema mafioso è un sistema complesso, esteso, resistente, che ha i suoi referenti anche e soprattutto nei partiti". "L'omicidio Pecorelli - concludono - è stato un delitto che ha avuto come movente il mandante politico, che è stato solo organizzato ed eseguito da esponenti della mafia, perchè intorno all'eliminazione di Pecorelli confluivano, per modo diretto, interessi politici e criminali legati da un comune filo conduttore".
    La Corte d'assise d'Appello di Perugia condannò il 17 novembre scorso Giulio Andreotti e il boss mafioso Gaetano Badalamenti per l'omicidio di Mino Pecorelli, direttore di Op. Il delitto avvenne il 20 marzo del 1979. La sentenza ha in parte ribaltato quella di primo grado, che assolse tutti gli imputati: il senatore Andreotti, i mafiosi Badalamenti, Calò e La Barbera e l'estremista neo fascista Carminati.

    14 febbraio 2003 - MOTIVAZIONI SENTENZA PECORELLI: DAI GIORNALI
    "Il Corriere della sera"
    "Delitto Pecorelli, Andreotti fu l'ideatore"
    Le motivazioni della condanna in 368 pagine: "Consenso tacito" sull'omicidio. Il senatore: "Ma è uno scherzo..."
    ROMA - Giulio Andreotti è stato l'"ideatore" dell'omicidio del giornalista Carmine Pecorelli. E, malgrado non ci sia la prova diretta che il senatore a vita lo commissionò alla mafia, la sua "partecipazione al delitto ha sicuramente assunto la forma del consenso tacito". E' questo il passaggio principale della motivazione con cui la Corte d'assise d'appello di Perugia, ribaltando l'esito del processo di primo grado e ritenendo pienamente credibili le dichiarazioni del pentito Tommaso Buscetta, ha condannato il 17 novembre scorso a 24 anni di carcere l'ex esponente democristiano e il boss mafioso Gaetano Badalamenti, indicati dagli inquirenti come i mandanti dell'assassinio del direttore della rivista "OP" avvenuto a Roma il 20 marzo del '79. I giudici hanno invece confermato la precedente assoluzione degli altri imputati: l'ex ministro e attuale magistrato Claudio Vitalone, il cassiere di Cosa nostra Pippo Calò, Michelangelo La Barbera e Massimo Carminati, presunto estremista di destra legato all'organizzazione criminale romana della banda della Magliana. LE REAZIONI - "Ma è uno scherzo...", ha detto Andreotti, costretto a letto dall'influenza, ai suoi avvocati Franco Coppi e Giulia Bongiorno quando gli hanno letto i brani delle 368 pagine della sentenza che lo riguardavano. "I giudici hanno affermato un nuovo principio che lascia attoniti: Andreotti non poteva non uccidere Pecorelli", hanno osservato amaramente i difensori. Che ricorreranno in Cassazione entro la fine del mese: "Presenteremo un'istanza per chiedere che il processo venga discusso il prima possibile", hanno annunciato, lasciando intendere che, secondo loro, l'unica strada percorribile per i Supremi Giudici è quella di annullare la sentenza emessa dal collegio presieduto da Lino Verrina. Decisione che, peraltro, sarebbe stata adottata non all'unanimità e al termine di una camera di consiglio molto tesa. "La motivazione è un atto di fede incondizionato nei confronti di Buscetta", è stata l'accusa dell'avvocato di Badalamenti, Silvia Egidi. Mentre per il legale della famiglia Pecorelli, Claudio Ferrazza, "la sentenza d'appello corregge un errore marchiano del primo grado".
    L'OMICIDIO - Secondo i giudici del capoluogo umbro, il "movente del delitto è collegato eziologicamente all'attività del giornalista". Per quale motivo Andreotti sarebbe stato l'"ideatore" dell'agguato? Per la Corte, gli articoli sugli scandali Sindona, Italcasse e la cosiddetta vicenda degli "Assegni del Presidente" ma, soprattutto, la possibilità che Pecorelli venisse in possesso di una parte inedita del memoriale di Aldo Moro potevano creare problemi alla carriera politica di Andreotti. Nella motivazione della sentenza viene spiegato che "la mafia non aveva alcun interesse a uccidere Pecorelli in un contesto geografico ben lontano dalla Sicilia" mentre "tale interesse era ed è rinvenibile in capo ad Andreotti". Ma come viene giustificata la condanna del senatore a vita in mancanza di prove? "E' persona estremamente prudente, che ha sempre cercato di non esporsi direttamente tanto che, in casi molto meno gravi di un omicidio, ha fatto ricorso a intermediari per far conoscere i suoi desiderata", sostengono i componenti del collegio, sottolineando la "prova logica", da loro reputata "convincente e persuasiva", del "consenso tacito" al coinvolgimento di Andreotti (a cui, come per Badalamenti, sono state concesse le attenuanti per "l'età avanzata") nel delitto.
    BUSCETTA - "L'omicidio di Pecorelli è stato commesso nell'"interesse" di Andreotti", ha raccontato ai magistrati il pentito morto nell'aprile del 2000, dicendo di averlo saputo da Badalamenti e da Stefano Bontade. Nella ricostruzione della Corte, tra gli organizzatori del delitto ci furono anche i cugini mafiosi Nino e Ignazio Salvo. E "non è pensabile - si legge nelle motivazioni della condanna del senatore a vita - che essi abbiano realizzato il loro proposito criminoso senza consultarsi con il diretto interessato prima di darvi corso"; se infatti Andreotti non fosse stato d'accordo "si sarebbe corso il rischio di fare cosa sgradita all'interessato con la conseguenza che, piuttosto che ottenerne la gratitudine, se ne sarebbe avuta la riprovazione".
    Le dichiarazioni di Buscetta hanno "un'insuperabile valenza probatoria", hanno scritto nella motivazione i giudici. Per i quali, invece, non sono attendibili le affermazioni dei "collaboratori di giustizia" della Banda della Magliana che avevano indicato Vitalone e Calò come gli "intermediari" dell'assassinio e La Barbera e Carminati come gli esecutori materiali dello stesso.
    Flavio Haver

    L'ANALISI
    Buscetta rimane l'unico pilastro Bocciati i pentiti della Magliana
    Evidenziata "la menzogna sui Salvo" L'effetto sul dibattimento di Palermo
    ROMA - Alla fine, com'era intuibile fin dalla sentenza letta in aula il 17 novembre, è rimasto solo Tommaso Buscetta. Le dichiarazioni dell'ex-mafioso che nel 1984 decise di abbandonare Cosa nostra per collaborare con lo Stato, per i giudici togati e popolari di Perugia hanno una "insuperabile valenza probatoria". E portano alla conclusione racchiusa in tre righe, a pagine 323 delle motivazioni della condanna: "Il giornalista Carmine Pecorelli rappresentava un ostacolo insormontabile per l'ascesa di Giulio Andreotti perché era geloso custode di molti segreti e Giulio Andreotti ne ha richiesto e ottenuto la morte". Nelle lunghe dissertazioni che precedono e seguono questa frase, i giudici disegnano un quadro fosco e non sempre così chiaro e convincente come invece essi ritengono che sia. A pagina 319, ad esempio, scrivono che "non può revocarsi in dubbio che Andreotti abbia espresso il suo consenso alla deliberazione criminosa" dei boss mafiosi Tano Badalamenti e Stefano Bontade e, poco dopo, che "Andreotti è stato l'ideatore dell'omicidio Pecorelli"; salvo aver affermato, venti pagine prima, che "la partecipazione di Andreotti ha sicuramente assunto almeno la forma del tacito consenso". E poco dopo: fermo restando che Badalamenti e Bontade hanno organizzato il delitto, perché così hanno riferito a Buscetta, "non è pensabile che abbiano realizzato il loro proposito criminoso senza consultarsi, prima di darvi corso, con il diretto interessato", cioè Andreotti.
    L'ideazione, insomma, diventa qualcosa di più sfumato fino a prendere le forme di un atteggiamento - il "tacito consenso" - che per i giudici corrisponde all'"approvazione, seppure non manifestata espressamente, ma chiaramente percepibile, di un'iniziativa altrui" come sarebbe stato l'assassinio del giornalista commesso "nell'interesse" dell'allora capo del governo. Del resto, si legge ancora nelle motivazioni, "spesso il linguaggio mafioso è fatto di parole non dette, di silenzi pesanti, di ammiccamenti". E Andreotti lo sapeva, anche perché lo scrittore Leonardo Sciascia - fanno notare i giudici - "a suo tempo aveva chiarito, sia pure in forma letteraria, il fenomeno mafioso e la sua potenza di dinamiche segrete e nascoste ai più".
    Per gli avvocati del senatore a vita tutto questo è solo un assurdo teorema che non sarà difficile smontare davanti alla Corte di Cassazione. Per l'accusa, invece, è solo una piccola parte di verità: perché insieme alle sue certezze, la Corte d'assise d'appello ha buttato alle ortiche l'altro pezzo della propria ricostruzione e cioè la catena che legava ad Andreotti l'ex-senatore Claudio Vitalone, l'altro boss Pippo Calò e i presunti killer della mafia e della banda della Magliana. Con la stessa sicurezza che li ha portati a non avere dubbi sulle parole di Buscetta, i giudici hanno bollato come "intrinsecamente inattendibili" le dichiarazioni di tutti i pentiti dell'organizzazione criminale romana. Lasciando cadere forse l'unico elemento certo della ventennale indagine sull'omicidio Pecorelli: il proiettile che ha ucciso il giornalista proveniva dall'arsenale clandestino custodito negli scantinati del ministero della Sanità, frequentato da esponenti della Magliana e del terrorismo nero.
    Un taglio così netto della catena delle responsabilità rischia di indebolire nel suo complesso la sentenza che ha condannato a 24 anni di galera l'ex-presidente del Consiglio. Mentre potrebbe tornare utile all'accusa in un altro processo che vede alla sbarra Giulio Andreotti: quello per associazione mafiosa in corso a Palermo. A leggere la sentenza depositata ieri, se il verdetto spettasse ai giudici di Perugia, la condanna per mafia del senatore a vita sembrerebbe quasi scontata. A parte il "contesto" tutto interno a Cosa nostra in cui viene inscritto il delitto Pecorelli, secondo la Corte "la menzogna pervicacemente sostenuta dall'imputato" sui suoi rapporti con i cugini Salvo "non può trovare spiegazione se non nella consapevolezza, da parte di Andreotti, dell'organica appartenenza dei Salvo alla mafia". E ancora: "Quanto emerso sulla base di inconfutabili elementi di prova in ordine ai rapporti di Andreotti con personaggi appartenenti a un'organizzazione mafiosa non può sconcertare più di tanto, ove si pensi ai colpevoli e consapevoli rapporti dello stesso Andreotti con Michele Sindona". Le carte esaminate a Perugia su questi punti sono le stesse all'esame dei giudici d'appello di Palermo; la partita giudiziaria dell'ex-uomo più potente d'Italia, prima che davanti alla Cassazione, continua in Sicilia.
    Giovanni Bianconi

    14 febbraio 2003 - PECORELLI: MOTIVAZIONI; NESSUN ELEMENTO SU VITALONE
    ANSA:
    Esclude in maniera netta qualsiasi responsabilita' di Claudio Vitalone nel delitto la motivazione della sentenza d' appello relativa al processo per l' omicidio di Mino Pecorelli depositata ieri. Per il magistrato romano i giudici di secondo grado hanno confermato l' assoluzione del primo giudizio. Stessa decisione per altri tre coimputati, Giuseppe Calo', Massimo Carminati e Michelangelo La Barbera. Condannati invece a 24 anni di reclusione in appello Giulio Andreotti e Gaetano Badalamenti, anche loro invece assolti in primo grado. "Non v' e' alcun elemento per ritenere che Claudio Vitalone abbia ricoperto un qualche ruolo nella vicenda" si legge nelle motivazioni. Secondo i giudici d' appello, inoltre, "non ci sono elementi per sostenere che Stefano Bontate, per fare eseguire l' omicidio di Carmine Pecorelli, si servi' di Pippo Calo' e, per suo tramite, di Danilo Abbruciati e compagni". Esclusa anche la partecipazione di La Barbera e Carminati. La Corte d' assise d' appello ha comunque sottolineato che il fatto di non avere potuto individuare intermediari ed esecutori materiali dell' omicidio non e' di ostacolo all' affermazione della responsabilita' dei mandanti. "L' omicidio - si afferma nelle motivazioni - non rientra nella categoria dei reati a concorso necessario, bensi' in quella dei reati a concorso eventuale, i quali possono essere commessi tanto da un solo individuo, quanto da una pluralita' di soggetti". Per quanto riguarda l' eliminazione del giornalista romano secondo i giudici e' stato dimostrato che Andreotti aveva la possibilita' di rivolgersi direttamente ai cugini Salvo e chiedere loro l' eliminazione "dello scomodo Pecorelli". "Egli per conseguire il suo scopo - e' detto ancora nelle motivazioni - non aveva necessita' di rivolgersi a Vitalone ne' ad altri perche' facessero da intermediari. Analogamente Stefano Bontate non aveva necessita' alcuna di rivolgersi a Pippo Calo' per organizzare l' omicidio e per farlo eseguire dal momento che in Roma aveva un suo rappresentante, Angelo Cosentino, soggetto abbastanza inserito nell' ambiente della delinquenza comune e dei terroristi, cui faceva capo una cosiddetta decina (una sorta di gruppo di fuoco - ndr)". "La motivazione - ha detto l' avvocato Arturo Bonsignore, uno dei difensori di Vitalone - elimina completamente anche quei schizzi di fango dei quali parlavano invece i giudici di primo grado. Esclude infatti qualsiasi tipo di contatto con gli scenari evocati dai collaboratori di giustizia, in particolare con gli ambienti della banda della Magliana. La Corte d' assise d' appello - ha concluso il legale - definisce inattendibili i pentiti dopo avere attentamente vagliato le loro affermazioni".

    19 febbraio 2003 - PECORELLI: INCHIESTA CSM E PROCURA PERUGIA SU FUGA NOTIZIE MOTIVAZIONI SENTENZA
    ANSA:
    Il Csm avviera' un' inchiesta sulla fuga di notizie che ha permesso all' 'Unita" di pubblicare stralci delle motivazioni della sentenza della Corte d' Appello di Perugia che ha condannato il senatore a vita Giulio Andreotti per l' omicidio Pecorelli, prima del loro deposito. A chiedere l' indagine sono stati i cinque membri laici della CdL, secondo i quali la vicenda "lede il prestigio dell' ordine giudiziario". Di qui l' esigenza di accertare "responsabilita' " e verificare se per qualcuno o per piu' magistrati di Perugia ricorrano "gli estremi per trasferimenti d' ufficio" per incompatibilita' ambientale o funzionale. "Le notizie apparse sulla stampa in particolare le anticipazioni dell' 'Unita" di parte delle motivazioni della sentenza Andreotti emessa dalla Corte d' Appello di Perugia legittimano interrogativi inquietanti in ordine all'inammissibile conoscenza della sentenza, prima del suo regolare deposito - scrivono i laici della CdL nella richiesta depositata al Comitato di presidenza del Csm e che secondo il regolamento di Palazzo dei Marescialli portera' automaticamente all' avvio dell' indagine - ancora una volta si e' consumata, tra fughe di notizie e una manipolazione mediatica preventiva, un' azione che lede il prestigio dell' ordine giudiziario, anche se e' divenuto abituale il 'deposito dei provvedimenti giudiziario in edicola'". Per questo, secondo il gruppo del Polo "appare indispensabile individuare le anomalie e le trasgressioni comportamentali che nel caso che ci interessa non possono non appartenere a momenti precedenti il rituale deposito: l' accertamento delle responsabilita' diventa una doverosa necessita'". Quindi la richiesta finale di aprire la pratica "per verificare, in un ambiente giudiziario nel mirino dei media, se corrano gli estremi per trasferimenti d' ufficio".

    Anche la procura della Repubblica di Perugia ha aperto un fascicolo (nel quale non e' stato comunque al momento ipotizzato alcun tipo di reato) dopo la pubblicazione da parte dell' Unita' di ampi stralci delle motivazioni del processo d' appello per l' omicidio di Mino Pecorelli prima del deposito del provvedimento. Sugli accertamenti viene mantenuto un riserbo assoluto. A coordinarli sarebbe comunque direttamente il procuratore capo Nicola Miriano. Subito dopo la pubblicazione delle motivazioni ai magistrati perugini si erano rivolti con una denuncia gli avvocati Giulia Bongiorno e Franco Coppi, difensori di Giulio Andreotti. La Corte d' assise d' appello aveva infatti condannato a 24 anni di reclusione il senatore a vita e il boss mafioso Gaetano Badalamenti ritenendoli i mandanti dell' omicidio di Pecorelli. I due erano stati assolti in primo grado cosi' come Claudio Vitalone, Giuseppe Calo', Michelangelo La Barbera e Massimo Carminati. Per questi ultimi la sentenza assolutoria e' stata confermata anche in appello. Gli avvocati Bongiorno e Coppi hanno chiesto alla procura perugina di chiarire la vicenda.

    25 febbraio 2003 - CALO' E' NEL SUPERCARCERE DI ASCOLI
    "Il Resto del Carlino"
    Anche Calò al supercarcere di Marino
    ASCOLI - C' un nuovo 'ospite' di tutto riguardo al super-carcere di Marino del Tronto: si tratta di Giuseppe Calò, un personaggio al centro di numerose inchieste e che è stato coimputato del senatore Andreotti nell'intricata vicenda legata all'omicidio Pecorelli. In questi giorni è al centro di un altro mistero, quello dell'omicidio Calvi. E proprio questa circostanza ha permesso di scoprire che da qualche tempo era stato trasferito ad Ascoli (in una segretezza assoluta visto che la notizia non era ancora trapelata): ha partecipato, infatti, all'udienza di ieri di fronte al Gip di Roma in video-conferenza proprio dal supercarcere di Ascoli dove c'è un locale attrezzato per questo tipo di necessità e già utilizzato anche da Riina.

    10 marzo 2003 - PECORELLI: TAORMINA CRITICA APPLICAZIONE PM CANNEVALE
    ANSA:
    L' on. Carlo Taormina ha annunciato oggi che presentera' un' interrogazione in merito all' applicazione del magistrato Alessandro Cannevale alla procura generale presso la Corte d' appello di Perugia per preparare - sostiene - il ricorso in Cassazione contro le assoluzioni nel processo per l' omicidio di Mino Pecorelli. In questo procedimento Taormina e' difensore di Claudio Vitalone, accusato di essere uno dei presunti mandanti del delitto ma poi assolto con formula piena in primo e secondo grado.
    Secondo il penalista "non e' tollerabile che il Csm non provveda alla nomina del nuovo procuratore generale della Corte di appello di Perugia, posto vacante da un anno nonostante l' importanza di tale sede giudiziaria".
    "In assenza di un pg nel pieno delle sue funzioni - scrive Taormina in un suo comunicato - e nonostante la presenza di espertissimi e preparatissimi magistrati presso la stessa procura generale ritengo vergognoso che il pubblico ministero Cannevale sia stato il magistrato che ha svolto le indagini, il magistrato che ha esercitato l' accusa in primo grado, il magistrato che ha impugnato la sentenza di primo grado con la quale tutti gli imputati furono assolti, il magistrato al quale e' stato affidato l' incarico di esercitare l' accusa nel processo di appello accanto ad un sostituto procuratore generale assai preparato e sia ora anche il magistrato applicato ancora alla procura generale per preparare il ricorso per Cassazione contro gli imputati assolti in secondo grado dopo essere stati assolti in primo grado".
    Taormina chiede quindi che 'il Csm intervenga per interrompere questa perversa spirale e per accertare come sia possibile che un sostituto procuratore, giovanissimo e di pari esperienza, possa scavalcare oggettivamente intere procure della Repubblica e intere procure generali".

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    Predefinito Cronologia essenziale

    ALMANACCO DEI "MISTERI D'ITALIA"













    Pecorelli: cronologia

    20 marzo 1979 - Carmine "Mino" Pecorelli viene ucciso a Roma il 20 marzo del 1979 con quattro colpi di pistola calibro 7.65 poco dopo avere lasciato la redazione di Op. Viene aperta un'inchiesta a carico di ignoti affidata al magistrato di turno, dottor Mauro, ed a Domenico Sica. Quando Sica lascia la procura di Roma, l' inchiesta passa a Giovanni Salvi. Nell' indagine vengono coinvolti Massimo Carminati, Licio Gelli, Antonio Viezzer, Cristiano e Giusva Fioravanti.
    15 novembre 1991 - il giudice istruttore Francesco Monastero proscioglie tutti gli indagati per non avere commesso il fatto.

    6 aprile 1993 - Tommaso Buscetta, interrogato dai magistrati di Palermo, accusa Giulio Andreotti e le indagini ripartono. Due giorni dopo il verbale del pentito viene inviato dai pm siciliani a quelli di Roma che il 14 aprile iscrivono Andreotti nel registro delle notizie di reato.

    9 giugno 1993 - la procura di Roma chiede al Senato l' autorizzazione a procedere contro il senatore a vita Giulio Andreotti "in qualita' di mandante" dell' omicidio del giornalista Mino Pecorelli: il reato configurato e' omicidio premeditato in concorso con piu' persone. L'autorizzazione a procedere sara' concessa il 29 luglio. In base alle dichiarazioni di Buscetta il pm Giovanni Salvi indaga anche Gaetano Badalamenti e Giuseppe Calo'.

    17 dicembre 1993 - Dal momento che le dichiarazioni dei pentiti coinvolgono anche il magistrato romano Claudio Vitalone, l'inchiesta arriva alla procura di Perugia, competente ad indagare sui magistrati romani. A Perugia, Vitalone viene iscritto nel registro delle notizie di reato.

    7 gennaio 1995 - in base alle accuse dei pentiti Fabiola Moretti ed Antonio Mancini i pm umbri indagano Michelangelo La Barbera e chiedono la riapertura dell' inchiesta su Carminati.

    20 luglio 1995 - l' allora procuratore capo Nicola Restivo ed i sostituti Fausto Cardella ed Alessandro Cannevale depositano la richiesta di rinvio a giudizio, con l'accusa di omicidio, per Andreotti, Vitalone, Badalamenti, Calo', La Barbera e Carminati. Quest'ultimo chiede ed ottiene di essere processato con il rito immediato, saltando cosi' l'udienza preliminare.

    5 novembre 1995 - il gip Sergio Materia rinvia a giudizio gli altri cinque imputati.

    11 aprile 1996 - a Perugia comincia formalmente il processo. A presiedere la Corte d'assise e' Paolo Nannarone che pero' risulta incompatibile in base alla sentenza della Corte costituzionale sul doppio ruolo dei giudici. Il 27 aprile il processo e' sospeso. Nannarone sara' sostituito da Giancarlo Orzella e il 6 giugno 1996 il processo entra nel vivo.

    9 settembre 1996 - Tommaso Buscetta conferma le accuse contro Andreotti, affermando che Badalamenti e Stefano Bontade gli hanno detto che l' omicidio Pecorelli lo "avevano fatto loro, su richiesta dei cugini Salvo, nell' interesse del sen Andreotti"; secondo Buscetta, Pecorelli poteva pubblicare documenti che riguardavano il caso Moro e che erano in possesso del gen Carlo Alberto Dalla Chiesa. Il giorno dopo, pero', Buscetta ritratta in parte le affermazioni.

    11 gennaio 1997 - il 'pentito' Vittorio Carnovale, ex membro della 'banda della Magliana', afferma che il mandante dell' omicidio del giornalista Mino Pecorelli e' il magistrato Claudio Vitalone.

    28 febbraio 1997 - il medico Gaetano Sangiorgi, genero di Nino Salvo, afferma che il 21 luglio 1993 i giudici di Palermo lo invitarono, 'in modo esplicito, a dire qualcosa su Andreotti'.

    9 luglio 1997 - Pippo Calo', il 'cassiere" della mafia, nega di aver preso parte all'organizzazione dell'omicidio Pecorelli, di aver avuto notizie sul delitto e di essere stato un mafioso.

    5 ottobre 1997 - Giulio Andreotti nega di essere stato infastidito dagli attacchi di Pecorelli o di avere mai saputo che Franco Evangelisti finanziasse "Op". Aggiunge che ne' Evangelisti ne' Claudio Vitalone gli parlarono della cena alla "Famiglia piemontese" in cui l' ex magistrato avrebbe messo in atto un ultimo tentativo di far cessare gli attacchi del giornalista al gruppo andreottiano.

    30 aprile 1999 - i pm Fausto Cardella e Alessandro Cannevale chiedono l'ergastolo per tutti gli imputati del processo: Giulio Andreotti, Claudio Vitalone, Gaetano Badalamenti e Giuseppe Calo' come presunti mandanti dell'omicidio; Michelangelo La Barbera e Massimo Carminati accusati di essere stati gli esecutori materiali.

    13 set: il pm Alessandro Cannevale ribadisce la richiesta dell'ergastolo per i sei imputati.

    20 settembre 1999 - la Corte entra in Camera di consiglio.

    24 settembre 1999 - dopo quattro giorni di camera di consiglio, la Corte d'assise di Perugia assolve Giulio Andreotti, Claudio Vitalone, Gaetano Badalamenti, Giuseppe Calo', Michelangelo La Barbera e Massimo Carminati.

    1 agosto 2000 - depositate le motivazioni della sentenza.

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    Predefinito Il fatto

    ALMANACCO DEI "MISTERI D'ITALIA"













    Pecorelli: il fatto

    Era la sera del 20 marzo 1979. Mino Pecorelli, direttore di "Op-Osservatorio politico", ex agenzia scandalistica divenuta 'settimanale di fatti e notizie' da poco piu' di un anno (poco prima del rapimento di Aldo Moro) aveva finito di lavorare verso le 200 nella sede di via Tacito 90, nel quartiere Prati, a Roma. Pecorelli era sceso in compagnia di Franca Mangiavacca, segretaria del giornale e sua compagna. Poi, sul portone, ognuno era andato per la propria strada. Mino Pecorelli, il cui nome sara' poi trovato nelle liste della loggia massonica P2 scoperte dalla guardia di finanza nello stabilimento di Licio Gelli a Castiglion Fibocchi (ma che da qualche mese aveva preso le distanze da Gelli), si dirige verso la sua automobile, una Citroen verde, parcheggiata a poca distanza, in via Orazio. Il giornalista fa in tempo a cominciare la manovra per uscire dal parcheggio. Quando la sua auto si trova parallela al marciapiede, un uomo con un impermeabile bianco si china verso il finestrino e spara diversi colpi con una pistola calibro 7,65 munita di silenziatore. I proiettili sono di marca Gevelot, abbastanza rari in Italia. Pecorelli e' colpito in bocca, alla testa e al torace. Il suo corpo e' trovato pochi minuti dopo, alle 20:45, riverso sul sedile anteriore della Citroen, con la portiera spalancata.

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    Predefinito Bibliografia essenziale

    Pecorelli: bibliografia

    V. Iacopino - "Pecorelli-OP. Storia di un'agenzia giornalistica" - Sugarco, Milano 1981
    Rita Di Giovacchino - "Scoop mortale. Mino Pecorelli, storia di un giornalista kamikaze" - Pironti, Napoli 1994

    Francesco Pecorelli e Roberto Sommella - "I veleni di "OP". Le "notizie riservate" di Mino Pecorelli" - Kaos, Milano 1994

    Marco Corrias e Roberto Duiz - "Mino Pecorelli. Un uomo che sapeva troppo" - Sperling & Kupfer, Milano 1996

    Franca Migliavacca - "Memoriale Pecorelli - dalla Andreotti alla Zeta (2 vol.)" - International Eiles, Roma 1996

    Stefano Surace - "Caro Pertini...: le verita non dette sul delitto Pecorelli, la loggia P2, i petrolieri evasori e altre storie oscene" - Pantheon, Milano 1982

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    Predefinito 27 marzo 2003, sempre su Pecorelli...

    27 marzo 2003 - PECORELLI: RICORSO A CASSAZIONE ANCHE PER DIFESA BADALAMENTI
    ANSA:
    I difensori di Gaetano Badalamenti, gli avvocati Silvia Egidi e Paolo Gullo, hanno presentato ricorso in Cassazione contro la condanna a 24 anni di reclusione per l' omicidio di Mino Pecorelli da parte della Corte d' assise d' appello di Perugia.
    Nel provvedimento si chiede l' annullamento senza rinvio della sentenza del 17 novembre scorso che aveva riconosciuto Badalamenti colpevole di essere stato mandante del delitto insieme a Giulio Andreotti. I due erano stati invece assolti in primo grado cosi' come gli altri quattro imputati, per i quali il provvedimento e' stato invece confermato.
    Ieri anche i difensori del sen. Andreotti avevano presentato ricorso in Cassazione.

    Gaetano Badalamenti, detenuto da anni negli Usa, ha sempre avuto un legittimo impedimento a comparire nei processi perugini, di primo e secondo grado, per l' omicidio di Mino Pecorelli, delitto al quale si e' sempre proclamato estraneo. Anche per questo la condanna a 24 anni di reclusione nei suoi confronti deve essere annullata.
    Lo affermano i difensori del boss, gli avvocati Silvia Egidi e Paolo Gullo, nel ricorso in Cassazione contro la sentenza della Corte d' assise d' appello di Perugia. Il collegio, infatti, il 17 novembre scorso ha ritenuto Badalamenti mandante del delitto insieme a Giulio Andreotti (entrambi erano stati invece assolti in primo grado).
    L' istanza, una cinquantina di pagine, si apre proponendo ai Supremi giudici una serie di eccezioni formali. In particolare gli avvocati Egidi e Gullo tornano a contestare il ricorso alla videoconferenza per permettere al loro assistito di assistere alle udienze. Ribadiscono infatti che Badalamenti aveva il diritto di poter intervenire di persona al dibattimento. Se cio' non e' successo - si afferma nel ricorso - e' perche' l' imputato aveva un legittimo impedimento a tornare in Italia.
    Sempre a questo riguardo i difensori di Badalamenti spiegano che nel 1999 venne attivata formalmente la procedura per il trasferimento dagli Stati Uniti. Un procedimento che - secondo i due legali - non si e' concretizzato per il mancato consenso delle autorita' statunitensi a dare il loro consenso formale. Non certo per assenza di volonta' da parte del loro assistito.
    La parte centrale del ricorso e' invece dedicata alle affermazioni di Tommaso Buscetta. E' stato infatti lui a sostenere di avere appreso da Badalamenti che l' omicidio Pecorelli era stato organizzato da quest' ultimo e da Stefano Bontate nell' interesse di Giulio Andreotti. Una circostanza che il boss ha pero' sempre negato, dicendosi pronto al confronto con il pentito per poterlo smentire. E nel ricorso si sottolinea piu' volte l' inattendibilita' di don Masino.
    Secondo gli avvocati Egidi e Gullo, Buscetta ha inventato le accuse nei confronti di Badalamenti per vendetta, ritenendolo responsabile dell' omicidio dei suoi familiari nella guerra di mafia. E' stato lo stesso don Masino - si afferma ancora nel ricorso - ad ammettere il suo odio quando e' stato interrogato nel corso del dibattimento di primo grado.
    Gli avvocati Gullo ed Egidi criticano poi le motivazioni del processo d' appello per quanto riguarda la valutazione dell' attendibilita' di Buscetta. Un problema che - hanno affermato - e' stato saltato completamente.
    Nel ricorso vengono invece riportate le affermazioni di alcuni testimoni, sentiti nei due processi perugini, che definiscono don Masino un millantatore. In particolare quella di Frank Coppola che defini' Buscetta "un soffiatore di vetro".
    I difensori di Badalamenti hanno poi riportato stralci delle motivazioni della sentenza della Corte d' assise di Palermo per il primo maxiprocesso di mafia fatte proprie dai giudici perugini per evidenziare la credibilita' di Buscetta. Gli avvocati Gullo ed Egidi sottolineano che quella pronuncia e' datata e comunque in essa si afferma che Buscetta e' credibile quando descrive l' ambiente di Cosa nostra, ma non quando riferisce fatti specifici sugli omicidi.
    Nell' inchiesta sull' omicidio Pecorelli - si sostiene ancora nel ricorso - le affermazioni di Buscetta non trovano conferme, ci sono invece solo ricorsi negativi. I difensori di Badalamenti sottolineano infatti che nessuno, dell' ambiente mafioso o all' esterno, sapeva del coinvolgimento di Badalamenti nell' organizzazione del delitto. I legali ritengono quindi che fosse praticamente impossibile la mancata diffusione di una simile notizia all' interno di Cosa nostra. Le vere prove che emergono dai processi di Perugia - concludono gli avvocati Egidi e Gullo - sono favorevoli a Badalamenti. Per questo chiedono alla Cassazione di assolvere definitivamente Badalamenti.

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    Predefinito Richiesta nuovo processo

    1 aprile 2003 - PECORELLI: PROCURA FA APPELLO E CHIEDE NUOVO PROCESSO
    ANSA:
    Chiede che siano nuovamente valutate l' attendibilita' dei pentiti della banda della Magliana e delle loro affermazioni, ma ripropone anche l' importanza probatoria dei proiettili Gevelot che uccisero Mino Pecorelli il ricorso della procura generale di Perugia contro l' assoluzione di quattro imputati nel processo di secondo grado.
    A firmarlo e' stato Alessandro Cannevale, il magistrato che ha seguito l' inchiesta fin dall' inizio e ora applicato presso la procura generale. Nel ricorso (depositato proprio alla scadenza dei termini) si invitano i Supremi giudici ad annullare con rinvio la sentenza della Corte d' assise d' appello che il 17 novembre scorso ha confermato l' estraneita' al delitto di Claudio Vitalone, Giuseppe Calo', Massimo Carminati e Michelangelo La Barbera. I perche' dell' istanza sono illustrati in una sessantina di pagine.
    La scorsa settimana alla Cassazione avevano invece presentato ricorso i difensori di Giulio Andreotti e Gaetano Badalamenti, condannati in secondo grado a 24 anni di reclusione (dopo essere stati assolti in primo) perche' ritenuti mandanti dell' omicidio. Per loro e' stato chiesto l' annullamento senza rinvio del pronunciamento, cioe' il definitivo proscioglimento.
    Il procedimento dovrebbe ora essere esaminato dalla Cassazione a ridosso dell' estate o subito dopo le ferie.
    Nel ricorso depositato oggi la procura generale perugina lamenta tra l' altro l' errata applicazione dell' articolo 192 del codice di procedura penale, quello sulla valutazione della prova, da parte dei giudici di secondo grado. In particolare in relazione alle dichiarazioni di Vittorio Carnovale, Antonio Mancini, Fabiola Moretti e Maurizio Abbatino (le loro rivelazioni sono alla base della ricostruzione accusatoria), ma anche per le intercettazioni ambientali disposte nel corso delle indagini. Secondo il pg la Corte d' assise d' appello ha "erroneamente ritenuto inattendibili" le affermazioni dei collaboratori e "privi di qualsiasi valenza probatoria" i risultati delle intercettazioni. Si evidenziano poi le "motivazioni assolutamente diverse" alla base delle assoluzioni nei due gradi di giudizio. Carnovale, Mancini e Moretti erano stati considerati sinceri primi dai giudici, totalmente inattendibili da quelli d' appello. Un giudizio che la procura generale contesta, chiedendo un nuovo processo per valutare la loro credibilita'.
    "Profili di manifesta illogicita"' vengono poi evidenziati sulle considerazioni svolte dal collegio di secondo grado sulla deposizione del perito balistico Antonio Ugolini e sul sequestro di cartucce nei locali del ministero della sanita', considerato dagli investigatori un deposito della banda della Magliana. Nel ricorso vengono richiamate le motivazioni della sentenza di primo grado nelle quali si affermava che i proiettili usati per uccidere Pecorelli provengono proprio dal lotto trovato in quello scantinato. "Nessuna parola meritano secondo la Corte d' assise d' appello - sostiene Cannevale nell' atto depositato oggi - le considerazioni relative alla scarsa circolazione delle cartucce Gevelot e soprattutto le specifiche caratteristiche dei proiettili" che uccisero il giornalista. "Del tutto ignorate" poi, secondo il magistrato, le prove che collegavano il deposito a Carminati, indicato da quattro pentiti come esecutore materiale dell' omicidio.
    Circostanze che ora la procura generale di Perugia chiede vengano sottoposte a una nuova valutazione da parte di altri giudici.

 

 
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