...nel mondo, l'anno venturo?
Puntualmente appaiono su quotidiani i rituali bilanci sull’anno che si chiude e le previsioni per quello prossimo.
“2003, è grigio l’outlook per l’economia mondiale”. E' il motyivo più suonato. Seguito dall’elenco delle condizioni che minacciano instabilità, a cominciare dalla guerra in Iraq e il petrolio alle stelle, la crisi dell’America latina, l’Europa esangue, l’Ocse e il Fmi che per l’ennesima volta rivedono al ribasso le stime di crescita.
Ma è veramente così, oppure il sentimento “volutamente negativo” rischia di diventare l’abito del conformista per interesse o il paraocchi del somaro?
Siamo vittime di uno strabismo eurocentrico. E’ l’Europa che non cresce. La Commissione europea ha rivisto la stima di crescita dell’Ue per il 2003 dal 2,9 al 1,8 per cento, e il tutto sarebbe parecchio più insoddisfacente se l’aumento del pil della Gran Bretagna (che è fuori dall’Europa) non rasentasse il 3 per cento, tirando verso l’alto la media appiattita dalla crescita zero della Germania.
I 20 maggiori istituti econometrici internazionali ritengono che l’Italia nel 2003 avrà il pil aumentato non più del 1,5 per cento. A parità di bassa crescita produciamo più posti di lavoro di altri partner, 250mila anche nel 2002, ma ciò significa che la nostra produttività si abbassa ulteriormente, rendendoci meno capaci di attirare investimenti esteri.
Ai mercati non piace l’accanita resistenza europea alle riforme strutturali, non solo nella finanza pubblica. Il no tedesco a un codice europeo alle Opa, presupposto di un vero mercato unico dei servizi finanziari che abbatterebbe i costi delle transazioni ma obbligherebbe banche e risparmio gestito a essere più efficienti, invece di tosare i “parco buoi” della clientela nazionale. Il no all’ingresso di operatori stranieri: come è avvenuto in Germania dopo il fallimento Kirch, e si è preferito affidare il maggior polo televisivo privato alla tedesca Bauer Verlag che non ha nessuna esperienza nel settore, piuttosto che aprire le porte allo straniero; come è avvenuto in Francia, dove il ramo editoriale Vivendi è stato in fretta e furia “girato” al gruppo Lagardèr malgrado evidenti problemi antitrust, e dove le banche nazionali si sono dissanguate per consentire alla stremata Vivendi di tirar fuori 4 miliardi di euro per strappare a Vodafone il controllo della Cegetel, il terzo operatore di telefonia mobile di Francia (unico paese Ue totalmente ‘nazionale’ nel settore).
Ma fuori dalla zoppia europea le tinte sono meno nere, e per il mondo è ciò che conta di più.
La crescita del pil americano, che l’Economist un anno fa stimava solo allo 0,6 per cento nel 2002, è stata in realtà almeno pari al 2,4. E per quanto sia preoccupante sia il deficit delle partite correnti americane e la bolla dei valori immobiliari (che ha ammortizzato nelle tasche dei consumatori Usa i 7 mila miliardi di dollari di valori mobiliari, bruciati dai massimi di Wall Street nel 2000), la produttività continua ad essere esaltante (nel terzo trimestre 2002 quasi tre volte quella europea) il rischio di un ritorno alla recessione che nel 2001 precedette l’11 settembre sembra svanito, e l’andamento dei prezzi non mostra segni di deflazione. Tutto ciò grazie anche alla massiccia manovra anticiclica della finanza pubblica, passata da un surpluss federale di 127 miliardi di dollari a un deficit nel 2002 di 159, spostando da una colonna all’altra il 2,8 per cento del pil Usa, mentre l’Europa balbetta sul suo “patto stupido”.
Persino l’esplodere degli scandali, i vari casi Enron, Adelphia, WorldCom, Arthur Andersen e compagnia truffante, può essere retrospettivamente considerato una prova di forza e non di debolezza degli Usa: ha prodotto in pochi mesi una legge severa come la Sarbanes-Oxley che ha investito una minoranza assoluta delle oltre 16 mila imprese quotate americane.
Il grande crack di banche ed assicurazioni, che molti temevano, non c’è stato.
Canada e Australia hanno superato il tre per cento di crescita che i più ottimisti nemmeno accreditavano.
Il Giappone, che pure si contrae di circa mezzo punto nel 2002, è andato meno peggio di quanto era previsto.
I 10 paesi asiatici emergenti, nel 2002 sono cresciuti del 6 per cento e la tendenza è a un ulteriore miglioramento.
Rischi e incertezze sono tanti. Ma riguardano più l’Europa che il resto del mondo.
27 dicembre 2002.
saluti




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