Quel che resta di Marcuse
Travolto dal crollo delle ideologie l'ispiratore del Sessantotto

Il 1998 è un anno di ricorrenze: trent'anni dal '68, ma anche cento anni dalla nascita di Herbert Marcuse che del '68 fu la coscienza fìlosofica, il punto di riferimento teorico. Eppure sui suoi libri, sui suoi numerosi interventi e articoli si è posato uno spesso manto di polvere. Il filosofo ebreo, nato a Berlino nel 1898, di simpatie marxiste, eppure discepolo di Heidegger e collaboratore della Scuola di Francoforte con Adorno e Horckheimer (che non lo amavano molto), profugo nel 1934 in America, che divenne la sua seconda patria, è ora caduto nel dimenticatoio, vittima anche lui del crollo delle ideologie e del tramonto delle utopie. La dissoluzione del socialismo reale ha opacizzato paradossalmente anche il suo pensiero critico nei confronti dello stalinismo. Molti giovani - specie in Europa - cominciarono a scoprire una modalità diversa del marxismo proprio con la lettura dei suoi libri: Eros e civiltà (1955) e L'uomo a una dimensione (1964).
Si verificò a partire dalla Repubblica di Weimar uno strano fenomeno culturale: un drappello di filosofi ebrei tedeschi, tra cui la Arendt, Adorno, Benjamin, Bloch, Horkheimer e appunto Marcuse, si riappropriò il pensiero di Karl Marx (anche lui ebreo tedesco), accentuando potentemente la carica libertaria, emancipatoria della concezione marxiana, negata e rimossa dai teorici del leninismo e dello stalinismo. Quest'operazione venne identificata in una sorta dì neomarxismo o di marxismo occidentale in antitesi con quello dottrinario di Mosca, Pechino, ma anche con quello professato dagli apparati burocratici dei vari partiti comunisti occidentali. E infatti in Italia le opere e il pensiero marxista di Marcuse che rivendicava la priorità della libertà insieme con il diritto alla gioia e al piacere di vivere, fu assorbita dalle frange radicali, che si riconoscevano, almeno in parte, nei Quaderni Piacentini e nel Manifesto (rivista) e ìn genere nella prima stagione - quella antiautoritaria e più creatrice - del movimento studentesco.
La sconfitta politica del marcusianesimo, ossia dei movimenti studenteschi extraparlamentari, in realtà coincise con la sua vittoria: gli americani lasciarono il Vietnam, i contestatori divennero professori, mentre i partiti comunisti - in prima fila quello italiano - lasciarono l'ortodossia marxista-leninista. E la società civile conobbe una radicale trasformazione con una serie di movimenti alternativi (allora si diceva "antisistema") con il femminismo e il riconoscimento dei diritti delle minoranze, dagli omosessuali ai diversi di tutte le latitudini. Erano le premesse culturali e sociali che resero possibile l'ascesa di Gorbaciov e la caduta del muro dì Berlino, la disintegrazione dell'Urss e del suo sistema sclerotizzato.
E lo stesso principio dì autorità nell'accezione tradizionale si è disciolto. Eppure il trionfo postumo del marcusianesimo nella società non ci ha resi più felici, né più liberi. E' che i processi dei poteri si sono resi invisibili e sotterranei. Non ci sono più baroni, né maschi padroni (basta pensare ai guai di Clinton), eppure l'uomo non è in realtà più indipendente. E allora se torniamo a leggere Eros e civiltà, il capolavoro e l'opera più radicale del filosofo di Berlino, cogliamo la profonda "malinconia di sinistra" (per usare la famosa espressione di Benjamin), materiata dalla consapevolezza che la felicità naturale è perduta nella costruzione irreversibile della nostra civiltà.
Questa contraddizione tra natura e lavoro è di antica tradizione: mutuata dalla stessa Sacra Scrittura, viene proposta dal pensiero classico tedesco di Goethe e di Schiller, di cui Marcuse fu profondo conoscitore come dimostrano i suoi primi libri (per altro assai belli e utili) dedicati alla letteratura tedesca. Ma l'aspetto più sorprendente e seducente è che questa contraddizione, che Marcuse risolve con l'utopia della rivoluzione socialista, era stata rivitalizzata dalla Kulturkritik, ossia dalla critica della modernità avanzata nel primo Novecento dal Thomas Mann delle Considerazioni di un impolitico (summa del pensiero reazionario del nostro tempo), come pure dallo Spengler del Tramonto dell'occidente e dai fratelli Jünger, nonché da Martin Heidegger il maestro segreto del giovane Marcuse (e di Hannah Arendt, di cui fu l'amante).
In realtà il rnarcusianesimo è un'ardita miscela dì Marx e Heidegger, di Hegelismo rivoluzionario mescolato con la critica romantica al capitalismo.
Il tutto era inoltre impregnato di psicoanalisi freudiana. L'anticapitalismo marxiano è in Marcuse assai più vicino a quello di Schiller che a quello dei grigi teorici positivisti della Seconda internazionale o ai leninisti della Terza. E l'eros marcusiano sorge alla luce della concezione dell'arte di Novalis come pure sulla scia della nostalgia della cultura classica tedesca (ancora viva nel pensiero di Freud), per un progetto di totalità umana.
Ora la miscela esplosiva ha perso vari elementi, scemando a innocuo sciroppo accademico. Eppure - oltre all'interesse storiografico - persiste il messaggio di fondo per l'uomo libero, che non rinuncia al diritto alla felicità. Occorre rovesciare la concezione di Marcuse cominciando a essere, con un atto rivoluzionario verso se stessi - semplicemente più felici e perciò più liberi, più indipendenti dal rispetto (spesso introiettato) verso il potere e le sue forme. Possiamo essere grati a Marcuse perché in anni abbastanza spenti aveva rimesso all'ordine del giorno della cultura occidentale il grande sogno della liberazione in vita.
Un'annotazione a margine delle celebrazioni di quest'anno: nel'68 parlando di Julius Evola lo si chiamava "il Marcuse della destra". Quest'anno ricorre anche il centenario della nascita di Evola, la cui opera appare assai più provocatoria e attuale di quella del filosofo berlinese. Chissà se si giungerà a definirlo: "Marcuse? Ah, l'Evola della sinistra extraparlamentare".