Fortunatamente sono riuscito un paio di anni fa ad assistere a un suo spettacolo.
E'stato un piacere.
Un uomo che dice quello che gli pare e che è stato dimenticato in fretta per fare strada a certi squallidi omini del regime.


Fortunatamente sono riuscito un paio di anni fa ad assistere a un suo spettacolo.
E'stato un piacere.
Un uomo che dice quello che gli pare e che è stato dimenticato in fretta per fare strada a certi squallidi omini del regime.


Addio.![]()
"Non spargerai false dicerie; non presterai mano al colpevole per essere testimone in favore di un'ingiustizia. Non seguirai la maggioranza per agire male e non deporrai in processo per deviate la maggioranza, per falsare la giustizia. Non favorirai nemmeno il debole nel suo processo" (Esodo 23: 1-3)


"La mia vita, una storia tutta milanese" (da una recensione del Teatro Manzoni)
Milano, che coincidenza.
Giorgio Gaber, quando parla della sua carriera di cantante e attore, ne ricollega ogni episodio alla città che l'ha visto nascere, in via Londonio, quartiere Sempione, ed esordire in teatro. Ma lo fa sempre raccontando una lunga vicenda di «coincidenze»: come se lui, il «Signor G», fosse frutto di un bizzarro incrocio tra Milano e il Fato: «E’ su una trama di circostanze tutte milanesi - dice - che si è sviluppata la mia carriera d'artista. Prova ne è che, bene o male, tutti i miei spettacoli, pur senza mai dare precise coordinate di spazio e di tempo, fanno riferimento a situazioni tipicamente metropolitane».
Nei bar del quartiere, punto d'incontro della città anni '50, come dentro le cantine («un po' New York, un po' Parigi») dove si suonava il jazz, il «cantattore» milanese raccoglie idee, sensazioni, storie. E scrive le prime canzoni, debuttando in un locale dietro il Duomo, il Santa Tecla. «Guarda caso, questa è anche la città dell'industria discografica», precisa Gaber: una coincidenza che ha fatto sì che si dedicasse a tempo pieno alla musica leggera, mettendo da parte i libri.
E’ la nascente metropoli degli anni compresi tra ricostruzione e contestazione a far crescere nel giovane chansonnier di periferia la voglia di teatro. Le storie di bulli e impiegate, operai e ragazzi come lui, dagli spartiti potevano traslocare senza molta fatica sui copioni teatrali. Il primo ad accorgersene fu Paolo Grassi, vero papà del «Signor G» teatrale, il monologo canoro che Giorgio Gaber mise in scena al Piccolo vent'anni fa, e che poi divenne una sorta di suo alter ego professionale.
Ma a Gaber piace ancora indugiare sugli inizi. «Al teatro arrivai quando già erano nate "La ballata del Cerutti" e "Porta Romana". Cominciai con Maria Monti, al Teatro Gerolamo. "Il Giorgio e la Maria" si intitolava il nostro spettacolo, col profumo di Milano tutto in quei due articoli davanti ai nomi. Con Maria scrivevo tutte le canzoni, storie di vita e di nebbia in una città che tanto amavamo».
Ora Gaber dice che Milano, quando gli accade di tornarci per lavoro, gli dà una stretta al cuore, fa fatica a viverci. Sono i rampanti anni '80 che gli hanno fatto prendere la via dell'esilio, in Toscana: «Ma sono rimasto legato in tutto alla mia città, sento che qui ogni cosa mi appartiene, quasi fisicamente. Mi affascinano ancora la concretezza, la voglia di fare, l'atteggiamento liberale e libertario». Dove sono finiti però i bar della sua adolescenza, gli amici del biliardo, l'incontrarsi per caso e non solo per appuntamento, i personaggi da incorniciare in un ritornello? Bastano due note di una vecchia canzone del «Signor G» e il teatro si riempie di nostalgia.
CANZONE DELL’APPARTENENZA
L’appartenenza
non è lo sforzo di un civile stare insieme
non è il conforto di un normale voler bene
l'appartenenza è avere gli altri dentro di sé.
L'appartenenza
non è un insieme casuale di persone
non è il consenso a un'apparente aggregazione
l'appartenenza è avere gli altri dentro di sé.
Uomini
uomini del mio passato
che avete la misura del dovere
e il senso collettivo dell'amore
io non pretendo di sembrarvi amico
mi piace immaginare
la forza di un culto così antico
e questa strada non sarebbe disperata
se in ogni uomo ci fosse un po' della mia vita
ma piano piano il mio destino
è andare sempre più verso me stesso
e non trovar nessuno.
L’appartenenza
non è lo sforzo di un civile stare insieme
non è il conforto di un normale voler bene
l'appartenenza
è avere gli altri dentro di sé.
L’appartenenza
è assai di più della salvezza personale
è la speranza di ogni uomo che sta male
e non gli basta esser civile
è quel vigore che si sente se fai parte di qualcosa
che in sé travolge ogni egoismo personale
con un'aria più vitale che è davvero contagiosa.
Uomini
uomini del mio presente
non mi consola l'abitudine
a questa mia forzata solitudine
io non pretendo il mondo intero
vorrei soltanto avere un luogo un posto più sincero,
dove un bel giorno
magari molto presto
io finalmente possa dire: questo è il mio posto
dove rinasca non so come e quando
il senso di un sforzo collettivo per ritrovare il mondo.
L’appartenenza
non è un insieme casuale di persone
non è il consenso a un'apparente aggregazione
l'appartenenza
è avere gli altri dentro di sé.
L’appartenenza
è un'esigenza che si avverte a poco a poco
si fa più forte alla presenza di un nemico, di un obiettivo o di uno scopo
è quella forza che prepara al grande salto decisivo
che ferma i fiumi, sposta i monti con lo slancio di quei magici momenti
in cui ti senti ancora vivo.
Sarei certo di cambiare la mia vita se potessi cominciare a dire noi.
PORTA ROMANA
Porta Romana bella, Porta Romana!
E' già passato un anno da quella sera.....
Un bacio dato in fretta sotto un portone,
Porta Romana bella, Porta Romana!
Porta Romana.....
In un cortile largo e fatto a sassi
io fischio e tu ti affacci a una ringhiera,
poi scendi e il pomeriggio è tutto nostro,
in giro per i prati fino a sera.
M'han detto che sei andata ad abitare
in un quartiere nuovo, più elegante,
ti sei sposata, è giusto, è regolare,
da me, lo so, non t'aspettavi niente.
passa un ciclista e canta, la voce s'allontana.
Porta Romana bella, Porta Romana!
Porta Romana bella, Porta Romana!
Un anno è lungo e brutto da passare,
d'amore non si muore, sarà anche vero,
ma quando ci sei dentro non sai che fare.
Porta Romana.....
Un cinemino forse fatto apposta,
due film in una volta cento lire,
ci siamo andati insieme ad ogni festa,
seduti in fondo, là senza guardare.
Quel giorno mi hai detto "Adesso basta".
Io zitto preferivo non sentire,
ma tu hai insistito "No, sul serio, basta"
come se fosse facile capire.
La la la la la la la la la la:
festeggia un ubriaco la fine settimana.
Porta Romana bella, Porta Romana!


Una logica ormai acquisita
è che l'uomo è provvisorio
e che ha un senso un po' precario della vita.
Ma morire è un gesto innaturale
che di solito è accettato per un dato più statistico che razionale.
Se io sapessi cosa mi fa bene
se io sapessi cosa mi fa male
nella marea di cose e di persone che c'ho intorno
se non tradissi le mie pulsioni vere
potrei sul serio diventare un uomo pluricentenario
forse eterno.
Forse aspirare all'immortalità è un po' eccessivo.
Ma quando uno si innamora di una teoria, a volte, si fa prendere la mano.
Se io sapessi quanto sono strani
i miei pensieri, le mie emozioni
se avessi letto un po' meglio il mio libretto di istruzioni
se io sapessi, d'un tratto io sapessi, se quando sono nato
i miei han ringraziato Iddio o hanno imprecato
se io sapessi uscire allo scoperto
se io mi fossi accorto
che mio fratello o qualcun altro mi voleva morto
se io sapessi al di là delle parole
che il mio inferno infantile
sarà sempre presente al mio fianco, al mio capezzale.
Se io sapessi fisicamente cosa mi fa bene e cosa mi fa male
se io sapessi più concretamente cosa mi fa bene e cosa mi fa male.
Se io sapessi perché la mia salute fa delle cose un po' insensate
se io non riesco nemmeno a spiegarmi una banale gastrite
se io sapessi, che bello se sapessi, se quando soffro per amore
mi convenga toccare il fondo o andarmene a ballare
se io sapessi scegliermi un'amante
se io sapessi veramente distinguere un delirio idiota da uno intelligente
se io sapessi se sia meglio essere fedele
e in ossequio alla morale
rinunciare tranquillamente a una scopata celestiale.
Se io sapessi fisicamente cosa mi fa bene e cosa mi fa male
se io sapessi più concretamente cosa mi fa bene e cosa mi fa male.
Se io sapessi le mie fatiche umane e le commedie quotidiane
se fossi certo che almeno io mi voglio un po' di bene
se io sapessi, magari lo sapessi,
se ho dato ai figli il giusto amore
o sono stato come quasi tutti un padre di mestiere
se io sapessi se lei che è così forte e condivide la mia sorte
sia schierata comunque e per sempre dalla mia parte
se io sapessi se nel nostro convivere civile
se in questo abbraccio generale
c'è anche chi piangerà veramente al mio funerale.
Se io sapessi fisicamente cosa mi fa bene e cosa mi fa male
se io sapessi più concretamente cosa mi fa bene e cosa mi fa male.
(SE IO SAPESSI - Giorgio Gaber, Sandro Luporini - GABER 96/97)


"C'è un'aria"
Dagli schermi di casa
un signore un po' eccitato
o una rossa decisa
con il gomito appoggiato
ti rallegran la cena
sorridendo e commentando
con interviste filmate
ti raccontano a turno
a che punto sta il mondo.
E su tutti i canali arriva la notizia
un attentato, uno stupro
o se va bene una disgrazia
che diventa un mistero
di dimensioni colossali
quando passa dal video
a quei bordelli di pensiero
che chiamano giornali.
C'è un'aria, un'aria, ma un'aria.
E ogni avvenimento di fatto si traduce
in tanti 'sembrerebbe'
'si vocifera', 'si dice'
con titoli d'effetto
che coinvolgono la gente
in un gioco al rialzo che riesce a dire tutto
senza dire niente.
C'è un'aria, un'aria, ma un'aria
che manca l'aria.
C'è un'aria, un'aria, ma un'aria
che manca l'aria.
Lasciateci aprire le finestre
lasciateci alle cose veramente nostre
e fateci pregustare
l'insolita letizia
di stare per almeno dieci anni
senza una notizia.
E in quel grosso mercato
di opinioni concorrenti
puoi pescare un'idea
tra le tante stravaganti
e poi ci son gli interventi
e i tanti pareri alternativi
che ti saltano addosso come le marche
dei preservativi.
C'è un'aria, un'aria, ma un'aria.
E c'è un gusto morboso
nel mestiere di informare
uno sfoggio di pensieri
senza mai l'ombra di un dolore
e le miserie umane
raccontate come film gialli
sono tragedie oscene
che soddisfano la fame
di certi avidi sciacalli.
C'è un'aria, un'aria, ma un'aria
che manca l'aria.
C'è un'aria, un'aria, ma un'aria
che manca l'aria.
Lasciateci almeno l'ignoranza
che è molto meglio
della vostra idea di conoscenza
che quasi fatalmente
chi ama troppo l'informazione
oltre a non sapere niente
è anche più coglione.
I servizi aggiornati testimoniano gli eventi
con audaci filmati
e inquadrature emozionanti
di persone malate
che non possono guarire
di bambini denutriti
così ben fotografati
messi in posa per morire.
C'è un'aria, un'aria, ma un'aria.
Sarà che siete in preda
di uno strano meccanismo
intervenire se conviene forse
è una regola del giornalismo
e quando c'è una guerra
allora aumenta la richiesta
non aspettavate altro
vi sbizzarrite coi talk-show
per voi diventa una festa.
C'è un'aria, un'aria, ma un'aria
che manca l'aria.
C'è un'aria, un'aria, ma un'aria
che manca l'aria.
Lasciatemi col gusto dell'assenza
lasciatemi da solo con la mia esistenza
che se mi raccontate
la mia vita di ogni giorno
finisce che non credo neanche
a ciò che ho intorno.
Ma la televisione che ti culla
dolcemente
presa a piccole dosi
direi che è quasi un tranquillante
la si dovrebbe trattare in tutte le famiglie
con lo stesso rispetto che è giusto avere
per una lavastoviglie.
C'è un'aria, un'aria, ma un'aria.
E leggendo i giornali
con un minimo di ironia
li dovremmo sfogliare
come romanzi di fantasia
che poi il giorno dopo
o anche il giorno stesso
vanno molto bene
per accendere il fuoco
o per andare al cesso.
C'è un'aria, un'aria, ma un'aria
c'è un'aria, un'aria, ma un'aria
c'è un'aria, un'aria, ma un'aria
che manca, che manca, che manca
l'aria.