GLI STATI UNITI DI FRONTE ALLA NUOVA GEOGRAFIA POLITICA DEL SUBCONTINENTE
Un secondo «Asse del male», nel cortile di casa
Washington sospetta una pericolosa alleanza tra Chávez, Lula e Castro
NELLA geografia delle semplificazioni - che pare essere la scelta obbligata d'una politica fatta ormai col pauperismo linguistico, e logico, della comunicazione televisiva - il lancio di un «Asse del Male» ha acchiappato subito l'immaginario dei popoli della teleplatea universale. Che poi dietro gli Stati schierati lungo quell'Asse la connotazione ideologica del maleficio segni direttamente la storia d'uno soltanto di loro (la Corea del Nord) mentre per gli altri (Iraq e Iran, ora) la puzza del petrolio rende meno fantasiosi interessi di ben altra consistenza materiale, tutto questo traspare poco: l'etichetta fa premio sulla natura del prodotto, e ne spinge la vendita sul banco delle nostre fragili emozioni di «consumatori». Le celebrazioni conviviali che, l'altro ieri, hanno fatto sedere allo stesso tavolo del Lula neopresidente brasiliano due pericolosi agenti del male quali Castro e Chávez erano un'occasione troppo ghiotta per non sollecitare all'interno dell'amministrazione Bush la tentazione di far nascere un Asse del Male n° 2, mettendo assieme in un pasticio di confusa telepromozione politica storie, aspirazioni, programmi, le cui similitudini non dovrebbero invece far ignorare - pena un'anacronistica ricaduta d'ossessione tardocomunista - le diversità d'impianto e di progettualità dei tre presidenti, e dei loro Paesi. E Chávez, che in questo momento è dei tre il più traballante, non ha tardato a cogliere al volo l'occasione che gli veniva offerta per guadagnarsi una credibilità e un'autorevolezza ormai latitanti, rilanciando con evidente soddifazione la nascita di un «Asse del Bene», aprrossimativo specularmente a quello inventato negli ambienti di Washington. Ma il rischio è che, con questa rozza geografia politica, si finiscano per imbastardire le forme della conoscenza, schiacciando dentro omogenietà forzate, e insensate, le diversità che sono invece il contenuto reale delle identità su cui costruire i processi di analisi e d'intervento. Ora, anche se Lula e Chávez l'altra mattina hanno mangiato, entrambi, uova e pancetta scambiando frasi di convenienza in un portuñol che è ormai diventato la koiné del Sud dell'America Latina, pare davvero degno delle memorie dell'egregio senatore McCarthy far diventare una cospirazione comunista il generico impegno d'un appoggio petrolifero di Brasilia alla scassata società venezuelana degli idrocarburi. Dopo un mese di sciopero generale, il Venezuela, quinto esportatore mondiale di petrolio e quarto fornitore degli Usa (ai quali vende il 15% del loro fabbisogno energetico), si trova certamente dentro una spirale letale, che potrebbe anche portare all'esplosione di quella guerra civile che finora soltanto la latitanza americana aveva impedito di scatenarsi nelle strade di Caracas. Vendere sul mercato dei messaggi politici l'immagine di un Asse del Male n° 2 è una strategia assai pericolosa, perché rischia di accendere quella miccia già quasi in fiamme (anche perché quando, in primavera, a Caracas ci fu davvero un golpe, la precipitosa legittimazione del Dipartimento di Stato ai putschisti mise in forte imabarazzo l'Organizzazione degli Stati americani e fece pensare a molti la riapparizione del fantasma di Monroe). Sotto lo stesso profilo, non è sfuggito agli ooservatori di cose latinoamericane che l'altro ieri, all'intronazione di Lula, gli Usa avevano scelto un profilo basso, lasciando a casa Cheney e Powell e mandando a Brasilia un funzionario che è lo specialista di Sud America nell'amministrazione Bush, ma ha comunque un ruolo politico e diplomatico non di primo piano.
Mentre Chávez tenta di mettere a contratto tecnici petroliferi algerini (e in Usa il barile di petrolio sale a 32 dollari e la benzina aumenta di 17 cents per gallone), la notizia che Lula ha bloccato l'acquisto d'una decina di aerei militari, destinandone i 760 milioni di dollari a politiche di sostegno sociale, porta direttamente allo showdown la capacità di gestione di Washington: la costruzione di un Asse del Male n° 2 procurerebbe al Brasile seri danni d'immagine, e intaserebbe quel flusso di capitali stranieri (con Cardoso sono stati ben 150 miliardi di dollari) sulla cui continuità si regge gran parte del progetto riformista di Lula. E se poi si aggiungesse un golpe venezuelano verosimilmente appoggiato «da lontano» da Bush, allora davvero le valutazioni dell'unilateralismo americano diventerebbero - guerra all'Iraq compresa - la chiave principale di lettura d'un autentico progetto di nuovo ordine mondiale.




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