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Discussione: Commedia Buffa

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    Predefinito Commedia Buffa

    La storia di Emilio e i contatti con le ambasciate arabe
    Adel Smith, dalla conversione alla setta dei nazi-islamici
    di Dimitri Buffa

    Per Emilio Smith, in arte Adel, il quarto d'ora di celebrità che lo trasforma in personaggio famoso da famigerato quale era stato fino a quel momento avviene il 7 novembre 2001: Bruno Vespa lo invita a Porta a porta, presunto salotto della politica italiana, anzi terza camera del parlamento come suggeriscono sia gli adulatori sia i detrattori. Smith davanti a milioni di italiani definisce il crocifisso presente nei luoghi pubblici «un cadaverino». Da quel momento tutti i Vespa in sedicesimo cominciano a contenderselo per comparsate di sicuro effetto in talk show più o meno improbabili. In tv nazionali o locali. E' ancora enorme l'impressione per l'attentato alle Torri gemelle e uno che le spara grosse in tv fa sempre colpo. Meglio di uno strip tease. E lui non si fa pregare. E ripete il numero del cadaverino una moltitudine di volte. Due giorni dopo, il 9 novembre, si presenta con un furgoncino davanti alla Moschea di Roma di venerdì il giorno di preghiera. Crede di avere fatto colpo con la comparsata da Vespa e comincia a fare propaganda integralista di fronte alla Moschea. Viene cacciato in malo modo, come riportano alcuni lanci di agenzia di quel giorno. E si capisce anche il perché: la Moschea di Roma esprime l'Islam istituzionale, quello pagato dall'Arabia Saudita. E lì i fondamentalisti che vengono finanziati non sono gli esibizionisti ma quelli che sanno tramare nell'ombra. Come i Fratelli musulmani dell'Ucoii di Badha Grewati. Negli ambienti dei musulmani italiani la parabola esistenziale di Adel Smith e del suo “partito islamico”, altrove chiamato “unione musulmani d'Italia” ( che i maligni dicono essere formato da 1 presidente, 1 segretario e 1 aderente, cioè la guardia del corpo, tale Zucchi, con passato nella sinistra extra parlamentare filo terroristica di sinistra) è bene conosciuta da anni. Adel Smith nasce in Egitto da padre scozzese, la cui famiglia viveva da tempo in Italia, e da Mona, una contadina egiziana della provincia di Alessandria. Il padre di Smith, di professione architetto, conosce a Roma colleghi che lavorano per il re Farouk, e costoro lo fanno assumere come progettista ed arredatore di palazzi reali e governativi. Si trasferisce in Egitto e dopo anni di convivenza, quando rimane incinta sposa una donna di oltre vent'anni più giovane di lui. Per farlo legalmente si converte all'Islam e assume il nome di Muhammad al-Mahdi. Fa però battezzare Smith e poi una seconda figlia, e li educa in una scuola italiana di Alessandria d'Egitto. Non registra però l'avvenuto matrimonio in Italia, paese di cui è cittadino, e chiama Adel “Emilio”. Farouk è però spodestato da Nasser, il quale chiude poco dopo con l'Occidente per avvicinarsi all'Unione Sovietica. Gli occidentali vengono cacciati, specie quelli legati al vecchio regime. Il padre di Adel torna in Italia con moglie e figli, e vi muore. Smith è ancora un bambino. Da ex privilegiato, si ritrova immigrato percorrendo la nota strada che porta dalle stelle alle stalle. Smith riesce a farsi mantenere come factotum da alcuni amici arabi e, essendo a differenza di loro, sia arabo che italiano di madrelingua, può aiutarli nei commerci, nella traduzione di documenti, e anche nell'entrare in contatto con donne italiane interessate al matrimonio con egiziani. Sposa anche lui un'italiana, ma l'abbandona durante il viaggio di nozze in Spagna, per instaurare una relazione con una marocchina. Nel frattempo uno dei suoi amici più stretti Atef Mohammed, fa il colpo grosso: si fa assumere come impiegato in una agenzia di viaggi nei pressi di S. Giovanni, quindi si fidanza con la proprietaria e la sposa. Appena due anni dopo, la donna muore in un incidente aereo, trasformando un immigrato alessandrino in un imprenditore che crea convenzioni con l'ambasciata per i viaggi in Egitto, e poi si accorda con la Rabitah saudita, diventando il referente ufficiale per il pacchetto “pellegrinaggi a Mecca” da Roma. Ovviamente Smith, che lo aveva aiutato all'inizio, viene ora mantenuto da Atef. Smith è in quel periodo un personaggio sempre molto irascibile, tende a litigare con tutti anche per sciocchezze, ma non ha ancora sviluppato interessi per la religione. Il primo problema nasce con un altro egiziano amico di Smith e Atef, sposatosi con una tunisina. Mentre l'egiziano fa il camionista, e quindi è spesso assente da Roma, la moglie tunisina inizia a ricevere visite dei Testimoni di Geova, poi si converte . L'egiziano, che parla male l'italiano, chiama Adel in aiuto. Ciò fa nascere in lui un odio mortale per i Testimoni di Geova. Sempre finanziato da Atef, inizia a studiare manuali americani (prodotti dalle chiese evangeliche tradizionali) su “come rispondere ai Testimoni di Geova usando la Bibbia”. Il suo amico Atef non è certo un integralista, ma ormai è nel giro delle ambasciate e organizza i pellegrinaggi assieme alla compagnia aerea saudita. Frequenta quindi la sede provvisoria della Moschea di Roma in Via Bertoloni (il complesso di Monte Antenne era ancora in costruzione) e vi porta anche Smith, che diviene intimo dell'allora Imam Ismail Nur el-Din, anch'egli egiziano, offrendosi di fargli gratuitamente da interprete. Frequentando la moschea scopre le videocassette di Ahmed Deedat, un predicatore islamico sudafricano che per primo ha copiato il metodo delle “telechiese” americane, e che è diventato molto popolare per alcuni libretti di propaganda . Smith sogna allora di fare anche lui “dibattiti col clero sulle contraddizioni della Bibbia”, e inizia a contattare le varie ambasciate arabe sperando di ricevere fondi per i dibattiti ed i libri, ma agli ambasciatori tutto interessa fuorché mettersi in urto col Vaticano prima ancora della inaugurazione della Grande Moschea di Roma. Gli unici finanziatori che trova sono Salim Dawiullah, un “uomo d'affari esperto in petrolio” legato all'ambasciata libica, che però dopo un po' lo scarica considerando “uno che non sta bene” e “troppo fanatico”, e Nagib Billami, un algerino seguace di Abdul Majid Zindani, un capo dei fratelli musulmani che aveva clamorosamente rotto coi sauditi e si era schierato al fianco di Saddam Hussein . All'epoca però Billami è molto inviso all'Ucoii, sia perché considerato seguace di un “traditore della fratellanza” (poi è rientrato nei ranghi, e diventato parlamentare nello Yemen), sia perché aveva aperto un piccolo ufficio a Castiglion Fibocchi e lo aveva chiamato “Associazione Islamica della Toscana” auto attribuendosi il titolo di “Imam della Toscana”. Dopo che ha rotto con Smith, Billami è diventato un dirigente di Hamas algerina, e per anni è stato membro del direttivo Ucoii. Con i pochi finanziamenti che riceve da Atef, da Dawiullah e da Billami, Smith all'epoca affitta delle sale per conferenze. Invita ignari ecclesiastici, dicendo loro di essere un laico che vuole discutere con un biblista sul tema “La Bibbia è parola di Dio o parola dell'uomo?”. In un caso affitta persino una sala in Vaticano. Nel 1990 Smith riesce a discutere pubblicamente col francescano padre Giulio Basetti-Sani (il teologo secondo cui “il Corano è una preparazione dei musulmani all'accettazione del cristianesimo”), col famoso biblista cappuccino padre Ortensio Da Spinetoli, e persino con il gesuita padre Thomas Michel, allora responsabile del Office for Islam della S. Sede (Pontificio Consiglio per il Dialogo Inter-religioso). Insomma, siamo all'estate del 1991e Smith ha alfine ottenuto quel che voleva , riuscendo a trascinare in un dibattito persino il rappresentante ufficiale del Vaticano. Potrebbe riposarsi, ma nel frattempo ha problemi in Italia per via della ex-moglie. Dice ai suoi protettori di “voler andare in vacanza al mare assieme alla nuova moglie”, e chiede i soldi per noleggiare un camper per un mese. Billami e Dawillah pagano. Poi all'ultimo momento dice di essersi accorto “di non aver fatto la revisione della patente”, e chiede a Billami la cortesia di firmare a suo nome il noleggio. Preso il camper, si dirige verso il confine yugoslavo, poi va in Bosnia. Di quel camper non se ne saprà più nulla con grande scorno del sedicente imam della Toscana. Nei Balcani Smith fa dei soldi. Come rimane un mistero. Fatto sta che acquista, sempre a Durazzo, la tipografia editoriale La Luce, quella che ancor oggi pubblica i suoi deliranti libri . Quasi nessuno si fida di lui, eccetto l'ex braccio destro di Freda, il professor Claudio Mutti di Parma, principale ideologo del neonazismo italiano contemporaneo. Che nel 1979 diventa subito filo-khomeinista e si converte all'Islam. Ma gli Iraniani non gli danno spazio proprio in quanto allora cercavano contatti soprattutto con la sinistra extraparlamentare. Deluso dall'Iran, Mutti incontra lo scozzese Ian Dallas, un ex-attore comico che ha fondato i Murabitun, un'organizzazione per “soli europei” che ha una terminologia islamica ma la cui dottrina è fondamentalemente neonazista. Ora a partire dall'inizio degli anni ottanta, l'ex fondatore dei nazimaoisti Mutti diventa il responsabile per l'Italia della setta dei nazi-islamici Murabitun, e scrive il manifesto del gruppo, intitolato appunto “Islam e Nazismo”. Quando Smith torna in Italia dalla ex Yugoslavia, Mutti praticamente decide di utilizzarlo come stampatore per tutta la sua rete: decine e decine di ristampe anastatiche in più lingue, per esempio di testi nazisti (teoricamente ancora illegali in Austria e Germania, eccetto che nei negozi d'antiquariato), libri ancora richiesti sul mercato ma esauriti dagli editori, testi di case editrici scomparse, e poi tutte le fanzine e rivistine dell'estrema destra antisemita, italiane, francesi, tedesche, olandesi, inglesi, ma anche russe. Smith stampa tutto per Mutti, e Mutti fa in modo che l'ex responsabile dei Murabitun per Roma, Massimo Zucchi, divenga il discepolo di Smith, addirittura si licenzi dal lavoro di materassaio, e porti in giro per tutta Italia Smith a distribuire libri, a litigare ai convegni dell'Ucoii, a fare comizi. L'anno scorso quando Smith scrisse il pamphlet “L'Islam punisce Oriana Fallaci”, sarà proprio Zucchi a distribuirlo libreria per libreria. Nel 2000 Smith è invece a Roma, scrive al Papa di convertirsi all'Islam perché è vecchio e rischia di andare all'inferno. Poi d'improvviso, la geniale trovata: Smith, Zucchi e la moglie italiana di un marocchino amico di Smith (a questo si riduce tutta l'organizzazione, come del resto si è visto benissimo nella recente rissa televisiva) decidono di fondare “l'Unione Musulmani d'Italia”, detta anche “Partito islamico”. Sempre questi tre prendono una stanza d'albergo a Milano e mandano un fax ai giornali: «Siamo oltre cinquemila, ci presenteremo alle elezioni». Subito in prima pagina su Il Giornale, poi da Vespa. Da quel momento in poi è diventato una celebrità.
    mailto:dimitribuffa@libero.it
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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  2. #2
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    oramai
    quando leggo la Padania
    ho le vertigini
    tra Buffa e Bottarelli...
    è questa la strategia di Moncalvo!
    soddisfare tutti
    tranne che i padanisti.......

  3. #3
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    Talking da la Padania del 7 Gennaio.....

    CHI E' L'EDITORE DI "CONTRO IL TRICOLORE" ????????????
    ---------------------------------------------------------------------------
    Camaleonti, gattopardi e massoni
    Le ipocrisie sul tricolore
    di Aldo Fumagalli - Sindaco di Varese

    Il 2003 nasce benedetto dal verde, bianco e rosso. Non è qualche buon vino con cui abbiamo accompagnato il nostro cenone di Capodanno, ma è soltanto l'ennesimo invito del presidente della Repubblica all'unità ed alla coesione nazionale. Perchè Carlo Azeglio Ciampi ce l'ha ricordato ancora una volta davanti alle tv, queste sì a reti unificate, per il suo discorso di fine anno alla Nazione. Questa volta, però, il capo dello Stato si è spinto oltre, chiedendo di celebrare il 7 gennaio come festa del Tricolore. L'aveva anticipato, solo pochi giorni prima, il governatore del Lazio, Francesco Storace, durante le feste natalizie, aveva annunciato una proposta di legge per istituire una giornata da dedicare ai valori nazionali. Storie nuove e già vecchie. Chi non ricorda infatti Pietro Giorgio Davì, il sindaco di Valdobbiadene, in provincia di Treviso. Il primo cittadino di Alleanza Nazionale, seguendo l'invito di Ciampi, all'inizio del 2002, regalò un Tricolore a ogni neonato perchè "bisogna sviluppare il patriottismo fin dalla nascita". O ancora il vicesindaco di Milano, Riccardo De Corato, che, in un prodigioso risveglio di amore patriottico, disse: "Dai, bandiere a tutti. Facciamo come a Parigi".
    Anche la sinistra, negli ultimi tempi, ha riscoperto l’orgoglio di essere italiano e ora si culla nelle onde del sacro furore patrio, rapita da un amore sconfinato per il suolo natio e i colori della Nazione. Antonella Spaggiari, sindaco diessino di Reggio Emilia, patria del Tricolore, bacia l’iniziativa unitaria di Storace. Un bel salto mortale carpiato da parte di chi, come la sinistra, ha sempre tifato per Mosca e si vergognava a scrivere Nazione (meglio Paese, è più laico e progressista) e considerava l’orgoglio nazionale una paccottiglia indigesta, degna di nostalgici e vecchi tromboni. Ma si sa, il tempo passa, gli atteggiamenti cambiano, gli amori si rinnovano. Guai a chi non cambia idea. E così l’Unità pubblica un’intera pagina bordata di verde, bianco e rosso per annunciare il libro-gadget con la Costituzione italiana. Repubblica - raro esempio di antinazionalismo snob - per la festa del 2 Giugno regalò ai suoi lettori il cd con l’Inno di Mameli. Con un battage pubblicitario degno di una crociata, il laicissimo foglio di piazza Indipendenza si affida all’orchestra e al Coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia per una versione inedita dell’inno nazionale. Dall’Internazionale all’inno di Mameli. L’Italia s’è desta? Per fortuna certe iniziative editoriali lasciano il tempo che trovano. Chi a questa “paccottiglia” ci ha sempre creduto, a costo di apparire fuori moda, non può che gioire. Chi invece è convinto che il futuro si costruisca sulle profonde radici dei popoli, inorridisce davanti alla consegna agli studenti della scuola dell’obbligo del Tricolore e del testo dell’inno di Mameli. L’identità nazionale non si costruisce con l’alzabandiera prima della campanella. Sono convinto invece che non solo l’Italia ma anche l’Europa, per scrivere anche solo un piccolo pezzo della propria storia, dovrà fare leva sulle identità popolari. Risparmiateci dunque la morale del Tricolore quale modello di unità e coesione. Risparmiateci la favoletta della bandiera nazionale rispolverata, con tanto di entusiasmo studentesco, dal capo dello Stato, e quindi benedetta da Storace e dal sindaco di Reggio Emilia, città che si fregia del titolo di “Città del Tricolore”.
    E proprio sulla vicenda di questo paese emiliano, bisognerebbe sapere che il reggiano Luca Tadolini scrisse un libro. S’intitolava “Contro il Tricolore”, e venne pubblicato da una casa editrice di Parma, le Edizioni all’insegna del Veltro, perché il povero patriota reggiano non aveva trovato nessuno disposto a pubblicarglielo nella sua città. Lo studioso rivisita le vicende di cui la città fu teatro alla fine del secolo XVIII, quando il Congresso della Repubblica Cispadana proclamò a Reggio bandiera ufficiale il Tricolore modellato su quello francese. Tadolini mette in luce l’ostilità con cui le popolazioni accolsero l’instaurazione del potere giacobino. I contadini del territorio di Reggio chiedevano l’abolizione di quella nuova legislazione che, introducendo una logica speculativa nella conduzione dell’agricoltura, li aveva ridotti in miseria e aveva arricchito la nuova borghesia illuminata. Si voleva il ritorno al vecchio ordine, quando il mondo agricolo non era servo del profitto. Le insorgenze popolari contro i giacobini e contro le armate napoleoniche vengono raccontate come una resistenza naturale e spontanea alla modernità, la quale cominciava a proclamare quel “progetto ideologico” che mira a realizzare una umanità senza radici, il cui unico punto di riferimento è la mitologia del progresso. Qui sta il valore del libro: riproporre la validità di una “difesa delle radici” che due secoli fa vide combattere a colpi di forcone le plebi contadine e che oggi richiede la mobilitazione di quelle stesse energie. Perché oggi c’è lo stesso Tricolore. Ma, soprattutto, di fronte c’è lo stesso popolo che chiede libertà. A questo si aggiunge il fatto che festeggiare la bandiera italiana, allo stesso tempo dono della Massoneria e della Rivoluzione francese, e con cui oggi si infiocchettano anche i sindaci, ci costa sempre svariati miliardi di vecchie lire. Nessuno ha più bisogno di ricchi festeggiamenti e di cerimonie grondanti ipocrisia e retorica per ricordarci da dove veniamo. La libertà, la storia è scolpita sulle pietre delle nostre montagne e nel cuore della nostra gente. Se invece qualcuno crede di imporre il Tricolore come dimensione interiore ai popoli allora vuol dire che lo Stato si sovrappone a questi ultimi, con il rischio fondato di distruggerli. Ma caro Ciampi, Storace, De Corato e Spaggiari è proprio così difficile parlare di unità nella diversità.

  4. #4
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    Originally posted by carbonass
    oramai
    quando leggo la Padania
    ho le vertigini
    tra Buffa e Bottarelli...
    è questa la strategia di Moncalvo!
    soddisfare tutti
    tranne che i padanisti.......
    A quale titolo un massone come Buffa scrive su La Padania?
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  5. #5
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    scusa
    ..se usiamo Berlusconi
    non possiamo usare anche Buffa?........

  6. #6
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    E l'articolo di ieri lo avete letto: " Sembra di essere tornati agli anni '30"....ahahahahahahhaha Buffa sei proprio buffo!!!

    Il rapporto del World Jewish Congress registra episodi crescenti
    di intolleranza verso gli ebrei. Colpa della propaganda araba
    ANTISEMITISMO, SIAMO TORNATI AGLI ANNI ’30
    di Dimitri Buffa

    Un 2002 all'insegna della ripresa dell'antisemitismo in Europa e nel mondo occidentale. Se non erano bastate le sinagoghe bruciate in Francia e Germania e gli attentati kamikaze in medio Oriente ci hanno pensato con le loro dichiarazioni i docenti filo arabi in università e licei francesi, inglesi e americani insieme a uomini politici di sinistra e a pacifisti a senso unico di marca no global a fare il resto. Guidando l'assalto propagandistico anti israeliano più infame che la storia ricordi dagli anni '30 in poi della cosiddetta intellighentsja.
    Mentre dai siti internet favorevoli ai palestinesi si leggeva di tutto: dall’invito a boicottare i prodotti israeliani alle teorie giustificazioniste sulle azioni degli "shaid" palestinesi. Un anno che, secondo il World Jewish Congress, ha riportato indietro l'Europa e l'America agli anni '30, quando il solo fatto di essere ebreo faceva sentire in colpa i giovani studenti universitari e braccati tutti gli altri. E adesso, con il 2003 alle porte, la più grande organizzazione sionista mondiale corre ai ripari organizzando viaggi in Israele, seminari universitari e siti internet per contrastare le balle della propaganda filo araba.
    IL NEMICO IN CASA

    Gli episodi più sconcertanti sono quelli avvenuti lo scorso anni nelle università inglesi e americane, ben infiltrate di elementi filo arabi o meglio filo fondamentalisti. il nemico ormai è in casa.
    A marzo un giovane ebreo studente della Duke University in North Carolina progettò di partecipare a una marcia che denunciava la perdita di vite umane in Medio Oriente. Quale la sua sorpresa quando si accorse che tutti i partecipanti che lo circondavano scagliavano slogan contro Israele e gli ebrei. E che dire di quando lo scorso giugno gli studenti ebrei della San Francisco State University furono fisicamente attaccati dopo aver protestato a seguito di una manifestazione "Pace in Medio Oriente". Furono pestati per essersi opposti a slogan tipo "Hitler non ha finito il lavoro" e "Tornatevene in Russia". Alla fine gli studenti ebrei dovettero essere messi in salvo e scortati dalla polizia di San Francisco. In Inghilterra, sempre nel 2002, i sentimenti anti-israeliani alle università di Manchester e York hanno avuto come effetto, secondo un leader studentesco, «la persecuzione e vittimizzazione degli studenti ebrei nel campus». A Montreal, questo settembre, gli studenti della Concordia University hanno bruciato le bandiere israeliane e paragonato il Magen David alla svastica. A Detroit, sempre lo scorso autunno, quelli dell' unione degli studenti della Wayne State University, hanno tappezzato il compus di poster su cui era scritto che "gli israeliani sono assassini di innocenti" e che "le tasse USA per massacrare i palestinesi devono cessare". E che dire della stupefacente decisione del Colorado College che aveva invitato la portavoce di Arafat, Hanan Ashrawi, come speaker ufficiale della giornata di commemorazione dell'11 settembre. Solo dopo pubbliche critiche il college è stato costretto ad affiancarle il professor Daniel Pipes come contro-relatore.

    Non si contano poi le mostre itineranti a favore della Palestina, sul tipo di quella promossa da Medici senza frontiere a Roma e in mezza Italia nelle librerie Mondadori. In America in una di queste, gli studenti arabi hanno sistemato un finto blocco stradale all'ingresso di molti edifici. Alla University della California a Berkeley, un dipartimento del corso d'inglese intitolato "La politica e la poetica della resistenza palestinese" ha invitato un mese orsono gli studenti a discutere "la brutale occupazione militare israeliana della Palestina occupata sin dal 1948" e ha ammonito dal seguire i corsi nella classe quegli studenti che "pensatori conservatori, sono incoraggiati a cercare altre sezioni".
    Nel Regno Unito la situazione se possibile è anche peggiore: due accademici israeliani sono stati recentemente rimossi dal posto di editorialisti da due giornali di facoltà, The Translator e Translation Studies Abstracts. La proprietaria dei giornali, Mona Baker, ha spiegato di non aver nulla di personale contro gli israeliani, ma di "deplorare lo Stato d'Israele". Nell'aprile del 2002, 120 accademici universitari di 13 Paesi europei, in primis gli italiani, hanno fatto appello per il boicottaggio d'Israele, compresa la ricerca e gli accordi culturali. Alcuni hanno preso il boicottaggio molto sul serio. Ad esempio quando a maggio il Goldeyne Savad Institute di Gerusalemme ha richiesto un campione di clone DNA alla Norwegian Veterinary School con la quale era in corso una cooperazione di routine tra ricercatori, i ricercatori israeliani sono rimasti sorpresi nel ricevere un diniego. Su quale base? La professoressa Ingrid Harbitz ha spiegato a Oslo che l'attività israeliana nella West Bank rendeva "impossibile per me consegnare qualunque genere di materiale a una università israelitica ".

    ANNO NUOVO VITA NUOVA

    La sfida si sposta nell'anno futuro e per non compiere gli errori di sottovalutazione del passato "The Foundation for Jewish Campus Life", la più grande organizzazione ebraica studentesca negli Stati Uniti, si è unita con altri gruppi per l'addestramento alla difesa d'Israele degli studenti ebrei . La "World Union of Jewish Students" ha anche realizzato un manuale sulla difesa d'Israele, e lavora a stretto contatto con gli studenti ebrei delle università da Parigi a Sydney . Molte comunità ebraiche locali hanno approfondito i propri legami con i leader studenteschi dell'area e lavorano strettamente su una strategia che sia allo stesso tempo puntuale e abbastanza attraente da interessare studenti di college. E all'inizio dell'anno, la "Jewish Students Organization" della Germania, che si occupa anche degli ultimi immigrati dall'ex-Unione Sovietica in Israele, ha organizzato una conferenza sull'educazione degli studenti ebrei sul Medio Oriente.
    Basterà tutto ciò a contrastare decenni di mistificazione anti israeliana?

    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

 

 

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