Girando per il web ho trovato questo libro, edito da Stampa Alternativa, in versione e-book.
Veramente bello e particolare perchè scritto col linguaggio contadino.
Lo posto interamente, spero vi piaccia.


Girando per il web ho trovato questo libro, edito da Stampa Alternativa, in versione e-book.
Veramente bello e particolare perchè scritto col linguaggio contadino.
Lo posto interamente, spero vi piaccia.


Luciana Bellini
C’è una volta LA MAREMMA
---INDICE---


Prefazione
C’è un vicolo a Scansano “che scende e che va”. È il “Vicolo dell’Addobbi”, un nome che sa di festa. E c’era una volta una cittina che c’è nata e cresciuta. Ma senza di lei il vicolo non è più lo stesso, ha messo il muso, s’è ingrigito, non echeggia più gli schiamazzi, le pedate, le sfide a tappini e le rime di giochi lontani: “Bianco rosso verde e giallo il color del pappagallo…
L’infanzia di Luciana Bellini - è lei quella cittina – è tutta nelle pagine di questo libro dove si muovono, sotto i suoi occhi di piccola e sensibile spettatrice, personaggi che assomigliano a maschere felliniane: nonna Diomira, Checco col somaro, Cecco del teatro, il cenciaiolo, la Berciona, “Oberdanne, ’l carraio”, donne con le vestaglie infarinate, con le scarpe, le calze, le sottane tutte nere. Nere pure le forcelle nei capelli. Nero nero anche “Gesù ’n croce” soffocato nel buio delle tasche durante le Processioni dove le Madonne erano due, una “ricca”, inanellata e un po’ “spinosa”, l’altra, l’“Addolorata”, più “boncitta”, mamma umana e dolcissima.
La scioltezza del dialetto esalta la descrizione, lucida e poetica, di persone e cose, azzera il tempo e ci riporta l’odore del vino, del pane, dello zucchero filato, della neve tinta da un goccio d’alchermes. Ogni pagina, da bianca e nera, si colora come il cielo riflesso nell’acqua della fonte: “E a me mi pareva di beve’ ’l cielo e ’nnicosa che dentro a quella pila c’entrava oltre all’azzurro, anche ’l bianco e ’l rosa de le nuvole”.
Sono anni che conosco Luciana, ma ricordo come fosse ieri il primo incontro in una redazioncina di provincia, buia e con l’odore d’inchiostro. La rivedo piccina e impacciata salire le scale con quel manoscritto ribelle sottobraccio, che aveva trovato il tempo di scrivere la sera, dopo il lavoro nei campi o tra le bestie, lei che non aveva studiato, che per trent’anni aveva fatto a tempo pieno moglie, mamma e contadina, con quel pallino mai confessato della scrittura. Era la prima volta che lo tirava fuori dal cassetto per farlo leggere a qualcuno e quasi se ne vergognava. Iniziai a sfogliarlo senza troppo interesse fino a restarne impigliata. Decisi di farle una sorpresa pubblicando l’inizio di quell’ “Infanzia a Scansano” - questo il titolo originale - sul mio mensile. Una mattina, giorno di mercato, Luciana piombò in redazione rossa di rabbia, sventolando la copia del giornale, lasciatole da uno dei tanti che l’avevano fermata in piazza per complimentarsi. Cominciai a conoscere da lì anche il suo caratterino e adesso che ci lega da anni una bella amicizia ci ridiamo su ogni volta che ci incontriamo.
Oggi Luciana ha più di cinquant’anni, ma il suo grande merito di donna e scrittrice è di essere rimasta “cittina” dentro.
Claudia Cencini


Avvertenza. Ho voluto scomporre il libro in capitoli a tema per facilitare la lettura, data anche la lunghezza del testo in dialetto, a partire da “Diomira”, il primo “pacchetto” di episodi dedicati alla figura della nonna materna, che introduce agli altri personaggi, ai giochi di bambina e agli eventi di paese. L’ultimo “blocco” è un misto di memorie, curiosità, emozioni che lasciano il segno e chiudono il cerchio di quel magico vicolo abitato da una piccola Alice nel suo paese delle meraviglie.
Per la comprensione di alcuni termini dialettali si rimanda al glossario.
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Mi ritorna in mente
Mi sono affacciata in cima al vicolo e, in un attimo, tutto s’è trasformato. Non c’erano più il silenzio e la solitudine degli ultimi anni, era tornato tutto come prima: la gente alle finestre e in strada, il vocìo dei ragazzi, le rondini sotto alla grondaia, il ragliare stanco dei somari, l’odore del pane appena cotto, l’afrore del mosto...
La vita, come per incanto, era tornata laggiù per quel vicolo mio. Era tutto lì, davanti a me.
Forse succede come quando c’è il temporale e va via la luce. Se per un po’ si resta al buio, quando la lampadina si riaccende, sembra tutto più chiaro, più luminoso, più… Più!
All’improvviso davanti a me s’è aperta una porta chiusa: tac! E io svelta svelta sono entrata dentro. Ma l’ho lasciato spalancato quell’uscio perché potessero entrare tutti, tutti quelli che da sempre sono stati laggiù pel Poggio e l’hanno amato come me quel vicolo che scende e va.
Luciana Bellini


Diomira
A volte, se la mi’ mamma diceva di sì, restavo a dormì da la mi’ nonna.
’n casa sua lei c’aveva l’arcova e io ’n quella stanza rinchiusa ci dormivo tanto volentieri. Mi garbava anche ’l letto co’ le palle di ferro e ’ riccioli neri e quel lavamano di ferro bianco co’ la catinella sotto. ’l canterano, l’armadio e ’l baùlle erano di là, ne la camera grande co’ la finestra e la tenda celeste che partiva dall’arco di muro che faceva da porta. “Nonna! Ma la tenda ’nna tirate?” Io e lei, lì dentro rintanate, si stava come polli cèchi che ’n quel letto a ’na piazza e mezzo ci si stava comode comode, anche se lei mi diceva che ’na volta o l’altra la facevo cascà dal letto.
Bene! Sisì, lassù ’n quella stanza senza usci e senza finestre mi sentivo più che sicura, e poi co’ la mi’ nonna al fianco ’n mi poteva portà via nessuno: né ’l lupomanaro, né l’orco e manco l’omo nero! E chi ci trovava lì dentro? Lesta lesta m’infilavo sott’a le coperte e la guardavo. Prima si guastava ’l ciuffo e una a una si sfilava le forcelle e via via le posava nel coccio di vetro ’n cima al lavamano. Quelle più lunghe d’osso marrone da ’na parte e quelle corte di ferro nero di là, poi si scioglieva ’l tricciolo da la coda di cavallo e restava co’ capelli sciolti... Madonnabona come l’aveva lunghi... gl’arrivavano fino a la vita; quand’erano arrotolati dentr’al ciuffo ’n gli si vedevano mica, erano anche più neri tutti allargati ’n quel modo e lei pareva parecchio più giovane. Si sfilava ’l vestito e restava ’n sottana: ’na sottana di peloncino a fiorellini rosa, senza maniche, ma da sotto gli si vedevano le maniche bianche de la camiciola.
“Girati,” mi diceva: “quante volte te lo devo dì che ’n si deve guardà la gente quando s’ignuda? Eppure lo sai che ’n voglio tu mi veda ’n culotte…” ma tanto io la guardavo lostesso. Le mutande larghe e lunghe gl’arrivavano fino a’ ginocchi e prima d’entrà dentr’al letto s’accoccolava e faceva la piscia: io la sentivo, vedé ’nna vedevo. Anch’io, prima, l’avevo fatta lì. ’l vaso da notte lo teneva dentr’al comodino, ma quando si colcàva lo lasciava sott’al letto che così era più comodo e di notte lo trovava anch’a tasto. “Attenzione! Occhio domattina quando scendi, badiamo d’un’abbucaltà l’orinale eh” si raccomandava.
Anch’a letto io ’n potevo stà ferma e attaccavo subito a rifrugammi. Alzavo le gambe e l’ abbassavo e poi pigliavo la peretta de la luce e la facevo dondolà. “Ora ’n principiamo a sbuchettà eh, che se si ghiaccia ’l letto doppo sì che ’n ci si scalda più… ma ’nno senti che ventaccio? Madonnadiddio dall’uscio viene ’no spiffero che pare d’esse all’Olmi…”, ma io stavo calda come ’n picchio, che la mi’ nonna ’l prete a letto ce lo metteva presto e sicché... “O nonna, ma voi la bottiglia coll’acqua calda ’n vi ce la mettete mai a’ piedi? La mi’ mamma ’nvece sì, lei piena quella marrone col tappo smeriglio che c’è scritto Birra Italia Milano.”
“Mi’ coglioni! O cara, qui un di due, o ’l foco o la bottiglia, ch’a da’ retta all’esigenze… Ovvìa su che si dice l’orazioni: Padre Figliolo e Spirito Santo, ma sègnati co’ la man dritta però, e no co’ la mancina.
A letto a letto me ne vò, l’anima mia a Dio la dò, la dò a Dio e a San Giovanni che ’l nemico non m’inganni,che paura non avessi né di giorno né di nottemanc’al punto de la morte. Né di giorno né di dì,manco al punto di morì… che fai dormi? Ha’ già legato ’ bovi?…”“Nonò, dico le preghiere...”“Ah, mi credevo… Anima bella piena di sapienza volgi lo sguardo a la faccia di Dio,io guardo Te con la tua gran potenzastammi d’appresso non mi abbandonareciò che non caschi ’n peccato mortale.Requiemetérna dòna ei sdòmine…”
Acciderb’a lei, con tutte quelle preghiere che parlavano di morti a me mi faceva ’na gran paura... Ero tanto contenta prima, ma quand’attaccava ’nne smetteva mica più, almeno s’avesse lasciato la luce accesa… ma così… E io m’accostavo più che potevo, le mi’ gambe appiccicate a le sua, le mi’ mani sott’a su’ bracci e ’l su’ respiro addoss’al mio, stavo lì chiòtta chiòtta…
“e lusperpètua a lo sciadéi requiéscantinpace ammene.Diesìlla diesìlle…Agnusdebitòrispeccatamundi misererenòbis, agnusdebitòrispeccatamundi esaudinosdòmine… domani comincia l’Ottavario... Bonanotte cirilla! Eh, beata gioventù! ’nvece a me pe’ addormìmmi mi ci vole l’organisanti, è facile che pe’ le prime du’ o tre ore sarnachi ’ncò, ma poi, aaaaauu…aaaaaauuu” borbottava mentre sbadigliava.’nsonnolita ero ’nsonnolita, ma però mica dormivo… la sentivo che mi tastava pe’ vedé che ’n mi fossi scoperta e ’ntanto ragionava tra sé: “Speriamo via, speriamo ch’almeno stanotte… io mi contenterei d’arrivà a le cinque, ch’a quest’età pretende di fà tutta ’na tirata… Oramai ho preso ’sto vizio cheqquì, fò ’n sonnellino ’n prima serata e poi conto tutte l’ore, aaaauuu...”E io facevo la nècia: ferma, zitta, ch’avevo ’na gran paura riattaccasse coll’orazioni...
La mi’ nonna s’era affacciata a la finestra e chiaccherava con Tonina: una di qua e una di là, quasi si toccavano, che ’l vicolo, ’n quel punto lì, era più appiccicato che mai.
Tonina si consigliava pe’ via d’un lavoretto che gni tornava: “Ma lo sapete Diomira che oggi mi sò ’ntestardita e ’n c’è più bene d’andà avanti? Questa è ’na cosa che ’n sarebbe da raccontassi manco a veglia pe’ ’n passà da sciorne, ma, se ’nno dico a voi che per me sete come la mi’ mamma, a chi lo devo dì? Ci credete che sò du’ ore che rigiro ’sta camicia tra le mani? L’ho guasi finita, mi c’è rimasto giusto d’attaccagli le maniche ma, o voi , ’n c’è cristi di trovagli ’l verso; oramai si vede che mi sò ’ncaponita e ’n mi ci raccapezzo mica più! Ci scendereste giù a dammici ’n occhio?...”
E la mi’ nonna col su’ sorrisino a coglionella gli diceva pronta: “O locca costì, ’n c’è bisogno che venga io, e te lo dico anche da qui. Ma mica te la devi piglià, e manco ci devi pensà d’esse sciorna: cotesta è la gioventù!! Troppe ne devi cucì di camicie prima d’impratichitti; ricordatelo sempre bella, che maestri ’n si nasce! Dà retta a ’na vecchia come me; tièllo sempr’a mente e quando ti trovi ’n quest’impiccio, ricordati di quella storiella de la socera e de la nora. Ora te la piglio corta che devo andà a mette la pappa al foco e te hai furia di finì la camicia al tu’ marito. ’nsomma, la socera e la nora, quel giorno avevano questionato, e a la nora, ch’era giovane come te, anch’a lei perquanto gni riusciva di trovagli ’l verso a quelle maniche: gira di qua gira di là, era mezza giornata che rigirava quella camicia tra le mani. La vecchia se n’era accorta, ma però ’n sapeva come fà a diglielo, che te l’ho detto, ’n si musicavano. Quel giorno pellappunto avevano leticato di brutto e sicché, zitte tutt’e due, mute: acqua ’n bocca! A ’n certo punto però, la socera fece finta d’andà fòri a governà le galline e disse forte: Sciò sciò galline a letto, manica da dritto e camicia da rovescio.
Ha’ capito ora come si fàa? Manica da dritto e camicia da rovescio: provaci e vedrai che le maniche ti vanno a posto da sole.”
“Che locca che sò Diomira! Che sciorna!!”
“Nòe, te l’ho già detto: cotesta n’è sciornìzia! Aspetta aspetta, e vedrai che quand’avrai quant’e me, le camice le cuci anch’a tasto; tu sapessi quant’arrosti ho fatto... Cara, cotesto si chiama praticantato. Ovvìa su, ora fammi andà a fà ’n boccone di cena: voglio mette ’l pignatto al foco ch’a me la pappa se ’n é bella cotta ’n mi piace...”
“Oramai Diomira abbiate pazienza, già che ci sete fatemi ’n altro piacere…” e Tonina lesta lesta s’allontanava da la finestra e subito riappariva co’ ’n paio di mutande ’n mano. “Queste vedete, l’ho cucite pel mi’ socero; ma però c’avevo la mostra eh! Mi c’è rimasto giusto d’attaccagli ’ triccioli...”
“Lo vedi come sei stata brava, vedo ch’anche ’l fischio ti torna bene; brava brava, si vede che te sei più adatta pe’ le gambe che pe’ bracci, che ti devo dì? Oté mi raccomando, co’ ’ triccioli ’n fà a miccìno eh, anche se fai a uria, di due è meglio siano ’n tantino più lunghi che dopo lavato ritira, e se dioneguardi al tu’ socero gn’arrivano, c’è da sentillo c’è, tanto anche quello è poco scoglionato...”
“O nonna, se vengo su me la raccontereste ’na novella?”
“Ovvìa su, vorrà dì che te la racconterò… ma te però prima mi devi dì che figure ciài trovato nel vaso: San Giovanni, stanotte c’è passato da casa tua?...”
La notte de la vigilia si metteva sempre ’na bottiglia d’acqua fòr di finestra e anche ’n vaso, ma lì dentro, la mi’ mamma ci versava anche ’na chiara, che così, ’n nottata, passava San Giovanni e ci lasciava la sorpresa: ’na barca nel su’ mare, ’n altarino co’ le candeline accese... Co’ l’ acqua de la bottiglia poi, ci si lavava ’l viso pe’ benedizione.
“E da voi c’è venuto? Dopo me lo fate vedé ’l vostro vaso?... Via, ora però attaccate” mi mettevo a sedé ne la panchina accanto a la su’ seggiola e ero già pronta pe’ ascoltà.
“La novella de lo stento che dura tanto tempo, te l’ha dì o te la dirò?”
“No!”
“’n si dice no, si dice sì!
La novella de lo stento che dura tanto tempo, te l’ha dì o te la dirò?”
“Sì!”
“’n si dice sì, si dice no!
La novella de lo stento…”
“Ma che sdrucite nonna? Che ci fate con tutti cotesti pezzi?”
“E lavoro per te, vedi? Guasto ’sta giacca che così doppo la tu’ mamma ti ci fa fà ’l cappotto.”
“Bruttaa!! A me ’sta stoffa ’n mi garba perniente…”
“Ma te lo rovescia, locca! Lo vedi da la parte di qua che bel pelino che cià? E pare velur di lana! O sciorna, co’ ’na bella piega fonda e la su’ bella martingala dietro, ti viene ’n cappottino estrastrònghe!”
“A me però, mi sarebbe garbato rosa…”
“Uh sì, se si guardasse a tutto quel che garba, si starebbe lustri! Le voglie vanno lasciate a chi se le pòle cavà. A me m’hanno sempre detto che ’l lavoro si chiama cavavoglie e io, a dittela tutta, lavorà ho sempre lavorato, ma di voglie me le sò cavate poche... Ma te però devi esse contenta ch’a Natale ciài ’l cappotto novo! Se ’n è rosa è mal di poco, locca: basta pari la tramontana!”
“Ascoltate nonna, perché gni dite a la mi’ mamma se mi ci fà mette que’ bottoni fatti a fiore ch’avete nel bossolo? Me le regalereste?... Io ci guardo eh?...” Parecchi erano brutti e scoloriti ma, fruga fruga, tra quelli di madreperla di più misure c’era sempre qualche bottoncino più lustro... e quello fiorito di bianco che pareva di trinato... due fatti a casina... Voi nonna, da piccina ce l’avete mai avuto ’l cappotto rosa?”
“Che hai?! Figureti te s’a que’ tempi chellì si pensava al cappotto... a dittela, io ’n ho ricordanza d’aveccelo mai avuto uno... doppo che sò vecchia sì, ma prima chissà chi ce l’aveva ’l paramisèrie…”
“Ma perché lo chiamate paramisèrie?”
“Perché anche sotto ciài ’ panni rattoppati, ti metti quello sopra, e fà sempre la tu’ figura noo?! Ovvìa su, e anche ’sta tasca è sistemata: seddiovole anche ’sta faccendina è fatta! Anche questo benché ’n pare ma è ’n lavoro di tedio: va che ne la cucitura ci fai ’n buchino... doppo ’nvece del cappotto ti ci viene tra si e no ’na giubbina... Qua, fammi passà che ora ripiglio la mi’ calza... Allora, ’ndò s’era restate?… La novella de lo stento che dura tanto tempo, te la dì o te la dirò?”
“Nooo, ora basta nonna: la novella de lo stento a me m’è venuta a noia. Via su, ora raccontatemi quella di Giucca.”
“Ma lo vedi quanto sei appoiosa? Te ’n hai mica pazienza perniente: t’annoi subito t’annoi” mi diceva col su’ risolino sott’a’ baffi. “Eppure, a te le novelle ti garbano lunghe, e quella de lo stento corta ’n è di certo! Ma poi è bellina, ’n ti pare?”
“No cara, a me ’n mi garba propio perniente, a me mi garba quella di Piccirillino, quella dell’Uccello Grifone, quella de la Capra Ferrata e quella di Giucca! Via nonna, raccontatemela su...”
“Eh sì, oramai hai fatto ’l viaggio, vé scodàta? T’ho fatto salì tutte ’ste scale piccinina, e sicché bisogna che ti contenti... Dunque, c’era ’na volta ’na donnina che poretta, gl’era morto ’l marito. ’sta donna però ’n compenso c’aveva ’n figliolo mezzo ’ndemente che si chiamava Giucca. Un bel giorno, a ’sta scelleràta gli venne ’n gran febbrone e sicché, fece quello che fanno tutti: si trattenne a letto e bonanotte sonatori. Oté, se si sentiva male si sentiva male; però, poràccia, stava ’n pensiero, che si sa, a la su’ ora doveva mette qualcosa al foco. Ma da com’era abbacchiàta, ’n ce la faceva manco a move ’n dito: era fiacca, debole! Aveva ’na sudarella ghiaccia ma dimmi te come… E come fò come non fò… “Figliolo,” gli disse: “lo vedi, io sò malata e ho ’n freddo che bùcchio... bbrrr... Ovvìa, vòl dì ci pensarai te a mette du’ fagioli al foco, così quando sò le dodici, ci si farà ’na zuppina lombarda… bbbrr…” quella pora donna tremava a denti e da’ brividi ch’aveva faceva ballà perfino ’l letto.
“State tranquilla mamma,” gli disse Giucca premuroso: “voi copritevi ’l capo, ch’a mette ’l pignatto ci penso io! Avete voglia voi se sò bono, chissà che ci vole!”
Quand’è la su’ ora, lei lo chiama e gli dice d’assaggià ’ fagioli pe’ sentì se si sò cotti, e lui ubbidiente, va, alza ’l coperchio, pesca ’n fagiolo e se lo mette ’n bocca: “Sisì mamma, altroché! Si sfanno ’n bocca! Venite venite che si mangia.”
Trambelloni trambelloni, a forza di sbardellà da ’n canto all’altro, quella pora sciampinata si mette a sedé al tavolino: “Ovvìa su, sminestra te figliolino, che io ho ’na gran batticina addosso: bbbbbrr…” e difatti, da quanto tremava gni riusciva manco di regge ’l cucchiaio ’n mano. Poràccia, fame ’n aveva, ma pensava che se si metteva qualcosa ne lo stomaco, forse avrebbe riacquistato ’n pochine di forze: “Via Giucca, cavami du’ fagioli pe’ vedé se mi rianimo, che digiuna come sò sennò m’avvilisco…”
E quel mammalucco, piglia ’l ramaiolo e attacca a frugà nel pignatto… cerca, cerca, cerca, ma ’ fagioli ’n c’era cristi di trovalli. “Ma ch’aspetti? Sminestra via bello… fa lestino caro, aggìneti che io ’nne posso mica più... brrr… oiòia...”
“Mamma via, ’n avete furia, vedrete che dai e dai lo pesco! State tranquilla che ora lo trovo, lo trovo lo trovo” e Giucca col ramaiolo frugava e rifrugava ’n quell’acqua scriva.“Che dite mamma, e sò sicuro che c’è, me l’avete detto voi di metteli due: uno l’ho assaggiato e quell’altro ci dev’esse pefforza; ’n sò mica locco eh, e l’ho contati!!”
“Porammé - si lamentava quella pora donna - che figliolo strullo… che biocco… che tarullo, che gnocco che è … a ’n dubità che l’ho avuta la mia! Me lo credevo che tu capissi poco, ma così è troppo…” si spassionava lei co’ le mani ne’ capelli.
Ma Giucca convinto, continuava a guardà dentr’al pignatto e quando l’ebbe trovato, tutto soddisfatto glielo mise nel piatto: “Mamma! Che v’avevo detto?!”
“O come farò io… ’sto figliolino mi fa mangià ’n’ala di fegato, mi fa ’ntisichì… ’n avé paura ch’a me la croce ’n mi manca” si spassionava. Quella pora donna da livida che era era diventata verde. “Ce l’ho uno solo ma questo credete è cocioso…” piagnugolava ’ntanto ch’andava da ’n canto all’altro pe’ ripiglià la via di camera. Gli toccò ricolcàssi e zittisignori, e che doveva fà? Tra la bile e la febbre, carimia barcollava come uno quand’ha preso la sbornia mica storie. ’sta disgraziata s’era raddotta propio al lumicino: stava ritta co’ fili te l’ho detto. Poràccia! Si sentiva ’na sguìscia, ’n’avviligione, oté: ’n s’era messa ’n bocca ’n dìvivo da la sera avanti eh, e da quanto gli rugliàva ’l corpo, pareva che baturlasse.
Uh mariasantissima ch’arrabbiatura che prese anche quella volta! L’arrabbiature si sa, specialmente a le mamme ’n bisognerebbere fagliele piglià mai, e ’nvece... mi parammé che siano sempre ’nvelenite...”
“Ovvìa nonna, ora raccontatemi quella del forno ch’è bellina.”
“Diobono! Almeno dammi ’l tempo di rifiatà! Te ’n ti contenti mica mai: una dietro l’altra, una dietro l’altra come le ciliegie. O quanto ti garberanno le novelle?”
“Mi garbano parecchio, ma le ciliegie però mi garbano di più! Ascoltate, ma le ciliegine sotto zucchero l’avete finite propio tutte? ”
“Casomai l’avrai finite te nina, no io! A una a una te le sei leccate tutte: ha’ fatto come Giucca co’ fagioli.”
E ’ntanto che chiaccherava: za za za za za za za faceva la calza come se niente fosse. O com’avrà fatto a lavorà con tutti que’ ferri? Mah!
Faceva le solette co’ la lana di pecora che qualche giorno prima aveva filato col fuso. Que’ ferri lì erano corti fini e appuntiti e le maglie precise via via giravano al tondo: la mi’ nonna, prima, lavorava con du’ ferri e due restavano fermi, poi, quando finiva le maglie riattaccava con quell’altri due e via via tirava ’l filo del gomitolo e ’l lavoro cresceva.
“Ha’ visto che m’hai fatto fà? Ma và ’n Siena và, pe’ ragionà ho perso le maglie… mirate qui quante mi sò cascate… eeeeh se la tu’ mamma ’nvece di fà te aveva fatto ’n piatto di maccheroni, sà quant’era meglio! A quest’ora almeno s’erano mangiati e ’n ci si pensava più! E pe’ bona fortuna ciò l’occhi sempre boni… ma ’nsomma bisogna ci guardi a fino, sennò mi viene ’n lavoro come ’n vangato” e lesta lesta, una a una le cercava le tirava su e le rimetteva ognuna al su’ posto. E io zitta, ’n fiatavo più che sennò la confondevo ’n’altra volta.
“Guardiamo se sò tutte: 2-4-6-10-14… lo vedete gentine che manfrina? Apposta ’n mi tornavano… questa qui l’avevo persa, nientedimeno che tre giri prima... santa pacénzia!!
Ovvìa su, dove s’era restate?”
“Nonna, s’era rimasti che mi dovete raccontà di quella volta che Giucca riscaldò la su’ mamma.”
“A già... dunque: anche quella volta la mamma di Giucca era malata, aveva ’na febbre…”
“Ma perché a la mamma di Giucca gli veniva sempre la febbre? Da piccina gne l’avevano levate le tonsille?”
“Se le sarà cavate sì, ma cara, era tanto gracile, secca strunìta: era leggera come ’na canna e se ’nne stava attenta, quando tirava ’l ventarone se la portava. Si sa, quando siamo di salute cagionevole tutte le guazze ci bagnano, e poi lei! Con quel figliolo campava sempre co’ budelli nel paniere… ma, aveva ragione eh, ’n passava giorno che Giucca gni facesse qualche malestro.
“Forza nonna, dai, raccontate!”
“E secondo te che fò? Certo però che quella volta la fece grossa perdavvero quel bagògolo.
Quel giorno sì che gli venne ’n febbrone da cavalli e da quanto tremava, pareva ch’avesse ’l ballo di sanvito. Giucca, quando vide che ’l letto dringolava ’n quel modo, pensò che quella fosse davvero l’ultima, e che se la su’ mamma faceva quel lavoro chellì, voleva propio dì ch’era grave. E ’sto gunìppo, che strullo era strullo ma che l’ingegno gni mancava, pensò che ’n tutt’i modi doveva trovà ’na strada. Eh sì, disse: ’n c’è niente da fà via, bisogna ch’escògiti qualcosa, se ’nna riscaldo subito, questa, ’nvece di morì di febbre mi more di freddo! E pensa che ti penso, quel melenzo ’n pezzetto nafantò e poi, tah! Si dètte ’na manata nel capo e gli disse: “O mamma! Voi state tranquilla che ora ci penso io a favvi passà ’ brividi; aspettatemi qui che vò e torno.” Diobono che bella pensata!! Pensava Giucca tutto soddisfatto mentre si sputava ne le mani pe’ troncà ’ seccarelli: eh sì, l’unica medicina è questa...” E quand’ebbe ammontinato ’n po’ di legna secche, prese e accese ’l forno e poi se ne ritornò tranquillo ’n casa: “Mamma, ’n v’impensierite che tra pochino vi scaldate ve lo dico io!” E ogni tanto andava fòri a ’mboccà. Quando gli parve che ’l forno fosse al punto giusto, se la prese ’n capretti e più convinto che mai gli disse: “Lo vedrete mamma! Sentirete! Sò sicuro che lì dentro state calda come ’n picchio” e zà!! La ’nfilò dentro e chiuse ’l coperchio, che se scappava ’l calore, addio! E mentre si sputava ne le mani e se le strofinava come chi ha fatto ’n lavorino a modo, contento e spensierato se ne tornò ’n casa.
Dopo ’n bel pezzo, quello stolto andò a vedé se la su’ mamma aveva smesso di geggià: a quest’ora s’è riscaldata di sicuro, pensò. E difatti, come apre ’l forno e vede la su’ mamma a bocc’aperta e a denti stretti, tutto soddisfatto gli dice: “Ve lo dicevo io, eh mamma? Ve lo dicevo sì o no?!... Lo vedete ora che state calda come sete contenta? Ora che v’è passato ’l freddo ridete eh!”
La mi’ nonna nel frattempo era arrivata a la punta, e quella soletta che ciondolava da’ ferri pareva ’n piede vero ch’aspettava che lei chiudesse le maglie pe’ pote’ scende’ giù. Certo che se fosse chiappato via, chissà che stolzo che si sarebbe fatto a vedé ’n piede solo che balla per casa: “O nonna, ma voi come fate a fa ’ piedi ?!…”
“Eh cara! Se fossi bona a fà ’ piedi, a quest’ora ’nvece di combatte co’ le patate e co’ lupinelli che vo’ sapé com’andrei spedita…”.
“Piccirillino dammi ’n fichino col tu’ manino!
No che mi mangi!
Piccirillino dammi ’n fichino col tu’ manino!
No che mi mangi!”
La novella di Piccirillino l’ascoltavo sempre volentieri e anche s’ormai la sapevo a mente, mi garbava lostesso. Mi pareva di conoscelo Piccirillino, piccino piccino picciò. L’orco ’nvece m’immaginavo che fosse ’n omone grande e grosso col buzzo sempre pieno e ’l viso cattivo come quello di tutti l’orchi. Era ’n gigante co’ la voce ròca che faceva ’mpaurì a sentilla e basta:
“Piccirillino dammi ’n fichino col tu’ manino!”
O nonna, oggi ci posso restà a mangià qui con voi? Che fate da pranzo?”
“Oté, se vo’ restà, c’è anche per te, ’nvece d’un piatto ne metto due, è mal di poco. Vorrà dì che si dirà come ’l Padre Guardiano del convento: È cresciuto ’n frate! Brodo lungo e seguitate! O cibèca, io però t’avviso eh! Se resti qui mangi tutto quel che c’è, che lo sai come sò fatta... a me le bocche belle ’n mi garbano perniente! Co’ biasciantìngoli io ’n ciò mai avuto ’l santo, e che te ne fai di que’ biasciacicche... A me mi garba chi mangia e no chi speluzzica...”
“Che c’avete?…”
“Te lo dico subito, anche oggi fò la panzanella.”
“Sisì, mi piace mi piace, ma però senza cipolla…”
“Lo vedi? Che t’avevo detto? Sei o non sei ’na bocchina scelta? È che oggigiorno la fame ’n c’è più; a’ mi’ tempi, carimia, quando ci si metteva al tavolino che c’era c’era: o di bono o di poco bono si leccava sempre ’l piatto, e avenne avuto dell’altro! ’l male che...
Ma lo sai che ’na volta la mi’ pora mamma bonanima che fece? Nonna Teresa, te l’ho detto, ’n c’era bisogno che si raccomandasse tanto pe’ facci mangià: s’era quattro figlioli e si faceva a chi faceva prima a fà scopa. L’unica ’n pochino più bisbetica era zi’ Elidia e ogni volta che c’era la zuppa di fave, lei storgeva la bocca. Ma ’n bel giorno, pe’ dagli ’na lezione, la mi’ mamma ’nne scherzò, la mandò a letto senza cena e via, e ’l giorno dopo gli mise davanti ’l piatto de la sera avanti. Oté, ’n pezzetto scuccugnò, ma quando capì che o mangiava quella minestra o saltava la finestra... tu l’avessi vista come s’agginava con quel cucchiaio, pareva mangiasse la crema ’nvece che la zuppa di fave!”
La mi’ nonna, quella facenda de la su’ sorella, me la raccontava sempre, perché anch’io scuccugnàvo quando la mi’ mamma faceva la zuppa co’ baccelli. “O nonna, me la fate ’na volta la farinata co’ le sorte come quella che faceva la vostra pora mamma?...”
“Eh cara, lei la chiamava ’n quel modo chellì propio perché que’ pezzettini di ventresca che ci metteva dentro pe’ ’nsaporilla, erano giusto du’ triciolini che quando ce la cavava nel piatto: sorte a chi toccavano! Era per quello che lei la chiamava la farinata co le sorte...”
“O nonna, ma è vero che l’antichi attaccavano ’n’aringa a’ travi e poi ognuno ci sdruscia la su’ fetta di polenda?”
“È vero sì, queste ’n sò novelle; prima cara, più che col companatico la robba bisognava mangialla coll’odore…”
“Permesso? O Diomira, mica me lo fareste ’n piacerino?… Me lo prestereste ’n pochino di sale, che così ’nne sto a movemi... pellappunto so rimasta senza ’n lisco! Domani poi ve lo rirendo...”
“Avete voglia Giulia, venite venite... se m’avessete chiesto cinquecento lire, c’era da vedé che tentennavo, ma mica perché ’n mi fido, è che si fischia!” Ma ’n era mica vero ch’era al verde: a me mi diceva sempre che ’ soldi, ’nvece di metteli sotto a ’n mattone, l’aveva messi a la banca de’ monchi!
“Grazie sapé Diomira...”
“Uh sì, se tutti ’ piaceri fossero questi! Io vedo che quand’ho bisogno, salgo su, ’n fò mica complimenti: quando ’na scaldinata di foco, quando ’n cucchiaino di conserva... Se ’n ci si presta fra noi” gli diceva la mi’ nonna mentre metteva ’l pane a mollo pe’ la panzanella. “O Giulia! L’avete saputo poi se la nora di Prima dai e dai ha sgravato? È du’ giorni, pora figliola, ch’è soprapparto, mica storie...”
“Io pensavo che lo sapessete digià Diomira” e Giulia tornava ’ndietro e pianino gli diceva quel ch’era stato: “L’essenziale è che ora stanno bene tutt’e due... ha tribolato, ma poi seddiovole... Capirete, era guasi cinque chili!”
“Quando va tutto bene... tanto si sa che quello è ’l male de lo scordone, che si lascia tra letto e ’l coltrone! Gnamo via cibèca che si va nell’orto a coglie du’ foglie di basilico.”
“O nonna, ma che gl’è nato a Santina?”
“Gl’è nata ’n’altra pisciona” mi diceva spicciativa mentre tastava ’ panni che sventolavano dal filo. “La pezzola del naso è già asciutta e ’l vestito, anche questo sento ch’è già ’n pezzo avanti... È propio vero che l’estate è la mamma de’ poveri! A stà sudici di questi tempi bisogna esse propio zozzi per natura, anche chi ha ’n vestito solo: ’na saponatina, ’n’ acciaccatina, ci si rinfila e via. Diotistramaledica te e chi ti ci porta!! ’sto gattaccio m’ha pisciato nel pitorsello ’n’altra volta. Sciòvia!!!...”
“Nonna, ve lo posso coglie io ’l basilico?”
“Stà boncittina, ’n fà tanto la fattòtume che anche questo va saputo coglie: bisogna spuntallo ’n qua e ’n là sennò va subito a seme...”
Com’odoravano quelle foglie: l’odore de la panzanella era tutto lì. ’nvece, quando coceva le lumache saliva ’n pochino più su e trovava la nipotella. Anche quell’erbetta co’ le foglioline arrotondate profumava parecchio: quella però nasceva per conto suo, senza bisogno di sementalla. Mmm bono! Quel verdolino peloso odorava di lumache e di pomodori arrosto e la mi’ nonna faceva certi pomodori da leccassi ’ baffi! Ci metteva tanto aglio e tanto olio, ma di quello rifritto però, che sennò gni venivano mica bene, lei diceva che pe’ falli come Cristo comanda ci voleva la padella col culo nero e l’olio rifritto.
Nell’orto c’era anche la menta e quella si metteva ne’ tortelli. ’ tortelli erano meglio di tutte l’altre minestre e specialmente quelli co’ lo zucchero e la cannella, uh madonninacara, io l’avrei mangiati anche ’n capo a’ tignosi. “O nonna, perché oggi ’n fate ’ tortelli?...”
“Se c’avessi ’l pecoraio ’n mi parrebbe ’l vero, stortellerei anche tutti giorni.
Pecoraio ’n quel poggetto
che sonava ’l chiufiletto
e le pecore andavano a sòno
pecoraio a che sei bono,
sei bono a mangià ricotta
quando va ’n chiesa non s’inginocchia
non si leva nemmeno ’l cappello
pecoraio senza cervello!”
“Allora fate ’ cavatelli!… Nonna, questa qui è erbuzza vé? Ce le potreste fà le polpette ?”
“E dagli! Te l’ho già detto: oggi, ciò la panzanella!!”
Ma le polpette fritte io l’avrei mangiate a tutte l’ore, ma specialmente appena cavate da la padella, erano speciali! A me, a dì la verità, mi sarebbero garbate asciutte, ma ’n si poteva mica, anche con quella roba lì ci voleva sempre ’na bella sleppa di pane dietro. “Ascoltate, ma quando le rifate le polpette di patate, m’invitate?”
“Diavolo! ’n combriccola si mangia meglio che da soli, la ròbba fa più pro, e poi lo dice anche ’l proverbio che ’n compagnia prese moglie ’n frate! ”
“Dopo mangiato però me le cogliete du’ fichi?…”
“Basta tu ’n faccia come l’antichi che mangiavano la buccia e buttavano ’ fichi…”
Nell’orto de la mi’ nonna oltre a tutti l’odori, all’uva fragola e a le purnelle gialle, c’era ’n ciliegio vìsciolo che si caricava sempre: a mangialle così allegavano, ma sotto zucchero cambiavano sapore. E quand’era ’l su’ tempo, ’ vasetti pieni s’affacciavano dal muro e aspettavano che ’l sole facesse scioglie ’ chicchi de lo zucchero e quando erano pronte pe’ mangià, quelle palline marroni dentro a la tazzina, mmmm, com’erano… Quel liquido rosso come ’n liquore era ’na specialità! “Ascoltate nonna, dopo mangiato, me le dareste du’ ciliegine? ’n credenza ho visto che ce l’avete sempre du’ vasini pieni...” ma lei ragionava con Settimia che s’era affacciata dall’orto di sopra, e sicché...
Le ciliegine mi sapevano anche più bone de’ fichi secchi e de le susine gialle rinseccolite dal sole e dal forno; però ci voleva pazienza. ’n c’era niente da fà, pe’ assaggià tutta la roba più bona ci voleva tempo, bisognava s’aspettasse la su’ ora. Io, poi, c’avevo fatto caso che tutto quello che mi garbava di più, faceva male, era caloroso! E tanto la mi’ nonna che la mi’ mamma dicevano che faceva dole ’l corpo e che poi, pe’ rinfrescassi ci voleva la mannessènna! E sicché, bisognava avé occhio da noi: ’n lischino doveva bastà, ch’a da’ retta a la gorgia, c’era da fassi veniì ’l torcibudello, mica storie! ’ fichi erano calorosi, le purnelle secche: guai a mangialle più di due! L’uva sotto spirito, uh madonninacara, faceva girà ’l capo ch’era forte accidentata e la sbornia si pigliava a odoralla e basta. Perfino la marmellata nel pane c’andava messa giusto ’na sbrillatina, sennò ’ncaloriva. E pensà ch’a me mi sarebbe garbato tanto d’incalorimmi con tutta quella roba dolce, m’importava assai del calore! “Nonna, io ho fame, ma, ’n c’andate no a fà la panzanella?”
“Stà tranquilla che prima che sònino le dodici siamo già al tavolino, ma ’nno senti come ci si sta bene qui a ’sta solìna? Eeeh, Signorino aiutateci e quel che ci manca dateci...” E dopo ch’aveva fatto tutti ’ su’ comodi si ripigliava la via di cucina.
Quel tozzo di pane secco s’era rigonfiato a dovere e la mi’ nonna lo pigliava e lo guarniva di rosso e di verde: ’n fiorino di sale, ’na schizzatina d’olio e ’l pranzo era già pronto. “O nonna, ma quel topino che ieri sera era dentr’a la tira, l’avete ammazzato poi?”
“Meglio palàia! Quello dev’esse ’n aggeggio curioso, perquanto è furbo l’amico: vole vedé se mi fa fessa. Gl’avevo messo ’l cacio ne la pietraccola e lui zitto e chiòtto s’è l’è mangiato e se n’è andato. Ma stasera vedrai che ce lo buggero: gli fò ’na bella polpettina avvelenata e via. Se lui è accorto, io locca ’n sò davvero, ò perdinci…”
“O nonna, ma come fate a fà le polpette avvelenate?”
“Bene fò, e piglio la caparocchia di tre o quattro fiammiferi, gratto ’n pochino di pane secco, ’na crosta di cacio pedicelloso e poi ci fò le palline e le metto dove passa ’l topo. Lui sente l’odore, va e se le magna tutte.”
“E poi more?”
“Oté, morì ’n morirà, ma ’l corpo vedrai che gli dole pe’ ’n pezzo… io, ogni volta che gl’ho fatto le polpette, topi per casa ’n ce l’ho più visti. Che segno è ’nno sò, però penso che o so morti stecchiti o se ne sò andati perché la mi’ ricetta gni piace, che vo’ sapé come sta la faccenda…”
Madonnabona, l’altro giorno m’era dolto ’l corpo, mica saranno state le su’ polpette eh? E se dioneguardi si sbagliava e ’nvece di dammi quelle bone mi metteva nel piatto quelle del topo?...
“Ascoltate nonna, quando s’è mangiato la panzanella, me le dareste dieci lire pe’ comprà ’l gelato?”
“Eeeh, troppo lusso signorina! Lo sentite ’sta scimmia del patacchìno... figlia d’un prete, ragazzi! Questa ha ’na bella faccia tosta vai... ’l gelato lo mangia a tutte le feste comandate e tanto avrebbe ’l coraggio di lamentassi! Lo sai che quand’ero piccina io si mangiava ’na volta all’anno e basta? Pe’ Pasqua s’andava tutti da la Sòra Gemma a piglià ’l sorbetto: ’l mi’ babbo la mi’ mamma le mi’ sorelle e ’l mi’ poro fratello piccinino, che Dio l’abbia ’n gloria. Eppure, anche noi s’aveva la gola lunga, che ti credi? Ma mai ’n ci s’azzardava mai a chiede niente, ’na volta all’anno ci doveva bastà! E tu sapessi come s’era contenti, col nostro sorbetto davanti ci pareva d’avé vinto ’n terno al lotto. Quelli sì ch’erano tempi, ’l mondo ’n era mica ’n buttasù come ora, e ’ figlioli ’n avevano certo l’esigenza di quelli d’oggigiorno! Te ’n hai mai mangiato ’l pancanìno, vé? Ma la tu’ mamma ne sa qualcosa... Porcamaremma ragazzi, questa avrebbe la gola e la faccia tosta di Evaristo che senza vergognassi perniente a la messa di Natale ogni volta cantava a rovescio O Dioo beaaatoo
mandaatemii dal cieelo
’n paanpepaaatoo…”
Madonna quant’era noiosa! Uffaaa... quand’attaccava, anche lei ’n prestava più lo staio! Diociguardi quanto la faceva lunga. “Ti pare poco mangià quando uno ha fame? A’ mi’ tempi c’era chi a cinque o sei anni era già a garzone, mmh, chissà come facavano a rallevà 10 o 12 figlioli: careddigrazia trovassero chi glieli sfamava… Eh cara, ma se tu’ fossi la mi’ figliola vedresti che con me avresti meno vizi... e v’avezzano male v’avvezzano! Ve le danno tutte vinte e poi si lamentano! A ma ora, quando viene su la tu’ mamma glielo dico ch’hai chiesto ’ soldi; eh perdìo! Voglio propio vedé s’è bona a fà la mamma… Ora comandano loro mica storie: ’n sò manco nati e già dettano legge” e mentre metteva l’acqua nel catino continuava a rogalla male: “A la tu’ età, la tu’ mamma tropp’era che mi lavava ’ piatti, carina!! E io, quand’avevo quant’e tée, sapevo già fà ’l pane. La mi’ mamma m’accostava la banchina a la madia e mi diceva come dovevo fa a ’mpastà borbottava ’ntanto che sdrusciava le forchette co’ la retina. “Lo vedi queste? Da piccina, me le facevano lustrà tutte co’ la cenere. Pe’ dì la verità l’ho sempre pulite ’n quel modo chellì, ma ora siamo fatti tutti signori, si va e si compra che si fa prima; uh sì, e che vòi che siano dieci lire di lana d’acciaio! Ma, due di là tre di qua, da ultimo ’n arrivi ’nfond’al mese… E pe’ bona fortuna che ora c’è ’sta pensione! Qualcuno dice che con cinquemilalire ci si fa gli stronzoli fini, ma io ti dico la verità: da avelli a ’n avelli, ci corre... E ora pare che quella de’ coltivatori diretti la voglino portà a dieci, sarebbe dibene!! Io ci farei subito la firma… Ma s’ho grazia d’arrivacci, doppo sì che posso piscià anch’a letto e dì che sò sudata! Eh carimia, ’l mondo è cambiato... ritornassero l’antichi te lo dico io che scapperebbero co’ la coda tra le gambe; ma ti pare? Entrassero qui dentro e sentissero ’sta scatola che ragiona…”
“Nonna, la posso cambià stazione?”
“No cara! ’n fà tanto la fattòtume che ora c’è ’l comunicato! E poi te l’ho detto più d’una volta che cotesto è ’n aggeggio che va sfruzzicato ’l meno possibile se ’n si vole rompe. Già ch’ho avuto ’sta fortuna... ’n vita mia ’n avevo mai vinto niente e ’nvece chi me l’avrebbe detto che dentro a quella cassetta oltre a le bottiglie di liquore c’era anche ’na cartolina che diceva ch’avevo vinto anche ’na radio? E sà, quel biglietto, se ’n era pe’ Tonina, io ’nno compravo davvero. Pigliatelo uno anche voi Diomira, andateci: vedessete che cassetta piena ch’allòtta Paolo... Stà zitta ch’almeno questa l’ho ’mbiffata.”
“O nonna, io allora vò a casa mia…”
“Eh no carina! Ora ti do la coròglia e mi pulisci ’l tavolino, poi pigli la scopa e spazzi, che ’n questa casa cheqquì ’n si mangia mica a uffo, sà nina? E poi lo sai che ti dico? Se sabato sera voi tornà a vedé ’l Musichiere su al circolino, appena ho ravversato, ti metti qui e mi reggi la matassa, o perdindirindina…”
Uffa che noia!! ’n momento scrivevo ne lo scalino, ’n attimo rompevo la casa de’ ragni tra ’ cretti del muro… e poi, dop’avé chiesto l’ordine, pigliavo ’l mi traìcche e andavo su da la mi’ nonna.
“Oh, bonasera boccanera! Che c’è?... Manco rispondi? Mmmmm, come dev’esse lezza! Guardatela qui com’è ’mmusita ’sta cibéca... o che t’avranno fatto mai eh?... Su co’ la vita giovanotta, guardiamo di fassi animo... lo sai no, che chi se la prese, campò ’n mese!” Tanto lo sapeva digià ch’avevo, figuriamoci se ’n aveva sentito che la mi’ mamma mi brontolava.
“Mmmm, stiamo zitti che oggi ’sta scodàta ha le ghéghe... è torba come la stagione… Oté, anch’io oggi e vò col tempo sà, che ti credi? Mah, diamo la colpa a quello, ma io dico che dolori, chi l’ha se le tiene! Ora poi ci s’è messo anche ’l cervello del piede… tu sentissi che strizzonàte… E anche ’sto ginocchio ’n mi dice mica più ’l vero: ciò fatto perfino le spennellature co’ la tintura... Massì, quando s’ha quest’età è come dà ’l concio a le colonne...” borbottava mentre a bucoritto riponeva la mantella nel baùlle. E io, se vedevo che lei ’n mi vedeva, zitta e chiòtta aprivo lo sportellino del comodino e… lo pigliavo ’n collo: mi garbava troppo quel Bambino Gesù di gesso. Lui se ne stava tranquillo nel su’ lettino colorato di verde: ’l capino appoggiato al guanciale, l’orecchi l’occhi ’l naso e la bocca piccina. Co’ ’na mano si reggeva quelle fasce che giù gli ricoprivano la gambina senza piede e quell’altra gnuda ’nvece… “O ragazzi! Gira e rigira, lei bisogna sfrùzzichi sempre dove ’n deve sfruzzicà! Posalo subito di corsa, quante volte te lo devo dì che ’nno devi toccà, eh! Se ti casca si rompe!! E poi cotesto, ’n è ’n giocattolo: lo vòi capì, sì o no? Eppure mi pareva d’avetti già avvisato…”
“Ma chi ci gioca? Io gli volevo dà ’n bacino e basta” e lesta richiudevo lo sportello. “Bellino che è, vé nonna? Perché ’n me lo regalate? Tanto voi che ve ne fate, ormai séte vecchia…”
“Eeeh cara, ma ’nno sapevi no che Regalato è morto e Donato sta male? A dà retta a te sà quanto porteresti via, sarebbe tutto ’n fregandò…”
S’avessi potuto gl’avrei preso anche quella statua ch’aveva ’n cima al canterano: quel ragazzo ricciolo teneva ’l capo abbassato nel libro e leggeva leggeva, ’na mano appoggiata a la testa e quall’altra col dito pronto nel foglio già piegato. Anche l’angioletto rosa e celeste che reggeva la pila dell’acqua benedetta mi garbava, quello però di viso era brutto e ’l naso l’aveva tutto storticato.
Anche la mi’ zi’ Gègia ’n camera sua c’aveva du’ soprammobili belli belli. Lei, nel bel mezzo de la tuelètta ci teneva la damina dell’ottocento: boccoli ciondoloni, ’l ventaglio spalancato, vergognosa, abbassava ’l capo e rideva piano. ’l vestito allargato a modo, le scarpine a punta appoggiate al banchettino col guancialino co’ le nappe. Ma quella palla di vetro co’ la torre pendente che se si rigirava sottosopra attaccava subito ’na bufera di neve, a me mi pareva la cosa più magica del mondo.
“O nonna, ma voi ci sete mai stata a vedé la Torre di Pisa?”
“Ma ’ndò vòi che sia stata io! Tra sì e no sò arrivata a Pancoli…”
“No carabella, e ’nvece ’n è vero perniente! Voi sete stata anch’a San Rocco al mare; la mi’ mamma lo dice sempre... Ma se c’avete portato Vanni, come mai allora ’n c’avete portato anche mee? Che ’gnorante che séte...”
E lei con quel risolino sott’a’ baffi mi sfotteva: “Ma sarai poco sciorna eh, ma s’ancora ’n eri nata, me lo dici come facevo a portattici?”
“Allora portatemici ora no? Io a San Rocco ’n ci sò mai stata… dai nonna, ci si vaa?… Perché ’na volta ’n mi portate anch’a Pisa a comprà la palla?…Ve lo giuro che vi dò sempre mano, ’n mi movo d’un passo senza ’l vostro ordine…”
“Eee-vviva
la torre di Pisa
che pende
che pende
e mai non vien giù” e con quella cantatina mi contentava. “O locca! A Pisa ci poi andà quando pigli marito: ci vai ’n viaggio di nozze e via.”
“E voi co’ nonno dove sete stata?”
“Cara!! A que’ tempi lì ’l viaggio di nozze ’n si sapeva manco che roba fosse, tra sì e no ci si ripuliva pe’ andà ’n chiesa, figureti te! Pensa che ’l poro Evaristo sposò di domenica pur d’un perde la giornata! E ’nvece la moglie de lo Zinfo vecchio e fece meglio fece: comprònno ’n velo ’n due! Senti te che razza di mezzeria! Prima sposò lei e doppo la su’ cugina e pur di risparmià du’ centesimi dice che si trovarono d’accordo ’n quel modo lì. Poi però pare che questionarono che perquanto ognuna quand’andava ’n chiesa se lo voleva mette, ma oté, ’l velo era uno e loro erano ’n due, studiela ’n po’ te... A dì la verità, ci doveva andà la tu’ mamma a Pisa, co’ la cosa che ci s’hanno parenti, lì ci potevano bergà senza spende manco ’na lira; ma al tu’ babbo pellappunto gli venne la febbre e sicché anche lei ’l viaggio di nozze cià sempre da fallo.”
“E quando lo fa?”
“Mmh, speriamo bene… ma io ho paura ch’oramai lo faccia ’l mese del poi e l’anno del mai. Lo dice anche ’l proverbio: Passata la festa, gabbato lo Santo! Cara, gnamo via che si torna là ’n cucina.”
“O nonna, ma ora voi che c’avete da fà? Se vi fa male ’l ginocchio perché ’n vi mettete ’n pochino a sedé e mi fate le figure nel muro?”
“Braccio al collo e gamba a letto... forse ha’ ragione anche te, è facile che se me lo riposo… Ora però fammi andà a fà ’n goccio d’acqua e doppo quand’ ho messo ’l cùccamo al foco si vede… già che Severina m’ha regalato ’n cartoccio di fondi di caffè, stasera ’n ciò manco d’attostà l’orzo… ’l rosario l’ho bell’e che detto…”
E quand’era ’n comodo finalmente si metteva a cecce e dai e dai a forza d’appoiàlla gli facevo cavà ’l fazzoletto di tasca che così mi passava la noia. Ci faceva ’n nodo ’n cima e co’ la mano lo faceva move da la parte di là o di qua, a seconda di chi ragionava. E subito nel muro appariva la giovane col fazzoletto ’n capo che:
“Tum tum tum” bussava all’uscio del convento.
“Chi è che bussa?” rispondeva quel frate risoluto.
“Ci sarebbe ’na giovanetta che si vorrebbe confessare…” scapeàva quella piano piano.
“Fatela passare! Fatela passare!!” diceva ’l frate tutto ringalluzzito.
“Tum tum tum” e eccoti ch’al portone si presenta ’na vecchietta.
“Chi è che bussa?”
“Ci sarebbe ’na vecchiarella che si vorrebbe confessare…” rispondeva quella a capo basso e co’ ’n filino di voce.
“Mandatela via, mandatela via! Disperazione dell’anima mia!!” brontolava quel frate ’nviperito.
E dato ch’oramai la mi’ nonna era ’n vena, pe’ contentammi piegava ’n foglio di giornale e poi co’ le forbici tagliava a modo e zà! Scaturiva subito ’n girotondo di cittini: “O come fate a falli tutti attaccati così? Si danno tutti mano…” ma troppe cose ci sapeva fa co’ la carta. ’l cappello, la barca, l’arioplano, la busta, ’l borsello. “Ferma nonna ferma, che L’inferno e ’l Paradiso mi sa che sò bona anche da me… guardate: prima piego ’sto pinzo, poi quest’altro… voi ’ntanto fatemi ’n’altra cosa.” Che lei perdavvero la carta la sapeva piegà a modo, ’l male ch’anche quella ’n andava sciupata. “Pe’ fà ’l saltapicchio però ci vole pochina. Mirate, ’l gommino eccolo qui, l’avevo ’n tasca!” Arrotola arrotola arrotola e da ultimo que’ du’ pezzettini di carta attaccati ’nsieme, quando li lasciava andà si mettevano a ballà nel tavolino come se fossero stati vivi. “Che ganzata!! Qua che l’arrotolo ’n’altra volta.” Certo che ’n quanto a carica, quello che sapeva fà ’l mi’ fratello col rocchetto durava parecchio di più e quando gli dava la via giù per terra: aaammmh, girava propio come ’n giocattolo vero. “O nonna, però stavolta quand’avete finito tutto ’l filo, ’l rocchetto me lo regalate a me, vé? Lo dite sempre voi che ’na volta per uno ’n fa male a nessuno…”
“Nonna, perché ’n mi raccontate qualcosa? Ditemi di quella volta che ’l vostro fratello mise le scarpe al gatto.”“Ma sentite questa che va a cercà! È passato tanto di quel tempo… sò vecchia, tièllo a mente, e ogni tanto la testa mi fa frullìccica…”“Tanto lo so che ve lo ricordate! Voi fate sempre così quando ’n avete voglia di chiaccherà... forza, raccontatemelo...”“O ragazzi, questa la munge e gl’è sòda! Ma và ’n dòmo và... ma mirate qui, fruzzica fruzzica ’sto braccio gl’era tornato a posto e ora mi si va a strappà l’elastico piononaccio ’n collera!! Anche te però sei smaniosa eh! E su e giù e qua e là, ’ste pore bambole le maltratti a più non posso e poi vieni a raccomandatti. E dico a te, sà? ’nvece di mette ’n fila ’ bottoni, guarda ’n po’ se m’infili l’ago... che giusto mi’, avrei ’na giornatina a conto mio... oggi e dò ’n ciampanèlle dò... e tra ’na cosa e l’altra ’n fò pari a fà le mia di faccende, e questa cheqquì mi trova sempre ’l lavoro! Ha’ capito? A fà ’sti lavori ci vole pazienza e io a dittela, l’avrei finita tutta...”
E ’nvece no, ’n punto di qua, ’n bottone di là, la mi’ bambola tra le su’ mani ringiovaniva di colpo. “Forza nonna via, voglio sapé di quando ’l vostro fratello mise le scarpe al gatto!!”“Quella volta andò come andò, perché, oté, si vede ch’anche lui da piccino era smanioso come te, e quando ’n sapeva come fà a passà ’l tempo, trovava sempre qualcuno da fà tribolà. Era nato sputato a te, te l’ho detto, e quella volta perquanto gli balenò quell’idea chellì...Trà trà trà trà, si sentiva fà là pel corridoio, trà trà trà trà… e la mi’ mamma quando s’affacciò all’uscio vide la gatta calzata a dovere, che lui co’ gusci di noce e la pece gl’aveva fatto quel bel lavorino. Ha’ capito che razza di scherzo?”“E lei gne la fece ’na felpa?”“Vedrai che bravo gne lo disse davvero a quel pezzo di catapézzo: te che dici firusèlla? Ora però aspetta che voglio andammi a scaldà ’n goccio d’orzo, pe’ vedé se ’n po’ di ròbba calda mi rianima...”
“Eh cara Diomira, pe’ rianimassi perdavvero ci vorrebbe quello de la Sòra Gemma! Co’ le nostre sbrosce c’è poco da tirassi su” gli diceva Settimia da la finestra.
“Io ci metto sempre ’no schizzettìno d’anice, ma figuratevi Settimia, giusto l’odore” e mentre andava là pel corridoio a sola a sola borbottava: “È che la boccia è a li sgoccioli, mi tocca rimette mano al borsello... Ma io dico la verità, quello e ’n pochino di cògnacche ’n casa bisogna ce lo tenga. Lontano, ’n male... pe’ qualsiasi bisogno... o qualcosa ne lo stomaco o ’n giramento di capo, ’n goccìno di cognacche co’ lo zucchero ti rimette subito al mondo via. ’l Ferro China Bisleri ’nvece, quello come ricostituente è ’na mansanta... O codera costà! Te lo vòi ’n cantuccino di pane?”“Io no cara, aspetto che la mi’ mamma abbia cotto le ciambelle! Quando sò venuta su gli s’erano già lievitate, le doveva ’ndorà e basta, è andata di corsa nel chiostro a staccà du’ penne a le galline che quelle che c’aveva erano tutte consumate... Ha detto che quando torna dal forno ci dà ’na voce che così ci fate merenda anche voi.”“O ’n me lo potevi dì prima? Se lo sapevo...” e si rimetteva lì a cecce co’ la mi’ bambola tra le mani.“Nonna, ora me lo dite di quando zi’ Pallo e ’l poro Secondo andarono a tende le tagliole giù pell’Addobbi e voi v’impauriste?”“Ah, quella volta mi fecero ’no scherzo curioso... Erano partiti ’n due come sempre, che loro andavano sempre a còppia come ’l Ghiégo e la Ghiéga e quel giorno ’nvece Paolino si ripresentò solo. E Secondo ’ndov’è?… gli dissi subito rannuvolata.Mah!! Dev’esse cascato nel pozzo...Che dici, io mi sentii gelà ’l sangue ne le vene e subito attaccai a gridà: “Mariasantissima ’l mi’ figliolo è cascato nel pozzo! ’l mi’ figliolo è affogato!…”. Gina Giulia Regina Anna del sarto, quando sentirono fà quel lavoro, scesero le scale quattro a quattro. ’nsomma, ’n quanto te lo dico, feci corre tutto ’l casamento. E mentre tutte ’n branco ci s’avviava giù pell’Addobbi chi era lì fòri ci venne dietro; capirai, quando sentirono dì quel ch’era successo… A ’n certo punto però Giulia del guardafili si fermò e a Paolino gli domandò a bruttomuso: ma stammi ’n pò a sentì, ma te sei propio sicuro che ’l tu’ fratello sia cascato nel pozzo? L’hai visto affogà co’ tu’ occhi?!”Nonò - gli disse lui deciso - io vedé ’n ho visto… ho sentito ’l tonfo e basta.”“Ma ’n era mica vero, vé nonna? Vi volevano fà ’no scherzo: Secondo s’era ’nguattato ’n cantina”. Quella storia la sapevo a mente, me l’aveva raccontata tante di quelle volte.“Eh sì, ma ’na batticina però gne la levò nessuno a que’ du’ filibustieri! Ma ti pare, quelle cose chellì ’n si fanno mica... A quell’età però ’l capisteo è quello che è... fosse stato uno grande l’avrei strozzato co le mi’ mani; ma ’ ragazzi sò ragazzi... Certo però che c’era da fassi venì ’na sincope eh, e ebbi ’no sturbo a caso...”“O nonna, ma poi ’l poro Secondo è morto perdavvero, vé? Ma come mai è morto? Eppure ’n era mica vecchio…” e lei mesta mesta mi diceva ch’aveva nov’anni soli, ma si vede che faceva più comodo lassù. “Queste so cose che le sa ’l Signore e basta, noi ’n si possano mica capì” e mentre si sfilava la pettinina dal ciuffo pe’ alliscià ’ capelli a la mi’ bambola, sospirava. Io allora stavo zitta come l’olio, ’n fiatavo più, gni volevo dà noia perché gli volevo bene.Anche a Maria gli volevo bene, eppure ’n era mica la mi’ nonna, era Maria e basta. Ma co’ la cosa che ’l su’ figliolo era disperso ’n Russia e la mi’ mamma diceva sempre: “Poro Gaetano… chissà che fine avrà fatto? Anche se gli ritornava co’ piedi congelati come ’l marito di Ilda come ’l Detti, io dico che quella pora donna avrebbe fatto Gesù con du’ mani lostesso. Se gli fosse tornato mutilato era tanto e ’n era niente, ma così credete... Dev’esse ’na gran condanna pe’ ’na mamma ’n sapé più che terra lo regge, guardate che questa è grossa grossa… Pora Maria! È sempre con quella lettera tra le mani che se la fa legge da quello e da quell’altro. Oramai ’nvece che la carta, lì dentro, si sò consumate anche le parole…”Anch’a Linda, la moglie del Bersagliere, dicevano che gl’erano morti du’ figlioli ’n guerra e difatti anche lei era tutta vestita di nero e spesso spesso quando trovava qualcuno s’apriva quel ciondolo d’oro attaccato a la catena pe’ faglieli vedé. “Pora Linda, è sempre mesta mesta... a ’n avé paura che la sorte l’ha condita pe’ le feste, vai” diceva spesso la mi’ mamma. “Qualcuno dice ch’Adelinda è ’na donna arcigna, severa… È propio vero che s’ha sempre voglia di chiaccherà! Pora donna, con quello che gl’è successo e cià da esse festosa sì...”
E io, quando passava giù la Bersagliera, giocavo ’n pochino più piano pe’ ’n dagli noia e ’na volta l’avevo guardata e gl’avevo fatto faccia da ride e Linda, anche lei aveva mosso ’n pochino la bocca, ma piano.
’l focolare de la mi’ nonna era grande grande, e da quant’era largo ci si poteva mette anch’a sedé dentro. E io pigliavo la banchina e m’inarpicavo su. Ci stavo tanto bene al calduccio, anche se spesso e volentieri ’l fumo mi faceva lacrimà l’occhi. “Ma mirate qui oggi che banda… ’sto sciroccaccio malidetto lo ributta giù tutto, mica storie… guardate qui che fumèa” borbottava lei ’nguastita e tutti momenti andava lì a riaccatizzallo. Ma que’ ciocchi ’n avevano punta voglia di chiappà via e mezzi anneriti nicchiavano nicchiavano. Ogni tanto ’na fiammina stenta stenta ci provava a allungassi ’n pochino più su, s’ingegnava a stà sveglia tra ’n ciocco e ’n altro... S’arrabbattava, ma poi si riabbacchiava e quella lingua arancioncina macchiata di giallo e di celeste ridiventava fumo e basta.
“Accident’a quel ladro cane!! Quanto bisogna intisichì col foco… anche se uno volesse mette a grogià du’ fettucce di pane pe’ la bruschetta, mmmh…” e, scatizza scatizza, dai e dai, più qua e più là qualche fiammina tramortita rialzava ’l capo e le lùchie s’allargavano e salivano ’n pezzo su prima d’addormentassi dentr’al nero del camino. E le codere ’nviperite scappavano da’ buchi del legno e correvano disperate verso l’acquaio e nel muro ’nverniciato di celeste. Attaccato a la catena di ferro, ’l paiolo stava zitto e le nuvole di fumo si mischiavano a quall’altro fumo e andavano a spasso pe’ la cucina.
La mi’ nonna mi diceva di scende: “Tira via, viene giù che oggi ’n è giornata… ’l fumo va a ’ belli ma ’ brutti l’acceca” burbucava, ’ntanto che riappoggiava a modo ’ ciocchi ne’ capifocoli e co’ le molle aggiustava la bràgia stanca. “Accident’a le legna verdi... già che l’olmaccio brucia male di suo, ma poi s’è molla” e dato che co’ la véntola gn’era riuscito, pigliava ’l soffione di ferro e… ffffffff-ffffffff-ffffffff gli dava finché la fiamma ’n s’alzava alta.
Quante lùchie! Scappavano a miglioni e chioccavano e schizzavano da tutte le parti e io mi paravo le gambe co’ la gonnella, che quelle se venivano addosso, bruciavano eccome! Ma lei: “Ffffffff-fffffff” da quanto soffiava pareva gli facessero male ’ denti. “O nonna, come sete buffa con coteste gote gonfie! ”
“Eeeeh... a dittela, oggi sarei tutta ’n gonfiore... volevo vedé se rimediavo du’ tizzi pel ferro, ma se voglio stirammi ’l vestito, basta salga da queste disopra... Niente, oggi ’n si pole grogià manco ’na fettuccina di pane pe’ la bruschetta; auh!! A dì la verità, dato che Tonina m’ha regalato ’na manciata di castagne, l’intenzione mia era quella di mette su ’l paiolino pe’ fà du’ ballòtte... Massì, oggi ’n c’è cristi ’n c’è cristi... fffffff-ffffff... oiòia come mi gira ’l capo... guardate qui quanto bisogna spolmonassi... e zitta che ora pare sia chiappato via.”
“Nonna ammazzatela! Lesta che sennò passa sott’a la tira, movetevi! A me le bachere mi fanno schifo come gli scorpioni, ’ diavoli ’nvece no, anche quelli co’ corni lunghi ’n mi fanno effetto perniente e poi loro stanno sempre fòri... a salì le scale mi sa che ’n sò boni, vé? O nonna, ma la Befana a volte le scende le scale o passa sempre dal camino?”
Ogni tanto guardavo perinsù pe’ vedé se ce la ’ntoppavo, ma lei carimia era troppo furba, ’n si faceva mica vedé. Io però lo sapevo che c’era, perché ogni tanto qualcosa tirava, e ’n giorno cascarono giù perfino du’ noci ’nsieme a ’na caramella di menta: “Se me la tirava di quelle elacche però, mi garbava di più… la menta pizzica!”
“Eh carina, anche lei butta giù quello che cià ’n tasca! Ma te mi sa che sei ’n po’ troppo pretenziosa! Fatti sentì che ti lamenti e poi lo vedi: quanto ci si scommette che ’n ti tira più niente? Dunque occhio a la penna!!”
Eppure, qualche piede prima o poi glielo dovevo vedé, che tanto la mi’ nonna che la mi’ mamma, ogni tanto ce la ’ntoppavano… Ma quando m’allungavo troppo verso ’l foco, lei mi brontolava: “Oté! Badiamo d’un cascacci dentro eh! Te mi garbi poco… ma vòi fa come quell’omino?”
“Quale omino nonna?”
“Quell’omino che diceva M’è cascata la moglie nel foco ’n so se la piglio ’n so se la copro, ma oramai è andata così dammi la pala la voglio coprì, guarda di scansatti che ti peli!!”
E io scendevo subito giù che quando ’ ciocchi erano ’nfiammati ’n quel modo lì c’era da bruciassi perdavvero. La mi’ nonna allora rideva sott’ a’ baffi e a coglionella mi diceva: “O ch’hai paura che ti faccia davvero come quell’omino co’ la su’ moglie? Pora locca!! Figureti se voglio andà ’n galera per te! Mi c’è rimasto da campà altri du’ giorni e ’n avrei punta voglia di passalli ’n gattabuia...”
“O nonna, mi ce lo fate mette lo scaldino sott’a le gambe?”
“No cara! Pernientissimaffatto!! Guai a te se lo tocchi, che l’ho pienato ora ora, accostaci le mani e poi lo senti te che vento tira. Eppure lo sai no ch’a mettesi lo scaldino sotto vengano le vacche! Io ce l’ho e tante, ma che vòi che m’importi, oramai sò vecchia, mica devo fà lo scoscè! Anzi, lo sai ch’avrei pensato di fà pe’ rimedià du’ soldi? Quest’anno pe’ la fiera di settembre le voglio vende, lo dico a Stoppino e dato che lui co’ le bestie ci mercanteggia, di sicuro mi trova ’l compratore. Sisì, voglio propio vedé se fò l’affare” mi diceva ’ntanto che si strofinava le mani come s’avesse già fatto ’l pataracchio. Ma lei era fatta così, se ’n mi coglionava ’naveva mica bene!
“O codera, ’n avrai mica preso ’l cappello eh? Ma che fai? ’l labbrino come ’ cittini piccini? Gnamo via, che si va a mette ’l foco a letto” pigliava ’n pezzo di carta gialla e con quella addoppiata nel manico portava lo scaldino. S’attraversava l’andito de le scale, si girava ’n quell’altro pianerottolo e s’entrava ’n camera. ’l prete era già al su’ posto e lei tirava giù le coperte e accorta agganciava lo scaldino: “Bisogna guardacci perbene, che col foco ’n ci si scherza! C’è da brucià ’nnicosa…” e pianino pianino ricopriva tutto, aggiustava ’l piumino de’ piedi e quando s’era assicurata che tutto fosse a posto e che ’l calore ’nne scappasse fòri, s’andava. Lì sopra si vedeva ’n gran gonfiore e pareva che dentro a que’ letto ci fosse entrato ’n orco col buzzo pieno. Ma io mic’avevo paura, lo sapevo ch’era ’l prete! Avevo più paura de la macchina del cristère ch’era ’nguattata dietro a la tendina. “Oté, regolati” mi diceva se s’accorgeva che sbirciavo. “Occhio, nina, che se mangi troppi troiài, doppo ti ci vole ’l cristèro! La macchina è sempre costì pronta…”
“No cara!! Casomai la mi’ mamma me lo fa co’ la peretta e no con cotesta” ma però quel coccio di vetro co’ la gomma lunga che ciondolava giù mi faceva effetto lostesso. “Rimangia tutti que’ fichi secchi e poi lo vedi te se ti tocca… A ma io s’ero al posto de la tu’ mamma ti davo subito l’olio di ricino, t’attappavo ’l naso e giù”. Massì, mi voleva fà ’mpermalì a tutti costi eh.
“Stasera ’nvece io bisogna pigli ’l sale ’nglese, che se ’n vò di corpo è ’na banda... lo sentite gentine che scureggiarella? Oggi baturla... si sona ’l bombardìno... mi sò fatta l’acqua di gramigna, quella di malva pe’ vedé se mi si smoveva ’l corpo, ma qui se ’n mi purco perbene...”
La chiesa era illuminata a giorno e su, que’ lampadari fioriti brillavano brillavano. Ogni giglio ’na lampadina che spruzzava di giallo le foglie bianche e ’l vetro arricciolato e ritorto de’ bracci trasparenti. Belli!! Com’erano ganzi que’ schizzi di luce che piovevano dall’alto e giocavano a palla col muro bianco: “Te, Mariapia, ce le vorresti avé ’n casa tua tutti ’sti lampadari?”. Ma la mi’ cugina mi diceva che quelle erano robe di chiesa e basta e che a mettele ’n casa si faceva peccato! Allora no, nonò, ’n ce l’avrei voluti manco io.
Le candele erano tutte accese e anche se facevano ’na lucina fioca fioca e quella fiammella trambellava di qua e di là come se si volesse spenge da ’n momento all’altro, illuminavano l’altare e la balaustra di marmo che da quanto lustrava pareva molla. E noi s’andava dritte ne la fila giusta e ci si metteva a sedé ne la nostra banca. Si riconosceva bene, ’n c’era pericolo di sbaglià, perché sopra al legno ne la targhetta gialla c’era scritto ’l cognome de la mi’ nonna.
“Padre Figliolo e Spirito Santo” la funzione cominciava, ma io mica gl’andavo dietro e continuavo a guardammi ’ntorno curiosa. Co’ la mi’ cugina ’n ci potevo chiaccherà, c’avevano diviso pervia che ’n chiesa, guai! Figuriamoci se si poteva ragionà, a malapena si poteva respirà.
Di qua e di là da le file di banche, c’erano l’altari più piccini con tutte le figure de’ Santi: “Mamma, quella è Santa Rita da Cascia, vé?”
“Sssss… Santa Maria graziapléna dominustécu…” Le trine de le tovaglie ciondolavano giù e ’ ricami ’n qua e ’n là coloravano ’l bianco di festa. Anche ’l muro de le colonne era ricamato di marroncino e di giallo e più su, sopr’a’ tondi co’ le croci dorate, sbucavano l’ali senza testa e le gambe ciondoloni… Mboh! A me più che di angeli mi parevano di diavoli, figuriamoci ’n po’, e era per quello che mi facevano paura: “Nonna… me lo dite di chi sò que’ piedi?” Ma lei mi faceva ssssssss coll’occhi storti, che quando pregava come l’aveva a noia… ’n poteva sentì volà ’na mosca.
L’altare del mezzo, quello era ’l più grande di tutti e davanti c’era Gesù ’nchiodato a la croce. Alto, era più alto d’un omo vero, ma scuro però, nero da fà paura. Di qua e di là dall’altar maggiore, dietro al vetro, ’l Sacro Cuore e l’Immacolata Concezione. ’l Sacro Cuore era ’na statua bella, ma a me, con quel cuore fòri dal vestito mi faceva ’n po’ effetto. Se a quel Gesù gl’avessero messo ’l cuore dentro come tutti, allora sì che mi sarebbe garbato. La Madonna ’nvece, lei era propio tutta bella, col vestito celeste e le stelle d’oro che gli ballavano sopra e ’ntorno e quel fascio di luce che gli pioveva dal cielo... Co’ la coda dell’occhio si guardava ’l vestito bello e con tutt’e due le mani si reggeva ’l velo, che lei, l’Immacolata, mica ce l’ha ’l cittino ’n collo. A me me l’aveva detto la mi’ nonna.
O com’avrà fatto la mi’ nonna a fà quel filo lungo lungo senza fassi mai cascà ’l fuso di mano?... Arrotolava la gogliata e via via la lana, da biocco diventava filo. Ciondolava giù ’l fuso di legno e girava come ’na trottola mentre piano piano s’ingrossava. E io m’incantavo a fissà quell’aggeggio magico. Bastava che la mi’ nonna lo toccasse ’n pochino ’n cima, e quello senza bisogno di carica attaccava a girà a girà. Qualche volta l’avevo toccato mentr’andava ma ’l fuso era subito cascato per terra e la mi’ nonna senza pensacci du’ volte, m’arrebbiava ’na bella manata e via: “Io vedi, quando sei dispettosa così ’n si sa mica che ti farei… Ora mi tocca riaggiuntallo! Ma sarai poco smaniosa eh? Raccattamelo!! E guarda se la smetti di dringolatti che giusto cotesta seggiolina perde ’n pirozzo... domani bisogna chiappi e la porti su da Turiddo... maledetto ’l peccato” borbottava tra ’ denti ’ntanto che rimetteva ’nsieme que’ du’ fili e pianino pianino riattaccava a frullà.E io aspettavo ’l momento bono e poi glielo dicevo: “Nonna, per piacere me lo dareste ’n biocchino di lana che così filo anch’io?”“Sanrabano salvi ’l baschio! Uuuh quante!… Era meglio s’a la tu mamma gli dicevo che ti badasse da sé, Ulli ulli, chi le fa se li trastulli” ma mentre sbottonava s’alzava da la seggiolina e a botta sicura andava a frugà nel cassetto. Noi si chiamava vetrina quel mobile co’ vetri, ma lei, ’n si sa perché, diceva caffeàuse. La mi’ nonna tante cose le chiamava a modo suo, presèmpio ’nvece di dì gabinetto diceva licite o sennò lògo comodo e anche latrina. E quando veniva la giostra ci berciava dall’uscio: “L’avete vista? È arrivata la California! A le Cascine c’è ’l Circolo ” ma certo ch’era buffa davvero... Mi sceglieva ’n fusino piccino, m’avviava ’l lavoro e poi me lo consegnava. E io, seria seria m’accomodavo meglio nel banchettino e filavo. Era facile, bastava dà ’na giratina e via…Tum! Ma ’l fuso m’era già barullato per terra. “Nonna, me l’aggiuntate?”“A ’n dubità che oggi l’ho avuta la mia vai! Io posso anche smette, tanto ci sei te che mandi avanti ’l lavoro” e si metteva lì e mentre bolliva, con santa pazienza e coll’occhi tòrti, mi riaggiuntava ’l filo, ma, prima di ridammelo ’n mano ’n pochino lo girava lei.Qualche volta però, filava co’ la macchina a pedale e con quella faceva anche più lesta. Pedalava pedalava e ’l filo s’arrotolava da se senza bisogno del fuso. Com’era ganza quella macchinetta di legno co’ la rota, mi sarebbe garbato anch’a me di filacci. C’avrei pedalato tanto volentieri, ma guai a me se la toccavo! Che se dioneguardi si rompeva, dopo me le dava lei le paste a quattro soldi!A volte però, s’era lì ferma e senza lana dentro, quando lei ’n mi vedeva, io lesta lesta mettevo ’l piede ’n quella lingua lunga di legno consumato e su e giù, giù e su andavo come ’n diretto.Quando ’ fusi erano gonfi che ’nne potevano più, allora ci faceva ’ gomitoli e mentre quella trottola piano piano diventava sempre più fina, tra le mani de la mi’ nonna tutto quel filo attorcigliato era ’na palla che ogni tanto, giù, barullava per terra e frummm passava sott’al tavolino e s’andava a ’nguattà sott’a la vetrina o dietro a la cassetta de’ seccarelli: “Raccattami ’l gomitolo via, che te sei giovane, la groppa ’n ti dole mica.”’n quel grembio nero, tutto pieno di peli bianchi pareva che c’avesse tenuto ’l gatto ’n collo. S’alzava e si scioccolava: “Guardate qui che troiàio, massì, avòglia a lavalla…”Qualche volta la lana la tingeva di rosso e allora doveva fà le matasse. ’n quell’aggeggio di legno fatto a croce c’avvolgeva ’l filo tante volte e quand’era pieno a dovere lo levava e lesta legava la matassa co’ ’n nodo stretto stretto. Ci stava parecchio attenta al capo, perché se dioneguardi lo perdeva addio, era bell’e fatta. “Quando si perde ’l capo, uh mariavergine! E c’è da mettesi le mani ne’ capelli! Se l’accia fa tanto d’ingarbugliassi, doppo pe’ ritrovagli ’l verso ci vole la pazienza di Giobbe…”Quando tingeva io la guardavo senza batte ciglio perché mi garbava tanto quel lavoro lì. Tufava le matasse nel paiolo dell’acqua bollita e col legno le tirava su e giù pe’ tante volte che così gli venivano belle rosse, ma la tinta però pigliava meglio se le teneva ’n pochino giù a mollo. Da tutti que’ fili scappavano le nuvole di fumo e ’ntorn’al paiolo c’era ’na nebbia che ’n ci si vedeva da qui a lì.Era parecchio più bella la lana, e manco pareva più quella di prima. Mi garbava anche l’odore di quell’acqua rossa rossa. Era l’odore del colore quello! E io m’accostavo al paiolo pe’ sentillo tutto ma, la mi’ nonna mi faceva scansà subito: “Levati di costì ch’è pericoloso! Và più là, ’n ti ci voglio vedé qui ’ntorno! Quante volte te lo devo dì, ma ti vòi propio pelàa? Se ci caschi dentro lo vedrai come diventi… tutta rossa come ’n diavolo!”“O nonna! Ma ’l diavolo l’hanno tinto nel paiolo? L’abbino avé tufato nell’acqua bollita?!…”“Diavolo!! E sennò chissà come farebbe a esse rosso ’n quella maniera… Anzi, dice che pe’ fallo venì meglio ce l’hanno tenuto du’ giornate ’ntere a bagnomaria, così pigliava meglio ’l colore.” Porcamiseria! Ma possibile ’n si fosse pelato... Eppure lei mi diceva sempre che l’acqua bollita le donne le pela, pela le donne e l’òmini ’ncò...
“Nonna, che fate?”
“Fò le brache a ’n frate...”
“Via nonna, che fate?!”
“O ’n te l’ho detto? E sò qui che mi spùllero...”
“Io avrei fame, me la date la merenda?”
“Oté, s’hai fame tira la coda al cane, ’l cane si rivolta e ti dà ’l pane co’ la ricotta!”
“Nonna via, ho fame perdavvero! Perpiacere…”
“Io vorrei propio sapé come mai vieni quassù ’nvece d’andà da la tu’ mamma! Ma sarai poco noiosa, eh? O gentine, ora mi tocca smette… diobonino quanta pazienza ci vole… Ero qui ch’attaccavo a calà e ora questa m’ha già confuso, se perdo ’l filo, le maglie doppo ’n mi tornano più… Ma ’n potevi stà altri cinque minuti ch’erano quelli che mi bastavano? Massì, co’ figlioli ci vorrebbe la pazienza di Giobbe... Oh, io mi domando e dico... e te lo ridico ’n’altra volta, come mai ’n sei andata a casa tua che l’avevi nel comodo?”
“Da la mi’ mamma ci sò già stata se propio lo volete sapé, e m’ha già dato ’na fetta di pane coll’olio, ma io ho sempre fame...”
“Ovvìa su, allora vorrà dì che ti darò ’n’altra fetta di pane coll’olio…”
“Nonna, ascoltate, io ’l pane lo vorrei co’ le ciliegie strofinate… ve l’ho viste nel panierino dietr’all’uscio...”
“Ma bada, lo volevo dì! Tutto st’appetito mi pareva perfino ’mpossibile” borbottava. E io stavo lì a capo basso... avevo fatto ’na bella figura e se dioneguardi lo sognava la mi’ mamma... stavo lustra stavo! Troppe volte me l’aveva detto d’un chiede la roba, ma le ciliegie mi garbavano troppo, erano dolci e poi mi tingevano la bocca di rosso e così pareva che mi fossi data ’l rossetto ne’ labbri.
La mi’ nonna ci strofinava du’ ciliegie e la fetta subito si tingeva di rosa, poi pigliava ’l bossolo de lo zucchero e me la rifiniva: “Oté, ti ce lo metto giusto ’n fiorino, che lo zucchero lo sai, costa! E poi le ciliegie so già dolci di suo.”
Ma lei lo sapeva ch’ero ghiotta e ambiziosa e sicché tufava le mani nel panierino e pigliava du’ ciliegie attaccate ’nsieme. Uno di qua uno di là m’accavallavo ’l picciòlo nell’orecchi e con quell’orecchini lustri scendevo le scale e co’ la coda dell’occhio mi guardavo quelle palline ’nverniciate di fresco che mi battevano nel collo. L’avrei mangiate volentieri, ma no, niente! Sennò addio bellùrie.
’na fetta di pane colorato ’n mano e du’ ciondoli da vetrina che mi sbucavano da’ capelli, e chi era contenta più di me?


Argia de’ le bambole e gli altri
C’era chi diceva Argia la moglie di Ugo e chi la chiamava Argia la sarta, o anche Argia di Corte, io ’nvece, dentro di me la chiamavo Argia de le bambole.
Su su su, salita la scalinata ritta e buia de la Corte, c’era la su’ casa. Già quel cancellino traforato, quelle calette basse e quella Madonnina c’invitavano a entrà, e là, dentro a quelle stanze zitte Argia era la regina. Apriva e sorrideva gentile: “Accomodatetevi, vi aspettavo...”
Anch’io facevo faccia da ride, ma piano, che lì ’n quella casa mi pareva d’esse ’n chiesa.
Le fotografie col lumino perpetuo davanti, ’l lampadario co’ bracci allargati che brillava anche se dormiva, l’ottomanna co’ la spalliera vestita di bucchero e quello specchio esagerato che aspettava che la gente si rimirasse ’l soprabito ’n prova, mentre Argia s’abbassava e faceva girà pianino pianino pe’ vedé se pendeva. Gli spilli accorciavano o abbassavano la pattina e ’l gessetto correggeva ’l giro collo o ’l giro manica.
Argia era dritta e sempre ben vestita: ’l ciuffo pettinato alto, l’orecchini come fiori e la collana coi chicchi come quelli de le melagrane. I modi e la voce da gran signora, e io, la guardavo vergognosa.
“Dopo, ti porto anche in camera eh, lo so che le bambine come te sono curiose di vedere tutte le mie bambole; lo so, c’è una farfallina che me lo dice...” E io facevo sì col capo e col cuore, mi bastava di guardalle, ’n c’avrei mai pensato a toccalle: prima cosa perché me l’aveva detto la mi’ mamma, e poi perché erano le bambole di Argia e lei, le rispettava! Che era la mamma si vedeva da come le teneva. Tutte vestite da gran signore, sempre appareggiate: co’ capelli pettinati o col cappellino di paglia di Firenze guarnito di ciliegine o di fiori. E che stoffe! ’l velluto liscio liscio, ’l taffettà scicchiolante, ’l raso lustro lustro e ’na trina valenzé traforata... Eppoi collane nastri fiocchi e, certe borsine e scarpine, da principesse! Quella bionda col fermaglio a farfalla, quella mora co’ lo scialletto di seta, quell’altra ’n pochino più bassa co’ le trecce e la zazzerina... La bocca ’rrossettata, le ciglia che s’abbassavano vergognose, e le manine coll’unghie tinte di rosso che si reggevano chi la borsina ricamata chi ’l fazzolettino e chi si teneva le pieghe sciolte de la gonnella. Coll’occhi rubavo tutto quel bendiddio ma, piano, ch’avevo paura di sgualcigliele anche ’n quel modo lì… ma, erano troppe pe’ guardalle tutte a fino a fino.
E io avrei voluto esse la nipote di Argia, così mi sarei azzardata a digli: “Zia, la posso regge ’n collo quella bambola col vestitino di trinato rosa?” E lei di sicuro m’avrebbe detto: “Prendila pure bella, però tièlla stretta mi raccomando, che se ti casca per terra si rompe, è di bisquì!”
Se fossi stata la nipote di Argia sarei stata sempre da lei e così avrei raccattato i pezzettini di stoffa che cascavano giù dal tavolino quando tagliava, e con quelli, i più belli, avrei cucito tanti vestiti modosi, propio come quelli de le su’ bambole.
“Ti garbano questi?”
“Sisì...” e mentre mi guardavo le mani piene di cencini sfrangiati, tutta soddisfatta pensavo che quel tesoro era tutto mio.
“Domani taglio un abito da sposa, te la lascio una strisciolina di tulle?” Oddio com’ero contenta. Che bellezza! Argia m’aveva promesso qualcosa di più d’un pezzetto di stoffa, che ’l velo d’una sposa si sa, è ’na cosa da regine, da fate...
La mi’ mamma salutava e s’avviava all’uscio; peccato, era già l’ora d’andà? Io gli tiravo forte la mano: almeno ’n altro pochino, dai... gli dicevo coll’occhi, ma lei ’n capiva.
Co’ la bocca sempre dolce di confetto che tra sì e no s’era sceso ’l secondo scalino, gli domandavo accorata: “O maammaa, quando ci si ritorna?... Dai, dimmelo...” io già volevo sapé quando si sarebbe bussato all’uscio di Argia, la mamma de le bambole.
“Bongiorno Amalia, ’ndov’andate co’ ’sto travago…”
“Bongiorno bongiorno, o ’ndo’ volete che vada Pasqualina? ’nno vedete che vò a ’nforna’ ’l pane? M’aggino perché Colombo m’aspetta... stamani n’aveva punta voglia di lievitammi e sicché ho fatto tardi sentite... e a me figuratevi, ’l pane mal lievito ’n mi garba perniente. Auh, l’altra volta mi venne baciato... leste cittine, via scansatevi ch’ho ’na furia puttana; ora guardate di fammi ’nciampicà ne la palla sapé… guardate se mi fate fà ’n tribbio...”
Passava su pel vicolo Amalia co’ la tavola del pane che lunga gl’avanzava ’n cima al capo. Certo ’n dev’esse stato ’n peso da poco: tra la tavola di legno le paniotte e ’l telo di panno che le ricopriva, a me mi pareva ’n bel carico da portassi dietro. Si vedeva ch’era affaticata: ’l viso rosso, ’l respiro affannoso. ’n testa però c’aveva ’na specie di ciambella di cencio avvolto pe’ ’n fassi male; teneva la tavola ’n equilibrio e pareva ’mpossibile che ’na donnina piccina ’n quel modo, riuscisse a caminà lesta lesta senza che gli cascasse tutto per terra. Del resto ’nno faceva mica Amalia e basta, ma anche tutte l’altre donne e perquanto n’era difficile come sembrava: si vede che loro c’avevano la testa fatta apposta. Si vede di sì si vede, che io, l’òmini co’ la tavola del pane ’n capo, a parte Colombo e Alino, n’avevo mai visti.
’l grembio di sacchetta, bianco di colore e di farina, le mani ’nguantate. Spiccava tutto quel bianco sopra a que’ vestiti neri: scarpe, calze, sottane, golfi, bottoni, spilli di sicurezza, forcelle; tutto era nero, anche ’ capelli, o bianchi, o neri. Io me le ricordo così le donne del Poggio: estate e inverno, sempre vestite di nero. Anche la corona del Rosario che le più vecchie tenevano attaccata a la cintola o ’n tasca, era nera, o tutt’alpiù marrone come ’ chicchi di caffè. Que’ grani tristi ogni tanto erano rallegrati da pezzettini di metallo dorato o argentato che però mica bastavano a rendele più vive. Anche Gesù ’n croce era nero nero e a me mi faceva paura quando lo guardavo, e anche pena: stava sempre al buio di quelle sottane, fermo, e io pensavo che soffocasse quando dopo recitato ’l Rosario le donne si rimettevano ’n tasca la corona. Pigliava aria altro ch’al momento de la preghiera, quando quelle mani leste percorrevano i grani uno a uno, lo riscaldavano e gli facevano compagnia, e io ero contenta perché mi pareva più vivo.
Ecco Checco col somaro: “Ariquà! Arisù! Porca qui, porca là… ma ti vo’ move, sì o no, che ci s’ha da fà sempre ’n altro carico prima ch’arrivi notte. Moveti porcamaremma…”.
I corbelli pieni di legna spezzata gli pesavano a quel poro somaro e a me mi faceva compassione; mi pareva che la cinghia di cuoio che reggeva ’l bastio gli stringesse quella pancia gonfia, tanto da fagliela scoppià.
Tra-tra-tra… gli zoccoli del somaro battevano ne le pietre e facevano ’n gran baccano: tra-tra-tra. Oddio, anche le scarpe del padrone n’è che fossero da meno: con tutte quelle bollette sotto potevano gareggià con quelle del somaro, e se Checco c’avesse avuto du’ gambe ’n più, ’n si sa chi avrebbe vinto.
La su’ moglie che l’aveva sentiti, s’era subito affacciata a la finestra.
“Moveti Elvira! Guarda se mi vieni a dà ’na mano a scaricà”. Checco si spicciava a passà giù e la furia gli si leggeva nel viso e nel passo. Arrancava più che poteva con quelle gambe storte che pareva gli volessero andà ognuna per conto suo, dringolava ’n qua e ’n là come la su’ somara co’ corbelli. Mentr’andava però, benché sudasse a più non posso, ce la faceva anche a smadonnà e a ragionà forte: “Arigiù t’ho detto! Massì, io la brontolo ’sta pora miccia ma ha ragione lei mica io, guardatela qui, è pregna grossa pora bestia, ma come si deve fà? E siamo poveri siamo, bisogna lavorà bisogna: somari, e cristiani! Che ti credi ciuca, che io stia meglio di tee? ’n ti crede, anch’io la mi’ soma la porto eccome! E ’sta musaròla piena zeppa di pere ’n pensà che sia leggera… Elviraaaa!! Ma, ancora ’n sei scesa? Via bella, aggìneti: guarda se ci vieni a dà ’na manina che noi prima di notte ci s’ha da ritornà a’ Gaggioli…”
Chiaccherava da solo Checco mentre passava giù pel vicolo: “Leeeee, eh cara la mi’ ciuca, tra me e te ci corre poco, a me mi manca ’l bastio ma la soma ce l’ho ce l’ho! E anche ’l buzzo, anche quello, ’n sarà come ’l tuo ma, ci manca poco... Sà che ti dico? Da qui ’n avanti ’l lavoro mi pesa anch’a me... e siamo vecchi siamo... mah, facciamoci coraggio che dop’aprile viene maggio. Tèèèè, pòggia… Elviraaaaa!!!”
E Elvira, benché anche lei fosse vecchia e stanca, scendeva lesta lesta le scale e alleggeriva ’l su’ marito: “Ma ti pare Checco, portà tutto ’sto peso addosso, te figliolino ti vòi fa’ cala’ l’ernia e co’ le reni come hai secondo me t’approfitti ’n po’ troppo…”
Erano arrivati all’uscio di cantina Checco co’ la su’ somara: “Scansatevi cittine! Via belline, andate più là, guardate d’un facci perde tempo che qui co’ la furia come s’ha e c’è da vedé che pigliate qualche pezzo di legno nel capo. Sanrabano Elvira!! Guarda ’n po’ se ti scosti anche te, che sennò ti mèrco…”
“Bongiorno Nino!”
“Oh, bongiorno bongiorno.”
“Stamattina sete a lavoro quaggiù pel Poggio?”
“Eh sì, oggi vi fò compagnia donne, ’n sete contente? Ciò da fa’ ’n materassino e uno a ’na piazza e mezzo, sicché, per un pezzo mi godete!”
Nino di Necessario passava giù co’ le capre di legno e le tavole, faceva più viaggi avanti e ’ndietro che doveva portà anche la macchinetta pe’ cardà la lana: se la ’ngroppava e via, gobboloni gobboloni andava.
Nino ’l materassaio, si vedeva spesso giù pe’ la strada che lavorava, lì nel vicolo lo trovava sempre ’l posto pe’ allargà tutta la su’ roba.
“Mamma ti scrivo questa letterinaa
per dirti che mi trovo Addis Abebaa
il mio pensiero sempre a tee mi lega…” Necessario, anche prima di mettesi al pigio, attaccava a cantà.
Ch’attrezzatura buffa che c’aveva! Ne la scatoletta di legno ci teneva l’aghi e lo spago: certi aghi lunghi come ferri da calza che pe’ ’mpuntì que’ materassi alti come guanciali, gli ci volevano ’n quel modo lì. Ma la cosa più ganza era la macchina del cardo ch’era lunga come ’na banchina di legno e su, lo sportellino che s’apriva era tutto pieno di chiodi: di sotto e di sopra tanti denti ’n fila che lustravano come argento. Nino si metteva a cavallo nel seggiolino e via via ’nfilava la lana sotto e: trutrù trutrù trutrù… avanti e ’ndietro dietro e avanti, cardava e cantava:
“Eee gira gira l’elicaaa
romba ’l motoor
siamo paracadutisti
si vince o si muòòr…
La padrona del materasso, gl’aveva portato tutta la lana rattrappita e lui con quell’aggeggio la faceva venì fòri tutta allargata, soffice che manco pareva più quella.
“Che bella lana m’avete fatto Nino” ogni tanto la padrona s’affacciava pe’ vedé a che punto era: “Eh sì, ’n pare manco più quella da quant’è bianca, m’è venuta pulita davvero ’sto viaggio.”
“Ma lo sai ’nvece che ti dico? Quest’altra volta guarda di lavalla meglio piuttosto…”
“Nino, ma voi dite percèlia ve’? E l’ho tenuta du’ giorni a mollo co’ Omo! Mica mi vorrete dì che n’è venuta bene eh! ”
“E io ’nvece te lo dico perdavvero: ’sta lana, è unta! Omo, Olà! Voi donne vi fate confonde da tutti ’sti troiai, da tutte ’ste cose moderne. Date retta a me che me ne ’ntendo: lavatela all’antica com’avete sempre fatto, che tanto, pe’ la lana ci vole la soda, ’n c’è niente da fà. Omo e donna: casomai adopra la lisciva... Percaritadiddio! E mi darebbero ’n bocca mica storie, capirai! So’ più di quarant’anni che fo materassi, lo saprò…
Vaalènciaaa
ciò tre pulci ne la paancia che mi ballan lo scimmìììì
vaalènciaaa fìììì-fìììì-fìììì-fììììììììììì.
Valènciaaaaa se’ venuta da la Francia co’ capelli a la garzòòò
bada valència te le dòòò
bada valència te le dòòòò...
Eèèè priii-maa-vèraaa
svegliatevi bambineee
alle Cascine ’l mese d’aprile fa ’l rubacuòòr
e a taaa-rda-seraaa
madonne fiorentinee...” trutrù trutrù… “Quanto so’ zozze ’ste donne, so’ vecchie e tanto n’hanno ancora ’mparato... percarità!
...èèèè priii-maa-vèraaa
che fèèè-sta di colooriii
maadonne e fiori trionf’eterno di gioventùù.
Fiorin di noce
c’è poca luce ma taanta paaceee,
fiorin di nooceee
c’è pooca luuceee…” trutrù trutrù trutrù… e noi si smetteva di giocà e ci si metteva lì a guardallo. Necessario però ci spediva subito: “Via via cittine, sciò” ci faceva co’ la mano. “Questo è ’n aggeggio pericoloso, n’è mica ’n giocattolo sapé! Andate andate spepìne, andate a giocà davanti al vostro uscio pettegole che ’n sete altro, ma ’nno vedete che polverone?” E difatti da tutta quella lana che giù cascava per terra, scappava fòri tutto ’l troiàio de’ le pecore: polvere ricciòli forasacchi... Io guardavo le mani di Nino che leste leste pigliavano e mettevano sotto, pigliavano e mettevano sotto: “O Nino! Ma voi ’n vi ce le rinchiàppate mai le mani sott’a cotesti chiodi?”
“Tòh!!! Toccoferro” e faceva corni con tutt’e due le mani.
“Quest’è ’l valzer dell’oorganinooo
quest’è ’l valzer del buoonumoor
ciao Lili ciao Lili ti riivedrò
ciao Lili ciao Lili tesòòr… ”
“Bòn per voi Angiolino! Almeno voi cantate sempre: anche se ’n vi si vede, vi si sente! Bòn per voi come sete sempre allegro…” gli diceva Alduina mentre passava su co’ la cesta de’ panni ’n cim’al capo.
“Gente allegra Dio l’aiuta! Ma te pensi davvero ch’a lamentassi e a stà col muso, ci si guadagni qualcosa? Eh cara la mi’ Alduina, oramai è toccata a noi! Lavorà, voglia o non voglia, bisogna lavorà che beni al sole, noi ’n ci s’hanno mica! E sicché, l’unica è quella d’un pigliassela, locca; tanto lo sai da te che: chi se la prese, campò ’n mese! Dunque, su co’ la vita!!
Voglio vivere coosìììì
col soole ’n froonteeee
e felice caantooo
allegrameentee…
…Stai alleegra o Mariuucciaa
ridi seempre di cuoor
se qualcoosa ti cruuccia
devi riidere ancoor.
È una faarsa la viitaa
è una faarsa l’amoorr
ridi ancoora o Mariuucccia
ridi seempre di cuoor…”
E Nino, pigliava la lana e la zeppava dentr’a la buccia e così, via via, quella stoffa a righe bianche e marroni da moscia com’era, diventava sempre più gonfia. Da ultimo, quand’aveva finito ’l monte, ’nfilava lo spago ’n quell’agone e, su e giù, giù e su, attaccava a ’mpuntì: ’n biocchetto di lana ’n cima a ogni punto e via.
“O Rosita!! Attacca a spalancà l’uscio, ma, tira giù anche ’l catòrcio però... guarda che anche ’l tu’ materasso a momenti è pronto! Stasera voglio ride: pe’ salì su, a te di sicuro ti ci vole la scala, al tu’ marito forse la gamba gli c’arriverà, ma ’nno so…
Speriamo ch’almeno questa mi paghi… che qui, mi parammé sia ’na gran banda, ’ste donne so’ tutte squattrinate! Ti dicano: grazie Nino, ora però sapete, mi scomoderebbe... è ’n momentaccio! Tra qualche giorno ’l mi’ marito dovrebbe riscòte e allora, state tranquillo che ’l primo sete voi, vengo di corsa a portavveli... Mmh, e vengano quando se lo ricordano! Di corsa sì, si sentano riavé! Prima fanno su’ affari e poi, se gli c’incastra pensano a Necessario...”
“Ora mi rincresce sapé, ma voi lo sapete Angiolino: a st’annate è magra la faccenda!… Accident’a la miseriacciacane; qui quando piove troppo e quando si secca ’nnicosa. Eh carimia, co’ la campagna ’n ci s’indovina mai, quel che metti metti. Auh! Se si riscòte due c’è da paga’ tre, se si riscòte tre c’è da paga’ quattro! Per chi ha la terra caro voi è così! Benché si faccia sempre a miccìno, du’ soldi che du’ soldi ’n ci s’hanno mica mai ’n tasca.”
“Eh sì cara, dill’a me!! Lo so lo so, altroché se lo so: senza lìlleri ’n si làllera!”
Quel materasso dopo finito, sembrava ’n campo, ’n campo co’ la terra marrone e tanti fiori di somaro sparsi ’n qua e ’n là.
“Cenciaiòlo donneee, cenciaiòloo! È arrivato ’l cenciaiòlooo, chi cià cenci-lanaccio-ferraccio donneee. Cenciaiòlooo! Cenciaiòlo donnee, è arrivato ’l cenciaiòloooo…” berciava a squarciagola ’l cenciaiòlo pe’ fa’ sentì ch’era arrivato. Passava su a capo basso co’ la su’ attrezzatura ’n dispalla: da ’na parte la statera col piatto dorato e la catena ciondoloni e da quell’altra la balla da pienà. Ogni tanto si fermava a guardà le finestre pe’ vedé se s’affacciava qualcuno: “Cenciaiòlo! Aspettatemi che scendo,” e ’n un attimo ’l vicolo era pieno di donne e di fagotti. “Annita! Ma n’hai sentito? Lesta, scende giù che c’è ’l cenciàio.”
“O Gennì! Moveti, guarda di corre’...”
Chi c’aveva da dagli ’n materassaccio, chi ’na frazzumaglia di stracci rinfiltriti e chi ’n monticino di ferracci: “Io figuratevi, guasi guasi vi darei anche ’l letto del mi’ poro socero… ma, a dì la verità sarebbe sempre bono. Quanto me lo pagate? Se mi trattate bene mi decido e ve lo do col materazzo e tutto: è di crino, lo pigliate?”
“Avete voglia voi, io piglio ’nnicosa.”
Chi saliva lesta a piglià la chiave di cantina, chi quella del chiostro e chi co’ la su’ bracciata di cenci aspettava che ’l cenciaiòlo pesasse e gli dasse ’l su’ avere: “Ma come? Voi fregate, v’ho dato ’n sacco di roba e mi mettete ’sti du’ spiccioli ’n mano? Ripesatela ’n’altra volta che a me mi sa che voi vi sete sbagliato di grosso” chi sbaiardava da ’na parte chi lo maltrattava da ’n’altra: “’sto formicone, ’n dubità che lo sa lui come porta’ ’l cappello!”
“’l su’ mestiere lo sa fà eccome! A noi con du’ centesimi bacati ci contenta, ma che vo’ sapé quanto ci guadagna co’ nostri cenci!”
“’sto mostro l’ha trovato ’l verso di fà quattrini…”
“Donne donne, quanto chiaccherate! Bisognerebbe tagliavvi la lingua… S’avessi fatto ’ soldi come dite, a quest’ora ’nvece di stà qui a confondemi con voi, sarei a godemi la vita da qualch’altra parte; state sicure che se potessi, di mestiere farei ’l pascià! C’è ’na bella soddisfazione a stà a discute con voialtre: diociscampieliberi!! La sapete una più del diavolo la sapete; donne donne…”
’l cenciaio pesava e discuteva, discuteva e trattava, e co’ la bilancia ferma a la tacca, coll’occhi arrabbiati pe’ finta e quel sorrisino sott’a’ baffi diceva più che sicuro: “Eccolo qui! Se ’n vi fidate riscontratelo da voi: ’l peso è più che gagliardo, vi torna ora? È du’ tacche più là mi pare, lo vedete?...”
“Ma, quanto lo pagate ’l ferro al chilo? È calato dall’ultima volta?”
“Costa sempre uguale: ’na lira l’altra volta e ’na lira stavolta; a me donne mi sa che voi conti ’nne sapete mica fà.”
“Ah, ’na cosa è certa: a voi conti vi tornano sempre, quello è sicuro, ’n ci piove!! Ma lo sapete che vi dico? Quest’altra volta ’nvece di confondemi a metteveli da parte, mi mette più conto buttà ’nnicosa giù pe’ la concimaia, tanto, pe’ quello che ci date…”
E tira e picchia e mena, e batti e ribatti, ’l cenciaiòlo, zeppa zeppa, aveva già pienato la balla e mentre pagava a destra e a sinistra contrattava ’l prezzo del letto: “Sentite, ’n discutiamo più ch’ho furia; se me lo volete dà me lo date e sennò, amici come prima” e faceva l’atto di piglià ’l su’ traìcche e d’andassene. “Io di più ’n vi posso dà, ci rimetterei” borbottava. Ma, n’aveva manco fatto ’n passo, ch’era bell’e tornato ’ndietro: “Allora? Vi decidete o ’n vi decidete? Ricordatevelo bene però, che l’affare, lo fate voi! Oramai la parola l’ho spesa e vi do quello che vi do anche se ci fò pari…”
La su’ balla traboccava e da quant’era gonfia pareva quella dell’orco di Piccirillino. Gli scaldini, i secchiacci sculati, i pitali smanicati, le padelle bucate, i gettacqua smaltati e le catinellacce ’mborniate, via via le ’nfilava in un fil di ferro e quand’aveva finito di fa ’ su’ affari, s’ingroppava ’nnicosa e passava su. Tutta quella roba mangiata da la ruggine scrocciolava e sicché, anche se qualcuno n’aveva sentito, se n’ammoscava subito ch’era lui: “Cenciaiòlo! Andate digià via?”
“Vò a scaricà ma torno subito.”
E noi, a volte ci s’inguattava dentro a qualche andito, ci s’accoccolava dietro al portone e poi si chiamava: “Cenciaiòlo! Cenciaiòlo!” Lui si guardava ’ntorno e si fermava ’n momentino pe’ ascoltà da dove veniva la voce e pe’ ripiglià fiato: “Chi mi vole?!” E mentre scapeàva pigliava ’l vicolo di là.
’l cenciaiòlo era ’n giovanotto biondo co’ capelli mossi, e le donne più giovani dicevano ch’era ’n bell’omo: alto e dritto come ’n fuso. Le su’ mani però erano sempre del colore de la ruggine come ’ trofei che comprava. Più d’una volta ho sentito le chiacchere di quelle donne: loro pensavano che ’l cenciaio avesse fatto ’ soldi davvero, perché ’primi anni, quando passava, era scalcagnato, co’ le toppe al culo e co’ le scarpe che gli scappavano da’ piedi. Ultimamente ’nvece, s’era rimpellicciato eccome: si dava perfino la brillantina ne’ capelli e nel mignolo gli lustrava l’anello d’oro! “Fresca monache! Quello si vede da lontano ch’è oro a 18! E dev’esse anche pieno” le ragazze guardavano s’era da la mano bona e poi pianino pianino dicevano: “Se fosse quello di fidanzamento però, lo porterebbe a quall’altro dito, ’n vi pare?”
Anch’io c’avevo fatto caso, perché l’òmini coll’anello n’ avevo mai visti; ma la cosa che mi faceva ’ncuriosì di più era quell’unghia lunga. Mah! Si vede che pell’anelli ci voleva ’n quel modo lì, e difatti, a dì la verità, ’na volta avevo adocchiato la mano del Romanino, e anche lui nel mignolo oltre all’anello, c’aveva l’unghia appuntita come quella del cenciaio. Mboh!
Era vestito di nero da capo a piedi, lo spolverino lungo gli copriva ’ calzoni, e le scarpe fine e lustre gli cricchiàvano mentr’andava. “St’omino però quant’è preciso” diceva la mi’ nonna: “È vecchio carimia, ma com’è sempre tutto spuciàto!” ’l cappello ’n capo, la borsa ’n mano, passava giù ratto ratto al muro e senza falla tanto lunga ripeteva quella cantilena:
“Si ripara macchine da cucire,
gommini rocchettini
olio aghi…”
Aveva ’l naso pavonazzo come quello de’ briachi, ma però, briaco ’n era. Ne la punta c’aveva ’na specie di pallina, come se fosse stato ’n altro naso ’n cima al naso. A me mi pareva vecchio parecchio perché caminava lémme lémme. “Ma forse dimostra, io da quando lo conosco, l’ho sempre visto così” diceva la mi’ mamma.
Anche la cartella di cuoio faceva come lui: dondolava di qua e di là. Ogni tanto qualche donna lo chiamava ’nviperita: “O quell’omo!! Fermatevi ’n po’! Tornate ’ndietro che vi voglio, tanto è ’n pochino e via che v’aspetto…”
“Angiolina!! Angiolina!!!” Berciava Marsiglia da le scale: “La tu’ socera m’ha detto che ciài la macchina rotta. Guarda che quell’omino è venuto, ma se ’n t’aggìni, quello passa giù e via.”
“Pelamordiddio! Tanto ho poco bisogno… che dite, sò più di quindici giorni che l’ho ferma, mica storie. ’ n c’è stato cristi di falla ripartì: perquanto s’è rotto qualcosa di grosso, stavolta ho paura che ’n sia questione di unto e basta…”
“Alice!! Alice!! M’hanno detto che quell’omino è costassù da te; mi raccomando, quand’ha fatto digli di fermassi, che mi manca l’olio” quelle donne si raccomandavano a mano giunte, perché se ’nno chiappavano al volo, lui co’ la su’ santa calma, ripigliava ’l su’ traìcche e ’n quattro e du’ sei era già ’n piazzetta.
“O ’ndov’è balenato? Diobenedetto e santo! O gentine, lo voleva la moglie di Anatolio, ma questo bisogna rincorrelo…Quell’omo!!! Diovipurghi, almeno voi bòn per voi, berciate poco, e se s’ha le finestre chiuse manco vi si sente” e lui ’mpassibile si fermava, apriva la su’ cartella e senza chiacchera’ tanto serviva e ripassava giù:
“Si ripara macchine da cucire
gommini
rocchettini
olio aghi…”
“O voi costaggiù! O quell’omino! Ma ’nno sentite che vi chiama quella donna? Eccola lassù: vedete ch’è lì a quella balzòla... Andate dentro a quel portone grande e poi salite le scale: ’l secondo uscio a questa mano qui è ’l suo.”
E lui tutto ’ntirizzito rigirava e calmo calmo ripassava su.
A me figuriamoci, mi pareva che quell’omino fosse scappato da qualche novella… eh sisì, era troppo ganzo. Forse era ’n mago gironzolone che gli garbava di veni’ a spasso dilieggiù… che vo’ sapé! E io, più lo guardavo e più m’incuriosivo e mi pareva che da ’n moment’all’altro da dentro a la cartella o da sott’al cappello: abracatabra abracatabra... gli scappasse fòri qualcuna de le su’ magie. A dì la verità, io l’avevo visto co’ mi’ occhi. L’altra volta, quand’era ritornato, la mi’ mamma l’aveva fatto venì ’n casa pe’ fagli vedé la macchina da cucì ch’era rotta chissà da quanto; era vecchia vecchia, e lei diceva che quando s’era sposata l’aveva trovata ’n cantina, giù, tra tutti que’ trofei. ’n quella macchinina senza pedale co’ ricami a rizzigògoli dorati, da ’na parte c’era scritto: Regina Margherita. Ah! Collo! Altro che vecchia, era antica!! Sarà stata d’una regina, figuriamoci ’n po’. Eppure lui, quell’omino, ’l mago, s’era ’nfilato ’n paio d’occhialini ’n cima a la punta del naso e dop’avella rigirata di sotto e di sopra, aveva preso l’ampollina dell’olio e dop’avecci ’nfilato ’n ago novo di zecca, aveva dato ’na giratina a la rota e via, ’n quanto te lo dico aveva sistemato ’nnicosa. Andava come unta, e la mi’ mamma tutta soddisfatta diceva: “O ragazzi, me l’ha rimessa ’n funzione mica storie! Quell’omino è propio bravo! M’ero avvista di comprammela nova, ch’oramai pensavo che questa fosse da buttà al ferraccio, e ’nvece, ho risparmiato ’ soldi e ci cucio veramente bene.”
O di dove sarà scappato? Boh! Io gliel’avrei domandato volentieri ma, mica m’azzardavo.
“Belliniii! Guerriniii! Postaaa!!…” Passava su pel vicolo Arnaldo co’ la su’ borsa spalancata a fisarmonica: tanti scompartimenti dividevano le lettere da le cartoline, bigliettini da’ telegrammi.
“Citerniii! Cariniii! Betelliii! Postaaa!!…”
E le donne di corsa scendevano le scale quando sentivano che Arnaldo chiamava a gran voce, e lui pronto, consegnava la posta e ’l su’ bongiorno. Era calmo Arnaldo, pacioso e tranquillo; conosceva tutti e tutti conoscevano lui: ormai erano anni e anni che viaggiava a giornata.
Dentro a quella borsa slabbrata c’entrava tutto ’l mondo e tutte quelle cartoline illustrate che venivano da lontano, io l’avrei volute tutte per me: mari monti palazzi fontane fiori…
Era lui giù pel vicolo che spargeva la festa: tanti bigliettini pieni di porporina d’oro e d’argento che lesta si sparpagliava tra ’ riccioli accomodati del Bambin Gesù. E ’pulcini scappati dal nido e le rondinine bianche e nere che volavano tra ’l rosa del pesco? Era sempre Arnaldo che smerciava l’aguri di carta: “Tieni bella, questa è la tua” e così, col Natale tra le mani, a capo basso ringraziavo l’amico del vicolo e de la gente.
“Belliniii” e la Pasqua era già nell’andito, saliva du’ scalini e dritta entrava ’n casa: “Mamma mamma, mira! Ci s’ha posta!!” E le colombe bianche volavano ferme e fiocchi sventolavano la primavera e cestini coll’ova a colore odoravano di zucchero.
Quando sentivo che Arnaldo passava, lesta lesta mi mettevo a sedé ne lo scalino di fòri, così, se mi vedeva, di sicuro ’n si scordava di lasciammi qualcosa. Io avrei voluto che mi scrivessero tutti e se avessi potuto avrei frugato ’n quella borsona pe’ sceglie le cartoline più belle e ’ bigliettini più colorati.
“Maginiii!Bicocchiii!” Più spesso però, lui tirava di lungo: “Bella che fai, pigli ’l sole? Oggi è bella davvero, pare primavera” diceva mentre si sbrigava a passà su, e quelle viole che gli facevano capolino dal taschino gli davano ragione.
Ma Arnaldo non consegnava l’allegria e basta, ogni tanto portava anche la disperazione e quando allungava ’n telegramma, spesso era segno di lutto e chi lo riceveva pensava sempre al peggio. Quelle donne subito si rannuvolavano: “Madonninacara… che sarà successo?…” E ’l viso già si rattrappiva.
Io mi credevo che Arnaldo conoscesse tutti ’ posti del mondo e che c’andasse lui direttamente a piglià la posta per noi; ma forse no, sennò telegrammi che facevano piange mica l’avrebbe presi.
Quando passava su, se ’n c’aveva da chiamà nessuno, fischiava, e ’l vicolo si rianimava lostesso: “Ciò posta Arnaldo?” E Diva curiosa faceva capolino da la finestra che voleva sapé se ’l su’ fidanzato gl’aveva scritto.
“Pe’ stamani niente, ma vedrai che domattina mi fermo!”
“E per me Arnaldo?…” Velia aspettava le notizie del su’ figliolo.
“’l Belgio è lontano, ci vole qualche giorno prima che la posta arrivi... State tranquilla Velia: niente nove, bone nove!”
“Arnaldo, niente?…”
“Come niente? Scendete scendete Margherita che la vostra figliola v’ha scritto ’na cartolina postale.”
Fermati anche da me Arnaldo, gli dicevo zitta zitta: lasciami ’na cartolina, dai che ce l’hai tante…
Adalgisa noi si conosceva bene e co’ la cosa ch’era amica de la mi’ mamma, spesso spesso veniva a trovacci. A me mi pareva ’n po’ buffa: era ’na donna, eppure, pareva ’na cittina. Era piccina, però, era grande! E con quella voce era forte e decisa, io, ’n pochino la temevo, specialmente quando risoluta mi diceva: “Su forza, toccami la gobba che porta fortuna, n’avrai mica paura eh! Toccala toccala!” Adalgisa scherzava ma io avevo paura sul serio, e quando vedeva che m’ impermalivo allora attaccava a corre’ ’ntorn’al tavolino e allungava le mani come pe’ dimmi: “St’attenta nina che ora ti chiappo…” quelle mani mi parevano lunghe lunghe e quando le svincolava ’n quel modo, mi faceva batte ’l cuore forte forte.
“Ma lo sai che fò Beppina? Dato che la tu’ figliola ’n mi vole tocca’ la gobba, io, uno di questi giorni vengo, la piglio e la porto su con me... O locca, vieni qua via che si canta ’n pochino:
Che me ne ’mporta a mee
se non son’ bèèlla
io ciò l’amore mio che fa ’l pittoreee
e mi dipingeràà come ’na stellaaa ”
Adalgisa era ’nfelice perché da piccina era cascata da la madia. Di casa stava su a lo spedale e difatti quando si combinava pe’ la strada, era sempre ’nsieme a le monache. A di’ la verità, anche con quelle mica mi ce la dicevo tanto; vestite ’n quel modo erano tutte differenti dall’altre donne, e poi con quel viso raggrinzito da quella cuffia stretta stretta... ’ capelli ’n si sapeva mica se ce l’avevano o no: la testa era tutta rinchiusa sott’a quella specie di fascia bianca come se se la fossero rotta.
’nsomma a me, quelli che ’n erano vestiti come tutti mi mettevano l’agitazione addosso. ’carabinieri poi! Quelli sì ch’erano peggio di tutti: pigliavano e mettevano ’n gattabuia. Anche co’ Mario la guardia ’ntendiamoci, c’era da scherzacci poco eh, che lui faceva la contravenzione anche a chi diceva le parolacce e a chi rompeva ’ vetri co’ la palla. E quando passava giù pel vicolo, io zitta, ferma, ’n mi movevo: “Meno male che ’n cià sentito… c’è andata bene vai…” gli dicevo ’mpaurita a Vanna.
La mi’ mamma me lo diceva sempre: “Attenta nina!! Attenta che qualche volta a te ti tocca! E ti tocca ti tocca… pe’ anda’ ’n gattabuia ’n c’è mica bisogno d’esse grandi, meglio! Ci mettevano anche ragazzetti de la tu’ età, figureti te se si fanno scrupolo; basta che Mario faccia ’na spiata a carabinieri e, è bell’e fatta! Anzi, quelli più piccini ’nvece di metteli al fresco, le mandano ’n Casa di Correzione.” Ohi! E quella, a quanto diceva lei, dev’esse’ stata anche peggio de la galera… madonnabona se ’n ci stavo attenta erano dolori: prima o poi mi toccava davvero.
De’ frati del Convento ’nvece no, ’n avevo paura perniente, che tanto padre Felice che quell’altri ’n brontolavano mica mai. Noi lassù s’era di casa, e ’ntanto che ’ frati, tranquilli, facevano le su’ faccende, noi si poteva scorrazzà tanto nel piazzale che dentr’a quel bosco pieno d’ombra e di sole. E sicché, come veniva ’l tempo bono, si pigliava la merenda e via, tutte ’n branco ci s’avviava là pe’ quella strada: “O mamma, anche domanissera però ci si ritorna ve’? Dai... io voglio venì sempre a questo Maggio qui”, se mi c’avessero portato anche tutti giorni, io c’avrei fatto la firma, che le funzioni del Convento ’n erano mai lunghe.
Un altro che ’n faceva effetto perniente benché c’avesse ’l cappello e lo spolverino, era Dino, ’l vetturino. Lui era sempre sorridente e scherzoso e poi ci faceva salì ne la su’ Rama celeste e ci portava dritti dritti al mare! Dino ’n brontolava mai e chiaccherava con tutti, grandi e piccini: “Su, forza cittini, salite via che si va! Gnamo belli, ma ’nno vedete oggi che giornata? Via via, che con prima s’arriva e prima vi mettete a mollo. Ovvìa, siamo tutti? Allora ci si pòle avvià, vedo che ’n piazza c’è rimasto giusto Garibaldi! Oddio, anch’a lui ’n pochino di sole male gni farebbe, guardatelo lì: è bianco come ’n cencio!” E tutti si mettevano a ride mentre: Pèpèè!! Pèpèèè!! Girava ’ntorno a quella statua rimpettita e pigliava la via de le Cascine. “O donne! Ma me lo volete di’ che c’avete di bono dentr’a la sporta? Ci scommetto che voi Alda vi sete portata dietro anche la boccia smeriglio pe’ fà l’acqua Viscì! Capirai, dopo le sabbiature avrà voglia di rinfrescassi si o no? O Alda, ma quando ’l vostro marito vi fa la buca pe’ sotterravvi, n’avete paura che poi si scordi a ricavavvi?”
“Ma sta’ zitto mostro! Tu fossi ’ndolorito come me... tu avessi lo spasimo ch’ho io e ci staresti anche te sott’a quella rena bollita, e ci staresti ci staresti!”
“O donne, ’nsomma io volevo sapé ch’avete portato di pranzo: avete fritto ’l galletto ’l conigliolo o ’l baccalà? Dice che fritte siano bone anche le scarpettacce” e Dino risoluto girava quel manubrio tondo come ’na rota, guardava avanti e ragionava tranquillo, tanto ormai quella strada la sapeva a mente. Pèpèè!! Pèpèèè, e quella Rama turchina lesta lesta andava ’ncontr’al mare.
“O cittini, voltatevi da la parte di là: eccolo laggiù dietro a quel poggio... Ovvìa, forza, pintate, che così se m’aiutate s’arriva prima!”Quell’azzurro era propio lì vicino: si vedeva ’na sdriscia piana che s’attaccava da la parte di qua a la terra e da la parte di là al cielo. Come brillava! Brillava di contentezza come noi, e col sole, quell’acqua celeste pareva d’argento; ma Dino: Pèpèèè!! Curvava e ’l mare spariva di colpo... ma poi rieccolo! Riappariva subito da la parte di là: “O babbo, ma ci sò due di mari?” ’nvece era sempre ’l solito.
“Oté, io la prima volta, lo vidi ch’avevo vent’anni!”.
“E ch’effetto ti fece? Mica facesti come la moglie del poro Santino che quando ce la portonno dice che disse: Collo che pozza!!!”
Lucia caminava e mentr’andava chiaccherava da sola. Lei ragionava forte, come se ci fosse sempre qualcuno che l’ascoltasse, e da come scoteva ’l capo pareva arrabbiata. Era vecchia Lucia, io l’avevo vista sempre ’n quel modo lì: col capo bianco e ’l viso stanco e rinseccolito. Spesso spesso, la gente del vicolo gli dava da di’: “O dov’andate Lucia a quest’ora e co’ ’sto freddo?”“Che t’import’a te dove vò io! E vò dove mi pare e piace vò! Mica devo chiede l’ordine a te!! O musosudicio costì” e mentre passava giù, seguitava a bolli’: “E vò a cercà fortuna vò, senti dove vò…” Lucia era parecchio scoglionata che lei ’n voleva tanti versi: gli scherzi gni garbavano perniente, ma co’ la cosa ch’era cappellaia ’n quel modo, trovava sempre qualcuno che gli dava da dì. “O Lucia, quant’anni avete?”“Che t’import’a te di quant’anni ho io?! E l’ho quante ’l Tonnaini l’ho! Sei contento ora curioso che ’n sei altro?…”“No che ’n sò contento! Almeno ditemi quanti ’n aveva ’l Tonnaini!”“’l Tonnaini l’aveva quant’e me bischero!! Io e lui s’era d’età te l’ho già detto…”Gostìno però la voleva fà arrabbià ’n tutti modi. “O Lucia, levatemi ’na curiosità: ma voi vi tingete ve’? ’ capelli l’avete troppo neri pe’ la vostra età…”“Diavolo! E mi tingo sì! Mi tingo col culo de la padella! Quand’è bello nero di furiggine me lo strofino nel capo e via, dalla anch’a la tu’ moglie ’sta ricetta, ch’anche lei benché sia giovane, mi pare ch’abbia ’n gran bisogno” gli rispondeva lei tutta ’nviperita.“Ma guardate Lucia, ch’oggigiorno si tingano ’n tante, ’n sarebbe mica mal di niente...”“Ma va’ all’Inferno va’, cretino che ’n sei altro! Pel culo pigliaci la tu’ mamma, pezzo di merda!! Con cotesta faccia a culo che ti ritrovi, e pensi davvero di piglià pel culo mee? Piccinino! E ti sbagli di grosso ti sbagli…”E a la gente che passava di lì, anche se gni voleva mancà di rispetto, gli ci scappava da ride pefforza quando sentiva que’ battibecchi, ma guai! Se dioneguardi Lucia se n’accorgeva, gli faceva ’na spostatura numero uno: “E te che ciài da ride, sentiamo ’n po’? E ti pare che faccia ride, ti pare?…”“Ma io Lucia, mica ridevo di voi, ci mancherebbe! Figuratevi se voglio levà di rispetto a ’na persona più anziana...”“Andate ’n culo tutti quanti sete, rospi di macchia, coglioni! Pensate per voi e pe’ la vostra somara... La gente ha sempre voglia di chiaccherà: vogliano sfotte e ’nvece se pensassero a la su’ zacchera ’n farebbero pari...”
Spesso spesso, le donne, fòri dall’uscio, ci mettevano ’ capistei e ’ giugliai co’ le mele o le pere cotte al forno che così, le davano via. Ma la frutta la vendevano anche cruda: fichi, purnelle, pesche, sorbe, nocciole, noci, castagne, che chi ’n ce l’aveva di suo, bisognava la comprasse ’n c’era verso. Fòri dell’anditi o ’nfondo a le scale, ne’ panieri e ne’ corbelli, c’era sempre qualcosa ’n bella mostra. Chi smerciava fagioli e ceci, chi ’l radicchio o le patate, e quando qualcuno voleva qualcosa, a gran voce chiamava la padrona: “Costanza!! Volevo ’n chilo di pesche” e lei lesta s’affacciava e mentre s’asciugava le mani al grembio, pronta, pigliava la statera e via. “Come le volete? Spaccatoie o di pasta gialla?”“Datemi queste qui che mi sembrerebbero ’n pochino più mature… mmm, a me mi sa ch’avet’avuto furia di cogliele!”“O che vòi che faccia come la pora Ghièga? Lei, la roba, ce l’aveva sempre pronta: una a una se la metteva sott’al grembio e, palpa palpa, faceva quel lavoro a giornata e sicché… A ’n dubita’ che la ròbba lei ce l’aveva sempre matura vai!Qua, parami la sporta; come peso lo vedi anche da te, te l’ho fatto gagliardo: a volé stà attaccati, una sarebbe stata da levà... mah, vorrà dì ci rifaremo quest’altra volta…”E dato che tutti, chi più e chi meno, c’avevano ’l su’ pezzetto di terra, parecchie botteghe erano anche pe’ nostri paràggi: ’n cima al vicolo, a metà, ’nfondo ’nfondo, giù pe’ le scale dell’Addobbi, là ’n piazzetta. “Chissà se ci sarà Dosola ’n casa? ’n vorrei andà là e poi… è capace ch’a quest’ora sia sempre dilieggiù pe’ campi…”“Oté, se ’n c’è lei vai da Nèvia! Io vengo ora mi’, cià certi raponzoli! E che pimpinella! ’na lattaiola tenera come la brina. Và tranquilla và, ce ’n ha quanto ne vòi! ’l radicchio lei lo fa a balle, mica a musaròle!”“Beppina, lo sai se Armida di Calore cià sempre le lumache? Io vengo dal Borgo... speriamo ’n abbia fatto ’l viaggio a vòto...”“Io penserei di sì Adriana, anche s’ho visto ’n gran via vai stamattina: lo sai quando si sparge la voce, la gente corre. Ma veramente ce l’aveva du’ secchiate piene!”“Figurati, io le vorrei tutte bianche, ch’al mi’ Gigi lumaconi gli fanno effetto…”E così, le donne facevano le su’ faccende e ’ntanto vendevano: chi l’olio, chi ’l vino, chi l’aceto. “Ada!! Scende giù lesta ch’ho furia… che dici, ho lasciato quel vecchio solo... Volevo ’n boccione di vino bianco, e poi, ti chiederei ’n piacere: lo so che ce l’hai per casa e basta, ma bisognerebbe ch’almeno ’na boccia di quello fragola tu me lo dassi, sennò la mi’ nora, quel figliolo, me lo fa co’ la voglia! Ora gl’è presa carimia… dice: Mamma, percarità, fatevelo dà da Ada, almeno ’n goccìno portatemelo sennò…”“Evelina! Evelina! ’n c’abbia a esse?… Evelina!!” Chiamava Severina dal vicolo: “Volevo ’na còppia d’ova fresche…’l cacio l’avete già fatto? Già che ci so’ piglierei anche ’n pochina di ricotta; n’è che c’avete anche la briciolata no?…”“Eh no,” gli rispondeva pronta Vela: “l’ova ve le posso da’, ma la ricotta pellappunto me l’avevano già ordinata! Se la volete, pe’ domallaltro vi fò quella e quell’altra…”“Sentite qui come profumano ’ste mele... quasi quasi le piglio: so’ regine ve’?...”“Sò sempre a bollore, vengo ora dal forno” gli diceva Vela: “quante ve le ’ncarto?”Giù pel Poggio era tutto ’n vende e ’n comprà, e a me mi pareva che quelle donne ci si divertissero a pesà a ’ncartà e a riscote, come noi quando si giocava. Certo però, che Iolanda e Turchivia, Amelia e Feranda e anche le Morine, loro sì che si divertivano più di tutti: belle forze, loro c’avevano le botteghe vere! Co’ su’ cassetti pe’ la pasta e le su’ palette pe’ piglialla, ’ bossoli pieni di conserva e d’acciughe, ’ pomi che lustravano come ’l sole dentro a la su’ cartavelina co’ le frange, e le banane sopr’all’uscio che giù: una attaccata all’altra, una attaccata all’altra facevano da lampadario.
“Vedo la luna
vedo le stelle
vedo Caino che fa le frittelle…” ma quando mi veniva ’n mente Caino, mi rannuvolavo subito. La mi’ mamma, m’aveva detto che portava via ’ cittini cattivi e io, meno lo vedevo e meglio mi sentivo e specialmente quando si passava giù pe’ la chiesa, via! Facevo tutta ’na corsa, perché lui di casa stava propio laggiù a Sant’Antonio.
“Piangi piangi, piglia coteste gare e poi vedrai ci pensa Caino a sistematti pe’ le feste! Zitta ’n po’… se ’n mi sbaglio, questo, al passo sembrerebbe propio lui!”
Ohi… e mentre tiravo su col naso, lesta lesta m’asciugavo l’occhi, che Caino, con quel cappellaccio acciaccato nel capo, le mani ’n tasca ’l collo torto e quell’occhi truci… mmmm, mi faceva ’n effettaccio.
Anche del Variati avevo paura, ma lui pe’ via de le sbornie, che figlioli, pare ’nne pigliasse... “Certo che ’sto disgraziato le piglia propio a comunione eeh, che scimmie!!” Diceva chi lo vedeva ’n quelle condizioni: “e le chiappa sonore vai!!!” GinoVariati era sempre tutto sbonzolato e quando passava aveva ’ calzoni a bracarella e la camicia spalancata. A volte, si metteva a sede ’n qualche scalino o sennò si sdraiava per terra e via. “Guardatelo lì gentine, pare morto… Madonninacara, cià perfino la bava a la bocca…”
E io piantavo banco e cocci e di corsa pigliavo la via di casa: “Mamma mamma, oddio c’è ’l Variati…” berciavo dall’andito.
“Ma mica ti fa niente, lo vedi ch’è ’n disgraziato… O Cèlide, ma lo vedete com’è concio, qui bisognerà che qualcuno lo rialzi… Mariavergine che lavori… guardatelo lì che patente...”
’nvece, Beppe di Schiaccino, benché a vedello di così pareva ’n pochino buffo, però, almeno lui, scherzava volentieri e ogni volta diceva così: “Belli belli siamo ’n pochi! Siamo giusto io e ’l Mascherone di piazza! O, d’altra parte belli bisogna nàsceci e io pellappunto ci nascei! Che vi posso fà gente? Voi arrangiatevi” borbottava Schiaccino con quel sorrisino sornione che, co’ la cosa che bello bello ’n era, lui la pigliava a ride e via. Ma Beppe, anche s’a volte lo pigliavano ’n giro, ’n se ne faceva mica e mentre si gongolava, con que’ piedi a papera passava giù tranquillo e beato e risoluto berciava: “Giacobbe è a le Cascineee! Giacobbe è a le Cascineee! Donne, avete capito sì o no?” O sennò gridava: “Pesciaiolo!! Pesciaiolo donnee!! Pesciaiolooo! Donne, andatelo a dì a quell’altre donne che ’n piazza c’è ’l pesceee! È vivo donneeee!! C’è l’anguilla che si rimena…”
Ogni tanto si zittava pe’ ripiglià fiato o pe’ risponde a che gli dava da dì: “Beppe com’èè?”
“E è e è, avòglia te se è!”
“Beppe come vaa?”
“E va e va, avete voglia voi se va. O donneee! Agginatevi ch’è arrivato ’l cocciaio!! Leste leste, ’nne state a traccheggià: ’n piazza c’è ’l banco del godi-godi!! Tutto a cento lire: zuppiere ’nsalatiere tazze pitali pappagalli catini… Mariannazoppa! Manca poco pestavo ’sta merda…”
“E che t’importa Beppe? Lo sai che porta fortuna!”
“Allora acciacchela te locco” che lui ’n era mica sciorno come sembrava. Beppe ’nvece era propio ganzo: sempre con quel berretto di traverso e le mani affondate ne le tasche de’ calzoni. Con quell’ occhi piccini che gli ridevano da lontano, ’l sorrisino di traverso e que’ du’ denti allungati davanti, pareva davvero ’l ritratto de la calma. Anche se ’l viso l’aveva più nero di quello di Caino, lui ’n faceva paura perniente: si vedeva di così ch’era più boncitto del pane.
“Donnine stamattina c’è la carne ’n piazzaaa! Gnamo che con poco la pigliate: è bella magra donneee!! Spicciatevi però che sennò ’n ce la trovate più!”
“Ma te lo sai s’è morta attonata o se s’è scapicollata?”
“Di chi era lo sai Beppe?”
“Chissà s’è ’na bestia vecchia…”
“Abbia a esse parecchio sanguinosa?” Gli domandavano tutte quelle donne mentre si sbrigavano a passa su.
“Dice ch’era ’n birràcchietto giovane, e ’ padroni sò quelli del podere di Santone giù. Por’animale, pare ch’abbia ’ngollato ’n ferro. Donneee c’è la carne ’n piazza!! Oggi cittine è capace che vi tocca la bragiolina anche se n’è festa col tovagliolo” ci diceva Schiaccino sornione mentre noi zitte zitte gli s’andava dietro pe’ tiragli ’l pinzo de la giubba. Ma Beppe tanto ’n s’arrabbiava manco quando ci trovava su ’n cima ’n cima al su’ pianerottolo. “Ma, ’n vi bastano le scale? Ovvìa belle, guardate s’andate fòri,” ci diceva col su’ sorrisino. “O mamma! Ma ’nne sentite ’ste raspose? Ma ’nno vedete che tra poco vengano a ’nguattassi anche ’n casa? Gni dite niente gni dite? ’nne brontolate mamma?… Da ’na parte vi fanno compagnia ve’?” Ma anche Ernesta era paciosa e se ci vedeva sgattaiolà tra l’uscio e la tenda del su’ sgabuzzino ’n s’inguastiva mica.
E ’nvece Memma, s’inaspriva subito se c’intoppava dietro al su’ portoncino e con quella voce repentina ci maltrattava a più non posso: “O ragazzi! Queste sò più sfacciate de le galline mica storie! Ma, l’educazione dove l’avete ’mparata eh?! O Tonino,” gli diceva al su’ marito ch’era lì ne la su’ stanzina che ’mbollettava le scarpe. “Ma ’nne vedi ’ste scimmie del patacchìno?… È ròbba da chiodi, se si lascia ’n pochino l’uscio accostato, n’avé paura che ti si pieni subito la casa di figlioli. Aprano, entrano e via… attente nine che se piglio la scopa è peggio pe’ voi!! Ma ti pare Tonio! ’nvece d’andà giù pe’ lo Scatolino e vengano a dà noia pe’ le case st’armigere...”
Qualche volta la mi’ nonna mi portava con sé a trovà Amelia, la su’ amica. “Siamo state a scuola da le monache e sicché siamo compagne, ’n ti pare?”A me, a dì la verità, mi parevano ’n po’ troppo vecchie pe’ esse compagne di scuola...“Tu sapessi quanto ciànno ’mparato quelle suore! Si cuciva, si ricamava, si cantava! Eh, benché ’n pare, anch’io ho fatto le scuole alte sà, che ti credi? Pe’ andà da’ le monache difatti c’era da salì ’n monte di scale come queste” mi diceva mentre su su su, si rampicava. Amelia stava ’n cima ’n cima: si passava ’n pianerottolo e poi ’n altro e ancora ’n s’era arrivate.“Madonnaboncitta quanto sò faticose…” e si fermava ’n pochino a rifiatà. “Come faranno ’ste pore donne a portà l’acqua… vièmmi diquiessù co’ le brocche piene e poi tràinini la lingua… Nonò, mi dispiace, ma è meglio stà dove si sta noi: oddio, le scale ce l’ho anch’io, ma ’n so’ mica ritte come queste! Mariaverginaddolorata ’n s’arriva più!”Ganze quelle scale: giravano giravano, e tutta quella ringhiera di ferro arricciolato a vedella da lassù, faceva certi zirigògoli… “Viene qua! ’n t’affaccià che se dionegurdi ti pesa ’l capo barulli disotto e ti sfragelli… ma ti vòi scapicollàa?”“Voi lo sàpevate che sò cinque ’sti pianerottoli? L’avete mai contati?”“Ah ’n avé paura, ’n c’è bisogno che le conti, me le sento tutti ne le gambe me le sento. Oiòia...” borbottava mentre bussava e girava la chiave: “Permesso?… Amelia sò io, ci sei? Fammi mette subito a sedé che ’nne posso più… eh carimia: chi è vecchio e ’n se lo crede, a la salita se n’avvede!! O ch’avèssa che ciò le gambe che mi fanno fico: secondo te quando fanno giacomo giacomo che segno è?… di gioventù ve’? Qua, aggià che ce l’hai mi voglio proprio spaparà qui nel canapè…”Io, da Amelia c’andavo parecchio volentieri perché era donnina tanto garbata e poi mi dava sempre qualcosa: o ’na caramella o ’n gianduiotto, o sennò ’n dolcino secco. Com’entravo, lei mi faceva ’n sacco di feste e premurosa mi diceva: “Brava brava, sono propio contenta che tu sia venuta, me lo dai un bacino?… Come sei fatta grande!! Sei cresciuta parecchio dall’ultima volta: ma lo sai Diomira che è presa perinsù.”“Eh sì, è alta quante ’n soldo di cacio! Se ’n piglia l’olio di fegato resta piccina, ma ’nna vedi che cacanìdolo? è ’no scricciolo a caso” gli diceva pronta la mi’ nonna.“E invece è alzata eccome, e più cresce e più viene bellina, e poi è calma, è posata.”“Sisì, più cresce e più diventa birbona vedi! Io te la darei a regge pe’ ’n mese, e poi vedresti che ’nno diresti più: sò sicura che ’l giorno dopo la rispediresti a casa sua.”“Ma che dici Diomira! Magari ce l’avessi io una nipotina così...” e anch’io a la mi’ nonna gli dicevo dentro di me: ce la vorrei avé anch’io ’na nonna così, che voi carabella, mi fate sempre vergognà davanti a tutti! Com’era complimentosa Amelia, e com’era brava! Lei faceva ’ fiori di carta e lì sopra al su’ tavolincino c’era tutto l’occorrente: la cartavelina verde pe’ le foglie, quella rossa pe’ le rose, viola pe’ le viole, e da ’na parte tanti mazzettini di fildiferro. Dentro a ’na scatola di cartone c’erano ’n gran monte di petali tagliati e di foglie smerlate già pronte pe’ attaccà, ma sopra al mobile lungo, Amelia, c’aveva sempre ’na cestina già sbocciata. Come mi garbavano que’ fiori! Parevano veri, e ’mazzetti di viole messi così uno accanto all’altro, sembrava ch’odorassero perdavvero e quando loro ’n mi vedevano, io c’appoggiavo ’l naso pe’ sentì se profumavano come quelle dell’Addobbi. Amelia pigliava qualche ritaglino e me lo regalava: “Tieni, così quando fai le collanine di pasta, le colori… Ti garbano queste roselline? Sò un po’ sgualcite, ma per giocare vanno bene.” Altro che se mi garbavano, mi sapeva mill’anni di falle vedé a Bruna. Con tutta quella roba ’n mano ero più che contenta e quando Amelia mi domandava se da grande volevo andà da lei a ’mparà, io mi sentivo ’na fiammata al viso; altroché se ci volevo andà, ’n mi pareva ’l vero!“Ora è troppo presto, ma quando sei più grandicella se vieni t’insegno volentieri; ’n è mica difficile sai.”Era tanto boncitta quella donna e tanto educata, e poi parlava bene e vestiva meglio. Al collo c’aveva ’na collana a du’ giri e anche l’orecchini erano a chicchi ’n po’ viola e ’n po’ rosso bucchero, e anche la pietra dell’anello come cangiava… Le mani bianche e lisce lisce, senza macchie e senza diavolini, che Amelia, lavorava di fino e s’avess’avuto le mani ruvide come tutte l’altre donne, addio! La cartavelina de’ su’ fiori si sarebbe subito sgualcita, ma poi lei si vedeva da lontano ch’era ’na signora: ’ capelli pettinati a modo e quel ciuffo bianco dentro a la retina bianca, pareva guasi ’n cappellino leggero. La camicetta col bavero traforato, ’l golfe co’ lo spillo giallo che brillava come ’n sole piccino. Amelia era vecchia, ma però era bellina lostesso e poi odorava sempre di profumo: la Lavanda Col di Nava! Io lo sapevo perché ’na volta m’avevo regalato la boccina vòta.Era tutto bello ’n quella casa e ’n quelle sedie vestite di rosso ci si stava propio bene, e mentre la mi’ nonna sorseggiava ’l caffè bono ’nsieme a lei, io mi gustavo ’l ripieno dolce de la caramella. “Ma lo vedi come sta composta? È brava davvero, è educata!”Mi sapeva mill’anni d’arrivà a casa pe’ dillo a la mi’ mamma; loro mi dicevano sempre ch’ero maleducata e che quando mi portavano dietro, gli facevo fà sempre certe figure! E se ’n ci credeva, glielo facevo dì da la mi’ nonna, perdinci: se n’era sorda, anche lei dovev’ avé sentito!Toc! Toc! Toc! Toc! Quell’orologio alto più d’un omo, m’aveva fatto fa’ ’no stolzo… Madonna boncitta, faceva più chiasso di quello di piazza!“Tra trippole e trappole s’è fatto già le quattro?! Oté, sarà meglio che m’avvii sennò trovo ’l foco spento…”“Ovvìa Diomira, aspetta un altro pochino via; io lo sai, mi sto subito meglio quando sono in compagnia. A volte, ti dico la verità, la solitudine mi pesa…”Sola?! E ’l su’ marito chissà dov’era andato? Forse era morto ’n guerra… e ’ su’ figlioli? ’ su’ nipoti? Io ci sarei stata volentieri a fagli ’n’altra pochina di compagnia, ma a la mi’ nonna quando gli pigliava la furia, carimia ’n si reggeva mica più.“Via Diomira, altri cinque minutini...”“Ovvìa su, mi rimetterò a sedé ma, giusto du’ secondi eh, che ’n voglio mica voglio fa’ notte diquiessù, ’n ho punta voglia di barullalle ’ste scale…”
E io, tutta contenta, m’aggiustavo la gonnella sott’al culo e mi coprivo bene ginocchi che volevo sta’ composta: ’n casa di Amelia mi garbava d’esse educata.


Giocando giocando
’n gioco che si faceva sempre volentieri era quello de la Morte Secca, a noi ci garbava tanto perché ci faceva sentì grandi e coraggiosi.
Da le nostre mamme ci si faceva regalà ’na zucca bella grossa, di quelle che si davano al maiale ci s’avevano tutti, e sicché ’n si tribolava a procurassela. Pel nostro lavoro si sceglieva sempre la più grande e la più tonda: si tagliava ’n pezzetto da la parte del picciòlo e co’ la mano via via gli si levava semi e filàccichi e quando s’era votata a modo, col coltello si tracciava ’n triangolo nel mezzo e si tagliava, così, dopo levato ’l tassello restava ’l buco del naso. Poi, uno di qua e uno di là si disegnavano altri due e quelli erano l’occhi; la bocca, a forma di mezzaluna si faceva piuttosto grande e perché fosse più cattiva e paurosa che mai si rifiniva co’ gli stecchini di scopo: grrrrrrrr, parevano denti d’un mostro allupato. Da ultimo ci s’infilava dentro ’n mozzicone di candela e si ricopriva col su’ coperchio che diventava subito ’n cappello a misura, e poi via, lesti a chiude’ gli scuri de la finestra pe’ vedé l’effetto che faceva. Quel viso acceso era tremendo e quel fumino nero che scappava dal tappo già odorava di paura.“Toccala toccala, appoggiaci la mano: senti com’è calda?… sembra viva” gli dicevo a Letizia. Ma lei no, ’nna voleva toccà. “Dai, ch’hai paura che ti mangi? ” Io facevo la furba, ma subito andavo a riaprì gli scuri. “Siamo stati propio bravi! Ma ora però spengiamola che sennò si finisce tutta la candela e ’n’altra la mi’ mamma ’n me la dà di certo.”
La sera quando s’era cenato, ci si ritrovava tutti ’nsieme e via, si pigliava la nostra Morte Secca e s’andava a fà ’mpauri’ ’ cittini. Uno la reggeva e quell’altri tutti dietro a processione, s’attaccava a fa’ ’l nostro giro. Casa per casa si bussava e quando ’ ragazzetti adocchiavano quel mostro che sguaiato rideva di cattiveria, subito sgattaiolavano tra le sottane de le su’ mamme, e ’mpauriti più che mai spesso spesso si mettevano anch’a frignà. “O locco! Lo vedi ch’è ’na zucca! Toccala sciorno, ’n ti fa mica niente” ma la su’ mamma aveva voglia a dì: quello ’n si voleva tranquillizzà né poco né punto e s’incantucciava sempre di più. Noi ’nvece si rideva soddisfatti e lesti lesti si riscendeva le scale pe’ andà a bussà a ’n altr’uscio.
Come ci si divertiva! E mentre si passava giù a rotta di collo, chi reggeva la Morte Secca s’arrabbiava: “Piano!!! Fate piano che sennò mi si spenge! La volete capì, sì o no?!!”
“Sì ma se ’n ci si sbriga, la candela finisce!”
“O ’gnoranti costì, aspettatemi ch’a me mi dole…” ci diceva Bruna mentre zoppiconi zoppiconi s’arrabbattava a ritornà nel branco. “Oiòia… a me mi fa male parecchio!”
“Fà meno la ficosa e spicciati che ci lasciano…”
“Ma che ti credi? Ho picchiato ne lo stinco sà… tu sentissi che bruciore!”
“Se le barullavi tutte era peggio! E se dioneguardi picchiavi la tempia ne’ lo spigolo e restavi nel colpo o ti sfracassavi la testa, c’era da sentilla la tu’ mamma…”
“Se ’n vi movete, tra pochino si spenge! Spicciatevi che la candela è a li sgoccioli” ci berciava Valcello giù dal portone di Bettina.
“A me mi scappa la piscia… ora la fò qui dietro vedrai... così mi ci bagno lo sdruscione che mi guarisce prima...”
“Mica la vorrai fà nell’andito di Dinda eh? Ma se’ matta? Se pe’ disgrazia s’affaccia…” ma ormai quel pisciolo già sbucava dal portone scendeva lo scalino e ci correva dietro.
“Leste sbrigatevi ch’a me mi pesa! ’n fate tanto le furbe eh! Sennò mi’, la pianto qui per terra e me ne vò!”
E giù e su e qua e là, che di cittini piccini da fà disperà, lì ne’ paraggi c’erano parecchi.
Anche noi qualche anno prima ci s’era messi a belà davanti a quel mostro arancione e ragazzi più grandi c’avevano preso ’n giro e avevano riso de la nostra paura. Ma ora no, ormai s’era cresciuti, figuriamoci se quella zucca ci faceva tremà l’orlo de la sottana, meglio!
“Lucianaaa… Brunaaa…Vannaaa, so’ ’l mostro vero che vi viene a mangià: Aammh…” ci faceva Luciano mentre ratti ratti s’entrava nel pianerottolo buio di Candida... oddio… E a me ’l cuore mi scappava fòri dal petto e co’ la mano tastavo ’l nero pe’ cercà la mano di Vanna e con quell’altra m’attaccavo più forte a la sottana di Grazia. Oiòia… la candela s’era spenta e noi s’era tutti rinvolti nel buio... e io mi sentivo gelà.
Ogni tanto quando si poteva rimedià ’n pochina di pasta si facevano certe collane, ma certe collane co’ fiocchi. Le stelline da brodo erano le più adatte, ma anche l’avemarie e ’ padrenostri andavano bene e così la grandinina: ma no di quella soda però, quella bucata. Bisognava armassi di tutto l’occorrente: ’l filo di rocchetto, l’ago fino o quello da lana, a seconda de la grossezza de la pasta e poi, s’era possibile, ’n pochina di cartavelina rossa. Ci si metteva a sedé ne lo scalino dell’andito e col nostro cartoccino di pietre preziose accanto, s’infilava s’infilava, e le stelline via via diventavano sempre più zeppe, appiccicate, strette. ’l filo andava pienato tutto, si doveva lascià giusto ’n pezzettino pe’ la chiusura e basta; poi ’n bel nodo stretto a modo e la collana era già pronta. Se la pasta era parecchia, allora ci si faceva entrà anche ’l braccialetto accompagnato: “Noo, ti dico che l’hai fatta troppo corta! Ci vòi scommette che ’n ti ci passa dal capo? Chissà come fai! Già che t’è venuta bellina, dai, peccato, ’n ci provà... la sfili!!”
Quante volte m’era succcesso, ma ’n era mica tanto facile regolassi, e quando la gogliata era troppo corta se dioneguardi si forzava ’n pochino, addio! Ariverderci la collana: la pasta cascava per terra e andava dritta ne’ cretti de’ mattoni. Se ci se n’accorgeva ’n tempo, l’unica era quella d’un provacci perniente e senza stà lì a lamentassi, quel colièr strozzato si faceva diventà ’n braccialetto a du’ giri e bonanotte sonatori.
“Dai, moveti Bruna! Via lesta, o ’n avevi detto che a casa ce l’avevi? Valla a piglià che così si tinge subito e per domani quando si fanno le recite è già asciutta. Dai, che ti ci vole? Guarda che quando ce l’ho io, la cartavelina te la presto eh!”
Bastava si mettesse a mollo ’n pezzettino e l’acqua pigliava ’l colore ’nsieme a le collane; quando s’asciugava, la pasta ’n pochino schiariva, ma però rimaneva sempre d’un bel rosa acceso e addosso faceva la su’ figura. Se si giocava a le signore, più ’nciarmate s’era e meglio si stava ma, specialmente quando si facevano le recite s’era rifinite di più con quelle collane al collo, e gli stracci che ci si metteva addosso ’n parevano manco più cenci.
Spesso, i vestiti si facevano co’ la vetriola e que’ modelli si cucivano addosso, su misura: bastava appiccicà le foglie dove si voleva noi e co’ ’n pochina di pazienza e di occhio, dopo ’n pochino s’era già ripulite a festa. “Te come la vòi la giacchina? Se ti garba di più a doppiopetto ti ci metto ’n’altra fila di bottoni e via… Ascolta Vanna: ’l colletto lo vòi a omo, o sciallato? Sennò te lo fo a la marinara...”
“Le maniche fammele all’araglà... la cintola del vestito no così, parecchio più alta! Già che ci sei fammici anche la redingòtte’ sopra...” e che ci voleva! Avòglia a vetriola: lì nel muro c’era quanta ci pareva. Quelle foglioline pelose si mettevano ’n fila una accanto all’altra e lì stavano, ferme; si poteva sbrincà quanto ci pareva ma quel vestito cucito al vestito ’n si moveva di dosso.
Se la collana di pasta ’n c’era, pazienza! Noi si faceva coll’erba cipollina; quella bisognava andà giù pell’Addobbi a cercalla, ma a trovalla però ’n era mica da tutti: bisognava conoscela bene che c’era ’n’altr’erba che c’assomigliava parecchio. “Questa qui mi sa che dev’esse…” ma si vedeva subito: bastava staccalla ’n pettezzettino e se cascava, no, ’n era quella. Que’ fili lunghi e stretti si spezzettavano a misura e tutti quei quadrettini precisi restavano legati tra se da dei filini di ragnatela. Con quel sistema si fabbricavano collane e braccialetti a più giri anche co’ ciondoli se ci garbavano e orologi quadrati. Bisognava caminà piano però, che specialmente le collane se si facevano lunghe trapesavano e si rompevano, anche se si potevano riappiccicà.
“O quanto vi sete bardate cittine! Se vi vedano le vostre mamme ’n vi riconoscano mica più! Guardate questa che pendagli cià all’orecchi... e pare la madonna de le grondarecce” ci dicevano. A quelle donne gli ci scappava da ride, ma oh, d’altra parte specialmente quando si facevano le recite bisognava abbellissi a più non posso, sennò che recite erano!
“La baciucaaa-daa oe la baciucaaa-daaa,
ti fa caaderee prima che tu caadaaa,
e poi t’avvoolge ’n un maanto d’aamooor
iin una reete dii fili d’ooorr òòòòò-òòòòòòò...” accident’a me!! Pe’ ballà mi s’era sfilata la collana... e ora?!...
Certo che l’ori veri, quelli sì ch’erano adatti, ma ’n era mica tanto facile rimedialli e quando mi capitava tra le mani ’na caramella o ’n gianduiotto, ’n mi contentavo la gola e basta. Quella cartina lustra l’allargavo bene bene e poi da rovescio, coll’unghia del pollice piano piano l’allisciavo, l’allisciavo finacché ’n veniva ’na sfoglia d’oro o d’argento fina fina e lucida. La piegavo, la ripiegavo, e poi me la ’nfilavo nel dito e l’attorcigliavo più volte. Quella era la chiusura e la pietra.
“Dai, perché stasera ’n si va a fà la bussarella? Ma però bisogna esse ’n parecchi, così con più siamo e più ci si diverte.”
S’entrava dentr’ all’anditi, ci s’infilava su’ pe’ pianerottoli de le scale e: Tum tum, si bussava e, via! Si scappava come ’l vento che se ci scoprivano ci davano dieci.
In qualche porta c’era ’l campanello e quel bottoncino piccino, bastava si toccasse appena appena che subito: Drììììììììììììnnn… sonava a distesa.
“Chi è?” E s’aprivano subito la porta ci buggeravano.
“Discoli che ’n sete altro!! Brutti farabutti!! O birbaccioni costì! Vi sembra questa l’ora d’andà a dà noia a la gente? Domattina ci penso io vai a dillo a le vostre mamme… ’sti bastardi hanno sempre voglia di fa’ tribolà la gente…”
“C’abbia avé riconosciuto? Se lo dice a la mi’ mamma, la sera ’n mi fa più move di casa…”
“Meglio palàia! ’l pianerottolo è buio chissà com’ha fatto…”
“Tum tum tum!!
“O mazzacani!! Riprovateci ’n’altra volta e poi lo vedete se vi tiro ’na secchiata d’acqua, anzi, vi tiro quell’altra! È roba da chiodi, co’ ’sti mocciosi ’n si pòle cenà ’na sera ’n pace eh! Se ’n ti fanno andà ’l boccone di traverso ’n hanno mica bene…”
Madonninacara ch’antipatichi che erano!! Ma possibile che s’arrabbiassero tanto! ’n fondo ’n fondo che male si faceva? E s’aprivano l’uscio, alapurfìne ’n era mica la morte d’un cristiano! Diociguardi che brontoloni!! Massì, ’n c’era niente da fà via, la gente grande era ’na gran rompiscatole, mica era bona a stà al gioco.
Drììììììììììììììììnnn… E la testa bianca de la Sòra Lena faceva capolino da la finestra e co’ la su voce delicata domandava chi era. Ma quando vedeva ch’al su’ portone ’n c’era anima viva, senza mandà l’accidenti a nessuno si ritirava e via.
“Tuttomìo-tuttomìo-tuttomìo…”
“Oiòi la civetta… io ho paura...”
“Tuttomìo-tuttomìo-tuttomìo…”
“Anch’io!! Oddio, lo sentite come bèrcia? Madonninacara… quando fa così è ’n segnaccio…”
“Eh lo so! Graziella m’ha detto che quand’ è morto ’l su’ nonno, cantò tutta la notte.”
“Anche quand’è morto Meo-Meo… Io l’ho vista, pensa, era ’n cima al tettino de la stalla di Nano…”
“Io ho paura anche de’ fantasmi…”
“Anch’io!!”
“La mi’ nonna però dice che la paura è di chi se la fa, perché quel che c’è di giorno c’è di notte...” “No cara!! I fantasmi di giorno mica girano, la tu’ nonna è ’na gran bugiarda cara...”
“Dopo però mi c’accompagnate a casa? Sennò io vò via subito, già che Nunziata entra co le brocche...” ch’a me quando si parlava di paure, la tremarella mi pigliava anche col sole, figuriamoci a quell’ora, e l’andito mio, era senza luce.
“Zitte ’n po’?… Sssss, lo sentite? Ascoltate ’sto verso…”
“O locche costì, ma ’nno sapete che questo è ’l chiurlo?! Gnamo forza, movetevi che si va a bussà all’uscio di Gildippe; leste, che io prima de le nove devo rientrà ’n casa sennò ce ne busco” ci diceva quel billolungo del cucino di Lucia.
“Guardate guardate, passa ’l nipote di Ferrè: dai, si canzona? Ieri ’sto cretino m’ha detto scansanese mangiagatti ma ora vedrai ce lo rinchiappo:
Ciccio Bomba ferroviere
pinta ’l treno co’ le mele
Ciccio bomba verroviere
pinta ’l treno co’ le mele...”
“O, attenzione eh: appena siamo sotto la finestra di Domenico di Dedi s’attacca a digli Meco Baco. Occhio allora, sete pronti?… dai:
Meco Baco va ’n cantina
tasta l’ovo a la gallina,
la gallina gli fa ’n peto
Meco Baco si lecca
’l deto!!”
“La mi’ mamma però ’n vole che canzoni la gente.”
“Nemmeno la mia! Ieri mi voleva picchià, che dici, e m’ ha sentito mentre dicevo:
Mariassunta
co’ la bazza unta
coll’occhio peloso
e col culo merdoso e lei ’n ha fatto resti, è scappata di casa e m’ha rincorso co’ la mestola...
“Oggi, appena mangiato, noi si va subito ne la loggina di Vanna a fà le bombole, te vieni?”S’era già rimaste d’accordo quando s’era uscite da scuola e io preparavo tutto l’occorrente, la tazza, ’l sapone, ’l cannello e: “Bùùùùùù… bùùùùùùù…” soffiavo nell’acqua e quando la saponata attaccava a scappà fòri, era pronta, andava bene ’n quel modo.Eh sì, a fà quel lavoro lì ero brava davvero, e che ci voleva! S’andava su da Vanna ognuna co’ le nostre tazze pronte e s’attaccava. Eccola!! E la bombola già scappava dal cannello e mentre si gonfiava si pienava di colore... una dietro all’altra, una dietro all’altra, via via, si lasciavano andà a spasso nell’aria. Leggere, precise, piccine e grosse, e noi si faceva a gara a chi le faceva più esagerate.
“Attente eeeeh! Occhio!! Guardate di stacci attente, che io, lo vedete: qui sotto, ciò attaccato ’na gallina...” e Agnese guardava subito perinsù pe’ vedé che quelli sputini saponosi gni piovessero anche lì ’n cima: “ O gentìne, guardate qui: o ’n mi cià già cacato lo scilìscione?...”
“Ffffff, fffffff, fffff...” ma Bruna s’arrabbiava perché spesso spesso faceva cilecca, e dal cannello gli scappava ’no sputino piccino e basta. “Uffa!! Ma come mai a me ’n mi riesce…”“Soffiaci pianino, se fai troppo lesta ’n ti vengano mica” io glielo dicevo, ma lei dura! E quando gli pigliava ’l nervoso chiappava via e andava disotto a chiappalle.Eppure era facile, bastava bagnà ’l cannello poco poco, e poi: “Ffff, ffff…” ’n soffino leggero e la bombola si gonfiava si gonfiava. “Fff, ffff, ffff…” Dentro a quel velino trasparente c’entrava ’l celestino del cielo ’l giallo del tetto e la finestra del muro di la; ’n quella palla di vetro fino fino ci si rispecchiava anche ’l colore dell’orto e mentre ’l vento la spostava piano di qua e di là, quell’ arcobaleno tondo si dondolava contento. “Ora ti scoppia… lasciala! Lo vedi com’è grossa… ti dico che ti scoppia!!”E ’nvece no, finché ’n era esagerata come la volevo io: “Fff…fff…” ’n gliela davo la via. E piano piano… pianino, la lanciavo dal cannello. “Bellaa!! Ma l’avete vista questa com’era?” Quel palloncino volava nell’aria ’nsieme a ’na tempesta di palline di più misure, su e giù giù e su. E Bruna co’ le mani alzate ’n faceva pari a rincorrele tutte, e Grazia Letizia e Vanna, anche loro avevano smesso e erano andate giù disotto a aiutalla. Io, zuppavo e soffiavo, soffiavo e zuppavo: “Leste leste, guardate quella lì come sale… ancora ’n è scoppiata!” Su su su, forse quella ce la faceva... oddio, aveva già passato ’l filo de la luce… “ E sale sale: eccola lì! Ma ’nno vedete ch’ha superato anche ’l tetto di Nena…” peccato!! Io avrei voluto che le mi’ bombole, salissero salissero, sempre più alte, sempre più su. Avrei voluto ch’attaccasssero a scorrazzà come que’ rondoni ruzzaioni che a sfrotte ci ronzavano ’ntorn’al capo, che si cozzassero col rosa de le nuvole, che si scontrassero coll’odore del vento, ch’attraversassero ’ righi accesi dell’arcobaleno e, ’na volta rampicate più su: ooooh, finalmente si mettessero a giocà co’ palloni de la fiera.
Eh sì, mi sarebbe garbato ch’almeno una ci fosse arrivata all’uscio del Paradiso: “Ffff, ffff, ffff…”
Pe’ giocà a chiappassi, mentre correvo giù pe’ le scale dell’Addobbi, avevo fatto ’n tribbio a caso… m’ero sbuccicata ’n ginocchio e mi scappava ’l sangue. “Madonnaboncitta, e ora come fò a presentammi a casa? Oddio…” gli dicevo ’mpaurita a le mi’ compagne: “c’è da sentilla la mi’ mamma… vedrai che ora mi ribadisce lei. Me lo dice sempre di corre più piano e di fà meno la maschiona... Lei si raccomanda, ma io che gli posso fà?… Se so’ ’nciampicata n’è mica colpa mia… oiòia come mi dole!” Vanna mi c’aveva legato ’l su’ fazzoletto ma ’l sangue mi pisciolava lostesso. “M’accompagni? Se vieni te forse la mi’ mamma ’n mi dice niente…” e così m’attaccavo a lei e piano piano s’arrivava. “Ma’… ma’ ... mamma mi sò fatta male, ma però n’ho mica fatto apposta eh… Sò cascata però ’n mi sò fatta guasi niente… giusto ’no sbuccichino e basta.”E lei tutta ’mpaurita correva subito all’uscio: “Massì! Tanto lo so, con te ’n c’è niente da fà via, sei troppo sfrenata! Fammi vedé… qui ci vole l’alcole, guardate che sdruscione, bisogna disinfettallo subito... Ma stamattina ’n t’eri segnata?”“Sì cara!... O mamma ma n’è niente, n’è niente... l’alcole brucia, ’n mi ce lo mette percarità” avevo ’na gran paura, e attaccavo subito a bercià come ’na dannata. “Mammina no, l’alcole no...” Ma lei ’n sentiv’a sordo: zuppava ’l cotone ’n quella boccina puzzolosa e via via mi puliva ’l ginocchio. “Ahììì!!! Piano mamma, pianino… aiuto, brucia come ’l foco” dicevo mentre le lacrime mi scappavano quattro a quattro.“Madonninacara! Ora ’n vorrai mica a fa’ miracoli di santa checca eh? Questa se ’n fa corre la gente n’ha mica bene … Ma lo vedi che n’è niente: è ’na sgraffiaturina ’n pelle ’n pelle…” ma io tremavo come ’na foglia e Vanna aveva fatto come me, s’era girata da la parte di là pe’ ’n vede tutto quel sanguiccio. “Ffffffff ffffffff fffffff…” la mi’ mamma mi ci soffiava pe’ fammi passà ’l bruciore, e dato ch’oramai ’l più era fatto, dentro di me dicevo: Merda merda di gallina domattina è già guarita merda merda di gallina domattina è già guarita…” tanto l’unica medicina era quella, meglio dell’alcole e di tutti quell’altri troiài: ’n bruciava e faceva guarì di colpo. “Merda merda di gallina domattina è già guarita…” Io avevo parecchio paura quando mi facevo male, perché la mi’ nonna mi diceva sempre che se dioneguardi se ’n accorgevano le budella… allora erano dolori! Ecco perche ’n bisognava strepità tanto, se si faceva finta di niente, se ’n pareva manco che fosse toccato a noi, si poteva stà tranquilli, ma sennò… E io difatti avevo berciato poco anche quando m’ero fatta quel biccio nel capo, e sà ch’era poco grosso! Quella volta sì che ’n ci mancò niente niente, e se dioneguardi ’nvece che ’n quel punto lì battevo la tempia, u mariavergine, l’avevo bell’avuta la mia. Ma la mi’ mamma sapeva come fà e co’ la coltella grossa me lo pigiava forte forte e poi ’nsaponava la carta gialla e con quella fascia appiccicata ’n fronte ero già fòr di pericolo. E anche se d’inverno mi veniva ’l catarro, lei ’nsegava e bucava quella carta lì, e dop’avella scaldata, me la metteva davanti al petto. E così, ogni volta le budella se lo pigliavano ’n dòmo! Bene!!!


Eventi
Domani c’è la fiera e io ci vò di sicuro: “Nonna, mi ci portate vé a la fiera con voi? Ormai me l’avete promesso!”
“Dioboncittino! Me l’avrai domandato dieci volte! Aspetta ch’arrivi domani e poi ti ci porto; a te quando ti piglia lo schiribizzo…”
Madonnabona, o quanto ci voleva a arrivà a domani… che giornata lunga! E anch’ora ’n era notte...
Ma io aspettavo la fiera come s’aspetta la manna dal cielo e ’nne stavo più a le mosse che volevo andà. La mi’ nonna m’aveva detto che se stavo boncitta mi comprava la pallina di cencio coll’elastico e la mi’ mamma forse se gli promettevo d’esse più ubbidiente e d’un dì più le parolacce forse, ma forse, mi comprava ’l bambolotto col cioccìno ’n bocca.
“Mamma, si vaa? Quanto ciài?… Ancora ’n ti prepari? Dai mamma...”
“Mamma mamma mamma, mamma ’n par di zeri! Che lernia ragazzi!! Ch’appoiosa, questa farebbe venì anche le petecchie ’nvece del latte a’ ginocchi... O ’nno vedi che prima devo finì di fà le mi’ faccende? Ti pare mi gingilli?… Forza, se propio ’n sai dove batte ’l capo, fammi ’n piacere, và su a vedé s’è pronta la tu’ nonna e zittisignori...”
’n me lo facevo dì du’ volte, ’n tonfo all’uscio e via, ero già pel vicolo e come ’na saetta due a due salivo su pe’ le scale. “Nonna! Nonnaa!!” Che paura, vo’ scommette che s’era avviata senza dimmi niente… “Nonnaaa!!!”
“Ma che vòi ’mpiastro? Lo vedi che sò qua nell’arcova che mi pettino; raccattami quella forcella piuttosto: è lì sott’al comoìno… ”
“O nonna, quand’avete finito di favvi ’l ciuffo sete pronta?” Ma lei prima s’incerettava le scarpe poi bisognava si facesse ’n rammendino ne le calze, poi s’arrotolava le legacce: “Mi c’è venuto ’n bel ficosecco, raffrigna raffrigna, ma quando sò lise così c’è da pretende poco… qua, leviamoci ’l piviale... Mmm, sarà meglio coprissi, mi sa che ’sto tempo si rannuvola... diamogli ’na spazzolatina a ’sto pelùsce” la mi’ nonna quella giacca la chiamava così perché c’aveva ’l colletto di pelliccia. “O nonna, ma di che è ’sto pelo?”
“Cara, va’ a sapé di che bestia è: sarà gatto sarà cane, sòio! ’sto giacco era de la mi pora sorella, figureti te s’ha ’n anno e via.”
“Era di zi’ Zelinda vé?” Io lo sapevo che la su’ sorella portava ’ cittini, e loro dicevano sempre ch’era ’na levatrice tanto brava, e che ne sapeva più lei d’un dottore. “O nonna, ma zi’ Zelinda perché a la mi’ mamma gli fece beve l’olio di ricino quando nacqui io?”
“Oh quante ne vòi sapé! Ma la lingua ’n ti secca mai? Co la lena che ti ritrovi te da grande potresti fà l’avvocato te lo dico io! Ma già, pe’ quella faccenda chellì ci vole la scuola, e a te quella ti da nel naso... Gnamo via che sò pronta... anzi, fammi ’n po’ vedé s’ho preso la pezzola del naso... Guasi guasi piglierei la cappa figureti…”
“Mica vi sarete scordata di piglià ’l borsello eh! Ascoltate nonna, ma voi lo sapete quanto costa la pallina di cencio?…”
Su pel vicolo c’era ’l via vai de le donne ’n faccende: “Diomira!! già sortite? Stamattina e sete cascata dal letto che vedo sete già pronta pe’ la fiera?”
“Pefforza! Questa mi s’è messa a le calcagna e tu sapessi… se gli piglia le fregole ’n ti lascia mica bènavé! Quando s’affaccia al mi’ uscio ’nvece di fagli le belle belline bisognerebbe facessi come la Pora Marietta che come vedeva ’l su’ Assuero gli diceva: Amore tesoro e spicchio d’aglio quando ti vedo mi travaglio… Mariannacane se ti s’appiccica dietro è peggio d’una mignatta, ma vedrai che io ’na volta o l’altra la mando scalza a letto e digiuna a la madia, così ’mpara ” borbottava: “Ma và ’n Siena và! co’ ’ste scarpe mi dole digià la patata, auh! io sto tanto bene co’ le mi’ cimpèlle… ma che vo’ fà, a le Cascine ’n ci posso mica andà ’n ciabatte eh! Massì, nell’invecchià si sa che si pèggiora e si diventa come ’l somaro del cocciaio ch’aveva cento bidareschi sott’a la coda… ma che vòi fà, da qui ’n avanti bisogna contentassi anche se si fa ’l passo de la tartuca…” E mentre si passava su dava ’na voce a Olema e a Tonina: “Io m’avvio sapé, che questa stamattina pare abbia ’l farnetico addosso: ’sta Mariastuarda qui ’n si regge mica più!”
“Aspettatemi via Diomira, m’infilo la sottana e vengo… Prima d’andà là però vorrei passà da Goliardo pe’ vedé quanto le fa... massì, al mi’ marito ’ cappelli gni durano niente, e sà, ’n costassero niente... Ma io, almeno quando si cambia, vi dico la sincera verità, lo vorrei vedé ’n pochino all’ordine; auh, ma tanto è come volé mette la cravatta al maiale, e suda tanto suda, gronda! E sicché mi ci fa subito la gora... ”
“E ti poi fermà anche qui da Isolina a dacci ’n occhio, ho visto che l’ha messi ’n mostra; si passa ’l vicolo di qua e via, che ci vole! ”
Uffaaaa, si cominciava subito co’ le fermatine: “Nonna, si vaa… sennò si fa tardi” ma lei diceva che tra sì e no erano le nove, e c’era da vedé ch’a quell’ora ’ banchi n’avessero manco aperto. “Beppinaaa, noi allora ci s’avvia, ci si trova là.”
“Tirati su cotesti scalzettoni: ma ’nno senti no che l’hai a bracarella? Mi raccomando eh mamma, dategli sempre mano, lo sapete ch’è ’na capra matta: questa va tenuta a guinzaglio e tanto ’n giova...” ffffffff, anche lei quant’era noiosa! Ormai ero grande, e ’l pericolo lo conoscevo da me!
Rivia! Ma ’n s’era fatto manco du’ passi che la mi’ nonna si fermava a dà ’na voce a la su’ sorella: “Paolinaa, vieni?...”
A forza di forze s’arrivava sott’all’arco di piazza. “Mmmm, ch’odorino... questa è trippa! Capirai oggi è la fiera e tanto Véma che Zenàide hanno già tegami al foco, che forestieri, loro ci vanno anch’a fà colazione...”
“A sisì, a ’ste giornate io dico che le trattorie si pienano tutte, ma certo ch’a le dodici giù da la Còcca ci dev’esse ’l pienone, capirete, lei è propio qui nel comodo: la piazza è la piazza. Mercanti sensali ministri, chi ha da spende va lì.”
“Da la Billa ’nvece ci trovano le lumache, la coratella, ’l baccalà, e chi n’ha pretese, s’arrangia anche co’ ’n’acciughina sottopesto...” Anche se lo sapevo ch’era troppo presto pe’ chiede, come si passava davanti a la bottega de le Magini, gli tiravo ’n pochino la mano e, a mezza voce gli dicevo: “Nonna… me lo comprereste ’n gelatino piccino?” Ma lei faceva finta d’esse sorda e a la mutina mi dava ’no strattone che voleva dì “ci siamo già capite, vé?... Dunque occhio!”.
“Mira mira chi si vede! Anche te Finimola sei venuta a fà la fiera? E la tu’ zi’ Gerbina è sempre ’n salute sì? E, ’l tu’ socero?... Mariavergine, ha avuto ’n tocchettino? Sciaurati, è tutto fermo da ’na parte?! Mmmm, mica sapevo niente…”
Massì, ’n c’era verso d’arrivà a le Cascine che la mi’ nonna a ogni passo si fermava a salutà qualcuno. “’ndiamo nonna, si vaa?...”
“Guarda se ti zitti ch’a me m’avresti già rotto gli zibidéi eh!”
Uffaaaa!! E io, figuriamoci, già sentivo l’odore di dolce… lo sapevo che prima o poi qualcosa mi sarebbe toccato. “O nonna, ma lo sapete che io ’n so che sceglie tra ’l regolizio e la veramenta? A voi che vi garba di più?”
“A me m’è sempre piaciuto ’l croccante co’ le nocciole, anche se ora: biàscica biàscica lo rodo male, m’arrangio lostesso…Viene qua, ’n mi tirà tanto e dammi mano! Guarda che se ’n righi dritta ti riporto a casa eh! Ovvìa su, se stai boncitta, doppo ti compro ’n somarino con fichino ’n culo, ’n sei contenta?” Quando mi diceva ’n quel modo mi faceva ’na rabbia che l’avrei ’nfilata; porcamiseria, ma possibile mai ch’a tutte le fiere fosse sempre la solita musica: ogni volta mi diceva che mi comprava ’n somarino co’ n fischino ’n culo e poi, ’n me lo comprava mai.
Quanti banchi! Nel marciapiede e lungo tutta la strada i banchi, su su su, si davano mano: ’na fila, uno dietro all’altro e poi di là e poi di qua. Panieri cestini corbelli basti da somari, stacci setacci pe’ passà la conserva di pomodoro e la marmellata, ransagnoli e spianatoie, bigonzi di legno, giugliai e stacci grossi pe’ staccià la farina, scope e scopini di salgina gialla e mestole e mestolini di tutte la misure. Tutta quella mercanzia era sparpagliata per terra e ’l venditore berciava e fermava la gente: “Donne, compratevi ’n bel paniere novo che così quand’è la su’ stagione, lo pienate d’ulive e di ghianda! Forza donne che quello che c’avete cià ’l culo sfondato: volete questo o quello più grande? Capate capate! Scegliete, e se le pigliate tutt’e due, col prezzo ci s’aggiusta... Gnamo donneee, ’nne state tanto a traccheggià! Volete ’n bel ransagnolo? Quello fa comodo pe’ la sfoglia e pe’ picchià ’l vostro marito se vi fa tribolà: è legno robusto, garantito che questo ’n si rompe manco a picchiallo nel capo…”
Sempre per terra, ma ’n pochino più su, c’era ’n gran brillìo di rami: paioli caldaie, brocche col bìccico e senza, ma le brocchine da cittine e ’ tegamini già attaccati al su’ portarami di legno, quelli sì che mi facevano gola. La mi’ nonna guardava e la mi’ mamma toccava: “Mi farebbe comodo ’n secchio grande, quello che c’avevo ormai è finito, l’ho portato a stagnà, ma ’l Pezzi m’ha detto che ’n regge più.” Anche la roba di stagno lustrava e le copertoie d’alluminio e tegamoni da maccheroni e da gnocchi, col riflesso del sole se si guardavano fisse, facevano accecà da quanto brillavano.
Ne’ banchi di pannina le pezze di stoffa una sopra all’altra, una sopra all’altra, erano esposte così, tutte accatastate, precise: ognuna al su’ posto ognuna col su’ colore. E sopra al bancone allargate ’n bella vista quelle che via via la padrona scioglieva pe’ falle vedé meglio e pe’ falle toccà, srotolava e berciava: “Sentite com’è leggera ’sta battista, toccatela! Ci potete fà ’na parù da sposa, è alta doppia! E questa mussola? E ’sta pelle d’ovo? ’na stoffa come questa veroddio che ’n si trova a girà tutto Grosseto, e chi la vole tutta, dato che la pezza è a li sgoccioli, mi’, oggi mi voglio propio rovinà! Chi la vole?!… Allora? Badate che chi la piglia, eccola qui, gliela do a prezzo di scampolo. Donneee! Fate ’n affare fate, ve lo dice la Berciona! ”.
Rosso rosa celeste azzurro, a quadretti a righe a fiori; di tutti colori e di tutte le qualità che uno ’n avrebbe saputo quale sceglie. Le stoffe lucide e cangianti come ’l taffettà e ’l velluto mi garbavano più di tutte che, a seconda di come si rigiravano cambiavano di colore e subito l’arancione diventava rosa e ’l blé si macchiava di turchino. Com’erano belle! ’l velluto era liscio liscio, morvido, e a me mi sarebbe tanto garbato avecci ’n vestitino: s’avessi potuto l’avrei scelto azzurro, tutto ’ncrespato ’n vita, co’ bottoncini come perle e ’l collettino di trina bianca come quello di Anna. Ma la mi’ amica Anna, lei veniva da Grosseto e era per quello ch’era sempre ripulita, sempre! Che fosse domenica o ’n giorno di lavoro, Anna era sempre vestita come ’na principessina. Belle forze! Ma lei era figlia unica e per di più ’l su’ babbo faceva l’impiegato, mica storie.
Accanto a le stoffe colorate spiccava anche ’l bianco: ’l bianco del picchè, quello del cambrì, ’l bianco del rasatèllo, del pòpelì; ’l bianco più scaciato e quello più opaco. “Eppure,” diceva la mi’ mamma mentr’accostava la camicia ch’aveva ’n mano a la pezza sopr’al banco: “quando si dice, è bianco! Uh sì, chissà che ci vole a trovà ’n pezzettino di stoffa uguale, e ’nvece c’è bianco e bianco. Diobeato, mica mi credevo di tribolà così! S’è girato tutti banchi ma, se gli rivoglio fà ’l colletto a ’sta camicia bisogna che mi contenti… Che dite mamma? Abbia a piglià questa o quest’altra?”
“O che ti devo dì… su per giù… tarabaralla, io fossi ’n te andrei anche su da Clementina e da Zòe.”
Più là, ’l marrone del pilòrre semplice e di quello scamosciato e poi ’l grigio del fustagno e l’azzurro opaco e ’l giallo stinto de’ calzoni da lavoro. Quelle stoffe erano brutte ma, all’òmini gli ci volevano ’n quel modo lì: grosse, resistenti, robuste. Anche ’l rigatino che le donne compravano pe’ fagli le camicie da lavoro e le mutande, a me ’n mi garbava perniente.
“Quanta stoffa mi ci vorrà?! Che oltre a la muta completa, lo sapete, ’n bel pezzo mi deve avanzà anche pe’ le toppe s’intende.”
“Date retta a me” diceva la Berciona a tutte quelle donne che compravano. “Fidatevi! Voi pensate a reggemi ’l metro ch’al metraggio ci penso io!”
“State attenta di tagliavvi le mani sapé! A ’n avé paura che voi ’n regalate manco ’n triciolino: guardatela lì com’è precisa! ’n lischino che ’n lischino, ’n c’è pericolo che te lo dia, a ’n dubità, lo sa lei come porta’ ’l cappello… Eh carimia, ma ’ soldi si fanno così! Almeno levatemi la spezzatura, che mica m’avete fatto spende poco sapé! Ultimamente mi sa che sete fatta cara arrabbiata: la roba mi parammé che si paga più qui ch’a le botteghe” si lamentavano quelle donne pe’ vedé se si facevano dà qualche spicciolo di resto.
“Né pe’ dieci né pe’ otto!! Né pe’ sette e né pe’ sei!! Donneeee, ditemi quanto mi date, forza: mi volete dà cinque?! Datemi cinquecentolire e ’n se ne parla più” berciava da la parte di là quell’omo co’ la bava a la bocca e ’n asciughino al collo. “Qua, la volete voi? Se vi garba rossa bene, sennò, eccola qui, vi dò questa” e tufava le mani sott’al banco e allargava ’n’altra tovaglia a quadri verdi: “Me le volete dà anche voi? E io qua, vi voglio regalà anche ’sti du’ asciughini, anzi, tò! Pe’ dispetto vi ce lo metto sopra ’n altro” berciava ’ntanto che sbattacchiava la mano ’n cima a quel monticino arruffato. E tutte quelle donne via via s’invogliavano e pe’ la paura di restà senza dicevano: “A me a me” e pronte alzavano ’l braccio.”
“Oté, pe’ cinquecento lire che si vòle? A me mi sembra ’n bòn piglià: lo vedi che bel cotone? Qui di ràio ’n ce n’è punto...”
“Ma poi è roba bona, regge anche la varichina; io l’ho presa l’altra volta…”
Scarpe fine, scarponi co’ le bollette, stivali di gomma, ciabatte di cencio e scarponcini da cittini, tutte ’n fila sopra a le su’ scatole e giù, ’ correggiòli a mazzi ciondolavano dal banco ’nsieme a le stringhe di tutte le misure: “Guardate qua che roba! È tutta vacchetta gente! Toccate toccate, queste se ve le misurate, veroddio che ’n ve le cavate più da’ piedi e ve lo dice ’l Tato ve lo dice! Forza gente, forza, mettete mano al portafoglio” s’arrabattava a dì ’l padrone mentre teneva tra le mani ’na scarpa e la svincolava pe’ fà ’nvoglià la gente: “Col tacco senza tacco co’ le bollette co’ la gomma col carrarmato, da lavoro e pe’ le feste! Scegliete quelle che vi garbano di più, gnamo che sennò finisco ’ numeri!”
Banco dopo banco, finalmente s’arrivava a quello de’ dolci, colmo stracolmo d’ogni bendiddio. I vasi di vetro pieni di mentine di zucchero colorato di pasticche bianche e poi verdi: tonde, a punta, a quadretti. Fragole rosse, confetti normali e di quelli più grossi tutti brignoccolosi, regolizio, bastoncini di veramenta, gianduiotti a forma di banana; i pezzi di cioccolata co’ le nocciole che sbucavano da dietro, erano accatastati uno sopra all’altro come fossero stati pezzi di legno. Le stecche lunghe e marroncine del croccante lustravano accanto a quelle del torrone bianco come neve. E io stavo lì ’mpalata davanti a tutto quell’odore di dolce e m’alzavo ’n punta di piedi pe’ pienammi l’occhi. Dietr’al banco, ’l padrone pesava e ’ncartava e la su’ moglie lì da ’na parte, girava lo zucchero: mmmm che profumino... quell’odore mi faceva venì ’na gola! Quella donna pigliava ’l bastoncino ’n mano, lo girava ’ntorno a quell’aggeggio e, piano piano quel legnetto si pienava di lanuggine bianca, leggera come neve fresca, s’arrotolava come ’na matassa di lana comprata e via via diventava sempre più gonfia e profumata. Lo consegnava, si metteva ’ soldi ’n tasca e subito riattaccava. Bono!! E a me mi pareva d’avello già ’n bocca.
“Via,” diceva la mi’ nonna: “ma ti sei ’ncantata? O n’avevi detto che volevi ’n bastoncino di veramenta!”
“Piglio quello rosa e bianco, ma forse no, voglio quello celeste... abbia a esse più bono quello giallo?” L’avrei mangiati tutti, come facevo a sceglielo uno solo, era ’n discorso…
“Via cittina, guarda se ti decidi che io ciò da servì anche l’altra gente” quell’antipatico di quell’omo aveva ’na gran furia che voleva smercià ’ncartà e riscòte. “Nonna, me lo comprereste anche ’n bastoncino di regolizio che quello lo succhio piano piano, mi dura tanto…”
“Ovvìa su, oggi è la fiera e se ’n ci s’indolcisce la bocca oggi, che s’aspetta? O quell’omo! Dategli ’n pezzetto di regolizio e uno di veramenta, tanto oramai si sa che ’ nipoti seccano la vigna.”
E mentre si passeggiava, io leccavo e succhiavo, succhiavo e leccavo quel pezzo di zucchero duro venato di rosa: piano piano me lo gustavo che così mi durava di più. Mi sentivo la bocca tutta appiccicosa e ogni tanto allungavo la lingua pe’ lavammi l’odore del dolce.
Eccoli lì ’ palloni! Tutti legati a mazzo, attaccati a ’n palo di legno dondolavano al vento. C’erano tondi come zucche, fatti a oca col becco giallo e su, l’orecchi di quelli a conigliolo s’allungavano e volavano più alti. I colori si toccavano e dondolavano piano; l’occhi disegnati si spalancavano, la bocca rideva e a’ cittini pareva che gli dicesse: Cucù! Mi vorresti eh! O chiappami se c’arrivi!
Quell’omino, co’ ’n aggeggio, via via gonfiava e poi fermava le mamme co’ figlioli per mano e gli metteva ’l pallone davanti al naso: “Forza donne, fate contenti ’ vostri cittini, oggi è la fiera! Comprategli ’n bel pallone, costa poco e dura meno” e anche se quella voleva tirà di lungo, dopo ’n pochino gli toccava tornà ’ndietro che ’l su’ figliolo aveva appuntato ’ piedi e ’n c’era cristi di smovelo da lì. E lui tutto soddisfatto gli legava ’l filo al polso e mentre quello tirava su col naso, sornione guardava quel conigliolo rosso che gli rideva sott’a’ baffi. S’all’improvviso pe’ la fiera si sentiva ’n tonfo, ’n era niente: era ’n pallone che pum!! Era scoppiato e quel colore acceso e trasparente, oh... ’n c’era più. Ma quando quel cittino si ritrovava con quel cencino morto tra le mani, attaccava a batte ’ piedi come ’n dannato e ’n tutti modi lo rivoleva ’n altro. A volte ’l filo si scioglieva o scappava di mano e allora: su su su, quel pallone passava su come unto, e come ’n uccello che piglia ’l volo, andava dove gli pareva. Eccolo, ora era lassù, ma poi, guarda di qua guarda di là, quel puntolino azzurro si confondeva col turchino del cielo o entrava dentr’al bianco sbaffato d’una nuvola e… addio, spariva del tutto. Boh! O chissà dov’andavano a rifinì tutti palloni che volavano a le fiere? È capace che dai e dai, arrivavano fin’all’uscio del Paradiso...
Più su, vicino al Comune, c’era ’l banco de’ giocattoli. Bambole e bambolotti di coccio e di cellulòide, da tutti prezzi e di tutte le misure. Qualcuna dormiva ne la culla, qualcuno era a sedé nel carrozzino: col ciuccio ’n bocca, vestiti, gnudi o co’ le mutande, aspettavano co’ le mani allargate che le cittine si decidessero a sceglieli pe’ portasseli a casa. Le bambole più belle e più grosse ’nvece erano ritte dentro a le su’ scatole, tutte ’n fila una accanto all’altra e, com’erano rifinite! ’l vestito di organdise rosa celeste o bianco, con tutte le gale ’ncrespate col nastrino dorato fatto a zigo zago che gli girava ’ntorno ’ntorno. I capelli biondi o mori pettinati precisi, la bocca come ’na ciliegia, ma quell’occhi di vetro lucido co’ le ciglia lunghe che s’aprivano e si chiudevano, a me m’incantavano perché mi sembravano veri. “Mamma, guarda com’è bella questa col vestito celeste… glielo dici a la Befana se quest’ altr’anno me la porta? Tanto ormai sò grande e anche s’è di coccio mica la rompo, ci sto attenta!”
Belle belle belle, più che bambole sembravano regine: le scarpine di gomma col laccino e le stringhe come quelle vere, le calze bianche co’ la su’ risvolta precisa. ’l padrone, quando vedeva che ’l banco era pieno di gente curiosa, la pigliava una, la rigirava sottosopra e quella subito diceva: “Ma-mmm- ma, ma-mmm-ma” sembrava che parlasse propio come ’na cittina. Se tutta quella roba si fosse potuta comprà co’ soldi di giornale, allora sì ch’avrei preso tutto, mi sarei carrettata ’l banco e ’nnicosa. Avrei lasciato lì altro che l’omino che vendeva e la su’ moglie ch’erano troppo ’mportanziosi! Guai, ’n volevano che si toccasse niente: “Guardare e non toccare! Allora? Giù le mani cittine” ci dicevano risoluti. Diociguardi che aspiti!! Ma mica gli si mangiavano eh!
Pe’ la fiera veniva sempre ’n mendicante, era ’n omo vecchio co’ ’na gamba di legno. Si metteva a sedé ne lo scalino dell’orologio e a capo basso e co’ la mano tesa chiedeva l’elemosina. Noi gli si dava sempre qualche spicciolino perché ci faceva tanta pena; io, a dilla tutta, avevo anche paura, ma ’nno sapevo mica perché. A dì la verità, cattivo ’n pareva… ’l viso mesto e bianco, la giubba sdrucita: tra le gambe teneva la gruccia di legno e accanto, appoggiata per terra, la gabbia col pappagallo. Quando gli si mettevano ’ soldi ’n mano, lui ringraziava stanco e subito diceva: “Volete la fortuna? Signorina, o maritata?” E ’l pappagallo col becco pigliava ’n fogliettino giallo o celeste e a quelle donne gli consegnava la fortuna ’nsieme a’ numeri da mette al lotto. Tanta gente si fermava, ma parecchi tiravano di lungo e dicevano che quello era ’n furbone che guadagnava senza lavorà: “Fa le viste d’esse povero, ma ’n è vero perniente. Mmh! Vedrai che ’n me ’n ci ride! Sarò cattiva, ma io ’sta gente cheqquì ’nna posso sopportà... Come gli zìngheri, ’sti vagabondi: sò giovani e forti, però a lavorà ’n ci vanno mica, ma per me potrebbero morì di fame…”
“Pore locche! Quello è più aqquattrinato di voi, sembra che giù pe’ Grosseto c’abbia du’ case, e che case! Dice bisogna vedé pe’ crede! ’n sò mica catapecchie come le nostre, meglio! ’n sò né stamberghe né bacerne, perquanto sò certi palazzi, ma, da levassi tanto di cappello eh!”
“Nonò, a me ’n mi ci frega! Vada a lavoro come tutti se vole mangià, vedo che io ’l pane me lo guadagno col sudore de la fronte, eh perdìo! Io gli vorrei guardà sott’al materasso…”
“Crà-crà-crà” e mentre noi co’ nostri fagotti si passava là pel Dentro, quel pappagallo sgaruffato continuava a smercià la fortuna.
“Che scampanìo! E sona a festa?… Ma che è oggi san sughero?”
“O come, ’nno sapete Assunta? All’undici giù ’n chiesa grande ci so gli sposi!”
“’n avevo sentito dì niente, e, chi sposa?…”
“Sapete la figliola di Meo…”
“Di chi?”
“Di Meo!”
“Di Meo ’l sensale?”
“Macché, di Meo giù de lo Zoppo!”
“Ho capito ho capito, figurati te, e siamo anche mezzi ’mparentati, oddio, ’mparentati pe’ modo di dì: ’l su’ poro babbo e ’l mio erano fratelli di latte, ch’a lui gli morì la mamma di parto capisci. Ma senti senti, gli sposa la figliola... dev’esse la più piccina, quella di secondo letto difatti era sempre regazza. A’ visto, ora così s’è levato ’l pensiero, almeno l’ha sistemate tutte. Certo che cinque figliole da marità ’n dev’esse mica ’no scherzo eh, soltanto ’l corredo… E, chi piglia?”
“’l figliolo di coso giù… diobonino come si chiama…’l nipote de la pora Orsola via…”
“Allora combina bene, sò brava gente…”
Noi s’era lì che si giocava a mamme e come si sentì dì che c’erano gli sposi, via! Senza perde tempo si decise di rimette banco e cocci: “Lesta lesta spicciamoci, che sennò se tirano ’ confetti ’n si fa più ’n tempo.”
E ’ntanto pel vicolo già passavano l’invitati tutti ripuliti a modo: “Ah, come sò ricutinàti... collo! Guarda che tacchi alti che cià quella…” mi diceva Antonietta.
“Peccato però, lo vedi che la borsa ’n è del solito colore! A io, mi dispiace, ma quando sò grande, se m’invitano a li sposi mi compro tutto accompagnato…”
E ’n piazzetta la gente aspettava che la sposa uscisse di casa e le donne del vicinato erano tutte all’uscio: chi col grembio davanti e la scopa ’n mano, chi co’ cittini attaccati a le gonnelle e ’n collo, e anche quelle ch’arrivavano da la fonte, dal pozzo o dal forno, anche loro si mettevano lì che la volevano vedé. C’era chi portava ’ vasi fioriti e via via l’aggiustava lungo la strada: “Bettina!! Porta giù anche quella calla ch’hai ne la loggina, lesta! E te Fedora se ’n ce la fai, vengo su io a aiutatti: ’l tu vaso di foglie è esagerato…”
“Peccato che io le creste di gallo l’ho ’n quel secchiaccio sfondato, sennò facevano la su’ figura...”
Le campane sbatacchiavano a distesa pe’ chiamà gli sposi: din don dan din don dan, sonavano a doppio e da quanto gli davano, pareva che facessero tremà perfino l’arancione e ’l giallo de’ tetti e anche ’ piccioni volavano più là che ’n volevano mica assordì. Din don dan din don dan...
L’invitati erano contenti come pasque e tranquilli chiaccheravano tra se e con tutti, si stringevano la mano e si salutavano festosi e all’improvviso qualcuno gridava: “Ecco la sposa!! Viene!!” E ’nvece niente, ancora ’n si vedeva.
“Madonnaboncitta, o quanto gli ci vole a preparassi?…” Che noi s’aveva ’na gran furia d’assaggià ’ confetti. Dopo ’n bel pezzo, finalmente, eccola! La sposa piano piano scendeva le scale e mentre s’attaccava al braccio del su’ babbo, tastava gli scalini uno a la volta, pianino… “Ha paura d’intrigassi nel velo, ma ’nno vedi com’è lungo? Se ’nciampa ne lo strascico lo vedi te…”
“Viva la sposa!! Viva la sposa!!” E tutti a fagli la smanacciàta. “Com’è bella!! Sembra ’na bambola” dicevano. E avevano ragione: a me mi pareva no bella, meravigliosa! Con quel vestito di organdise largo largo, pareva davvero una di quelle bambole de la fiera. Sopra al vestito, ’l bolerino abbagliava da quant’era candido, e tutti que’ fiori ricamati di bianco come spiccavano! E giù giù giù, ’l velo traforato gli ciondolava e lei, co’ la mano ’nguantata di fino se lo tirava su. “Bello!! Ma lo vedi che velo? Guarda quanti picchiolotti, pare ci sia nevicato sopra… Bello!!! O come sarà ’sta sposa, eh Antonietta?”
Noi s’aveva propio davanti all’occhi che Sciupamusi l’aveva fatta fermà pe’ fagli ’n’altra fotografia: “Via cittine, guardate se vi scansate che io devo fà ’l mi’ lavoro” ci diceva mentre s’abbassava pe’ piglià la mira.
A reggegli lo strascico c’erano du’ cittini piccini, e la femmina, ’n testa, c’aveva ’na coroncina di margheritine ch’era ’n amore. E mentre quel corteo contento passava giù, le donne del vicolo via via fermavano la sposa pe’ salutalla e ogni tanto qualcuna s’asciugava le lacrime. Oh, a me mi parevano strulle: possibile mai che se erano tutti felici e contenti, quelle si mettessero a piange? Sisì, dev’essero state strulle nel capo.
Anch’io da grande quando mi sarei sposata, da la sarta mi sarei fatta fà ’n vestito uguale spiccicato a quello: “Senti Antonietta, ma te, quando ti sposi, come te lo fai, corto, o lungo?”
“Io me lo fò corto perché così mi si vedano anche le scarpe…”
E ’nfatti aveva ragione: da sotto gli sbucava giusto ’na puntina bianca e basta, peccato! ’n si capiva se c’aveva tacchi alti o no. “Io ’nvece me lo fò così, tanto quando camino ci sto attenta e davanti me lo tiro su; però lo strascico ce lo voglio parecchio più lungo di questo: almeno cinque o se’ metri!”
“Ma poi ti si zacchera tutto, se lo traini ci spazzi la strada...”
“E che c’entra? Io ’l velo ’nvece che da du’ cittini, me lo fò regge’ da quattro, o sennò da sei! Vedrai che ’n mi si sporca” e ’ntanto che si chiaccherava s’era già arrivate ’n chiesa.
Davanti al portone lo sposo, co’ la su’ mamma al fianco e tutti parenti ’ntorno festosi, aspettavano.
“Lesta lesta, spicciamoci a scende che ora tirano ’ confetti” e difatti l’invitati si frugavano ’n tasca de la giacca e giù, ’na sgrandinata e via. Chioccavano per terra come sassi e schizzavano dappertutto e quando si raccattavano erano ’n po’ scheggiati, ma a noi ’n c’importava mica: com’erano erano, ci si mettevano ’n bocca e via. A volte, se qualche ’nvitato si conosceva bene, si buttava la faccia e co’ la mano tesa e ’l capo torto si faceva ’l giro: “Anchise, ce l’avete sempre? E lei Ardito?... Marsiglio, me le dareste du’ confetti?…”
“Te quanti l’ha’ rimediati? Oté, a me me l’ha dati due Cupido, uno Tista di Pittore e uno ’l figliolo di Comìno.”
“Anch’io mi’: guarda qua che manciata! Questi almeno sò tutti ’nteri.”
“’ndiamoli a chiede anche a Bisio e a Umberto che si conoscano bene... Te lo conosci ’l figliolo di Bettarona?...”
E ormai che ci s’era, ci si tratteneva, tanto si sapeva che dopo l’avrebbero tirati ’n’altra volta. Per noi la messa cantata era troppo lunga e sicché ci si trastullava lì fòri.
Gli sposi quando scappavano di chiesa erano a braccetto; eh diavolo! Ormai erano marito e moglie. E tutti battevano le mani e gli tiravano ’l riso addosso, e loro ridevano contenti come pasque e si scioccolavano ’l vestito ’nfarinato. Com’erano bellini: accoppiati ’n quel modo parevano gli sposini finti ’n cima a la torta. “Certo che quando ci si sposa, dev’esse ’l più bel giorno de la nostra vita, vé? A te ’n ti pare Antonietta?”
“Sisì, mi pare mi pare... però bisognerebbe sposassi tutt’i giorni, almeno si mangerebbero sempre confetti” mi diceva lei mentre lesta s’arrabbattava a raccattà.
“A me, lo sai? Mi garberebbe sposà ’n aviere, che così poi farebbe come ’l sòr Costante Valle che ogni volta che passa da Scansano col su’ apparecchio vola basso basso pe’ salutà la su’ sorella.”
“E io ’nvece pe’ marito vorrei uno che vende la pannina al banco de la fiera, che così potrei sceglie le pezze di stoffa che mi garbano di più, e dopo a’ voglia a vestiti! ”
“Io quando mi sposo però la torta la vorrei a quattro piani, anzi, forse a cinque è meglio... A me senti, mi sa mill’anni di diventà grande!”
A volte però, qualcuna di quelle donne faceva certi ragionamenti buffi che a me mica mi tornavano perniente. Sentivo Adua che col sospiro diceva: “Eh sì care, ora anche per lei ’l benestà è finito! Se pensieri ’n aveva, vedrai che gli vengano tutti ’nsieme…” e la Gnaccherina gli rispondeva: “Auh! Poteva anch’aspettà qualch’altro giorno, almeno si sarebbe goduta ’n pochina di gioventù...”
“È così donne! Tanto oramai si sa: a quest’età ’n si capisce mica niente, ’l capisteo viene dopo, quando ’n siamo più attempo…”
“Io dico ch’ancora ’n è manco fòri pupillo... l’avrà sedicianni?”
“Tra poco, lo vede lei che vento tira! E ci pensa la su’ socera vai a falla rigà dritta, tanto è ’n aspito curioso…”
“Ma ’n ti crederai mica che ’l su’ figliolo sia meglio eh?”
“Io ho sentito dì ch’è ’na leggera, e quando deve affondà ’l bidente: mmmmm, perquanto nicchia che la terra gli sa bassa...”
“Ho bell’e capito allora: voglia di lavorà saltami addosso e fammi lavorà meno che posso...”
“E poi pare ch’abbia ’n caratterino… e per di più, dice sia geloso marcio!! ”
“Eh care, ’l sangue n’è acqua! Ma ’n ve lo ricordate più le scenate del su’ poro zio?! O gentine, aveva ’n piede ne la fossa ma tanto forbice forbice, la su’ moglie tra sì e no la mandava ’n piazza a piglià l’acqua...”
“A sisì, mi ci sò ritrovata io eh, ch’a que’ tempi stavo sopra a loro e sicché... Quando lui andava a lavoro, la rinchiudeva ’n casa mica storie! E lì doveva stà... anche la pora Adele le sua l’ha viste!”
Boh! Chi ci capiva qualcosa era bravo! A me mi sembravano tanto contenti que’ du’ sposini, e lui, a vedello di così, cattivo ’n pareva davvero. Gli dava mano e lei se lo guardava e rideva contenta mentre Scipamusi faceva mette tutti ’n posa e la su’ socera lesta lesta gl’allargava a modo ’l velo ’n cima a le scale.
E io pensavo che ’n era niente vero e che quelle donne erano maldicenti e basta; di sicuro erano ’nvidiose perché lei era bella come ’na bambola e loro ’nvece erano brutte brutte ’ste scimmie del patacchìno!
Oggi c’è la processione e ’l vicolo è già pronto, tutto ripulito. Ripulito è ’l muro dell’orto da la vetriola, ripuliti l’anditi da le ragnatele, ripulite a festa anche le finestre: ciondolano giù salviette co’ la trina e lenzoli co’ lo smerlo, tovaglie ricamate e coperte co’ le nappe di velluto. Che sfoggio! Giù pel Poggio pare d’esse a Roma.
’n mezzo a la strada c’è ’no stradello colorato di giallo di verde di rosso di bianco e di rosa; bisogna passà a la proda, sennò peccato, si sciupa subito. Più su, dove la strada s’allarga, c’è ’n cuore tutto rosso di petali di rosa e ’n calice giallo di ginestra. C’è ’n gran profumo nell’aria: intorno e più su e più giù, que’ petali sparsi per terra pare ch’odorino di più propio pe’ fà più bella la processione.
“Passa passa! Lesta và a piglià la cestina co’ fiori che si tirano; spicciati lesta, sennò ’n si fa ’n tempo.”
“Aa-veeeee
aa-veeeee
aa-veee-Maariiiaaaa,
aa-veeeeee
aa-veeeee
aa-veee-Maariiiaaaa.”
Eccola, la processione è già ’n cima al vicolo; peccato! ’l cuore è già sciupato da’ piedi de la gente e lo stradello è tutto sparpagliato. Qualcuno scivola mentre va, e le donne più vecchie co’ ’na mano si reggano al muro: “Qui se ’n si sta più che attente, c’è ’l casetto di rompesi ’na gamba…
Miii-raaa ’l tuo poo-polooo o béé-llaa- Signoo-raaaa
chee pièèn di giuu-bilooo
ooggi ti onooraaa.
Aanch’ioo festeevoleeee
coorro ai tuoi pièèèè
ooo Saanta Veergineeee
prèèègaa per meeee.
Iin queesta miiseraa
vaallee ’nfeliiiceeee
tuuttiii t’invoocanooo
sooccoorritriceeee…”
E la gente affacciata all’usci, via via, lesta, tira i su’ petali che leggeri, cascano per terra come neve colorata: zitti come farfalle dentro a ’n fiore, contenti come coriandoli al veglione. La processione del Corpus Domini e quella di mezzagosto per me erano le più belle e le più allegre; quella del venerdì santo ’nvece, era più buia, più zitta, più stanca.
La Madonna di Mezzagosto la cominciavano già a festeggià la sera de la vigilia e noi ci s’affacciava su dal muro dell’orto pe’ vedé ’ campi di stoppie che s’incendiavano per lei e ’fochi sparsi ’n qua e ’n là che aiutavano ’l sole stanco de la sera a illuminà l’aria di rosa. Ma anche noi lì nell’orto si preparava ’l nostro montinello di sterpi e subito l’albore c’infiammava ’ visi di festa e le lùchie attaccavano subito a giracci ’ntorno e contente salivano alte.
E ’l giorno dopo quando la portavano ’n processione era tutta ripulita come noi la domenica quando ci si metteva ’l vestito novo. Lei però, sembrava più ’na regina che la madonna: c’aveva ’n bel vestito celeste, celeste e d’oro, col velo lungo, tutto celeste anche quello, ma altroché di stoffa più fina. Ma la cosa più bella erano tutti quell’ori: di catenine che gli ciondolavano davanti ce l’avrà avute sett’otto, e ne le mani, uno sopr’all’altro uno sopr’all’altro, l’anelli gli pienavano ’ diti. Si vedeva bene che quella era ’na madonna ricca parecchio: ’n testa c’aveva perfino la corona! E anche quella era d’oro, ma, d’oro vero eh, mica d’oro fuggi! Secondo me però, era anche troppo ambiziosa: se fosse stata ’na regina poteva andà bene, ma lei no, ’n ce la vedevo tutta ’mbrigliata ’n quella maniera. Con più la guardavo e meno mi garbava: anche ’l viso se si guardava a fino a fino, l’aveva a spinosa. Forse, se si fosse vestita più semplice, mi sarebbe garbata di più, ma con quelle mani alzate pareva che dicesse: “Guardatemi quanto sò bella!” No via, era troppo ’mportanziosa. ’nvece, la Madonna Addolorata, era tutta differente: ch’era più boncitta si vedeva dal viso e a me, a quella Madonnina lì mi pareva di volegli più bene, e s’avessi potuto gl’avrei levato quel vestito nero e quel velo a lutto davanti all’occhi, forse così mi sarebbe sembrata ’n pochino più contenta... Di certo però, lei ’n ci si sarebbe mica andata ’n giro con tutti quell’inciarmamenti addosso, nonò: l’Addolorata, era come tutte l’altre donne, normale. Eppoi si vedeva da come ci guardava che ’n era spinosa perniente e anche se piangeva zitta e disperata, ci faceva capì lostesso che ci voleva bene, e ci diceva di stà boncitti anche noi... Eh sisì, ’n c’era niente da fà via, io a quella madonnina lì gli volevo parecchio più bene.
Viene ’n profumino dal forno, ma ’n profumino che fa gola a sentillo e basta; che mandano tutto quell’odore di dolce, so le schiacce di Pasqua. Le tavole so già piene zeppe di tegami e Alino co’ Rosilia ’n fanno pari a ’nfornà. Via via le schiacce gonfiano e su su, salgano sempre più su, ma tanto c’è la carta da burro ’ntorno ’ntorno, e sicché ’n c’è pericolo che trabocchino da la teglia. Le donne tutte affaccendate vanno e vengano da casa al forno, dal forno a casa pe’ andalle a controllà: vogliano vedé se gonfiano o se mòiano di nizza.
Pel vicolo è tutto ’n chiaccherìo: “Stanotte ho fatto nottata ma, oté, ancora le mi’ schiacce ’n si sò mosse…”
“Ma gliel’hai detto a Alino che te le mettesse su alte? Si sa, anche lui ce l’ha tante, bisogna stagli dietro da noi.”
“E poi ’n c’è niente da fà via, quest’anno co’ ’sto tempo e pare d’esse più a Natale ch’a Pasqua e le schiacce, pe’ partì hanno bisogno del caldo.”
“A sisì, se dioneguardi ’n partano subito è magra la faccenda…”
“Anch’io, cara Inesse, è da stamattina che viaggio avanti e ’ndietro, e ora zitta, pare che ’n pochino abbino mosso... ci devo avé messo ’n po’ troppo zucchero, apposta ’ndugiano...”
“Massì, co’ le schiacce ’n ci vole furia, pelamordiddio! Tanto oramai si sa donne: c’è da vedé che ’n anno ’n si tribola perniente e la volta dopo si passa tutta la giornata al forno. C’influisce tante cose, n’è questione d’esse sciorne, vedo che succede anche a le magerone e sicché…”
“Eh care, anche questa, benché ’n pare, è ’na faccenda lunga e faticosa! Guardate che anche a rimenalle ci vole ’ bracci boni... E si dice bene si dice: le schiacce, uh sì, chissà che ci vole, e ’nvece perdìo, ci vòle eccome! E io a divvela tutta sarei guasi stracca sarei! E ’nvece, careddigrazia che mi mòva… Tra du’ giorni poi c’è da fà quelle co’ la ricotta: oddio, lì la faccenda è più corta diamine...”
“Zitte donnine zitte, fatemi andà che io ciò sempre ’l letto sfatto…”
“E io allora che dovrei dì che ’n cima all’acquaio ciò sempre piatti de la cena: e sa sò ’na barcàia a caso! Capirete, anche noi tra tutti e siamo ’n undici mica storie…”
“È ’nutile fà, pe’ stà dietro a ’sta faccenda cheqquì si lascia andà ’nnicosa, e io a divvela tutta mi sento di partì: dall’avviligione mi gira ’l capo… Ora che ci penso mi sò scordata perfino di sdigiunammi… e sà, è da le quattro, quand’è partito ’l mi’ marito che sò allerta…”
“Uh, benedica Chiarina, come sò soffici! Come vi sò venute belle!! Speriamo ch’anch’a me, gira e rigira, da ultimo mi diano soddisfazione via, ma se ’nne sfogano…”
“Ma diamine” borbottava Alino. “Avete voglia se vi sfogano! Voi donne se ’n vi lamentate ’n avete mica bene! Tutti l’anni fate sempre ’l solito piagnistèo: e Alino mettetemele più su che sennò mi si ghiacciano, e Alino rimettetele più giù che sennò mi si gonfiano troppo a la lesta. Diociguardi! Le donne bisognerebbe ragionassero quando piscia’ le galline… Chi vi contenterà a voi? Rosilia!!!! Dà ’na voce a Tea che le sua mi parammé che siano già da ’nfornà.”
“Ma le mia Rosilia, quant’è che l’avete guardate?…”
“Le vostre, Ebe, sò sempre ’ndietro, per me potete andà anch’a mette ’l tegame al foco che ciànno bono bono ’n par d’ore più. Anzi, già che ci sete fatemi ’n piacere: mentre passate giù date ’na voce a Ginevra che le sua sà già ’n punto.” E Rosilia co’ le mani a’ fianchi s’affacciava all’uscio e attaccava a bercià: “Angelica!! Gnamo via che le vostre le ’nforno con quelle di Osvalda e di Ida; ma ’nno vedete donne come sò gonfie benedica? E meno male ch’avevate paura di stà qui fin’a notte! Ha propio ragione ’l mi’ Alino quando dice che bisognerebbe ci tagliassero la lingua a tutte…”
E noi, mentre s’aspettava le nostre mamme, si giocava lì fòri e a sentì tutto quel profumo ci veniva ’na gran voglia di dolce, ma tanto era inutile fassi venì la gola, perché la schiaccia fino a la mattina di Pasqua ’n si poteva avvià. C’era sempre d’allungà ’l collo c’era...
E io, s’andavo da la mi’ nonna, vedevo la schiacce coperte sopr’al baùlle, s’andavo su da la mi’ zia sentivo l’odore che scappava da sotto la tovaglia e s’andavo ’n camerina mia vedevo quel gonfiore arrotondato che sbucava dal pinzo bianco del telo del pane: “Mamma!! Quanti giorni ci sò rimasti?…” Ma tanto era inutile ’nsiste: la schiaccia era lunga da fassi e da mangiassi...
“Bongiorno e bona Pasqua! Ce l’avete ’l verde ’n tasca?” La mi’ nonna come s’affacciava all’uscio, anche prima di facci l’aguri ci diceva ’n quel modo lì: “Voi ’nno so se ce l’avete ’l verde ’n tasca, io vi dico la sincera verità, ’n quanto a verde mi contento! Se mi rivoltate le saccocce ’n mi dovrebbe cascà manco ’n centesimo bacato, ma tanto che m’importa! Io vengo a pappa fatta e a vino attinto, meglio per me noo? Aggià ch’ho trovato la pappatoia... fresca monache! Vedo che qua è già tutto apparecchiato: ovo benedetto, capicollo... e sentite ch’odore di carciofi fritti...” ma la mi’ mamma friggeva perfino l’agnello!! Quella di Pasqua era ’na signora colazione perché con tutto quel companatico ’nvece di mangiacci ’l pane ci si mangiava la schiaccia co’ la ricotta! Eh, si sa: bono con bono, fa migliorìno.
“Scommetto Beppa, che t’ha aiutato la massaina... Guarda se vieni a dammi ’n bacino cìcia, che anche se sò al verde, du’ lire pe’ mettele nel bossolo del prete te le do lostesso…”
Quand’era tempo di vendemmia giù pel Poggio era tutto ’n vocìo di gente. I padroni, co’ somari carichi di bigonzi pieni d’uva viaggiavano a giornata: avanti e ’ndietro ’n su e ’n giù, da la mattina avanti giorno fin’a notte buio. Ogni tanto, pigliavano ’n grappolino e senza fermassi ce lo davano e noi tutte vergognose si ringraziava e contente si mangiava. Era tanto bona l’uva matura, dolce come ’l miele: era bona tanto bianca che nera, fragola o moscatello.
Spesso spesso noi si faceva capolino dall’usci de le cantine pe’ guardà l’òmini e le donne che lavoravano. C’era chi vendemmiava e chi svinava e l’odore era forte, acuto. Le donne via via capavano ’ grappoli più schietti e due a due co’ la corda le legavano ’nsieme e poi l’attaccavano a la pèrtica. Quelle tine e que’ tinelli pieni di chicchi acciaccati o di mosto già pronto erano macchiati d’un viola più leggero o di color vescovo. Mentre la cannella grossa strosciava a tutta randa, ’l padrone chiamava quello di là: “O Pietro! Viene qua via, che ti voglio fà assaggià ’l mi’ vino.”
“Aspetta Meco, finisco di scaricà ’sti bigonzi e poi vengo! Vengo, stà tranquillo, io lo sai, ’n me lo fò dì du’ volte. ’l vino a me mi piace più dell’acqua e sicché ’n fò complimenti: quando c’è da beve ’n gotto sò ’l primo. Oté, guarda d’un girà mai l’occhi eh però, stacci attento a la cannella, sennò fai come ’l poro Oche-Oche che diede la via a la botte e quando fu ’l momento di riattappalla ’n ci fu più cristi di trovà ’l tappo. Avòglia a bercià! Co’ la cosa che tartagliava ’n quel modo, poràccio, anche se smanettava e chi lo capiva: Mi-mmmi-mi-misss-mis’è mi-mmis’è-sssta-sstappppa… aveva voglia a mettesi le mano ne’ capelli. Dillo cantando gli dissero. Mi s’è stappata la botte mi s’è stappata la botte ma oramai la cantina era bell’allagata… Peccato!! Che sciatto!! E fu ’na disgrazia curiosa, ’n anno di lavoro perdeselo così... Oddio, chi ’na boccia chi ’n boccione tutti gli fecero la parte, ma certo che co’ la botte asciutta, quell’anno la sete se la cavò coll’acqua poro Oche-Oche…”
“Allora? Come ti sembra? Gustalo bene e dimmi se gli trovi qualche difetto” e Pietro co’ le mani nere d’uva e di terra pigliava ’l bicchiere, l’alzava pe’ vedé ’l colore e poi, con calma studiata, se l’avvicinava a la bocca e beveva ’n sorsino, schioccava la lingua e subito ci rinnocava. Scoteva ’l capo, rifaceva altri du’ chiocchi co’ la lingua e... zitto. Ci pensava bene Pietro prima di dì la sua, che quelle erano cose serie mica trappole.
“Allora? Che mi dici? Qual è la tu’ sentenza sentiamo ’n po’” gli domandava Meco già sicuro del fatto suo.
“Bono bono! È abboccato al punto giusto e ’n ha saporacci, e poi guarda che colore… è già chiaro, limpido. Anche quest’anno hai fatto ’n signor vino vai” gli rispondeva convinto Pietro mentre sorseggiava ’l terzo bicchiere. “Massì, la tu’ vigna ’n c’è niente da fà, è ’n una posizione bona! ’l sole laggiù ’n quella buca lo piglia tutto, e poi è tutto terrenello e si sa: pe’ la vigna è la su’ morte! E si sente vai che oltre al procanico c’è parecchia ansonica, senti che profumo... qua, dammelo ’n altro goccìno che questo mi rimett’al mondo! Ero stracco morto, mi ci voleva propio ’n bicchier di vino… m’ha già rinvispulito…”
“Para para che te lo ripieno…”
“Questo è l’ultimo però, ora basta che troppo sennò mi mette la cagna addosso e poi c’è da fassi smove ’l corpo… Ovvìa su, gnamo, ch’ancora ’n ho mica finito d’imbottà… Allora, a bòn rende Meco, ringrazià ’n ti ringrazio, ti dico a bòn rende e basta. ”
Assaggia prima assaggia poi, verso sera quell’òmini si vedevano passà co’ certe scimmie numero uno. Trambelloni trambelloni, andavano da ’n canto all’altro e noi ’n si capiva come facevano a stà ritti: “Oté, guarda Cèncio…”
“Oiòi, ora casca... ormai ha preso la pendina…”
“Madonna come barella... ma ’nno vedi come drìngola? Io dico che fà ’n chiocco per terra...”
“O Primo!! Gnamo via, che ora si va a fà ’n gotto giù ’n cantina di Gongò: ’l Moro, Tiburzi e Pellegro si sò già avviati” e mentre Cèncio aspettava che ’l su’ compagno chiudesse l’uscio de’ la stalla, si sbottonava ’ calzoni s’appoggiava al muro pe’ piscià e ’ntanto cantava: “O dio de’ dèèiiii, fate mori’ la mooglie del Giappèèii e quell’altri giù disotto gli rispondevano a tono:“Bei-bei- bei...”
“Moveti Primo, agginàmoci che sennò quelli vòtano la botte, tanto sò poco lotri! Ma, Arionte... oggi ’n s’è visto perniente?... Bisognerà dagli ’na voce quando si passa di lì...”
E a volte le su’ mogli, quando propio si trovavano al perso, chiappavano via e andavano a cercalli. Passavano giù come unte, nere come la cappa del camino, arrabbiate come cecche: “Ada, mica l’avete visto trabatte ’l mi’ marito?”
“Se c’è sempre ’nno so, dianzi m’è sembrato di sentillo ragionà giù ’n cantina di Ruffèlle; oddio, dianzi per modo di dì, sarà ’na ventina di minuti comodi...”
“’sto mostro... ’sto disonesto!! Sò du’ ore che lo cerco mica storie, m’ha fatto fà ’l giro de le sette chiese… Gira gira gira, senza poté sapé dov’è balenato ’sta leggera che ’n è altro… massì, oramai s’è dato al bindolo: ’n ci si conta mica più” diceva Elvira mentre gli ballava la ganascia. “Se lo trovo, lo trovo concio, ’n avé paura ch’a quest’ora di sicuro è già sistemato pe’ le feste… li conoscerò ’ mi’ polli…”
“O Elvira! Se cercate ’l vostro marito è col mio, quando venivo dal maiale ho visto che sortivano da la cantina di Nicchio e s’imbucavano ’n quella di Aurello” gli diceva Carola da la finestra: “Erano co’ la medesima ghenga: c’era ’l Toro Telesfero Garibaldi Tista... ’nsomma la compagnia del corpo sciolto come sempre... tanto ci siamo già capite, vé? State pur sicura che loro sò sempre dilieggiù che giocano a la mòrra o gli danno di poesia: tra ’n assaggio e l’altro qualche scusa bisogna la ’nventino pe’ bagnassi ’l becco. La sete, caravoi, ’ nostri òmini mica se la cavano coll’acqua, a loro gli garba di trincà a sciacquabudello... Percarità, anche ’l mio ’n pensate sia da meno... auh! Acciderba’al meglio...” gli diceva Carola mentre scapeàva mesta: “Ma tanto, è ’nutile spassionassi, oramai si sò presi e bisogna succhiasseli... è ’nutile mettecisi a pettinìcchio... Mmmh, s’a me niente niente mi venisse la tentazione d’andallo a cercà, e l’avrei avuta la mia... ’na volta arrivati a casa: me ne vengo dal mulino... Percarità, ’na volta m’è bastato... se ’nne scendeva ’l marito di Amalia a levammi disotto, io dico ch’oramai mi levava dal mondo...”
Ma Elvira livida di rabbia manco gli rispondeva che ormai era bell’e passata giù, ma senza mai smette di sbottonà però: “Diotistrafulmini!! Che vo sapé che scimmia!! È da stamattina ch’è ’n giro mica storie, a quest’ora le dev’avé girate tutte…” borbottava tra se e se mentr’andava a raccattà ’l su’ Ettore. “’sto musosudicio mi fa morì di passione... Eh se tornassi ’ndietro! Eh se mi pentissi de’ mi’ peccati… mmmm, mi morderei dove ’n m’arrivo… Io ce lo farei scoppià col vino… gli metterei la canna ’n bocca, e poi lì a garganélla finché la damigiana tira...” caminava senza zittassi ’n secondo Elvira, ch’oramai perquanto gl’era presa propio lupìna. “Accident’a te e a tutta la tu’ razzaccia malidetta! Tutti briachi ’n quella famiglia: anch’a la su’ pora mamma uuuh, tanto gli piaceva ’n pochino e via ’l bombo... e trincava trincava… Dio la faccia sprofondà nel profondo dell’Inferno, anche lei tanto me l’ha fatta vedé una e via… Uuuuh pelamordiddio... è meglio che ’n ci pensi a quel che m’hanno fatto passa’: l’ho viste di tutti colori l’ho viste. Ho patito quanto Cristo ha volsuto e se ’l Signore mi fa campà altri du’ giorni, ho paura che troppe c’avrò da vedenne!! Ma bada che la mi’ mamma bonanima m’aveva avvisato: attenta nina, che quello ha tutti vizi e poi la muffa...” ragionava senza mai ripigliaà fiato, e quel rosario all’incontrario, quella donna, si capiva che lo diceva propio di cuore. E noi curiose, giù giù gli s’andava dietro pe’ assiste a la scena e come Elvira scendeva le scale del vicolo ci s’accoccolava accanto a la finestrina de la cantina e quelle voci c’entravano subito nell’orecchi:
“Osteria numero 8!”
“paraponziponzipà!...”
“’l marito di Rosina era geloosooo
bim bum baaammm!
Nemmeno a piglià l’aacqua co’ l’occhi bianchi e neeri
nemmeno a piglià l’aacqua la mandaavaaa”
“bei-bei-bei-bei…”
“Aah!! Allora sei qui!! Vedo ch’ancora ’n ti sa l’ora di venì a casa, vé? Vedo che sei tranquillo! Sisì bòn per te, ’l pensiero ’n ti da noia!! Guardatelo qui com’è concio ’sto scellerato… anche stasera mi pare che l’hai presa a comunione eeh? A ma io me lo ’mmaginavo… e se me lo ’mmaginavo… con te ’n c’è bisogno d’esse ’ndovini… Accident’a la bolla che ’n ci sperge… E voialtri? Anche voi avete perso la via di casa?!… Accident’all’ominacci e chi ci si confonde!” berciava Elvira co’ le mani a’ fianchi: “Se volevi fà ’l briaco a vita, allora ’n mi dovevi mette di mezzo, dovevi restà giovanotto!! A casa, mi’ omo, ciài cinque figlioli che t’aspettano! Ma te, ’n te lo ricordi mica più, vé?... Alzati, tira via che si va…”
Madonnaboncitta com’era nera! Gl’erano presi propio cinque minuti, si vedeva ch’era piena come ’n ovo, aveva certi lupimanari…
“’n t’arrabbià Elvira, ovvìa su, via fammi ’n piacere, ’n t’arrabbià locca... Se m’aspetti… fò ’n altro goccìno e poi vengo” gli rispondeva Ettore co la lingua allegata e ’l sorriso storto, la cicca ciondoloni, l’occhi mezzi chiusi, la camicia sbrocciolata e le mani che ’n avevano punta voglia di tené fermo ’l bicchiere.
“Che fai? Te lo do io ’n altro goccìno!! Piglio ’n pezzo di legno e ti levo dal mondo, veroddio che stasera fò da matta… attento che stasera ’n è serata!! A costo d’andà ’n galera mi’, ora sò piena... ma piena… sò piena che trabocco!! Ma ’n ti vergogni? Bisognerebbe tu ti guardassi a lo specchio...” gli diceva co’ la voce sempre più fioca. “Ma ’n ti vergogni perniente noo?... E voi? Anche voi ’n vi vergognate?!! Quando lo vedete ’n queste condizioni, fatemi ’n piacere, accompagnatemelo a casa ’nvece di riabbeverallo...”
“Via massaia,” gli rispondeva calmo ’l padrone de la cantina: “su, ’n ve la pigliate così che vi fa male a la salute. Alepurfìne se si fa ’n pochina di bisboccia, ’n è mica la morte d’un cristiano! Questi per noi so giorni di festa e anche se s’alza ’l gomito, anche voi donne bisognerà che ci compatite. Si lavora sempre come somari e a ’ste giornate è facile beve quel goccio che ci fa male…”
E Elvira senza più voce chiappava ’l su’ marito pe’ ’n braccio e lo portava fòri, e lui, sempre col su’ sorrisino ’n bocca, si faceva trainà come ’n ciocco.
Noi quando s’assisteva a quelle scene ci si divertiva come matti e gli s’andava dietro dietro pe’ vede’ com’andava a rifinì la faccenda. Ma ’ briachi era difficile che cascassero del tutto perché c’era Santa Pupa.
“Santa Pupa,” diceva la mi’ nonna: “bada ’ cittini e ’ briachi. E meno male che c’è chi ci pensa! E se qualche volta baruzzolano, lei guarda di falli cascà pel su’ verso: qualche sbùccico nel naso, ’n brignòccolo nel capo... L’importante però è d’un rompesi niente, manco ’ panni, che la pelle, quella vaccerconi, quella ricresce da sola, ’ panni ’nvece bisogna ripezzalli...”
Le campane quando sonavano a volte erano allegre e a volte tristi. Quand’era festa sonavano a doppio: din don dan din don dan din don dan. Che scampanìo! E subito ’l rosso del calendario si spargeva giù pel vicolo. Quando sonavano a morto ’nvece erano meno chiassose e meste meste facevano: din... din... din... Que’ rintocchi fiochi spersi nell’aria, parevano lamenti che bussavano a tutti l’usci. Si sapeva subito quando moriva qualcuno, ci pensavano loro a sparge la voce e la gente rannuvolata, scansava ’l tegame dal foco e di corsa s’affacciava: “Mariadesettedolori... ma, e sona a morto?”
“Chissà che sarà successo?… Nunziata! O Nunziata, voi che venite ora di piazza, avete sentito dì niente?”
“Io no, però le campane l’ho sentite bene che sonavano a morto; forse sarà qualche vecchio de lo spedale. Speriamo ’n sia successa qualche disgrazia… ”
“Madonnina, certo pe’ chi cià da rallevà sempre la famiglia, disgraziati, è tutto ’n altro par di maniche…voi ne sapete qualcosa vé? ’l vostro era giovane come l’acqua…”
“Diociscampieliberi!! N’aguro manco al peggior nemico la sorte ch’è toccata a me: restai vedova ch’avevo poco più di vent’anni… Zitte zitte percarità: lo so io e basta quel ch’ho passato...”
“Eh sì, finché mòiano vecchi che ’n sò di danno... rincresce ma, pace all’anima sua…”
“La morte è sempre morte si sa, a qualsiasi età è brutta, ma certo se uno è ’n là coll’anni, c’è ’n’altra rassegnazione via.”
“Voi Armida, avete sentito dì niente?…”
Dopo ’n pochino si spargeva la voce e tutti lo sapevano : “È morto Tonio!!”
“Ma lo sentite gentine… è morto Tonio, poro Tonio?”
“Chi Tonio?… Tonio di Testasecca o Tonio di Memma?”
“Macché, è morto Tonio di Mariuccina giù...”
“Ma possibile mai?… Ma se l’ho visto ier’mattina ch’a la su’ ora passava giù tranquillo come sempre: m’ha fatto perfino molto… Mariavergine come si fa lesti! Massì, ’n c’è niente da fa, via: la morte s’ha più vicino de la camicia...”
“Di che è morto lo sapete?”
“Dice gli sia presa ’na sincope! Pare che ieri sera cenasse tranquillo come sempre e, tutt’a ’n tratto senza dì né ai né guai, s’è accasciato per terra e via, e quando la su’ moglie ha fatto l’atto di rialzallo,’l caro Tonio era bell’andato. Perquanto ’n se n’è manco accorto: dice sia stata ’na cosa fulminante.”
“A per quello, la morte l’ha fatta bella... Mah, da ’na parte viva la faccia: ’n salto e ’n belo e via, uno si ritrova ’n corbelloria senza manco sapé chi ce l’ha portato... tanto ’na volta bisogna andà!”
“A sisì, per chi va sì, ma certo che pe’ chi resta dev’esse brutta… O come? Uno è lì tranquillo, pieno di salute… Pora Mariuccia, ’n ci vorrei esse ne’ su’ panni, dev’esse ’no sturbo a caso...”
“Ma poi, ’n era manco tanto vecchio: era sempre abile, vigoroso...”
“Davvero… o chi se lo sarebbe creso? ’n omo ’n carne, bianco e rosso che pareva ’l ritratto de la salute… Come si fa lesti!! Oggi ci siamo, e domani... auh!...”
“O Teresina, te lo ricordi te di che millesimo era?”
“Dell’ottanta! La classe del mi’ poro babbo, sò stati tanto amici: capirete, erano di leva e sicché furono richiamati ’nsieme. Bonanima, me lo diceva sempre che tanto al fronte che dopo, quando l’inglesi le fecero prigionieri, ’n si persero mai di vista. Erano attaccati come du’ fratelli... quanto mi rincresce…”
“Tonio era ’n brav’omo perdavvero, lavoratore!! E la su’ Mariuccia, lui sì che la teneva come ’na signora! Ce ne fossero tanti di quella stirpe lì, ma ’l male che…”
“A ’n avé paura, gl’avrebbe portato l’acqua co’ l’orecchi pur d’un falla strapazzà, co’ la cosa ch’è sempre stata gracile…”
“Ma lo vedete gentine, era lei quella più malandata; poarìna, è sempre stata di salute cagionevole...”
“Ora come farà a fassene ’na ragione...”
“Pora Mariuccia, speriamo che ’l Signore gli dia la forza d’andà avanti, ma, finita com’è, c’è da vedé che gli vada dietro…”
Io, quando sentivo fà tutti que’ discorsi, m’impaurivo parecchio: ’nno sapevo come mai ’ morti mi facevano tanta paura, eppure, ’n avevo mai visti... Altro che Gesù morto, tutto sdraiato ne’ la su’ bara, là, ne la stanza del Sepolcro: quella però era ’na statua, mica ’n omo vero! Ma benché fosse di gesso, io avevo paura lostesso.
Giù ’n chiesa grande, quando c’era ’l sepolcro aperto, via via, lungo ’l giorno, la gente andava a fagli la su’ visitina e anch’io andavo a trovallo co’ la mi’ nonna. ’l Signore se ne stava rintanato, al buio, là, tra l’odore dell’alloro e de la mortella, sotto a quelle colonne di rami ’ntrecciati e di corone di foglie addormentate, che composte, guarnivano la su’ stanza. Quell’archi tutti verdi portavano su, dritti a la bara, e quell’angeli fermi che reggevano ’l lume, anche loro, gli facevano compagnia. Quella statua pareva vera davvero. Gesù se ne stava tutto sdraiato e da la corona di spini gli colavano giù le gocciole di sangue, e da’ chiodi ch’aveva piantato ne le mani e ne’ piedi i pìscioli gli correvano giù lostesso, ma ’l petto, quello sì che gli scianguinava… E ogni volta, prima d’andà via di chiesa, la mi’ nonna mi faceva salì gli scalini di legno e io m’alzavo ’n punta di piedi più che potevo e gli davo ’n bacino leggero. Lo guardavo di sottécchi perché mi faceva effetto, e subito scendevo. “Ssssssss… piano: ’n chiesa lo sai che bisogna fà pianino. Sssssssss, camina ’n punta di piedi…” mi diceva lei sottovoce.
Uffa! Quant’era noiosa!! O, caminà dovevo caminà, mica mi potevo mette ’ piedi ’n capo eh! Se c’avessi avuto l’ali come que’ du’ angeli col capo tutto pieno di boccoli biondi, allora sì!… Mi guardavano, mi guardavano, e a me mi pareva che volessero fa ’ furbi: sisì, con quel risolino sott’a’ baffi sembrava propio che pigliassero ’n giro. Capirai!! M’import’assai a me de’ vostri riccioli!! Tanto da grande mi fò la permanente, a-ah! Vò da Amerise e ci pensa lei a arricciolammeli, quanto vi credete... Che poi, a guardalli a fino a fino, qualche boccolo l’avevano perfino storticato.
A volte però, se la mi’ nonna s’accorgeva che Gesù poteva rimané solo, quando s’era guasi arrivati all’uscio, ci ripensava e tornava ’ndietro: “Sarà meglio trattenessi ’n altro pochinino…via, rimettiamoci ’n ginocchioni che si dice altre du’ orazioni” e subito apriva ’l su’ librettino nero e lesta moveva ’ labbri. “Deprofundi… Forza, di ’n Ave Maria all’Addolorata… suscilla domine… ” e mentre lei col capo appoggiato a le mani sbisoriàva senza requie: “Santa Madre dè Voi fate che le piaghe del Signore siano impresse nel mio cuore… Madonnina assisteci, Signorino aiutaci… Sacro cuore di Gesù fa ch’io t’ami sempre più, Sacro cuore di Maria vi dono ’l cuore e l’anima mia… Mèa colpa mèa colpa…” e mentre lei accottimita gli dava di labbri e di petto, io dentro di me soffiavo, che ’nne potevo mica più di tutta quella sicutera. Uffaaa!!! Ma possibile mai ch’ancora ’n si fosse annoiata? Ffffffff, che rabbia che mi faceva, tutte le volte mi ci buggerava eh! “Ovvìa su,” mi diceva prima di partì di casa: “Gnamo via che si va ’n pochino giù ’n chiesa; si fa giusto ’na visitina, ’n cinque minuti, si va e si viene.” Si vede che lei ’n si stancava mai di pregà, io ’nvece, lì dentro a quella buièca, tra tutto quell’odore di candele e di morto, ’n ci stavo volentieri perniente e mi sapeva mill’anni di ritornammene via.
Pe’ Morti, al Camposanto c’andavo più volentieri dell’altre volte, perché lassù era festa grande e la gente a branchi, andava e veniva co’ mazzi di fiori e lumini d’accende. Come s’arrivava al cancello già prima d’entrà bisognava segnassi, e poi si doveva stà zitti zitti come se si fosse ’n chiesa. Giù giù si scendeva lo stradone e s’imboccava dritti nel nostro quadro, si posava ’n bacino ne la fotografia marroncina e si lasciava ’n fiore nel vaso. La mi’ nonna cavava subito la corona di tasca e zitta attaccava a pregà. ’na visitina da quello, ’na fermatina da quell’altro e lei sempre co’ diti che scorrevano tra ’ chicchi neri: “Requiemetèrna donaeisdòmine… Su, dì ’na preghierina anche te, che ’ nostri pòri morti, piccinini, ascoltano e sò contenti... requièscantinpace amme. Nel secondo mistero doloroso si contempla…”
Tutte quelle tombe piene di crisantemi colorati e di marmo sbriciolato parevano più contente, e di sicuro anche a’ morti gli garbava di più quel giardino fiorito. Io però coll’occhi cercavo le tombine piccine piccine co’ l’angioletti vestiti di bianco. Se ne stavano lì fermi, anche se pareva che l’ali già spiccassero ’l volo. Qualcuno a capo basso rideva, ma piano, che lassù al cimitero ’n si poteva mica fà chiasso. Uno aveva l’ali chiuse dietro la schiena e co’ le mani reggeva ’n libro aperto e la pagina pareva si volesse alzà col vento... sisì, c’avrei scommesso che quell’angioletto ricciolo gli leggeva le novelle a quel cittino. Nessuno volava via, nemmeno quelli coll’ali spalancate: se ne stavano sempre lì fermi, a badalli e a fagli compagnia.
Al cimitero c’era ’na tombina piccina picciò e lì, la fotografia ’n c’era perniente e quell’angioletto col capo abbassato, pareva la cercasse… “ Ma’, mamma, me lo dici di chi era ’sto cittino?”
“Perché ’nne stai ’n pochino zitta, possibile mai che tutte le volte che si passa di qui, tu mi domandi chi è: lo sai di chi era.”
Sisì, lo sapevo che quella era la tomba del cittino di Nunziata. La mi’ mamma la conosceva bene quella donna, erano amiche e quando si vedevano dicevano sempre di quel cittino che gl’era nato morto… Ma io però, volevo sapé se l’avevano mandato al Limbo che, si sa, chi ’n è stato battezzato va a rifinì ’n quel posto lì. E a me mi faceva ’na gran pena quel cittino sperso ’n si sa dove: “Mamma, come si chiamava?…”
“Sssssss, parla pianino… lo sai come si chiamava…”
“Mamma, è andato al Limbo, vé?…” Ma lei ’nvece di rispondemi mi faceva l’occhiacci pe’ dimmi di stà zitta e basta, e anche la mi’ nonna mi brontolava coll’occhi, che l’aveva a noia quando si chiaccherava ’n que’ posti lì...
Pe’ finì ’l nostro giro ci voleva ’n bel pezzo, perché quel giorno davvero si passava a salutà tutti tutti. S’andava ’nfond’al viale dov’erano ’ forni che su ’n cima ’n cima c’era la fotografia de’ nonni de la mi’ mamma: lui co’ baffi arricciolati e la catena dell’orologio che gli ciondolava dal taschino e lei co’ la collana al collo e l’orecchini co’ la pietra se ne stavano tutt’e due a braccetto e da lì salutavano parenti e conoscenti. Si scendeva le scale e, fermo ’n posa, si trovava zi’ Pasquale col cappello e ’l panciòtto, e poi ’l cugino de la mi’ nonna tutto vestito da soldato che co’ ’na mano s’appoggiava a la sedia e con quell’altra reggeva la spada ciondoloni.
Poi si ripigliava lo stradone e s’andava da la parte di là, ne le cappelle coll’usci di ferro arricciolato e ’ vetri colorati di viola e color vescovo. Lì, dentro a quella casa c’era zi’ Zelinda e la pora Lina. Le pietre co’ la fotografia erano attaccate al muro e quella ragazzina co’ la zazzerina e ’l vestito a quadretti e le scarpe col laccino ci guardava seria seria, e a me mi pareva che supperggiù poteva esse grande come me... Lei dicevano ch’era morta pe’ ’na paura: ’n cavallo l’aveva rincorsa e da quello sturbo, la sera, gli venne ’n gran febbrone e ’n tempo di poco se ’n andò.
“St’attenta! ’n ti c’affaccià ch’è pericoloso” e la mi’ mamma lesta mi chiappava pel vestito ch’aveva paura ch’andassi a rifinì dentro a la bodola. “Se passi giù vedrai che ’nna racconti, ma vòi restà quassù anche tee?…”
“Ovvìa su, ora si ripassa ’n altro pochinino dal poro Secondo e poi si va; s’è finito mi pare…” e la mi’ nonna baciava ’l Crocifisso e riponeva la corona ’n tasca. “Diesìlla diesìlle…” ma continuava a pregà anche senza quella collana nera tra le mani.
“Mi’, o questo qui ’n è ’l poro Maometto... è lui, vé mamma?” diceva la mi’ mamma, e subito ci si fermava.
“È lui, è lui piccinino, che ’l Signore l’abbia ’n gloria: Requiemetérna donaeisdòmine e lo sperpétua allo sciadèi requiéscantinpace amme...”
“O nonna,” gli dicevo piano quando vedevo che ’ su’ labbri si calmavano ’n momentino: “me lo dite come mai queste tombe quassù ’n cima, ciànno tutto ’sto ferro ’ntorno ’ntorno?”
“Perché qui ci sò stati sotterrati quelli che ’n sò stati battezzati, e ’sta ringhiera ce l’hanno messa pe’ falli riconosce da quest’altri.”
Mboh! Chi ci capiva qualcosa era bravo: quelle tombe erano lunghe, e dunque lì sotto c’era sotterrata la gente grande: possibile mai che ’n avessero fatto ’n tempo a battezzalli… “O nonna, ma allora, anche questi sò andati al Limbo?” Ma lei s’era fermata a dì ’na preghiera al poro Zinfo e poi al poro Agide e a Delia: “Mettiamo ’n fiore anch’a ’l poro Pasqualino poarìno, che lui ’n cià punti parenti: era gettatello...” chissà s’anche gettatelli andavano a rifinì lì.
“Mamma, io sò stata battezzata, vé?... Ma, sei propio sicura?…”
“Ci vòi stà zitta? Siamo al cimitero ’n siamo mica ’n piazza” ma io guardavo quel ferro arrugginito: dentr’a quelle tombe ’n c’era né ’n fiore né ’n lume e que’ pòri morti se ne stavano lì da ’na parte per conto suo. “O mamma, ma al Limbo ci pòle andà anche la gente grande?… Ascolta ma’, te lo sai com’è fatto?…”
“Ma com’è fatto che?”
“Il Limbo mamma, lo sai?…”
E quando s’entrava ’n cappella pe’ accende ’ candelozzi, voleva dì che ’l giro era propio finito. Lì per terra era tutto ’n fittumaio di lucine rosse e la fiamma dentr’a la su’ carta trambellava fioca fioca e ’n que’ mattoni neri pareva ci fosse nevicato, tutti schizzettati di cera com’erano.
’n quella chiesa più buia dell’altre c’erano poche cose: l’altare senza trine e senza fiori, ’n Cristo piccino nel mezzo e basta. I muri scrostati, senza santi né madonne né ricami, le banche vecchie e stanche guardavano la bodola di legno nel mezzo de la stanza: “Nonna, qui sotto c’è l’ossario vé?…” No via, quella chiesa ’n mi garbava perniente.
Padre Figliolo e Spirito Santo, dal cancello tiravo l’ultimo bacino co’ la mano e già pensavo di fermammi a giocà al Molumento: “Almeno ’n pochino… dai mammaaa, ’n è mica freddo… aggià che siamo quassù...”
“Chi non fa la vigilia di Natale, corpo di lupo e anima di cane! Occhio a quel che vi mettete ’n bocca eh gentine, che oggi è vigilia tutto ’l giorno” ci diceva la mi’ nonna mentre s’affacciava al nostro uscio. “Attenta mascherina, specialmente te, guarda di regolatti, che se dioneguardi si rompe la vigilia lo sai che vento tira…”
Nonò, poteva stà tranquilla che ’n bocca mia all’infòri di quel che mi metteva la mi’ mamma nel piatto ’n ci sarebbe entrato più niente: ’n ero mica matta, figuriamoci se volevo andà all’Inferno. “Attenzione che quand’è vigilia si fa peccato anch’a mangià ’n cavalluccio! Specialmente quando si pigliano senza chiede’ l’ordine” e la mi’ nonna mi guardava fissa nell’occhi e sorniona mi diceva: “Quest’altra volta almeno pulisceti la bocca, l’avevi tutta farinosa... e ti sei scoperta da sola!” Uffaaa, e io che pensavo d’avella fatta franca…
La mi’ mamma m’aveva mandato su a portagli ’n fagotto di cavallucci e uno l’avevo assaggiato, che male c’era? ’nfondo ’nfondo anch’io l’avevo aiutata a falli e sicché...
Di cavallucci l’aveva fatti tre teglioni, ma di quelli lunghi eh.
Acciacca acciacca acciacca: lei col martello grosso e io col sasso, ne lo scalino di fòri si schiacciava le noci. “Mamma, questa è nera, guardala ’n po’ te… quest’altra è secca secca, mi parrebbe bacata... questa qui è bùcia” e ogni tanto ’n pezzettino m’entrava ’n bocca da se. “Sò calorose!! Guarda di falla finita; quante volte te lo devo dì ch’a mangialle asciutte fanno male.”Ero contenta quando vedevo che la mi’ mamma pigliava la spianatoia e: farina, zucchero, noci, arancio, limone, canditi, preparava tutti l’ingredienti e col grembio davanti e le mani già pronte, attaccava a sdrogà. E io, ’n ginocchioni ne la seggiola la guardavo: “Mamma, ti ci posso legge nel quaderno?” La vedevo che lesta ’mpastava e co’ ’n occhio guardava la ricetta: “Mi parrebbe d’avecci messo tutto…” e quell’appiccicaticcio bianco già odorava di bono. “Ma’, mamma, me lo fai assaggiàa?”“Zitta pelamordiddio, zitta bella ’n mi fa perde tempo percarità; ’n mi confonde che giusto mi’, se mi s’ammorvidisce la pasta, addio cavallucci! Sò facili da fassi, ma con questi ’n bisogna stà a gingillassi tanto che c’è ’l casetto di buttà via ’nnicosa…Io m’incantavo a vedé le su’ mani ’nguantate che tà tà tà, dop’avé allungato tagliavano e giù, col pollice uno a la volta l’acciaccava nel mezzo e lo metteva ’n riga nel teglione. ’na fila peringiù e una perinlà: “1 2 3 4 5 6 7… 9 10 11 12 13… 1 2 3 4 5 6 7 8...” avòglia a mangià cavallucci! “O mamma, ma qui però c’entrebbe anche ’n altro, lo vedi che c’è posto” ma lei diceva che dopo ricrescevano e s’attaccavano. “Lesta via, vammi a spalancà l’uscio che sò pronta.”E pel vicolo si sentiva già l’odore di cotto: “Come ti sò venuti Virginia?”“’sta fornata Rosilia m’ha contentato, ma quella di prima ti dico la verità, ha fatto a la peggio: m’è l’ha abbronzati ’n po’ troppo...”
“Tanto succede sempre così a ’ste giornate, ciànno ’l forno pieno e sicché, sorte a chi tocca! Chissà come fanno a stà dietro a tutte...” chiaccheravano mentr’andavano, che la mi’ mamma, aveva furia d’infornalli. Passava su a gran carriera, che ’ cavallucci carimia, ’n potevano aspettà.Pe’ mangialli però ’n ci voleva furia e anche se si spirava, ’n c’era niente da fà, bisognava s’aspettasse Natale prima d’infarinassi la bocca.
“Ba’, babbo, oggi la fai la scarpìccia, vé?” Lo sapevo che quella sera ’l mi’ babbo da le Matezie, oltre a le pere co’ la gota rossa e al fieno pe’ coniglioli, dentro a’ corbelli c’avrebbe messo anche la scarpìccia. Ormai s’era a’ su’ giorni e era l’ora di fallo.E quando sentivo le scarpe del somaro che tra-tra-tra… all’improvviso si fermavano, io avevo già capito ch’erano loro. “Tèèè… pòggia” diceva ’l mi’ zi’ Carlo. E mentre legava a corto la fune e ’l mi’ babbo scaricava, io facevo tutta ’na corsa e ero già lì: “Babbo, te ne sei ricordato?” Quanta! E com’era verde, fresca, leggera…
La scarpìccia de le Matezie era esagerata: alta, fitta di fili appena nati e più qua e più là ’l rossiccio e ’l giallino facevano capolino quel tanto che bastava pe’ fà più bello ’l presepio. “Babbo, qui ci vole ’n’altra falda, sennò si vede ’l legno ch’è sotto” e mentre io e ’l mi’ fratello s’allargava quel prato a primavera, lui lesto lesto accartocciava la carta di ballìno e le montagne erano già lì che s’appoggiavano al verde. “Gli schizzi quando ci si fanno?... Questa palma io la metto qui…”Bello! E io già gli facevo le lontananze.
“O mamma, bisogna tu ci dia ’n pochina di cenere che così ci si fà la strada, e poi la farina da sparge ’n qua e là...”
E quando ’l laghetto era pronto, ’ sassi ricoperti, li stradelli segnati a dovere e la capanna spianata a modo, via via da la scatola cominciavano a scappà tutti i personaggi. “Peccato! All’arrotino gli manca ’n piede…”La lavandaia accant’al fosso, ’l pastore tra le pecore: di qua la vecchia che fila, di là ’l pesciaiolo e ’l mugnaio col su’ mulino, la donna co’ la tavola del pane accanto a quella col giugliaio ’n capo. “Questa co’ la brocca sta bene dappertutto, tanto lei cià la su’ fonte accanto: guarda com’è ganza babbo, lo vedi che pare che tiri perdavvero?”
Gesù Bambino aveva perso più d’un ricciolino, ma tanto, da sdraiato ’n si vedeva mica. La su’ mamma e ’l su’ babbo che lo guardavano, ’l bue e l’asinello che lo riscaldavano, e lui, co’ le manine allargate, tutto soddisfatto fissava quel cielo stellato di carta. “Mi sa che ora ci s’ha da mette la stella cometa e poi s’è finito, vé ba’?”Bello!! Grande! ’l nostro presepio pienava la stanza: “Mamma, lesta, vièllo a vede” e io guardavo ’ re magi: mi rincresceva di lascialli lì da soli ma oh, d’altra parte s’ancora ’n erano arrivati...Anche ’l ginebro aspettava d’esse guarnito, ma, piano... e co’ la mano leggera più che si poteva s’attaccava: di qua ’l fiaschino, di là la gabbia coll’uccellino... “La lanterna però mettiamola accanto a Babbo Natale, dai...” e vicino a la palla grossa ecco, era meglio attaccacci la casina col tetto ’mporporinato... Sotto, l’angiolo di zucchero, ’ soldi di cioccolata… le candeline però, peccato, erano guasi tutte consumate...
Ma come s’infilava ’l puntale... ah! Ch’effetto che faceva! Quella lancia schizzata d’argento toccava guasi ’ travi. E da ultimo, que’ rametti bucosi si spargevano di biocchetti di cotone che si sa, ’n Natale co’ la neve,’n c’è niente da fà via, è sempre ’n Natale co’ fiocchi!
Com’era bello ’l mi’ babbo pe’ Natale: la camicia bianca, ’ calzoni co’ la piega stirata a modo, la giacca scura; ’n pareva manco più lui. E quando anch’io tutta agghingata a festa lo pigliavo per mano e giù giù giù si scendeva ’l vicolo, la gente ci diceva: “Fresca monache, oggi come siamo tutti ’n ghingheri e piattini!”“A n’avé paura, si vede ch’è Natale! Ma lo sai Checco che da lontano mi sembravi ’n altro?”“Massì! Pare pare ma uno quand’è ripulito cambia fisonomia ’n c’è niente da fà! Guardate me” diceva Nanni col su’ sorriso a coglionella: “Guardate qui stamattina come sò sacrificato! La mi’ moglie m’ha volsuto fa mette ’l vestito da sposo ma, tira tira, ’n c’era cristi d’infilasselo, mica storie...”“Ma stà zitto che sembri ’n figurino” gli diceva Memma mentre lesta lesta s’arrabattava a passà giù ch’aveva paura di trovalla già avviata.
“La mi’ moglie dice ch’è quello da sposo, ma da come ci sto rattrappito, ’n vorrei si fosse sbagliata e m’abbia messo lì quello de la Comunione… Ma poi ’n è bastato qui, o ’n ha volsuto che mi dassi anche la brillantina! E m’ha condito pe’ le feste vai, mi pare d’esse ’n topino unto…”
“O Memma! Dioboncittino, guardate ’n po’ s’accorciate ’l passo; aspettatemi via che vi voglio fà l’aguri” gli berciava da lontano Tonio di Testasecca. “Tanto lo sapete che ’l Proposto ’n attacca se ’n vi vede: se mancate voi e Melinda la messa ’n avvia mica... o ch’avete preso la rincorsa?”
“La rincorsa sì… s’avessi vent’anni altro che rincorsa piglierei... mi metterei anch’a fà ’ capitomboli!”.Din don dan din don dan din don dan… che scampanìo! Tra le campane e la gente, giù pel Poggio c’era più chiasso ch’a la fiera di settembre.
“Babbo, oggi s’avvia anche ’l panforte vé?” Quella rota ricoperta di zucchero vaniglia mi garbava parecchio più de’ cavallucci, ma però ’n era per quello e basta ch’avevo furia di mangiallo: con quella carta grigia io e ’l mi’ fratello, dopo ci si faceva le palline. Co’ le mani si pigiava stretta stretta, poi si metteva ne la pala e s’infilava nel foco e quando s’era ammorvidita al punto giusto, gli si dava la forma.Din don dan din don dan din don dan… ’l portone de la chiesa era tutto spalancato e via via la gente s’avvicinava a la pila dell’acqua benedetta pe’ tufacci ’ diti dentro. ’l mi’ babbo mi sollevava da terra e io senza fammelo dì du’ volte mi bagnavo la mano e la davo a lui e lui la dava a chi gli stava accanto. Lo guardavo mentre si segnava: “Padre Figliolo e Spirito Santo” e mi pareva ’mpossibile che quelle mani da miniera, da vigna e da orto fossero bone anche a fà quel lavoro lì.Din don dan din don dan din don dan... e mentre noi passo passo si risaliva su pel vicolo nostro, le campane continuavano a scampanà festose e l’orologio di piazza: toc toc toc... anche lui si voleva fa sentì. O gentine, quello ’n era mica ’n giorno come tutti eh: era nato ’l Redentore! E io, col mi’ babbo per mano, mi sentivo leggera leggera e con tutto quell’odore di chiesa che s’aveva ne’ panni e ’l profumino del sugo e dell’arrosto che scappava dal nostro uscio: aaa core! Mi pareva d’avello tutto addosso l’odore del Natale.
“Vanna, a te la Befana che t’ha portato?” Ero troppo curiosa di sapé quel ch’aveva portato all’altri, che così sapevo s’erano stati meglio di me. Che la Befana ’n voleva tante sguerguenze: a lei le bizze gni garbavano perniente, e a chi era stato era boncitto gli ci metteva poca cenere e meno carbone, ma se s’era stati discoli, pòrannoi!
“Dai Vanna, dimmi ’n po’ che ciài trovato sott’al camino...”“M’ha portato ’na bambolina di celuloide vestita da ballerina, e poi, ’n servitino di piattini di coccio.”“Ma ne la calza ce l’avevi eh la cenere? E quanto carbone ti cià messo?” la scalzavo io.“Quest’anno me l’ha zeppata di dolci! Era piena di caramelle di gianduiotti, di cavallucci e di mandarini! Pensa: mi cià messo perfino du’ soldi di cioccolata! Ma di quelli grossi co’ la carta d’oro eh!” mi diceva Vanna tutta soddisfatta.Eee, figuriamoci s’era vero... meglio palàia! Secondo me era ’na gran bugiarda. “Ma di carbone ’n ce l’hai trovato punto punto?!…” “Ce l’avevo sì, ma pochino…”
Mmm, ma io ’n ci credevo mica... Tanto anche lei era poco tremenda: di due se ’n era peggio di me...
“E a te che t’ha portato?”“Tutto quello che gl’avevo chiesto! ’l carrozzino col bambolotto dentro, ’na scatola di costruzioni e poi, l’astuccio co’ le matite da sei: ma però tutto completo eh! C’è l’appuntalapise, la penna co’ pennini di ricambio, la gomma, ’l righello: lo sai che c’è perfino la lente? E poi, anch’a me m’ha pienato la calza! Tu vedessi!! Ma lo sai che da quant’era colma, du’ o tre cartocci gli sò cascati per terra?” Eh cara, se te sei bugiarda anch’io ’n voglio esse da meno e fò la spaccona carabella.“Ma, la cenere ce l’hai trovata vé?... E di carbone a te quanto ti ce l’ha messo?...” mi domandava lei curiosa.“Poco!! Du’ pezzettini e basta! Ma figurati te, erano corti così: giusto du’ triciolini…” mmh, magari fosse stato vero! E ’nvece avrei potuto mette su ’na bottega, come diceva la mi’ nonna. Anche la Befana però, secondo me era anche troppo ’gnorante: o che bisogno c’era di fallo sapé a tutti ch’ero stata cattiva? Tra que’ cartocci di giornale, scarta scarta, da ultimo ci trovavo ’n sacco di troiài: “Lo vedi quel che succede? Te lo dicevo io di rigà dritta…” borbottava la mi’ mamma mentre io lesta lesta ’nguattavo ’l carbone sott’al monte de le cose cattive: ’na noce bacata… du’ sassetti… ’na manciata di fagioli tonchiati… “ ’n mandarino!! Du’ lire!! ’na caramella moretto!!” E mettevo là. La cenere… ’na patata… ’n tocco di carbone... “Uffaaa!!!” “Se tu fossi più ubbidiente, di sicuro ti contenterebbe” mi diceva anche ’l mi’ babbo quando vedeva ch’avevo ’ lucciconi all’occhi.“Sì, di sicuro quest’altra volta se sei meno tremenda ti ci mette anche ’n capo d’aglio ’nvece di du’ spicchi e basta” mi canzonava ’l mi’ fratello.“Anch’a te carobello, quand’eri piccino te lo portava tanto di carbone! A me me l’ha detto nonna vedrai!!”Massì, bisognava che ci stassi più attenta via, mi dovevo mette nel capo d’un dì più le parolacce, d’un risponde male a nessuno, e guai a me se mi travoglievo per terra! Che quelle, sò cose da maschiacci!“Senti Vanna, ma te lo sai dove lo compra ’l carbone la Befana?”“Boh! Io penso che lo pigli su pel camino.”“Meglio! Quella è furiggine, mica carbone; secondo me lo compra da Caterina…” Que’ pezzi lunghi difatti, erano uguali spiccicati a quelli che vendeva lei; ’n erano mica piccini e cenerosi come quelli che si trovavano nel foco...Caterina del carbone, era ’na donnina vecchia e nera nera, e ’n quella stanza tutta nera ci vendeva ’l carbone. Ne la su’ bottega c’erano più monti accatastati: da ’na parte ’ pezzi più grossi, da quell’altra la brusta e le rimanenze. Caterina, pigliava ’ tizzi co’ le mani e pienava ’l piatto de la statera e tutti que’ pezzetti che si cozzavano tintinnavano come campanelli: “È segno ch’è bono,” diceva lei col sorriso ’n bocca. “Quando sona così, vòl dì ch’è fatto come si deve!”Anche ’l viso l’aveva tutto polveroso: l’occhi, ’ baffi, e da quant’era concia anche lei pareva che stasse dentr’al camino.La gente, ’l carbone, lo comprava a chili o a balle, ma di sicuro la Befana lo pigliava all’ingrosso: lei l’adoprava parecchio perché di cittini birboni s’era ’n tanti dilieggiù.


Fame... amore e fantasia
“Mamma, mamma! Io ho fame!! Dai, me e lo prepari ’l pane col vino e lo zucchero? Ma mettimicelo parecchio eh, che sennò ’n mi piace!”
“Cotesta ’n è fame! Te nina hai la gola più lunga d’un acquaio...”
Ma era tanto bono ’l pane col vino e lo zucchero, anche coll’acqua e lo zucchero era speciale, ma col vino mi garbava parecchio di più, più per via del colore che del sapore. Quella sleppa a tutta paniotta, era d’un rosa tutt’andante e a me mi faceva ’na gran gola.
Mi mettevo a sedé ne lo scalino dell’andito e attaccavo a mangià con appetito. Mordevo ’l pane e ogni tanto leccavo sopra la fetta e m’appiccicavo le gote con que’ chicchini molli, mi garbava sentimmi la bocca tutta zuccherosa ma però stavo attenta a ’n fammi cascà le mirolle per terra, ch’avevo ’na gran paura d’andà all’Inferno. La mi’ mamma e la mi’ nonna mi dicevano sempre che quando si mangia ’l pane, ’n si doveva sbriciolà perniente, perché sennò, quando si moriva ’l Signore ci metteva ’n panierino sfondato ’n mano, e col pollice acceso ci mandava a cercà tutte le bricioline che s’era perso pe’ la strada. Ma tutte eh, propio tutte: ’n si doveva lascià per terra manco una che sennò, nisba! Mica ce l’apriva l’uscio del Paradiso. E io stavo attenta attenta e me le facevo cascà tutte ne la sottana, così poi, le raccattavo e me le mettevo ’n bocca. Ma certo che qualcuna pe’ disgrazia, ogni tanto m’andava per conto suo: o entrava ne’ cretti del legno de lo scalino o sennò s’infilava tra le pietre scalzate del pianerottolo. Mmmm, era ’n discorso a caso… e di certo quando morivo, anch’io dovevo andà ’n giro col dito acceso e ’l panierino sfondato.
Quando ci pensavo m’arrabbiavo parecchio e dicevo dentro di me: ma ’l Signore, ’n abbia mai a mangià ’l pane? Speriamo di sì, perché se lo mangiava, qualcosina ’n terra gli c’andava pefforza, ’n c’era verso!
“Anch’a Lui allora, gli dovrebbe toccà la solita sorte nostra, ’n vi pare nonna? N’è mica ’l più bello!!”
“Lo sentite che cose? Brutta screanzata che ’n sei altro! Ma pensi davvero che ’l Signore sia del par tuo? E poi ricordatelo bene nina: fòri dall’uscio ci siamo noi! Lui è digià dentro e ’n ha certo bisogno di bussà.”
“No carabella!! Voi dite sempre che Dio sta ’n cielo ’n terra e ’n ogni luogo e sicché, quando ritorna su gli apre San Pietro, le chiavi l’ha lui, vedrete che…”
“O Beppinaa!! Viènci ’n po’ te qua a ragionà co’ la tu’ figliola, ch’a me mi’, m’avrebbe già fatto gira’ quelli che ’n ciò… Ma, ’nna senti che sproloqui che dice?”
“O mamma!! Ma anche voi c’è bisogno che vi ci mettete a pettinìcchio?!...” Ooooh, meno male ch’ogni tanto la mi’ mamma mi difendeva!!
Spesso, fòri dall’uscio di Cesira o dentr’all’andito mio, si riunivano quattro o cinque donne e, chi ne la seggiolina chi ne lo scalino, si mettevano a sedé e lavoravano lavoravano. Le ragazze si cucivano ’l corredo: sfilavano ’nfilzavano e poi, facevano ’l giornino e ’l gigliuccio a ’lenzoli federe tovaglie e tovaglioli, e quand’avevano finito d’orlà, pigliavano ’l telaio e ricamavano giro giro. La cestina coll’occorrente se la tenevano sempre accanto e via via, da le matassine da ricamo, tiravano su du’ o tre fili e se le mettevano ne la spalla. Le forbicine sempre pronte, l’aghi nell’agaiòlo e ’l ditale al dito. Su e giù giù e su, e così, da ’n momento all’altro le margherite aprivano ’ petali, le foglie s’allargavano e le palline s’arrotondavano e davano mano a’ fiori. Le donne maritate ’nvece, facevano certi lavori noiosi: mettevano le toppe a’ calzoni dell’òmini o rattoppavano lenzoli, giubbe e mutande. C’era anche chi scalzettava: solette camiciole calze, e chi filava la lana o l’allargava pel materasso o pel guanciale de li sposi. Anche se lavoravano accanite e a capo basso, ’nne stavano mai zitte: a volte ridevano a volte erano serie, a seconda di quel che c’avevano da raccontassi. Anche noi cittine ci si metteva lì fòri col nostro cencino ’n mano e si cuciva pe’ le nostre bambole: “Te come gliela faresti la gonnellina? A cannoni o a pieghe? Io mi sa che la ’ncrespo ch’è più facile...”
Pe’ esse contente ci bastava qualche avanzino di stoffa a colore, ma anche co’ ’n ritaglino di lenzolo ci si poteva sfogà quanto ci pareva, e così, co’ l’ago tra le mani, ci si sentiva già grandi e mentre gli si dava di forbici e di filo anche noi s’ascoltavano que’ discorsi. Chiaccheravano de le faccende di casa, de’ figlioli, del marito. Ma, a volte, le teste s’avvicinavano di più e la voce diventava ’n filino e così ’n ci si capiva più niente.
“Ciànno da ragionà di qualche segreto… chissà che dicano…” e noi s’aguzzava subito l’orecchi, ma, anche se ci si sforzava di spalancalli ’l più possibile e si stava attente attente, o ragazzi, ’n c’era cristi di capicci ’n’acca.
“Sssss, parliamo piano che c’è la siepe... ’n pare ma ’ figlioli hanno cento orecchi…” faceva Fiammetta mentre guardava verso di noi.
“Mariadesettedolori… ora l’ha bell’avuta la polpetta!”
“Ci crederò, ma potrebbe esse anche ’na chiacchera... e poi, o voi: se so’ rose fioriranno!”
“Anch’io a divvi la sincera verità, penso siano voci, lo sapete no com’è fatta la gente... ”
“Magari fossero chiacchere e basta, sarebbe dibene!! Ma io pellappunto, l’ho saputo da ’na fonte sicura! Però zitte eh pelamordiddio, io ’n v’ho detto niente... a mee, me l’ha detto la su’ zia ’n segretezza… Dice che la su’ mamma pora donna sia ’mpensierita perché ’n sa da che parte fassi a dillo al su’ marito! Lo scoglio più grosso è propio lui…”
“Ah, e sà che quello è ’n incenso pe’ ride, e gli stà sempre a le costole…”
“È ’n tògo a caso! Si sa tutti che se le su’ donne ’n rigano dritte…”
“Oté, ma anche lui ’n po’ di criterio ce l’avrà: ’n vorrà mica fà ride la gente noo? ’nfondo ’nfondo quelle sò cose che possano succede a tutte…”
“A sisì, n’è né la prima né l’ultima! Ma tanto poi si sa come vanno ’ste cose: passata la buriana de’ primi giorni, anche la gente smette di fà montinelli e si zitta...”
“Ma c’è chi ci gode però! La malignità c’è sempre stata care, l’aschio medesimo...”
“Apposta ch’è bene l’avvisino quanto prima quell’omo... fà che qualche entrante glielo spifferi ’n un orecchio che la su’ figliola è ’n quelle condizioni, lo vedrai se fà la tonta…”
Ma quando s’accorgevano che noi s’era lì a capo ritto che s’ascoltava, ci brontolavano bene bene e ci dicevano che quelli erano discorsi da grandi e no da cittine come noi e ci trattavano da curiose, st’antipatiche! Allora s’abbassava ’l capo e l’occhi e si faceva finta di parlà de le nostre bambole: gli si pigliava la misura dell’orlo, la lunghezza dell’occhiello, ma ’ntanto che le mani andavano, l’orecchi volevano ascoltà.
“Lo sapete di quanti mesi...”
“………………………” e piripì piripì piripì, quelle streghe ragionavano sempre più piano.
“Ascolta Vanna, ma secondo te, ’ cittini le porta Alfea o la Cicogna? Io senti, ancora ’n ciò capito niente: la mi’ mamma dice che le porta la Cicogna, ma, allora come mai ogni volta che nasce ’n cittino passa sempre Alfea co’ la borsa?... Ssssss, parliamo piano che se sentano che si chiacchera di queste cose ci brontolano bene bene….”
“Ma ora ve la voglio dì ’n’altra” diceva Fiammetta decisa: “questa l’ho saputa stamattina al pozzo. Sapete il marito di… pare che…”
“Ohi... allora gatta ci cova perdavvero...
“Ma via, le balzellavano?...”
“Ce l’hanno ’ntoppati vi dico!!”
“Mariadesettedolori...”
“...pare fosse quella robbàccia di cosa laggiù, quella che gli sta a uscio via … ’n mi fate fà nomi…” “Ma lo sentite ’sta scandolosa, ’sto tegame sfondato...”
“E era quella stròloga che gli reggeva ’l moccolo? O che vi devo dì gentine, qui mi parammé sia ’na gran banda sentite...”
“... da quel che si sa, pare che..........................”
“...ho bell’e capito!! ’nsomma quel tarullo del su’ marito campava tranquillo via... era meglio se gne lo dicevano allora, almeno seguitava a dormì ’n sette guanciali...”
“A sisì, tanto, corni mica pesano! Se dolesse ’l capo... altro che cascè, ci vorrebbe tutta la farmacia!!”
“Ma, a lei? A la su’ moglie dico, ne la coscienza gn’avessero a pesà? Oh, io avrei paura che ’l Signore mi gastigasse sentite...”
“Brutte mocciose che ’n sete altro!! Ma che fate? Ascoltate nostri discorsi? O ragazzi, so’ piccine ma so’ già maliziose mica storie.”
“Massì, oggigiorno ’ figlioli nascano coll’occhi aperti, n’è mica più com’ a’ nostri tempi, tanto s’era poco locche: s’era grandi e grosse e ’n si capiva manco l’undici.”
E noi si pigliava la nostra seggiolina con tutti l’altri bagagli e s’andava a cucì ne lo scalino disotto che sennò quelle maldicenti ’n potevano fà più ’l su’ comodo.
Speriamo di fà a la svelta a cresce, si diceva tutte ’mpermalite, così dopo si pòle chiaccherà quanto ci pare e piace! Si pòle ascoltà tutti ’ discorsi senza tanti segreti. “Ha’ sentito ch’a fa corni è peccato?” Gli dicevo ’mpensierita a Vanna.
“Meglio palàia!”
“Sisì, ti dico di sì! Ma ’n hai sentito davvero?… Io ’nvece ho capito bene, sò sicura vai! Dicevano ch’a fa ’ corni è peccato mortale! E noi sà quante volte si sò fatti? Ieri, quando s’è leticato co’ Letizia, io e te da dietro gli si sò fatti ’corni con tutt’e due le mani; poi quand’è passata giù la tu’ nonna e cià brontolato perché ci si travoglieva per terra, si sò fatti anch’a lei! Da qui ’n avanti, se ’n si vole andà all’Inferno, bisogna stacci attente…”
Pe’ arrivà al lavatoio bisognava scende le scalette di sasso tutte ricoperte di scarpìccia scivolosa: “St’attenta dove metti ’ piedi, occhio all’ortica” e difatti di qua e di là mischiate all’edera e all’erbanòcca le foglie bucose dell’ortica s’alzavano ritte come coltelle. “Ahia...” ma quello stradellino era talmente stretto che ’n pochino bisognava bucassi pefforza.
Mi garbava tanto a me quel posto; lì era bello tutto e anche ’l rumore dell’acqua ’n dava noia, anzi, mi pareva che dasse allegria. “Vieni Beppina, vieni che ti fò posto” e Regina premurosa scansava ’ su’ panni e si faceva da parte.
“’sto sapone mi basterà ma ’nno so... ciò sempre altri du’ paia di calzoni da lavà ” s’impensieriva Fidalma. E la mi’ mamma gli dava subito ’l suo: “Lavate tranquilla che io, lo vedete, ce l’ho du’ pezzi, ’sto viaggio mi sò premunita, l’altra volta ’nvece feci come voi, mi toccò fammelo prestà da Finisia.” E la mi’ mamma co’ la mano allontanava la saponata grigia ch’era sopra e poi tufava ’ panni: “Sciaurati che bòbba! Massì, se si vole trovà l’acqua pulita ’n c’è niente da fà via, bisogna venicci ’l lunedì mattina avanti giorno; qui sennò si fa ’l bocato de la Marolìva che ci mise la pulce morta e la ricavò viva” si lamentava lei mentre lesta lesta ’nsaponava e tufava, tufava e ’nsaponava. “O Beppina, ma me lo dici come fai a fà ’n sapone bello così? A momenti profuma come quello comprato! A me mi viene parecchio meno bianco... ma sà, quello dipende da quel che ci metti dentro... questo però perdìo, odora eccome! Oh, io vorrei propio sapé come fai” gli domandava Fidalma curiosa.” E la mi’ mamma mentre gli dava di mani, gli diceva che lei, nel sapone, prima di levallo dal paiolo, ci metteva ’na busta di borotalco che così gli dava quel profumino. “Certo, ora, benché si faccia sempre a miccìno, si pòle anche fà ’no strappo a la regola; ma ’n tempo di guerra, quando ’l sapone si faceva coll’ulive rospolate... ’l borotalco sì, careddigrazia... Quello ’n odorava no, e manco era bianco” diceva la mi’ mamma mentre s’accaniva co’ le macchie e le frittelle.
Tutte le donne facevano ’n quel modo: allargavano ’ panni ne le pietre grigie e poi sdrusciavano più che potevano col sapone e co’ la spazzola. Cia cia cia! Tum tum tum! Gli schizzi arrivavano da tutte le parti e pareva che piovesse sempre. “Ma vi pare! ’na volta la settimana è troppo poco, almeno du’ volte bisognerebbe che la cambiassero st’acqua, ’l pozzo è piccino e ci si lava ’n tante.”
“A noi del Poggio questo ci resta più comodo, si fa ’n ficchettìno e via, ’n c’è bisogno manco d’attraversà piazza.”
“Ma certo donne, quello de la Botte è ’n’altra cosa… Questo, comodo è comodo, ma ’ panni mi parammé si riportano a casa più sudici di prima…”
“Beppina, perpiacere me la daresti ’na manina?” E una di qua e una di là, torcevano torcevano: tun tun tun! Quel poro lenzolo lo sbatacchiavano sopra a le pietre e, giù: tonfi da orbi, pareva lo volessero ammazzà di bòtte, ma finché n’era finita di scappà tutta l’acqua ’nno lasciavano andà. “Anche questo benché ’n pare, è ’n lavorino di fatica” diceva la Caina mentre s’abbassava pe’ mettelo ne la bagnarola: “Madonnina oggi come mi dole ’l groppone…”
“Anch’a voi n’avé paura che ’l lavoro ’n vi manca! Con quel branco di figlioli c’avete da scarpina’ c’avete...”
“Giusto mi’? Quello mezzano vi s’è rimesso poi?”
“Com’avete detto? O Gilda, n’ho mica capito sapé” gli diceva la Caina a capo ritto.
“Vi domandavoo del vostro figliolooo! Gli sò guariti tutti que’ briciòli sparsi pe’ la vita?”
“Eh ’nsomma via, tutte le sere gli fò l’impiastri come m’ha dato Mariagraziaddio, speriamo che lo sfiammino…”
“O mammaaa, a me mi si sò sfilate le brache!”
“Donne chi ce l’ha da prestammi ’no spillo?... Vieni qua che te le sistemo...”
Mentre giocavo col fango guardavo quel lenzolo che pareva ’n serpe grosso grosso che dormiva tutt’acciambellato, e ’ntanto contavo le paniotte: una due tre quattro e via via le mettevo a seccà al sole. Certo che laggiù mi divertivo davvero: ’l gorello dell’acqua era propio accant’al pozzo e lì, ci potevo sciaguattà quanto mi pareva. Disotto però ’n ci potevo andà ch’era troppo pericoloso, e la mi’ mamma ’n voleva manco che mi c’affacciassi. A me però mi sarebbe garbato di scendeci, mica pe’ fà niente, tanto pe’ vedé tutto quello stroscio d’acqua dov’andava a rifinì. Faceva ’n gran chiasso: cià cià cià, schizzava ne’ roghi e nell’erba e poi si perdeva ne la strada di sassi che giù s’allargava e si fermava tutta ’n quella specie di pozza fonda. Ganza!! E da lì, rigiù, si buttava dal sasso grosso e da quanta forza aveva spruzzava perfino le foglie de la ficaia di sopra: ah! Collo!! “Vieni via di costì! T’ho detto di scansatti ma, se’ sorda?!” Ma laggiù pe’ sentì bisognava bercià forte che quell’acqua andava a tutta randa; gl’importava assai de le donne che chiaccheravano e de le mamme che si raccomandavano: “O ragazzi, ’n pare manco che dic’a lei! Questa è più dura d’un mulo! Guarda nina che se ’n righi dritta, te al pozzo con me ’n ci vieni più, tièll’a mente.”
Ogni tanto accant’a la siepe, sotto a’ roghi dov’era più umido, ci trovavo l’orecchini de la Madonna. Erano pezzettini di legno fino e marcio, sopra c’erano nate ’na specie di palline rosse più grosse o più piccine, più chiuse o più aperte. A volte ’n un legnetto, c’erano due o tre ’n fila, a volte una sola, quelle palline erano come funghi piccini piccini, ma più tenere, più delicate. ’n mi scordavo mai di guardacci, lo sapevo che ’n quel punto ci facevano, e quando vedevo ’na puntina di rosso che piano faceva capolino tra ’l verde ’ntrigato e sotto a ventagli de le felci, com’ero contenta! “Mamma mamma, guarda! Ci so l’orecchini de la Madonna” che quelli ’n era mica tanto facile trovalli, avòglia a cercà.
’n parevano, eppure, di sicuro erano fiori, e se la Madonna l’aveva scelti pe’ faccisi l’orecchini, voleva dì che quelli erano davvero i fiori più belli del mondo. I più brutti ’nvece, erano quelli di somaro e l’uva de’ serpi ch’era velenosa, e anche gli zìgheri che se si toccavano facevano venì certe vescighe! La cicuta poi! “Azzardati a toccalla, prova a metteti ’na foglia ’n bocca e poi lo vedi che sorte ti tocca” mi diceva la mi’ mamma: “fai ’n salto e ’n belo!”
Ma io ’n ero mica strulla e quando coglievo ’ ciucciamièli pe succhiammi ’l rosa dolce de’ su’ fiorini teneri, e se la riconoscevo: quella pianta velenosa, giù pell’Addobbi era sparsa dappertutto e sicché, gli passavo a la larga…
Se c’era ’n bel sole, la mi’ mamma pigliava la bagnarola e andava su al Belvede’ a tende ’ panni.
Si passava giù pe’ lo stradello che porta all’Addobbi e giù giù si scendeva e si saliva perché ’l campo di Menta era lontano: bisognava arrivà su ’n cima ’n cima, ’nsomma, guasi vicino a la Cava via. A le prode le casce ci venivano dietro e quella neve giallina ci cascava nel capo e guarniva di bianco anche ’ sassi del fossino. Anche l’odore insistente de’ fiori di vitabbia ’n ci lasciava mai che laggiù l’aria sapeva sempre di dolce.
I roghi s’ingarbugliavano tra se, s’allungavano e s’attaccavano al lellero pieno di palline nere, e l’uva de’ serpi curiosa guardava le felci che furbe, si facevano schizzà dall’acqua. Sasso dopo sasso, tutti que’ pisciolini saltavano giù e riscendevano disotto ’n’altra volta e forse, chissà, andavano a ritrovà l’acqua del pozzo.
“Mamma, anche le more sò tutte fiorite: a me mi sa mill’anni che ci siano. Quest’anno ce lo rifai lo sciroppo?”
Ogni tanto pe’ la strada si trovava ’n cancello di legni ’ncrociati e se ’l lucchetto era sciolto, io l’aprivo e ci mettevo ’ piedi pe’ facci la bigiàngola, ma la mi’ mamma subito mi brontolava: “Se ti vede ’l padrone ti dà dieci! Fa che gli scappino le mucche…”
Tela! Se dioneguardi c’era ’l toro mi rincorreva di sicuro: avevo la sottana a quadri rossi, stavo fresca!
A metà strada, ritto come ’na montagna, c’era ’n sasso grosso grosso e ’n quello, ci si poteva rampicà fin’a cima che c’era come ’na scaletta che portava. Lì accanto, ’n altro più piccino fatto a poltroncina, co’ la su’ spalliera stondata e tutto: ah bene!! E io m’allargavo le pieghe de la gonnella e mi ci spaparavo come ’na signora vera. Poi però mi toccava fà tutta ’na corsa che la mi’ mamma era già sparita dietr’a la stiga di Pinferi, là, ’n quella siepe rialzata dove quand’era la sù ora, ci coglievo più di mille mazzi di vellutini di tromboni e di piscialletti acuti. Le pancaciole ’ ciclamini e le viole nascevano dappertutto giù pe’ que’ restoni, e cornetti gialli e arancioni del sangiovanni che sbucavano ’n più punti, spargevano ’n odore bono bono: leggero, dolce.
S’ero fortunata, potevo anche trovà ’na tartaruga ’na lola o ’n chiccallòro; a volte però, mentre sbirciavo tra l’erba… diobono! Facevo certi stolzi! Lesto lesto ’n ragano ’nfuriato attraversava la strada: brutto!! E ch’occhiacci cattivi diot’arrabbi!! E che linguaccia velenosa!…
Spaparate ne’ sassi ’nvece, le lucertoline no, mica facevano paura: se ne stavano ferme ferme, sdraiate al calduccio e lì s’addormentavano o facevano occhino al sole.
Laggiù si combinava sempre qualcuno: chi andava a la vigna, chi all’orto e chi, al poderino: “Bongiorno Guido! Rientrate già a la base?”
“Oh mi’, bongiorno Beppina, oggi parrebbe bella, io dico che oggi ’ panni l’asciughi.”
“Speriamo! Ieri ’sto tempo m’ha fatto fà ’na corsa… erano già sciombrati, ma capirete, di qui che sò arrivata su…”
“Mamma, chi era?”
“O ’n hai visto? Era Guido Parri, quello che sta lassù ’n quella casa nova: ti ricordi che ’na volta s’andò a trovà la su’ moglie e lui ci colse la mimosa…” ma io manco l’ascoltavo. Avevo trovato ’n sasso co’ lustrini che cangiava... lillà violetto giallino bianco...
Quante cose belle c’erano ’n quel posto! Anche le castagne, le mele maggioline, le noci, le ghiande e poi ’l pizzicatopo schizzato di rosso, ’l vischio del Natale. ’l biancospino che vergognoso, giorno giorno s’allargava ’n pochino di più, e per terra e tra la le siepi pareva ci fosse nevicato sopra… ma ora no, ’n era ’l su’ tempo.
Ooh, dai e dai s’era arrivate! Lei passava dal cancello e io saltavo lo scalandrìno e subito mi mettevo a fà ’ capitomboli ’n quel verde ’nfarinato di fiori di somaro dove più qua e più là tra le macchie gialle ogni tanto s’affacciava ’l rosso senza vergogna de le papale leggere. Poi, facevo come le lucertole: mi sdraiavo ferma nell’erba e co’ le mani allargate guardavo perinsù. Ma quel sole sfacciato però ’n si poteva fissà che tutti que’ raggi allungati schizzavano ’na luce talmente forte da fà perde ’l lume dall’occhi... E quelle macchie ballerine cominciavano a girammi ’ntorno e lì per lì quel giallo arrabbiato mi pareva m’avesse accecato perdavvero... Oddio, ’n vedevo più manco la mi’ mamma…
Lassù era tutto più aperto, più alto, e Scansano era lì davanti co’ le su’ case appoggiate che parevano appiccicate co’ lo sputo: ’ tetti s’appoggiavano a’ tetti e le tegole giallicavano a tutto spiano. E la mia era propio lì nel mezzo: “O mamma, la nostra facciata si riconosce anche da lontano, vé?” Anche ’n quell’altre case, attaccati al muro, c’erano tutti que’ serpentoni di coccio del colore de’ le tegole che s’allargavano di qua e di là da le finestre e chi ’n c’aveva ’l gabinetto ’n casa, ’l vaso lo votava lì dentro. Ma noi no: noi s’era ricchi, perché oltre a la tazza, ci s’aveva perfino ’l lavandino co’ la canella che tirava come quella di piazza. Bastava che la mi’ mamma pompasse su l’acqua e quando ’l deposito de la soffitta era pieno, noi ci si poteva fa’ ’l nostro porco comodo!
Quand’era tempo bello a volte s’andava a coglie ’ fiori all’Addobbi che dilieggiù ci facevano sempre tanti. Pe’ lo stradello di Dedi, sott’al murino del Boschi, su pe’ la scarpata di Stenio, sott’al rogaione dietro a la stiga di Nicchio, a seconda de la stagione ci si trovava ciclamini viole margherite piaghe del Signore. Coglie coglie coglie, si facevano certi mazzi grossi che ’nne stavano più ’n mano, ch’a la maestra noi ci si teneva.
Giù giù giù, passo dopo passo, senza manco accorgeci s’arrivava ’nfondo a la strada: giù, dov’era ’l fontanile coll’acqua che tirava sempre. Tutte le volte ci si fermava e si rampicava ’n cima a quel murino; ci s’accoccolava e le mani a conca ci facevano da bicchiere: “Aah bona, fresca…” e a me mi pareva di beve ’l cielo e ’nnicosa che dentr’a quella pila c’entrava oltre all’azzurro, anche ’l bianco e ’l rosa de le nuvole che ogni tanto si fermavano lì a rinfrescassi. “Perché ’n s’arriva fin’al fossino? Dai, che così nel mazzo ci si mettano anche le felci.”
Più giù, nel mezzo de lo stradello l’acqua strosciava piano e dove ’ sassi più grossi facevano ’no zampillo alto che pareva ’na fonte, noi, anche se ’n s’aveva sete, ci si fermava lostesso e co’ ’n piede di qua e uno di là con quel pisciolìo che ci scorreva tra le gote e ne la bazza, si diceva la cantilena dell’acqua corrente. Ma anche se ci si tirava su la gonnella, ’n c’era niente da fà, tutto quello schizzettìo ci voleva ’mmollà pefforza.
Le felci piccine erano attaccate a la scarpìccia e pe’ cogliele bisognava st’attente a ’n cascà dentr’all’acqua. “Aiuto! Oddio mi sò rinchiappata ’n una stracciabracàia, se mi strappa ’l golfe chissà che gli dico a la mi’ mamma…”
“Quanti ciclamini!! Lesta lesta che qui ci so’ ’n monte! Mira ch’amore st’ombutìni celesti, sembrano di velluto” ma bisognava s’avesse avuto quattro mani pe’ potelli coglie tutti. Per terra, di qua e di là da lo stradello, tra l’erba macchiata di giallo e di bianco i fiori birboni alzavano ’l capo. “Bisogna tornà ’ndietro, lo sai come sò fatte le nostre mamme: se dioneguardi s’ammoscano che ci siamo allontanate così, si sta lustre si sta!” Ma la grandinina odorosa ci pioveva addosso come neve profumata e que’ piatti allargati come ombrelli aperti ci facevano venì ’na gran curiosità: “Quanto ci si scommette’? Vo’ vedé che se ci si guarda si trova subito ’n chiccallòro? Loro ci stanno di casa lassù sopra” e anche se ’l sambuco era alto, noi si rampicava ’n cima a lo scalandrìno e via. “Eccolo lì eccolo lì! Lesta lesta chiappalo...”
’n una mano ’ fiori e ’n quell’altra: zzz-zzz-zzz ’l chiccallòro che faceva ’l solletico.
“Attenta eh, ’n allargà la mano sennò ti scappa.”
E quando s’arrivava a casa, si pigliava ’n filo di rocchetto, gli si legava a la zampina e poi, mentre quello caminava piano, pe’ fallo chiappà via gli si pigiava ’n pochino ’n piede e si diceva:
“Chiccallòro de la messa
va’ a chiamare Michelino
che ti schiacci ’l ce-rve-llino!!
Chiccallòro de la messa
va’ a chiamare Michelino
che ti schiacci ’l ce-rve-llino!!”
Era bello quel chiccallòro cangiante: a volte pareva verde, ma poi diventava azzurro. “Guardalo ora com’è dorato!”.
E piano piano, da sotto, gli spuntavano du’ puntini neri che s’allargavano sempre di più sempre di più: “Quanto ci si scommette che tra pochino vola?”
“Sisì, ora piglia via perdavvero…Vola chiccallòro, dai perpiacere, vola...”
“Zzzzzzzz-zzzzzz-zzzz-zzzzzzzz” e dai e dai quel birbaccione cominciava a mettesi ’n moto…Volava!! E via! ’n pochino per uno si volava anche noi e con quel filo ’n mano si girava al tondo sempre più forte sempre più veloci: s’andava fintanto che quello ’n si fermava. “Oddio mi gira tutto...” si trambellava come briachi e leste ci si metteva a sedé ne lo scalino: “Oiòia quanto s’è volato!!” Ma perquanto anch’a lui gli girava ’l capo e dop’avé rimesso l’ali, mogio mogio ciondolava lì co’ noi.
Giù sott’a la chiesa grande c’era ’l Camposanto vecchio, e giù giù giù, lungo la strada, tutte ’n fila c’erano le stighe. Quasi tutte le famiglie tenevano ’l maiale pe’ casa e anche noi s’aveva laggiù. Spesso spesso, la sera, c’andavo anch’io co’ la mi’ mamma a governallo che così gli facevo compagnia. Lei portava ’l secchio co’ l’ombratto, ch’era semola ’ntramanciata a la broda de la pasta all’acqua e a le bucce di patate di pere e di mele smarciate e mischiate a tutti l’altri avanzi di casa.
La nostra stiga era giù ’nfondo, lì, vicino a la casa di Camillo e Marianna. Mentre si caminava via via che quell’altri maiali ci vedevano col secchio del beverone, cominciavano a stride e s’avvicinavano a’ cancellini, perché volevano mangià. Berciavano come dannati e con quel naso legato col fildiferro mi facevano pena: “Mamma, ma gn’abbia a fà male ’l ferro?” Ma si vede di no, sennò ’l mi’ babbo gne l’avrebbe mica messo!
La strada era tutta sassicosa e a ogni passo, se ’n ci si stava più che attente, s’inciampicava: “Mamma, sò sdruciolata…”
“Su su, lesta vieni giù che ti rialzo, moveti che ’l culo ’n ha denti…” ma dilieggiù si pigliavano certe storte a caso…
Quando ’l nostro maiale vedeva ’l secchio pieno, strideva più forte che poteva: pareva che lo scannassero. A quell’ora aveva ’na fame che bulicàva e su, rampicava ’n cima all’uscetto e da quanto lo scoteva pareva lo volesse buttà giù. La mi’ mamma allora pigliava ’l legno e con quello lo faceva scansà: “Uuh cìgo cìgo… cìgo qua! Cìgo…” ma lui duro, ’n se ne voleva andà.
“O gentine! È ’n’impresa curiosa! Questo, grosso com’è, abbucalta anche me ’nvece che l’ombratto, ma lei sapeva come fà pe’ levasselo di torno. Lesta lesta alzava ’l secchio e dal muro gli buttava giù ’n po’ di beverone nel trògolo, così, mentr’attaccava a mangià, lei risoluta entrava dentro e gli votava tutta la cena nel piatto. Quel maiale ci zeppava anche ’l naso pe’ fà prima e mentre s’allupava sbavava propio come ’n maiale e ’ fili bianchi gli colavano giù… Bièco! ’l marrone di quell’acquiccia gli schizzava tutto nel muso... ma però, anche se mi guardava storto con quell’occhi mezzi ricoperti dall’orecchi, mi pareva meno cattivo ora che s’era calmato.
’ntanto, co’ lo scopìno grosso e la pala, la mi’ mamma puliva la stiga e faceva ’n monte lì fòri di tutta quella roba. ’l puzzo si sentiva da lontano e anche s’andavo più giù, ’n c’era niente da fa’, s’avellàva lostesso: pùùùh!! Bisognava m’attappassi ’l naso pefforza. “Che puzzo di merda!! Bècio… a me mi fa schifo ma’” e lei risentita mi diceva: “Quando mangi ’l pane col prosciutto e quando ti si ’nsaporisce la fetta coll’unto de la salciccia però ’n ti lamenti mica vé? Quel puzzo lì ’n ti fa schifo perniente, anzi, mi parammé che di due t’accosti!”
Si ritornava a casa ch’era guasi notte e le campane già sonavano: din, don, dan, din, don, dan… Que’ rintocchi ci battevano propio ’n cima al capo dato che ’l campanile era propio lì che spiccava ’l volo: di sotto sprofondava ’ piedi per terra e davanti s’appoggiava al muro dell’arco che giù portava da Nunziata de la Cappella e di là ’n sala parrocchiale.
La mi’ mamma si sbrigava più che poteva e mentre allungava ’l passo, ’mpensierita, diceva: “Madonninacara com’è tardi… e io tra trippole e trappole ciò sempre da ’nventà la cena di sanapianta... Sentite qui, sona già l’or di notte: ti sei segnata?” E io ubbidiente e sbrigativa facevo subito Padre Figliolo e Spirito Santo. Era vero, ’l buio s’avvicinava sempre di più e que’ rintocchi spenti mica mi rassicuravano perniente, anzi, mi facevano aumentà la paura e mentre mi spicciavo a caminà avanti avanti, co’ la coda dell’occhio mi guardavo a le spalle. Le gambe mi toccavano ’l culo: con prima s’era arrivate a le luci e meglio era… l’ombre de la notte le vedevo, erano già tutte lì che ci ronzavano ’ntorno.
Tutte le volte che c’era d’andà ’n cantina a sfoglià ’l granturco ero contenta come ’na pasqua: quel lavoro per me era ’na festa, ’n divertimento. ’n pochino aiutavo anch’io, ma più che altro giocavo. Le spighe grosse e pinzute erano ’ncartate, chiuse strette da tutte quelle foglie fine e trasparenti che giù: una a la volta, una a la volta, si tiravano giù, fintanto che n’appariva l’arancione de’ chicchi. Tutti ’n fila, precisi, ognuno al su’ posto e se fossero stati rossi come quelli de la melagrana mi sarebbe venuta la tentazione di mettemeli ’n bocca. Quelle meno granite erano d’un giallino leggero e que’ chicchi sbiaditi e lustri parevano denti; ma la cosa più bella per me, era quel mazzetto di fili leggeri che ognuna aveva dentro. Prima di sfoglialla, ’n cima, sbucava ’na specie di ciuffetto secco, d’un marroncino mezz’abbrustolito dal sole, ma quando si spalancavano le foglie, magia de le magie, da quel mazzetto di peli arrostiti e spelacchiati sbucavano tanti fili lunghi e fini, morvidi come capelli di fata. “O mamma, guarda come sò belli ’sti baffi biondo cenere: toccali, senti? Sembrano di seta, ve’?” C’erano rossicci e marroncini, ’n po’ più fini e ’n po’ più grossi come la stoppa e io, via via, li mettevo da parte pe’ facci ’ capelli a le mi’ bambole: ogni mazzetto per conto suo che ’n s’ intrigassero percarità.
I grandi che lavoravano, ’ntanto avevano fatto ’n monte di granturco già sfogliato e pronto pe’ attaccà: pigliavano du’ spighe e legavano le du’ foglie ch’avevano lasciato apposta pe’ fà quel lavoro lì e poi, za, ’n nodo bello stretto e su, l’accavallavano a la pèrtica che penzolava da’ travi. Ganze! Tutte ’n fila ’n quel modo erano ganze parecchio e nell’ombra de la cantina all’improvviso pareva che fosse spuntato ’l carnevale: “Mamma! A me mi pare che siano festoni del veglione, e a te?” Giallo arancione, arancione giallo e tutti que’ fiocchi bianchi parevano farfalle giganti: “O babbo, ’ste spighe sembrano barlette ve’? Lo vedi che sò una di qua e una di là come quelle del somaro!”
Sisì mi garbava parecchio quel lavoro pulito; mi ci potevo anche tuffà nel monte alto de le foglie, tanto, ’n mi facevo mica male: “O mamma, ma è vero che prima la gente dormiva nel saccone ripienato di foglie ’nvece che nel materasso di lana?”
“Parecchi ci dormano sempre! Anch’io quando mi sposai ce l’avevo di crino, che ti credi?”
Era ’n divertimento, tanto quando si sfogliava che quando si sgranava. Quel lavoro lì però, veniva fatto dopo: le spighe dovevano esse belle asciutte che sennò muffava.
C’era giù ’n cantina, ’no staio di ferro ch’era ’na specie di secchio co’ la bocca larga, ma però senza manico, diviso nel mezzo da ’n ferro. ’l mi’ babbo si metteva a sedé nel ceppo e co’ lo staio tra le gambe attaccava a sgranà: tin tin tin tin tin tin, tintintintintintin. Cascavano giù i chicchi e facevano ’n tintinnio di campanelli quando toccavano ’l fondo: “Babbo, ma ’nno senti? E pare che venga la grandine!” E piano piano di quella spiga piena, ’n mano, gli ci restava altro che ’l torsolo bianco e ’n pareva manco più lui sdentato ’n quella maniera, e quando lo tirava nel monte, spolto e gnudo com’era, cascava giù zitto e leggero. Ci si poteva giocà con que’ torsoli spolti, e io su, lo scaraventavo uno per aria e lesta lo richiappavo, tanto, anche se mi cascava nel capo che mi faceva?
“O nonna! Avete visto come sò brava! Lo chiappo al volo!!”
“Capirai! Tutti ’ mi’ gatti sò boni! Chiappali due se sai fà: lo tiri su uno e poi ’n altro e via, così fai come giocolanti, ’n ti pare?!” Eh sì, era ’n discorso… chissà chi era bono.
Se capitava qualcuna de le mi’ compagne allora si faceva a chi lo faceva volà più lontano: frummmmm, e quelli come uccelli spelacchiati s’andavano a posà dove gli pareva. “Oddio!!! Lesta lesta scappiamo, m’è entrato ’n casa di Dinda, ora c’è da sentilla…”
Dopo giocato però, si dovevano rimette al su’ posto perché d’inverno facevano comodo e parecchio, specialmente quando la cucina economica stava lì lì pe’ spengesi ’n c’era bisogno di troncà ’ seccarelli né d’acciaccà le canne: la mi’ mamma lesta ci zeppava du’ torsoli e ’l foco richiappava subito via.
Giù ’n cantina, dentro al cassetto de la vetrina, tutte sparpagliate c’erano ’n sacco di cose vecchie e io era per quello che ogni volta ci frugavo. “O che pensi di trovacci tra cotesti trofei? Io vorrei sapé che cerchi…” borbottava la mi’ mamma mentre smarciava le pere.Ma a me che m’importava, anche se tutte quelle cose ormai le conoscevo a mente, m’incuriosivano lostesso. C’era ’na spazzola grossa pe’ striglià ’ cavalli, ’n tappo di vetro trasparente e uno turchino con tutte le goccioline dentro, du’cartoline scarabocchiate, la scatolina rossa e bianca de le semenze e qualche chiodo arrugginito. Ma io frugavo frugavo e più su, c’era ’n rotolo di spago co’ ’n ago da lana ’nfilato, ’n mozzicone di candela, ’n santino di Sant’Antonio da Padova e qualche fiammifero sparso ’nsieme a’ soldi di ferro scuro e a du’ medaglioni legati col nastrino tricolore, ma da quant’erano neri manco ci si leggeva quel che c’era scritto sopra. “’ste medaglie erano de gli zii di babbo, quelli che sò nel quadro giù ’n camerina ’nfondo, vé ma’? Uno si chiamava Pasquale e quell’altro come?… Ma, sò morti o sò dispersi?… Erano vecchi o giovani?…Lo sai mamma che stamattina la maestra cià fatto canta’ Campane di Montenevoso?Caampane di Montenevoosooche suonate nel vèèspro divììnnquel suono in un giorno radioosoosalutò cento giovani alpiin.
Ma te lo sai mamma se loro erano alpini?…”E lì, ’n quel pezzettino di muro pieno di chiodi, le corde ciondolavano ’nsieme a le funi e a la canna del vino: tra la statera e ’l teglione de’ biscotti. I mazzi di salgina già pronta pe’ le scope e gli scopini per casa e ’l fascio de lo scopo pe’ spazzà la cantina ’l chiostro e l’arello del maiale. ’l rotolo de la sciugna puzzava di sego e dentro a la pentolina ’mborniata le pezzette gialle odoravano di zolfo e la reste dell’aglio e de la cipolla pareva trecce lunghe lunghe. Attaccato all’uscio verde, propio da la parte del catòrcio, ’ fogli del calendario s’allungavano giù, che così al mi’ babbo glielo diceva la luna quand’era l’ora di tramutà ’l vino e la vinella. E su, sopra a la vetrina, c’era ’na regola di quelle che si sònano quando more Gesù, e se la mi’ mamma ’n mi vedeva, lesta lesta salivo sopr’al bàggiolo e la tiravo giù. Era ganza quella rotina co’ denti di legno, bastava girà ’l manico e tra-tra, tra-tra, quell’aggeggio di legno faceva ’l su’ sòno: ’n rumore triste, da morto. Ma lei, come mi sentiva, attaccava a brontolammi: “Posala!! Rimettela di corsa dove l’hai trovata! Quante volte te lo devo dì eh? Eppure lo sai…”Sisì, io lo sapevo che le règole si dovevano sonà altro che ’l venerdì e ’l sabato Sabato prima de le dodici, a mezzogiorno poi riscioglievano le campane e tutto quel lutto finiva lì. Passato quel momento, andavano riposte e ’n si dovevano ripiglià più ’n mano, che sennò si faceva morì ’l Signore ’n’altra volta. “Mamma, ma io mica la volevo sonà, volevo vedé come faceva a girà la rotina…” e subito la rimettevo a posto che ’n volevo colpe.Più là, attaccata al su’ gancio, c’era l’acetilene del mi’ babbo e io mi divertivo sempre a vedella smontà. Quando la puliva e la caricava, se l’accendeva, faceva ’no scoppio e subito veniva fòri ’na lingua di luce bianca e azzurrina ch’abbagliava, e su, quella fiamma s’allungava sempre più su e ’l mi’ babbo co’ la rotellina la regolava. Quella luce era differente da tutte, ’n assomigliava né a la corrente elettrica, né a la fiamma de la candela: “Babbo, l’acetilene è differente anche dal lume de la lanterna vé?” Anche l’odore era differente: que’ tocchettini bianco grigiastri che lui ci metteva dentro, erano carbùro e era quello che faceva illuminà la cantina a giorno anche quando fòri era notte buio. E con quella accesa, poteva attaccà ’ pupi di pere, tende la pietraccola pe’ topi, sciugnassi le scarpe e preparà le pezzette de lo zolfo a tutte l’ore.’n cantina, oltre a la botte, al tinello e a le damigiane ’n fila sopr’al baggiolo, lì da ’na parte, c’era anche la madia. Fòri era scura scura ma come s’alzava ’l coperchio, quel legno pareva ’mbiancato co’ la calcina e la sera dopo cenato, quando la mi’ mamma doveva mette ’l lievito pe’ fà ’l pane, io andavo a fagli compagnia. A me mi dava la chiave di ferro e la candela co’ fiammiferi e lei pigliava la tazza coll’acqua calda, ’l cartoccio del lievito di birra e via, ci s’avviava giù pel vicolo. Come s’entrava dentro accendeva la candela e con quel lume fioco fioco appoggiato ’n cima al coperchio, lesta lesta co’ la paletta attingeva la farina e l’ammontinava da ’na parte. ’ntorno era tutto buio e io stavo attaccata a le su’ gonnelle senza movemi d’un passo. Ogni tanto si sentiva raspà: erano ’ topi che passeggiavano ’n cima a’ travi e a me mi pareva che mi ballassero nel capo. Facevo certi stolzi! “Mamma, che era ’sta botta?” “E sò questi quassù disopra, chi vòi che sia…” ma dentro a tutto quel nero, anche se Pasqualina moveva ’na seggiola, o Elide di là chiudeva l’uscio, io pensavo subito al lupomanaro o a la Paura. E poi con tutti que’ gattacci che si lamentavano e si picchiavano, c’era da stà poco allegri… “Quanto ciài ma’?...”Dop’avé fatto la buca, piano piano co’ la mano scioglieva ’l lievito e quell’appiccicume via via, a sòn di farina, diventava ’na palla liscia liscia e quand’era pronta: “Padre Figliolo e Spirito Santo” col dito la mi’ mamma ci faceva quattro buchi sopra pe’ sicurezza, che col segno de la croce lievitava meglio. Lo copriva col cencio, richiudeva ’l coperchio e s’era fatto: seddiovole si ritornava a casa. Co’ pastelli ne le mani dava du’ girate all’uscio e io: “fffffffff” soffiavo ne la candela che tanto lì fòri c’era la luce a facci compagnia.
Giù pel vicolo si sentiva l’odore de la cena che le donne perattèmpo mettevano ’ tegami al foco, che si sà, quand’arrivavano l’òmini da lavoro volevano trovà pronto: a loro gni garbava mica d’aspettà.E così, ’l profumo dell’intingolo, del soffritto dell’acquacotta, del panione, de la pappa col pomodoro e de le bietole strascicate, si mischiava a quello del sugo co’ ridentri o all’aringa abbrustolita, e se ’ fagioli s’attaccavano al pignatto, ’l puzzo di bruciaticcio pigliava le scale e arrivava dritto ne la strada: “O Armida! Ma ch’avete fatto, l’arrosto?”“Ma stà zitta, ero andata a fà ’n viaggio d’acqua, dico: tanto tra dieci minuti ritorno, e ’nvece oté, o ’n ciò trovato la folla? E quando so tornata l’ho preso ’n dòmo! ’n c’è mancato niente: se stavo altri du’ secondi ’nvece de’ fagioli buttavo via anche la pentola…”“O da dove viene ’sto puzzo? La mi’ nora mica m’avrà fatto brucià ’l cavolo eh! Mi pare che ’l fumo venga propio da casa mia… Fatemi andà Mariù” s’impensieriva Gina ch’era lì che faceva du’ parole co’ Mariuccina.”“Nonò, stà pure a veglia che ’l danno l’ho fatto io” gli diceva Armida mentre lesta lesta passava giù pe’ andà ne lo stanzino da sgombro. “Ora c’è da sentillo quell’altro: la minestra sudicia ’nna strozza… ma io sentite, a quest’ora, ’n so davvero che rimediagli, vedrai che quando se la trova davanti, la mangia... Mi pare che mezzo budello di salciccia sotto cenere ce lo dovrei avé sempre, tanto, mi basta giusto ’n triciolino.”“O Armida, sennò ve la presto io, vorrà dì che quand’è l’ora me la renderete.”Quelle donne diventavano matte e lo dicevano sempre: “Cena e pranzo, pranzo e cena, guardate gentine ch’è ’n’impresa! Le mangiate carimia sò fitte…”“Tutti giorni, tutti giorni, da ultimo ’n si sa più quel che fà eh! E s’attacca a pensacci la mattina appena ci s’alza… io stamattina pe’ bonafortuna ho lasciato la pasta del pane pe’ facci du’ lunghini col cacio bugiardo…”“E fortuna che ci s’ha ’l maiale” diceva la mi’ mamma: “quello sì ch’è ’n bel ripieno. Anche se ciài du’ bietole, con du’ pezzettini di guanciòla o di ventresca le ’nsaporisci; la salciccia ’n umido co’ fagioli, o sennò rosolata con du’ patate, ’nsomma, rimedi bene rimedi...”Giù pel vicolo tra poco c’arrivavano anche gli schizzi dell’olio che friggeva ne la padella, e ’l profumo de carducci attraversava l’Ortone e andava su ’n Corte. Anche Teresina a quell’ora stegamava, e mentre giostrava tra l’acquaio e fornelli cantava a tutta randa: si sentiva bene che la su’ finestra era propio lì, appoggiata ne la strada.“O Teresa, ma ’nna senti?” la chiamava Gina dal muro: “e dimmi che fai da cena, che da quassù si sente ’n gran profumino… Dimmelo via, che così ti ricopio: sò qui che ci penso, ma oté, tra poco viene ’l mi’ Adamo dal Saragiolo e io, all’infòri del radicchio strascicato e du’ pere cotte nel vino, ’n ciò altro da presentagli. Bisogna che m’inventi qualcosa di minestra... mah, vorrà dì che farò la minestra de la sciorna e zittisignori…”“O sennò gli mettete davanti ’n piatto d’acqua e ’na forchetta e via. Io sentite, sò qui che ròsolo ’n pochina di ventresca: ’no spicchio d’aglio, ’n goccìno d’aceto, du’ pomodorini maturi, ’na foglia di basilico quando c’è, e via. Che voi lo sapete meglio di me, con pochino d’intingolo ci si fa parecchio più companatico. Di primo ’nvece ho fatto ghianderini ’n brodo, ’l lesso, lo lascio pel mi’ babbo, così domattina nel caldaino so già quel che metteci: con du’ zampi e ’na cipolla ci fa ’n bel pranzetto ’n vi pare? ’l collo ’nvece, quello lo fò ripieno pe’ domanissera, ’n quel modo lì almeno ci si fa ’na bella mangiata: co’ ’n ovino, ’n pochino di pane grattato, aglio, prezzemolo e ’na manciatina di cacio, è di sostanza. ’l collo bisogna avé l’accortezza di cucillo bene, che ’nne sborri, ma, viene ’n secondo co’ fiocchi e poi anche ’l brodo tropp’è più saporoso: stavolta era ’na gallina vecchia e sicché, avòglia a bollì! Capirete, ’l mi’ babbo sdentato com’è, rode male...” rispondeva Teresina a capo ritto.
Andà a scuola a me ’n mi garbava perniente, però, volente o nolente, come diceva la mi’ nonna, bisognava che c’andassi, perche sennò venivano ’ carabinieri e si carrettavano ’l mi’ babbo e la mi’ mamma: “E vòi che vadino ’n galera per tee? Madonninacara... e le vorresti avé ne la coscienza? Sciaurati...”Ma d’altra parte, se io ero fatta ’n quel modo lì che ci potevo fà? E ogni volta era ’na gran disperazione, per me che belavo e pe’ la mi’ mamma che mi ci pintava a forza: “Questa è sempre del medesimo sentimento mica storie... Qui la musica ’n cambia, come gl’infilo ’l grembio attacca a lamentassi: quando gli dole ’l corpo, quando gli fa male ’l capo... Io ’n so più a quale Santo raccomandammi... credete sò ’mpensierita... o, eppure a scuola bisogna ci vada come tutti...”E Nunziata la Piccirilla che stava lì a uscio, ogni volta che ci sentiva, s’affacciava e gli diceva: “Cara, cotestacostì è come ’l somaro di Meco a la Disfida di Barletta, che gl’attacca a raglià anche prima di scappà da la stalla: tutti l’anni gli s’impunta e pe’ trainàllo ’n piazza cià da sudà sette camicie! Moveti! Tira via e và a scuola come tutti, brutta scodàta costì! Ma la vo’ fà ’ntisichì la tu’ mamma?”“Ma lo sentite ’sta garosa... anche stamattina riè la solita?... È sempre la medesima manfrina? Oh, io mi tasto se ci sò’” diceva Costanza.“Massì, ’n si vole persuade...” borbottava Lisa mentre scioccolava lo stratino.
“Ovvìa bella, perché ’n ci voi andà? Eppure ’mpari tante cosine...” e anche Uvia si fermava a dì la sua.“E te dagli du’ scularcioni fatti per bene a ’sta puzzolosa, o sennò ce ’l accompagni co’ la mestola ’sta briccona, vedrai che smette!! ’sta garosa… bella che sei!! Ma ’n ti vergogni no, grandigliona che ’n sei altro? Tanto, anche se la roghi male, a la scòla bisogna tu ciandìa lostesso cara ragagnìna costì” mi faceva Annina la Peretana da la finestra. O ragazzi!! Ma possibile mai che quelle donne, tutte le volte c’avessero da metteci bocca? Se voglio piange piango quanto mi pare e piace, avete capito ’mpacciose? Oooh, e allora guardate se da qui ’n avanti pensate per voi e pe’ la vostra somara ’nvece di fà tanto l’entranti, mmmh!! Quand’ero rinchiusa dentro a quello stanzone alto, chissà perché, mi pareva d’esse ’ngabbiata e mi sapeva mill’anni che sonasse la campanella pe’ ritornammene a casa mia. Da quelle finestre ’n si poteva vedé nemmeno la strada da quant’erano ’narpicate su; faceva capolino giusto ’n pezzetto di cielo, ma poco, e ogni tanto ’n uccellino si fermava a fà la bigiàngola ne’ fili de la luce e scapeàva tutto contento, ma poi s’annoiava e spariva ’n un lampo. Bòn per lui che c’aveva l’ali…A volte si sentiva ’n apparecchio che rombava lontano, e disotto i passi del somaro che battevano ne le pietre... Chissà, forse era quello del mi’ zi’ Carlo: beati loro che con quel sole andavano al Camparello. Ffffff, uffaaa... e a me mi toccava stà lì dentro ’mprigionata e ’nvece mi sarebbe garbato di stà tutto ’l giorno a spasso. Sempre fòri a giocà: su nell’orto, pell’Addobbi, là ’n piazzetta, dilieggiù pe’ Casalini, o anche nell’andito, era uguale; mi bastava stà trainoni pe’ le strade a me e no lì dentro.Che bellezza se fosse stata sempre festa: sempre Domenica sempre Pasqua sempre Natale, ma pe’ fà ’na cosa fatta bene però, bisognava che l’estate fosse durata tutto l’anno, allora sì! Ma senza mai fà la lezione eh! E ’nvece, me ne dovevo stà lì dentro composta, co’ le braccia conserte, a ascoltà la maestra che spiegava; ferma, attenta, senza batte ciglio. Ffffff, uffa, che lupo mi ci pigliava! Mi sentivo ’l farnetico addosso, la smania; ’n potevo stà né ferma né zitta e speravo che la campanella sonasse subito l’ora de la ricreazione mentre ’mpensierita pensavo a la risoluzione: “…Rosanna… ch’operazione ci vole qui? Me lo dici che io ’nno so… Del per?… Del diviso?!” E porto 3, abbasso ’l 8: nell’8 ci sta… accident’a problemi e chi l’aveva ’nventati! Ma m’importava assai a me se la mamma di Gino era andata a fà la spesa e voleva sapé quanto costavano le mele e le pere; ma va’ ’n culo và!! E c’era bisogno di faglielo noi ’l conto? “Rosanna… fammi vedé come l’hai fatto ch’ha me la prova ’n mi torna…” Ma io pensavo che tra du’ giorni sarebbe stata la Festa degli Alberi, e tiravo ’n sospiro di sollievo: seddiovole, la maestra c’avrebbe portato fòri...
Se dentro a quella scuola, ’nvece che pe’ ’mparà ci fossi andata a giocà, oh, allora sì che mi sarebbe garbata parecchio. Era bella grande e con tutte quelle scale e que’ corridoi lunghi co’ le mattonelle a quadri bianchi e neri che vrummmm, lustre ’n quel modo pe’ fà li scivoloni erano ’na bellezza. Da’ que’ finestroni lì, si vedeva l’orto di sopra e le case co’ panni che sventolavano al sole e l’alberi pieni di verde, e se quell’usci ’n fossero stati chiusi a chiave, ’n quella specie di chiostro co’ le pietre e ’l muro co’ la vetriola e fiorini celesti, ci si sarebbe divertiti anche senza coccini. Ma l’aria no, a scuola ’n si poteva piglià né poco né punto, ’n c’era verso…’l portone di fòri era ’l più grande e ’l più alto di tutti e pareva ’n gigante co’ la bocca spalancata che ’ngollava tutti ’ cittini ch’entravano dentro. All’ingresso, di qua e di là i du’ leoni se ne stavano fermi e tranquilli e sornioni ci guardavano: ’n facevano mica paura, avevano la bocca chiusa e io lesta lesta ci salivo ’n groppa e via, al galoppo! Ma la festa durava poco che: Dìndìndìndìndìndìn Mamela tirava la corda e Iose ci guardava subito severo e col braccio puntato ci faceva: psssssss, aria!! E con quell’occhiataccia spediva anche chi ’n era ’ntenzionato.
Pe’ le scale ero già stanca e mentre trainavo la cartella pensavo tra me e me: accident’a la scuola e chi l’ha ’nventata ffffffffff… Eppure, bisognava mi facessi animo perché se ’nne studiavo, mi mettevano l’orecchi di somaro e mi facevano fà ’l giro dell’altre classi pe’ fammi vergognà davanti a tutti, maestri e scolari. La mi’ mamma e la mi’ nonna me lo dicevano sempre: “Ma te aspettatelo nina, che prima o poi ti tocca: se ’n metti la testa al pensatoio e ti tocca vai... Sciaurati che figure!”“Eh sì, se ’n cambia gli tocca di sicuro! Io me lo ricordo sempre di quando lo misero a Raùlle: lui col capo abbassato piangeva di vergogna ma, finché ’n ebbe finito di girà pe’ tutta la scuola, la maestra che lo reggeva pe’ ’n orecchio, mica lo lasciò andà. A me ’n m’è mai successo, che ’ste cose si sa, perlopiù capitano a’ maschi: loro sò più somari, più sfrenati, più mazzacani ’nsomma” predicava la mi’ mamma.“Uh madonninacara, pe’ ’na femmina sarebbe ’no scorno curioso! Allora sì che sarebbe ne la bocca di tutti! E io te lo dico francamente Beppina: a spasso mica ti ce la porterei più...” ribadiva la mi’ nonna.A loro gnèra mai successo, ma perquanto troppi ’n avevano visti di ragazzi svogliati che facevano quella fine...E io mentre m’avviavo all’uscio de la mi’ classe, mi sentivo già l’orecchi rossi e mi toccavo pe’ rassicurammi: figuriamoci, mi pareva che mi ciondolassero giù… Lunghi lunghi come quelli di Pinocchio e di Lucignolo e mi veniva di tastammi anche la schiena ch’avevo ’na gran paura che qualcuno zitto e chiòtto, mi c’avesse appuntato ’n bel cartello co’ la scritta SOMARA!!!!“Battiam battiam le maaniarriva ’l Direttoorbattiam battiam le maaniall’uomo di valoorcantiamo tutti ’n cooroevviva evvivaed una coppa d’oro doniamo al Direttoor…”
L’inverno era ’na stagione noiosa, perché ’l più de le volte bisognava stà rintanati ’n casa che specialmente dilieggiù pe’ que’ vicoli era sempre ’n freddo lecchìno. Uù mariasanta, che zìzzola! Angiolino passava giù co’ ’na carrettata di ciocchetti di scopo: “’sto tempo è a neve donne, ma ’nno sentite che già baturla da la parte de la Corsica?... Che vo’ sapé che freddo sarà domani: tutti cani senza coda...”“E viene viene, avete voglia voi se viene” gli rispondeva Annita più che sicura: “All’improvviso è smesso ’l vento e ’l cielo mi’, guardatelo lì che cappa bianca che ha… Domattina quando ci s’alza che vo’ sapé che nevicata ci si trova: se viene alta come l’altr’annaccio, sciaurati! Le moraie ci sò state du’ mesi addoss’al muro dell’Ortone.”“Ma poi diquieggiù pe’ st’albagio! ’l sole pe’ ’sti vicoli ’n ci si ferma manco d’agosto, chissà chi la scioglie… Por’annoi!!” Ribadiva Giuditta ’mpensierita: “Ho paura ch’anche quest’anno ci siamo dati vai! Qui se ’n si st’attenti a la bùccica, ’l freddo carimia ci sperge! E specialmente chi ha ’na cert’età come noi, a sfondalla si vedano nere... ’n siamo mica dell’erbetta d’oggi...”
“Angiòlo, ’ndovai di corsa? Aspettami via che ti fò fà ’n goccìno... io voglio andà a piglià ’n boccione di vino che se viene la nève perdavvero, giù pe’ quella scesa ’n ci si sta mica più ritti... Doppo c’è da sciancassi” borbottava Cacarazzi.
“Mi’ oté, ’n c’è bisogno di chiamalla... se ’n mi sbaglio già sputicchia” diceva ’l Merigi a capo ritto: “e io con questo capo bucchio...
“’sto viaggio vedo che Enea t’ha fatto ’ capelli all’Umberta...” gli rispondeva pronto Murci ’ntanto che sfuzzicava ne la pipa e poi co’ la bocca succhiava forte forte pe’ vedé di falla ricchiappà via. “Accident’a la mamma del maiale! Iolài... o ragazzi, mi ci vole ’n altro fiammifero... massì quando sputicchia così...” burbucava con quella fumaiola tra denti.
“A casa mia questo si chiama nevischio! E sputicchia sì... tra pochino lo vedrete voi che vento tira” brontolava Maria tra ’denti, e mentre co’ ’na mano s’aggiustava ’l fascìno nel capo, con quell’altra si puliva la gocciola al naso.
“Avete voglia voi!! Prima di notte la fa la fa, ci potete fà ’l giuro! ’sto tempo è ’n gran pezzo ch’ha voglia di cacà bianco.
Sarebbe stato dibene! Magari fosse venuta alta, così ’n andavo manco a scuola.
Che bellezza la mattina quando m’alzavo e trovavo la sorpresa. A dì la verità me n’accorgevo anche da prima, si vedeva l’albore da la finestra, che gli scuri, ’n ce la facevano mica a parà tutto quel chiaro e ne’ travi pareva ci ballasse la luna.
Com’era bella la neve! Guardavo fòri e, tutto era calmo, pulito, appareggiato; sembrava davvero d’esse ’n un altro posto. Mica si riconosceva più niente: ’campi dell’Addobbi gli stradelli l’orti le vigne, era sparito ’nnicosa, tutto allisciato, spianato. Anche ’l bosco del Convento, lì davanti al mi’ naso, ora era ’n poggettino e basta: tutto quel verde a punta s’era ’nguattato e zitto dormiva ’nsieme all’asta del campanile. Sisì, sott’a quel coltrone bianco pareva tutto spento, eppure, tutto era acceso… Di là ’n monticino più alto, di qua uno più allungato; l’alberi le case tetti, avevano cambiato colore e ’l fumo che scappava dal camino di Giannino, era chiaro anche quello! Pil, plin, plin… e passerotti testardi passeggiavano nel muro del mi’ chiostro come se niente fosse e a forza di pesticcià avevano ricamato anche la tettoia del Carini. Ne la cascia di Stenio ’na cornacchia arrabbiata girava ’l capo ’n qua e ’n là e propotente sbaiardava tra se e se: che vo’ sapé se con tutto quell’albore ’n s’orizzontava più... forse aveva perso la via di casa...
Ma sopra a tutto quel bianco, pioveva dell’altro bianco che giù giù giù, fioccava ch’era ’na meraviglia. Scendeva sempre più fitta e s’allargava a bufera e ora davvero, ’n si vedeva più niente; fòri da la finestra era tutto di quel colore. Zitta zitta cascava e si posava leggera dappertutto.
“Che bufera!! Se continua di questo passo tra du’ ore ’n si scappa più di casa” diceva la mi’ mamma ’mpensierita: “Speriamo che ’l camio’ de la miniera possa passà…’l tu’ babbo pellappunto stasera è di mezzanotte…”
Ma io zitta e chiòtta scappavo fòri che volevo vedé, e, come scendevo lo scalino le scarpe già m’affondavano e nel cappotto e nel capo subito si posavano fiocchi calmi. Alzavo la testa e guardavo perinsù, mi garbava sentì la neve che muta mi pioveva addosso, mi pareva ch’odorasse di festa e tutta contenta allargavo le mani e giravo al tondo pe’ fammi fiorì di bianco.
Tutti quelli sputini farinosi parevano farfalle che ballavano contente nell’aria ferma, e poi giù, quand’erano stanche di giocà scendevano piano e toccavano terra senza fassi male.
La neve veniva sempre più piano, ma veniva, e le donne e l’òmini continuavano a fà le su’ faccende. Alice tornava da la fonte con du’ brocche più grosse di lei.
“E tira sempre? Assai ch’ancora ’n s’è gelata! Voi donne avete sempre paura che le cannelle smettano di pisciolà’” la coglionava ’l Lodovichi burlone come sempre.
“Meglio!! Ma questo ’n è mica ’n freddo da fà gelà la fonte! Voi Lodovichi avete sempre voglia di fà versi: che sagoma che sete!! Piuttosto ’ndov’andate co’ ’sto travago? Co’ ’sta stagionaccia, io s’ero ’n vòi, ’nvece di gironzolà tanto a quest’ora ero già colca…”
“Voglio propio andà da Amelia a comprammi ’n’acciughina sentite, poi passo da Rosilia, piglio ’n cantuccio di pane, ’n quartuccio di vino da Filo e poi lo sapete che foo? Mi rintano ’n casa e chi s’è visto s’è visto, fin’a domattina ’n ricavo più ’l capo fòri... tanto, io pe’ l’inverno mi sò già provvisto! Voi ’n ci crederete Alice, ma è vero! Sentite: ciò ’na catasta di legna sott’all’acquaio, ’n etto di farina dentr’a la madia, ’na manciata di castagne secche e sicché, chi sta meglio di me? E se propio mi trovo al perso tiro ’l collo a ’na sedia e via... Io sò ’n signore anche senza ’na lira! Per me pòle nevicà anche fin’a luglio: io ’n tremo...”
“Acciderb’a voi Lodovichi come sete buffo! Fareste ride anche senz’avé voglia” gli diceva Alice mentre si fermava du’ secondi a ragionà con Prima che gli raccontava de le su’ galline: “Ma lo sai? Stamattina ’n c’è stato cristi di falle scappà fòri da lo stanzino: pìre pìre pìre, avevo voglia a dì pìre… io le volevo governà fòri, ma loro oté, n’hanno volsuto sentì ragione e que’ du’ chicchi di granturco m’è toccato tiraglieli dentro. E poi si dice che le galline ’n hanno cervello? Se ne sò accorte subito ch’era ’na mattinata da cani…”
“Se me le date a me le vostre galline ve le reggo io: sà che brodino mi ci verrebbe” gli berciava da lontano ’l Lodovichi.
E ’ntanto giù pel vicolo si faceva già a pallate; la strada via via s’era pienata di ragazzi e di gente più grande che si divertiva. Peccato! Ormai quel tappeto candido s’era pienato di pedate e via via diventava sempre più grigio e mollacchioso, altro ch’a la proda, ’n qua e ’n là, qualche pezzetto era restato ’ntatto e nel muro dell’orto e ne’ davanzali de le finestre c’era ’n guanciale alto, soffice e preciso.
A volte però, quando smetteva di venì la neve e cominciava a tirà la tramontana erano dolori perdavvero. Per terra era tutta ’na lastra di ghiaccio e anche se l’òmini la spalavano e la buttavano a le prode, e davanti al su’ uscio ognuno ci faceva ’no stradello di cenere, caminà si caminava male lostesso. Anche la fonte di piazza era ghiacciata: le cannelle all’improvviso si zittavano e ’l mascherone pareva che c’avesse ’l moccolo al naso che gli ciondolava giù.
Anche ’l ghiaccio però era bello e specialmente quando ci batteva ’l sole brillava come argento: pareva ’no specchio da quanto lustrava. Ma la magia di que’ candelozzi erano tutte quelle bomboline ch’avevano dentro: più piccine e più grosse, e a me era quel trasparente dentr’al trasparente che m’incuriosiva di più.
Dal canale di casa mia penzolava ’n pezzo di vetro grosso come ’n legno, duro, ch’avòglia a battelo, ’n c’era cristi di rompelo manco col martello. Ma su nell’orto, dal tettino del gabinetto de la mi’ nonna pendevano tante puntine fine fine e quelle sì che si rompevano bene. E io, salivo ’n cima a lo scalino e m’alzavo ’n punta di piedi pe’ coglie que’ fiori di ghiaccio: ’n colpo secco e via, mi pienavo le mani e andavo di corsa a casa, ma dovevo fà lesta che que’ bastoncini si scioglievano subito. Co’ le mani rosse, ghiacce marmate, l’appoggiavo nell’acquaio e ci guardavo dentro: com’erano chiari, accesi, lisci, puliti… E a me, mi veniva ’na gran voglia di succhiammeli, que’ bastoncini di veramenta senza righi a colore; che m’importava se ’n era roba dolce, sapeva di fresco e anche di caldo.
Piano piano però, que’ ghiaccioli diventavano sempre più piccini, sempre più secchi e da ultimo, nell’acquaio, ci restava giusto ’na pozzettina e basta. Peccato!! Quanto mi rincresceva… mi sarebbe garbato tanto di falli durà, ma ’n c’era niente da fà; ’na volta l’avevo messi perfino fòr di finestra e, ’n pochino di più avevano retto, ma poi erano svaniti lostesso.
“Gennaio mette a’ monti la parrucca
Febbraio grandi e piccoli ’mbacucca
Marzo libera il sol di prigionia
April di bei color orna la via
Maggio vive fra musiche di uccelli
Giugno ama ’ frutti appesi a’ ramoscelli
Luglio falcia le mèssi al solleone
Agosto avaro ansando le ripone
Settembre i dolci grappoli arrubina
Ottobre di vendemmie empie la tina
Novembre ammucchia aride foglie ’n terra
Dicembre ammazza l’anno e lo sotterra!”
Valeva la pena di stà rintanati ’n casa pe’ giorni e giorni, tanto poi, ci si rifaceva quando veniva la neve. La neve e ’l ghiaccio, ’nsieme al Natale e a la Befana, erano le cose più belle dell’inverno.
Anche ’ vetri di casa gelavano e tutte le finestre si pienavano di ricami. Ogni vetro ’n lavoro a conto suo: stelle, foglie, felci, rami e altri fiori senza nome che brillavano brillavano, ma bisognava toccalli piano, che sennò addio, si rompevano ’ vetri!
Ma a me mi sapeva mill’anni di mangià la neve rosa.
Quando era bella fresca, noi, s’andava tutti a casa de la mi’ nonna: io ’l mi’ fratello, la mi’ mamma, la mi’ zi’ Gègia e la mi’ cugina Mariapia, tutti su, a piglià la neve dal muro. Per me quello era anche ’n momento di contentezza, mica di gola e basta.
La mi’ mamma pigliava ’n coccio e io, avanti avanti, gl’avevo già spalancato l’uscio dell’orto e tutti ’n fila s’andava a cercà quella pulita; ma, mica era facile! Sopra a quel guanciale allungato fin’all’orto di sopra, c’erano tutte le pedate de’ gatti che su e giù, qua e là, avevano fatto ’na gran pestarìna e sicché, bisognava guardacci a fino. “Accidenta a’ gatti e chi l’alleva” borbottava la mi’ mamma ’nguastita: “O gentine, ’n c’è cristi di trovalla ’ntatta eh!” Ma noi s’andava più su e dai e dai si pienava l’insalatiera e si tornava dentro. La mi’ nonna ’ntanto aveva già preparato bicchieri e cucchiaini; ci metteva dentro la neve e, co’ la napoletana, ci votava giù la su’ dose di caffè già zuccherato. “Cittini, a voi cittini ve la fò rosa ve’?” E con du’ gocciole d’archemense que’ bicchieri erano già vestiti a festa.
Noi tutti a sedé ’ntorn’al camino s’attaccava subito a scucchiaià: bona!! Si succhiava quel liquido sodo, dolce come ’l miele e anche s’era ghiaccio marmato, ’n s’aveva mica freddo; meglio! Io guardavo ’ nostri visi illuminati da la fiamma e, tra ’l foco che scoppiettava come ’n dannato e la tramontana appiccicata a le gote, s’era tutti rossi come Diavoli: io vede ’n mi vedevo, ma mi sentivo però! Anche ’ nostri cuori secondo me erano rossi di contentezza, come quello del Sacro Cuore che calmo, co la coda dell’occhio ci guardava dall’uscio. “Nonna, io l’ho già finita, me la ridareste ’n’altra pochinina?…”
“Eh no cara” rispondeva a spron battuto la mi’ mamma: “La neve è bona ma, a mangianne parecchia e c’è da fassi venì ’na congestione!”
“Quest’altra volta, vorrà dì che ’n pochina si farà anche fritta via” diceva la mi’ nonna con quel risolino sott’a’ baffi, e a me mi ci faceva piglià ’n nervoso… “Voi nonna dite sempre così, tutti l’anni volete fà la neve fritta e poi ’nna fate mai!!” Si mettevano tutti a ride, ma io e la mi’ cugina ’nvece ’n si rideva perniente: o chissà che c’avevano da piglià ’n giro?!…
Quand’era freddo, ne’ vetri de le finestre, da quant’erano appannati ci si poteva scrive sopra e io quando propio ’n sapevo che fà mi divertivo anche ’n quel modo lì. 1 più 1, uguale 2. 2 più 2, ugule 4. Lu-cia-na Bel-li-ni e via via facevo ’l giro pe’ pienà tutte quelle pagine annebbiate. Di qua ’na casina co’ su’ scalini: ’na farfalla, du’ rondini. E da la parte di là ’l sole che sbuca da dietro la montagna... ’nsomma, senza bisogno dell’apise scrivevo e disegnavo quel che mi pareva.
Era ganzo lo scricchiolio del dito ch’andava su dritto e spedito riscendeva giù pe’ fà ’na strada e poi ’l contorno de la siepe intorno al campo co le pecore. Ganzo! Quel cri-cri-cri pareva propio quello del gesso che riga la lavagna. Quand’avevo finito ’l giro de le stanze, lesta ritornavo ’nfondo ma, trovavo tutto cancellato e quelle goccioline colavano giù come lacrime stanche e facevano ’n gran mollacchìo nel legno e nel davanzale.
Che uggia… e ora che fò? Con quel tempaccio da cani manco potevo guardà fòr di finestra che tanto, era tutto tappato da la nebbia e ’n si vedeva da qui a lì. Fffffff… e a me con quelle giornatacce mi toccava girà per casa come ’na mosca senza capo: “Mamma, ce la posso mette la lastra ’n cima a la stufa che così ti stiro fazzoletti?... Dai ma’, allora fammi fà la sfoglia con te: se me la dai ’n pezzettino io te l’allungo...” ma lei aveva troppa furia.
“Ovvìa su, pe’ oggi guardami che così ’mpari perbene e quando pigli marito ’sta faccenda la sai fà a modo...”
“Giusto nonna mi dice sempre che se ’nne ’mparo a fà le faccende come Dio comanda, marito ’nno posso piglià, che c’è da vedeé che mi rispedisca a casa! Dai, fammi stirà ’n pochino o sennò fammi fà la sfoglia...” ma ormai aveva già finito e quel velo giallo l’allargava a modo ’n cima al tavolino. “O mamma, quando lo rifai ’l croccante?... Ascolta, ma la schiaccia de’ morti perché ’nna fai più?”
“Sie! Ma lo sentite questa che va a cercà? Oh, io mi domando e dico... quella lì si fa a su’ giorni e basta, o che discorsi fai? A novembre d’un altr’anno se ne riparla!”
“Ma io la mangerei anche ora però! A me quella lì mi piace parecchio perch’é più dolce: bona con tutte quelle noci dentro, e poi te mamma ci metti parecchi fichi, vé?... Perché ’na volta ’n fai anche ’ menatelli? Dai! Tanto di miele ci s’ha ’n vaso pieno pieno! Ascolta ma’, me la daresti ’na sdrisciolina di sfoglia quando la tagli?”
La mettevo sopra la cucina economica e stavo attenta a ’n falla brucià e quando vedevo che gli venivano fòri tutte quelle bollicine gonfie e cominciava a piglià ’l colore, era pronta: mmmm, com’era bona! La sfoglia cotta ’n quel modo lì, scrocellava come ’no schiaccino vero, e io l’avrei mangiata anche di più ma la mi’ mamma diceva che troppa, faceva venì ’ bachi!
Io mi ricordavo che ’na volta da piccina, lei mi ci portò da Carlo di Pavone a fammeli segnà. Quell’omo dicevano che guariva ’n sacco di malattie: ’l foco di Sant’Antonio, le storte e ’ briciòli. E poi col piatto pieno d’acqua e l’olio levava ’l sole a chi gli doleva ’l capo, e a’ cittini che stolzavano gli segnava ’ bachi. “Mamma, lo sai che me lo ricordo sempre di quando ci s’andò? Io piangevo piangevo: ’n ci volevo venì ch’avevo paura che mi facesse male, vé?” E lei si metteva a ride e mi diceva: “Ma possibile mai, possibile che ti sia rimasto ’n mente; eri picina piccina…”
Meco di Pavone m’aveva toccato la fronte e la pancia co’ la mano e poi, co’ la corona del Rosario, m’aveva fatto ’l segno de la Croce più d’una volta, mentre lesto lesto moveva la bocca pe’ dì le preghiere. “Era vecchio vecchio, co’ capelli e la barba bianca e lo scaldino ’n mano, vé ma’? E io, quando sò entrata ’n casa sua sò andata subito a ’nguattammi sott’al tavolino e te mi tiravi pel cappotto… O mamma, nonna m’ha detto ch’anche te da piccina c’avevi ’ bachi e lei ti portò da Petronilla!”
“Petronilla, lei era meglio d’un dottore! Conosceva tutte le piante e con quelle ci medicava ’nnicosa. C’aveva ’n librone alto alto con tutte le figure e lì guardava e via via preparava l’unguenti a seconda del male che doveva curà. E difatti c’era anche chi la chiamava la Dottora, mica storie! La gente ci veniva anche da fòri, e dice che uno, nientedimeno si partì da Firenze pe’ portacci ’l su’ figliolo. Ma perquanto era ’n signorone, mica ’no scellerato qualsiasi, pare ch’avesse girato più di Carlo ’n Francia pur di salvallo; poi venne da Petronilla che gli fece quel che gli fece. Fu ’na mansanta! Dice che oltre a rincompensalla la ’nvitò perfino a casa sua; la mandò a piglià e fu servita e riverita come ’na gran signora.”
“Gl’aveva segnato ’ bachi ma’?”
“Sie, altro che bachi!...”
“Meno male ch’a me me l’ha’ fatti segnà, che io de’ bachi ho paura... va che poi mi mangiano ’ budelli!!”
“’budelli te le mangia la gomma americana vedi!! Se dionegurdi la ’ngolli, quella sì che te le ’ntriga!! A fassi venì ’l torcibudello ’n ci vole mica niente! Rifatti vedé ’n’altra volta con quella bombola ’n bocca, specialmente quando c’è ’l tu’ babbo e poi lo vedi se si cava ’l cintolino! Bella sempre con quel biasciotto tra denti, belli tutti que’ chiocchi! E bada nina: ’n t’azzardà più a ’nguattalla lì sotto eh! Se dioneguardi vedi, io ritrovo que’ peciotti appiccicati sott’al marmo del tavolino, ricordatelo bene: ti secco le mai e poi te le fò ’ngollà tutti!! Sentirai che vento tira... dopo viene giù Dino di Carnera col carrolettiga e ti porta dritta ’n sala operatoria a strigatteli...”
Io mi lavavo sempre poco volentieri, ma col freddo poi, mi pareva ’n supplizio che quell’acqua mordeva da quant’era gelata. “Lavati ’l viso col sapone, ma mi raccomando però, spurisciti! Guarda d’un fà come iermattina che ritornasti qua co’ la cispa all’occhi... Sdrusciati forte e ’n avé paura di fatti male” mi diceva la mi’ mamma. Ma io ’n ero mica matta: tanto bruciava ’n pochino e via ’l sapone nell’occhi. “Ci siamo capiti? Occhio che sennò ti striglio io!” Accident’al sapone e chi l’aveva ’nventato!
Se mi dovevo fà tutto ’l bagno, allora mi lavava lei; mi metteva sopra all’acquaio e mi zeppava dentro a la bagnarola de’ panni.
La cucina economica andava a tutto vapore e l’acqua de la caldaina bolliva a tutto spiano. La mi’ mamma l’allungava con quella de la brocca e s’era pronte. Ero tutta gnuda, ma tanto lì dentro c’era caldo caldo. Io guardavo fòr di finestra e mi pareva che ci fosse la nebbia, ma ’nvece era dentro e basta. Lassù ’n cima all’acquaio ero alta alta e se scansavo ’l vapore e guardavo giù, vedevo le scale del vicolo del chiostro, ma a me mica mi vedeva nessuno che la finestra era su ’narpicata!
Mi faceva ’na bella saponata e mi sdrusciava forte pe’ spurimmi a modo: bracci, collo, orecchi, gambe, culo. Ero tutta vestita di bianco da capo a piedi e io pigliavo quella bavattaia dal mi’ corpo e me l’allargavo ne le mani che così c’avevo anche ’ guanti.
“Moveti, alza ’sto piede che ti sdruscio ’l calcagno… ora quell’altro… Lesta, abbassati che ti lavo ’l collo…” Oiòi, c’era poco al viso… e io chiudevo l’occhi stretti stretti, perché ’n mi c’entrasse manco ’n lischino di sapone : “Apre l’occhi, apre quest’occhi! O ch’hai paura che t’accechi?”
Accecà ’n m’accecava, ma brucià però mi bruciava e parecchio.
“Guarda che saponata sudicia ch’hai fatto! Eri zozza lèrcia! Pefforza: se’ sempre a travoglieti per terra come ’n maschiaccio! C’avevi ’n collo nero che tra poco ti ci nasceva ’l cipollino… l’orecchi poi! Tutti pieni di cerume… o ragazzi, sei grande e grossa e tanto ancora ’n sei bona a lavatti da sola grandigliona che ’n sei altro” ma io manco la sentivo, ormai che ’l peggio era passato mi divertivo a schizzettà e guardavo ’ biocchi di saponata che s’attaccavano a’ vetri: “Mamma, guarda ganzi, pare che venga la neve...”
“Guarda se schizzi meno piuttosto, che sò più fradicia di quando torno dal pozzo...”
Anche per terra c’era ’n gran mollacchìo, ma quando si faceva ’l bagno ’n c’era niente da fà: ci si doveva ’mmollà pefforza.
“Attaccati” mi diceva mentre mi pigliava ’n collo pe’ posammi ’n cima al tavolino: “sentite qui che pettini, ora ci penso io a tagliatti l’unghie...”
Pe’ prima cosa mi metteva la camiciola e quello per me era ’n gran supplizio, che la maglia di lana appena messa ’n si sopportava mica: “Oiòia come pizzica!! Mamma mi buca parecchio... oddio” e attaccavo a grattammi come ’na disperata, che mi prudeva la schiena come se c’avessi avuto la rogna.
“Ora ti passa, stà ferma! Lì per lì lo sai che fa così, ma è questione d’un attimo; mariasantissima, ma poi te sei tanto delicata, sentiresti l’erba nasce” borbottava mentre lesta m’infilava la sottana di peloncino. “Ferma mamma!! Aspetta, che ti sei scordata d’appuntammi la Benedizione, l’hai lasciata attaccata a la camiciola sudicia” n’ero mica matta a scordammene, tanto ero poco tremenda, e forse con quella diventavo ’n pochino più boncitta.
Quella specie di guancialino piccino picciò ce lo portavano tutti l’anni le monache di Santa Fiora. La mi’ mamma, gl’apriva l’uscio tanto volentieri a quelle suore da cerca, e gli dava sempre qualcosa: o ’na boccia d’olio, o ’n sacchettino di grano. Ormai le conosceva bene che loro giravano pel paese e bussavano a tutti l’usci e lasciavano i Santini le Madonnine di latta e le Benedizioni che così le mamme le mettevano addosso a’ figlioli. Sopra a quel quadratino di cencio, c’era ricamata ’na croce rossa e anche ’ntorno ’ntorno c’erano tante crocettine fatte col filo da ricamo. Dal rigonfio si capiva che lì dentro c’era ’nguattato qualcosa, ma guai, ’n si poteva vedé pervia ch’era benedetta!
’nsieme a la Benedizione, attaccate al su’ spillino, la mi’ mamma previdente, mi c’aveva messo anche du’ medagline: una de la Madonna di Pompei e una del Sacro Cuore, che ’n tutti modi voleva vedé se gli riusciva di fammi diventà più posata.
“Che si fa qua? Ei di casa... o che banda è, sò spariti tutti? ’ndove vi sete rintanate? Beppina” chiamava la mi’ nonna prima di fà capolino all’uscio di cucina.
“E siamo qua mamma, lesta lesta chiudete che siamo ’ncaldate… Tante volte voi, dietro, ’n c’avete mica ’no spillino più sicuro di questo? Co’ la cosa ch’è ’n pochino sforzato ho paura gli si apra” gli diceva la mi’ mamma mentr’armeggiava ’ntorno a la mi’ Benedizione.
“Chiappa qui” gli diceva lei mentre pronta se lo spuntava dal vestito: “nientedimeno questa è la medaglina col Papa! ’sto presente me la portò Olema quand’andiede a Roma pell’Anno Santo... tieni che fa più comodo a lei ch’a me: a ’sta cibèca ’na medaglina ’n più gli ci vole... tanto è ’na tedesca a caso. Speriamo che tra tutti, a Loro gli riesca di tenella ’n pochino più a freno via, ma bada che cotesta è ’n osso duro! È troppo capricciosa, vole fà sempre come gli pare! Co’ figlioli poi ci vorrebbe la mano ferma: bisognerebbe avé polso e metteli al pigio da piccini ’nvece di dagliele tutte vinte…” Uffa, anche lei l’aveva sempre co’ soliti discorsi, ma io ’n potevo perde tempo a ascoltà tutti ’ su’ brontoli, io, c’avevo da grattammi! Oiòia... la camiciola appena messa era ’na gran disperazione e prima di domalla ci volevano bono bono du’ o tre giorni.
Anche le nuvole a guardalle bene, quand’andavano o mentre stavano ferme, a seconda di come s’allargavano di come s’allungavano o si spezzettavano, assomigliavano sempre a qualcosa. A volte m’appiccicavo a’ vetri e quando ’l cielo era ’n movimento le fissavo, le fissavo pe’ scoprì tutte quelle figure a zonzo nell’aria scolorita. C’erano più di mille sbaffi ’ntrigati ’n quel cielo bigio e affannato, e là, quella pozzetta precisa pareva ’na vaschetta di Saturnia… Quella macchia più scura ’nvece, assomigliava a ’n elefante: ’l naso lungo arricciolato, ’na zampa alzata e ’na zannona ritta! Lì accanto, ’n’oca che accanita si puliva l’ali col becco: ’n momento pareva che volesse spiccà ’l volo, ma poi si gingillava e restava lì.Tumh! Chiocchi! Guardatelo lì gentine: quel gigante arrabbiato voleva fà lo lotta col vento e pinta di qua pinta di là si faceva largo tra tutti; collo com’era grosso! Le mani allargate la barba ciondoloni ’l cappello di traverso e, con quell’occhio solo, la cattiveria gli si leggeva nel viso. Posto! Posto! Berciava più nero de la cappa del camino: scansatevi sennò v’acciacco tutti! Chi chiappo chiappo la colpa è del gatto!Bello!! Coll’ali spalancate all’improvviso era apparso ’n Angelo, peccato però che ’nvece d’avvecci ’n bel vestito celeste co’ le pieghe belle stirate, era tutto sudicio, lordo, zaccheroso. Lui volava a tutto trotto senza guardà né ’n qua né ’n là che perquanto si vergognava e aveva furia d’andassi a cambià. Madonnabona com’andava! Bisognava che lo fissassi sempre, sennò addio, lo perdevo che già cominciava a passà là verso la Botte… Da la parte de la Croce ’nvece, ’n nuvolone grosso come ’na montagna senza neve, s’incupiva sempre di più e s’allargava a vista d’occhio e ’n quattro balletti cancellava tutte le figure: za za za! Dove passava faceva rèspicefina... Peccato! Ormai aveva ricoperto ’nnicosa.“Levati di costì che tra pochino lo sentirai te che vento tira… guarda che temporale che c’è ’n giro… figurati, a me mi pare già di sentì baturlà” mi diceva la mi’ mamma mentre si spicciava a levà du’ stracci da la finestra di fondo.Mi’! Zitto e chiòtto, era apparso ’n canino tutto ricciolo, e, c’era ’n pezzettino di nuvola propio sopr’al bosco del convento che contenta brillava brillava e que’ filini argentati passavano giù e schizzavano l’alberi di porporina. “O mamma, vieni a vedé ganza: pare l’abbiano lustrata col tubetto del Metalcromo...” tutto ’n chiocco però, s’era fatto notte perdavvero. Accidenti s’era nero! Collo che buio!! E all’improvviso: butututututummm…“Porcamaremma… già balena? Vieni subito via di costì!! Quante volte te lo devo dì ch’è pericoloso…” Bututututummmmmmm… “Ohi!! E vole fà sul serio altro che storie… qui tra poco viene giù ’l finimondo… ” Bututututututummmm… e difatti attaccavano a venì più forte. “Lesta lesta pelamordiddio, spicciamoci, così prima che piova più forte siamo già da nonna.”Certo che ’ toni facevano paura perdavvero eh, ma però, a vedelli schizzà nel cielo erano anche ganzi: za za! ’no zigo zago giallo, veloce attraversava ’l grigio e subito ’n’altra freccetta ’ncendiava ’l grigio...“Ma, e se’ sempre costìì?! Guarda se ti mòvi, sennò ti pianto qui eh! Bada che me ne vò perdavvero, ’n voglio mica piglià ’na gropponata d’acqua per te...”Si faceva ’na corsettina e s’era bell’arrivate: “Meno male, s’è fatto lippe-lappe… mamma! Ma che fate? E sete sempre co’ ferri ’n mano? Posateli subito, ma ’nno sentite che c’è ’n giro?” Gli diceva la mi’ mamma tutta ’mpaurita. “Manco se ’n si sapesse che ’l ferro attira: ma v’è venut’a noia a campàa?!”“Ma lo senti che ’n s’è ancora avvicinata, per ora tona sempre a la lontana…” ma lesta ’nfilava ’ ferri nel gomitolo e posava la calza. Bututummmmmmmmmm!“Ah!! E s’ha già ’n cima al capo… a la lontana dice! Chiamatela a la lontana voi! Sentite qui che tonfi; piuttosto sarà meglio andà nell’arcova...” E ’ntanto era scesa giù anche la mi’ zia Gègia co’ la mi’ cugina per mano, tutte ’mpaurite anche loro: “Com’ha fatto ’sto tempo! ’n sò manco le tre ma pare notte. ’ndiamo mamma ’ndiamo, ’nne stiamo tanto a gingillà: colchiamoci ch’è meglio.”“Ma bada che io me n’ammoscavo… avevo ’na sonnolenza addosso… ero qui mezza ’nocellita, ’n mi riusciva di tené su ’l capo” gli diceva la mi’ nonna: “ massì, io la cambiazione del tempo la sento subito. Porca l’oca ho detto: ma oggi ho la nona?! Mi si chiudevano l’occhi... e anche prima che venissete su voi ero mezza allopiata mica storie...”“E voi con questi chiocchi dormìvate?”“Ma mica dormivo, te l’ho detto, sonnicchiavo.. e poi dianzi ’n venivano mica cociosi così!”Ah, certi tonfi a caso… e anch’io mentre m’attappavo l’orecchi facevo groppìno come tutti. La mi’ nonna allora, quando vedeva la malparata, pigliava subito la chiave di camera che lì dentro, dicevano ch’era come sta’ ’n una botte di ferro. “O nonna, ma se ’l ferro attira...”
Mentre s’attraversava ’l corridoio, da la ròstra dell’uscio dell’orto si vedeva l’acqua che strosciava a rotrìgine: “Ma questa è grandine!! Speriamo duri poco sennò pore vigne…”“Speriamo ch’almeno a le Matezie ’n ci piova… Checco propio domani doveva fà ’l pagliaio, sentirai le madonne! Oltre al somaro c’è da governà anche la pullera, senza contà ’ coniglioli...”“E io sto ’n pensiero pel mi’ socero poro vecchio... a quest’ora l’ha chiappato pe’ la strada vai... Ditemelo voi, co’ ’sta giornata trovassi all’acqua e al vento... almeno se ’n tonava... ma ’n ve lo ricordate ch’al poro Ballaìcche ’n fulmine gl’ammazzò la somara?” Diceva la mi’ zia ’mpensierita.“E gl’andò bene che ’n mano ’nvece de la cavezza c’aveva la fune, sennò ’nna raccontava...” gli rispondeva la mi’ nonna risoluta: “Ma ’l tu’ socero, che di gropponate d’acqua l’ha prese più d’una, quand’ha visto che ’l tempo faceva fullìccica, o s’è fermato al Podere de la Fame o s’è rintanato ne la capanna di Borsacca... E meno male che ’l tre d’aprile e già passato! Disgraziati, sennò bisognava fà come l’altr’anno che ci volle ’l Triduo pe’ fà smette tutto quel diluvio... Eh carimìa, ’ proverbi e dicano sempre ’l vero: terzo aprilante quaranta giorni durante! ”E ’n quattro e du’ sei s’era tutte sopr’al letto: ci si buttava giù vestite e via, s’aveva l’accortezza di levacci giusto le scarpe. Là ’nguattate, la burasca si sentiva ’n pochino più piano, ma s’aveva paura lostesso; certo però che ’n compagnia ci si faceva più coraggio, e anche se ’ toni rimbombàvano a più non posso, tra ’na chiacchera e l’altra si stolzava meno. Dentro a quella stanza chiusa, io ci stavo sempre volentieri e davvero mi sentivo al sicuro mentre m’appiccicavo addosso a la mi’ mamma e a la mi’ nonna: “Stà boncitta!! O gentine, ’sta smaniosa dai e dai vole vedé se mi guasta ’l ciuffo! Tra nizzica e nazzica m’ha sfilato tutte le forcelle mica storie, stà fermìna via bella…” ma io come facevo che ferma ’n ci potevo stà? Tutututummmmmmmm!! “Merda mòmo!!”“Se ’nna smetti di dì ’ste parolacce, mi’: t’arriva ’n manrovescio… st’attenta mascherina che io ti trovo anch’al buio eh” mi diceva la mi’ mamma ’nviperita. “Mariavergine quel che ci dev’esse fòri, si vede ’n grand’illuminìo...”Tutututututmmmmmmmmm!! Collo!!! O ragazzi, quella burasca ’n passava mica più e io mi cominciavo già a annoià, e sicché andavo accanto a la mi’ cugina. “Dai si gioca?... Questo è l’occhio bello, questo è ’l su’ fratello, questa è la chiesina e questo è ’l campanellino: dilìn dilìn dilìn” gli pigliavo ’l naso e glielo svincolavo ’n qua e ’n là.“Ahiaaa!! Mammaaaa… m’ha fatto maleee…”“Ora ’nne ’ncominciate a zighettavvi eh, che sennò mi’: noi si piglia ’l nostro traìcche e si riparte. Occhio dunque” bolliva la mi’ zia.
“Dai Pia, dì cecio” e mentre gli storgevo la bocca la mi’ cugina diceva: “Cee-ciio-cee-ciio...”
“Perché ’n si gioca al gioco del silenzio?!...”
“Ssssssss...” faceva la mi’ nonna: “Silenzio perfetto chi vole ’n confetto, chi fa ’na parola va fòri di scuola!”
Tututututututummmmmm!!! “Mariadesettedolori come vengano cociosi! E meno male ch’ho traccheggiato... volevo andà al mulino a macinà ’n pochino di granturco che l’ho finito... se dioneguardi ero partita mi chiappava là” diceva la mi’ mamma ’mpaurita “e facevo come quella volta al pozzo... che paura che ebbi... disgraziati, toni e lampi, lampi e toni pareva ’l bengala, e io lì sola come ’n cane con tutta quell’acqua ’ntorno; la luce era andata via... uh percarità! È meglio che ’n ci pensi: ’no sturbo ’n quel modo, me lo ricorderò finché campo!” “Eh ma, anche te figliolina fosti negligente però... va bene che ’l da fà ’n ti manca, ma ’n c’è mica bisogno d’andacci a le quattro al pozzo: aspetta almeno che faccia giorno!”“A ma’ ora, state tranquilla mamma, vedrete che ’n mi dovrebbe risuccede... eppure lo sapete com’andò; figuriamoci se io paurosa come sò, andavo a la Botte a quell’ora. È che Amalia m’aveva detto che lei e Trieste a quell’ora l’avrei trovate già lì, e ’nvece ’n nottata era piovuto e loro tardarono per quello.” Tututututmmmmmmmm!
“Giusto mi’,” diceva la mi’ zia: “lo sàpevate che stasera Mechino e Sesta vanno dal prete? Sposano ’n chiesa e basta però: co’ la cosa che lei è pensionata di guerra sennò perderebbe ’l diritto. Fanno le cose a la zitta...”
“A la zitta? Mi faresti ride” gli rispondeva la mi’ nonna: “io tropp’è che lo so! L’appuntamento co’ testimoni è a le sei a casa de la Mandragola: è lei ch’ha combinato ’l pataracchio... Ma ’ vedovi perlopiù fanno sempre le cose a la mutina pervia che sennò gli fanno la scampanata! ”
“Ma meglio mamma! Ora ’n usa mica più, a’ vostri tempi forse...” Tutututummmmmmmmm!!
“O bravo Mechino... massì: chi è morto ’n terra giace e chi è vivo si da pace! Io dico che tra sì e no si sarà levato ’l lutto... voi dite che ’n anno sia già passato?!... Avete visto com’ha fatto lesto a persuadesi? Pareva gli volesse andà dietro! Speriamo che qualcuno c’abbia pensato a staccagli la fascia nera da la giubba...” Tututututummmmmmmmmmmm!!
“O mamma! Ma lo sapete no che ’n omo solo è ’n disgraziato! Pe’ ’na donna è differente” gli diceva la mi’ zia. Dice che da doppo ch’è morta lei, ’sto scellerato campava a pane! ’n era bono manco a cocesi ’n ovo o a fassi ’n piattino di pappa calda, niente! E a mangià sempre a secco...”
“Che hai?! Sciorna, l’ha fatto pe’ la gola de la pensione mica pe’ la minestra! Tanto è ’n arnese a caso, lo sa lui come portà ’l cappello: a quello se la gallina gni fa du’ ova… spellerebbe la pulce! Guarda che l’ha già sotterrate due eh, e speriamo ch’anch’a questa gni faccia fà la fine del topo...” Tutututututummmmmmmmmmmmmmm!!!!
Mércica come venivano cociosi, pareva ’l finimondo!! S’erano zittate tutte, e io sentivo la mi’ nonna ch’a sola a sola borbottava: “Santa Barbara Benedetta ci liberi dal tono e da la saetta” e anch’io zitta zitta gl’andavo dietro pe’ vedé se si faceva allontanà. “Santa Barbara benedetta...”“O che fai? E dici ’l Rosario dici?” Mi coglionava lei. “Mi’ giusto, ’n c’avevo mica pensato, si potrebbe anche dì ’l Rosario, ’n vi pare? Io, a dì la verità, quella facenda lì l’avrei già fatta ma, ’n altro, male ’n mi fa di sicuro”, percarità!! Ci mancava che cavasse la corona di tasca e poi s’era tutti... La luce era andata via e con tutto quel buio ’ntorno ’l divertimento era poco, e io, ogni tanto toccavo la peretta che penzolava da capo al letto pe’ vedé s’era tornata. “Lasciala stà che co’ toni la corrente è pericolosa! Pure lo sai” quant’era noiosa anche la mi’ mamma. Ffffffffff, per lei era tutto pericoloso: ’l ferro’n si doveva toccà, da’ vetri bisognava scansassi, l’acqua poi! Quelle, erano tutte cose ch’attiravano. Se si stava sopr’al letto ’nvece, c’era la lana che ci salvava: bastava ’n toccà la peretta però, e manco le palle di ferro! Uffaaa, ma io ’n ero mica ’mbalsamata eh, io volevo giocà: “Dai, si fa a chi dice prima Pio?”“Pio!!” Diceva lesta la mi’ cugina. O ragazzi, m’aveva fregato subito.E ’ntanto loro chiaccheravano tra se, e perquanto a la mi’ nonna ’l Rosario gl’era passato di mente. Meno male!
Quand’andavo a letto, prima d’addormentammi guardavo le figure nel muro. Ormai le conoscevo tutte a mente: c’era la bambina col mazzo di fiori ’n mano, ’na testa di leone co’ la criniera arrricciolata, e lì, accant’a la finestra ’n guerriero alto alto co’ la lancia al fianco. A volte, a colpo d’occhio, subito subito ’nne vedevo, ma piano piano le cercavo e le trovavo: erano sempre lì, ferme nel muro scalcinato. Sopra a’ travi ce n’erano tante, che lassù l’intonaco era più scrostato che mai: ’n cittino col pallone, ’n somaro coll’orecchi ritti, Pinocchio col naso a punta, e ’n vecchio co’ la barba e ’l cappello di traverso. Tante facce però mi facevano paura, le scrostature del muro erano figure belle e brutte. E quando la mi’ mamma veniva a dammi la bonanotte e a spenge la luce, io mi coprivo anche ’l capo, perché pensavo che tutti que’ personaggi, ’na volta o l’altra, a la mutina scendevano giù e za! All’improvviso mi saltavano addosso e via.E io zitta, ferma, tra sì e no respiravo che se dioneguadi scostavo ’n pochino ’l pinzo de’ lenzolo e vedevo la luna che faceva baldoria nell’orto... oddio! Allora bisognava ’n fiatassi perniente che da ’n momento all’altro c’era da sentì ’l lamento del lupomanaro...Oiòia… chissà che era quello scricchiolio… forse era la mi’ mamma... sisì, mi pareva l’uscetto de la credenza... “Che fai ma’?”“O che vòi che faccia? Preparo la musaròla pel tu’ zio e la borsa al tu’ babbo: gli ci metto ’l pranzo pe’ domani. Dormi ch’è l’ora!”Ma io, avevo più fifa che sonno… come facevo a dormì se sentivo anche ’l rumore dell’ombre?! E la notte era sempre piena di chiasso, un chiasso zitto, ma, pauroso… E se sott’al letto ci s’era ’nguattato qualcuno? Mariasanta... e quel rumorino che era?... Oddio... era propio lì accanto lo sentivo bene... “Mamma!! Ci vieni ’n pochino qua che ti devo dì roba?...” E lei accendeva la luce de la prima stanza, s’affacciava all’uscio e cercava di persuàdemi: “Via su, guarda se t’addormenti che ’n c’è punti rumorini: io ’n sento propio niente...”
“Ti dico di sì, pure dianzi si sentiva...”
“Saranno stati tarli... o che vò che sia? Chiude l’occhi e dormi che di qua ci sò io che ti fò compagnia; ti lascio l’uscio aperto così vedi l’albore. Tranquillizzati locca, che ’n c’è d’avé paura di niente...”
Ma co’ la porta chiusa mi sentivo a mollo nel nero, e co’ la porta aperta... e se l’Omo nero senza fassi sentì da lei, zitto e chiotto girava la chiave? Io ero subito lì a portata di mano... mi poteva mette ne la balla e... “O mamma, perché ’nna levi la chiave dal buco?”
“Perché ’l tu’ babbo è sempre giù che fa la zolfata a la botte... Zittati via, fammi ’na carità fiorita...” ma quando mi sentiva piange gli toccava lascià andà le su faccende e mettesi lì a dimmi che la paura e di chi se la fa... “Nonna però dice sempre che anche te da piccina avevi paura, e che quando vedevi Annibale, quello che berciava perché gli pigliava ’l male, andavi subito ’n casa. Ma più di tutto però ti faceva effetto ’l nero e se combinavi lo spazzacamino…”
“Poràcci, anche quelli facevano ’na vita a caso... partivano da la montagna e finché gli durava ’l lavoro restavano ’n maremma. Ma, pe’ la Domenica de le Palme però dovevano esse a casa, sennò ’ su’ famigliari pensavano al peggio, che: Se ’n so venuto pe la Domenica del frascon’ o sò morto o sò ’n prigion’...”
“O mamma, ma anche lo spazzacamino è come l’Omo nero che porta via ’ cittini cattivi?”
“Nòee, te l’ho già detto...”Anche la mi’ nonna me lo diceva sempre che ’n bisognava esse paurosi: “Ricordati nina che quel che c’è di giorno c’è di notte, quand’abbuia, resta tutto com’è, sciorna! ’l sole fa come noi: a ’na cert’ora si mette sott’a le coperte e sarnaca, sarnaca… Oté, ma se fosse sempre giorno, le stelle e la luna come farebbero a fà ’l su’ mestiere? Ti torna? Ma poi te la dico ’n’altra, se Febo ’n tramontasse mai, disgraziati! E chi ce la darebbe la forza d’andà avanti? ’l buio è fatto apposta pe’ facci riposà, tonta costì… ma ’nno vedi che la sera anche te ’n pili più! Tra salti e sbrinchi, quando vai a letto ’n dovresti avé bisogno di ninnananna...”
Se pioveva forte forte, allora pioveva anche ’n casa, tanto oramai si sapeva che ’l tetto ’nna parava tutta quell’acqua e ’n camerina di fondo pareva d’esse fòri: “Stamattina qui ci vole l’ombrello” diceva la mi’ mamma ’nguastita. “Ci s’è fatto sali’ più muratori… ma tanto ’n c’è verso! ’sto tetto andrebbe rifatto di sanapianta mica riaggegiato… quando viene ’sti diluvi poi” e mentre bolliva co’ la stagione co’ Meo con Secondo co’ Pietro e co’ Sgaralla, via via sparpagliava cocci ognuno al su’ posto. Tin-tin-tin, ta ta ta, tum-tum-tum, titì titì titì, plì... plì… l’acqua rimbalzava ne la catinella, nel secchio, nel brocchino, nel gettacqua, nel catino: di qua ’na goccia di là ’n pisciolino. E la mi’ mamma lesta, allargava cenci per terra e di corsa andava a piglià qualch’altro buzzico da sparpaglià ne’ mattoni.Tan tin tum e le gocce mentre schizzavano ridevano contente: tic-tic-tic-tic-tic-tic, tù-tù-tù-tù-tù… Denh! Denh! Denh! Plà plà plà... pareva cantassero: ogni coccio ’no strumento ogni goccia ’na canzone. “Mamma! Lesta corri!! Lo sai che ora piove anche ’n cima al quadro de la Madonna? A San Giuseppe gli s’è ’mmollato ’n sandalo e a Gesù Bambino gli sò già cascate altre du’ gocciole nel capo... Lesta!!”“Guardate che lavoro!! Ora mi tocca spostà anche ’l letto... che babilonia!… Mirate qui che casamìcciola, e pare le cinque giornate di Milano! Da ’sta parte veroddio ’n c’era mai piovuto… o ragazzi, anche Sgaralla ’nvece d’accomodalle, pare che le tegole l’abbia abbucaltate del tutto… Ogni volta è la medesima musica” e difatti aveva propio ragione: ’n quella camerina pareva ci fosse la banda! E meno male che pioveva lì e basta, sennò sà che baldoria ci sarebbe stata per casa: ’n sarebbero bastati tutti i secchi e tutte le brocche ch’erano a la fonte di piazza pe’ parà tutta quell’acqua.“Se ti lamenti te Beppina, io allora che dovrei dì?” gli diceva la mi’ nonna quando lei la faceva affaccià all’uscio pe’ fagli vedé tutto quel putiferio. “Eh cara! E ti poi chiamà contenta! Se vieni su da me lo vedi te… e ci s’immolla meno a stà fòri! Ma poi te ’nna sai tutta, mica mi fa cilecca ’l tetto e basta, meglio! Ora s’è ’ntasata anche la chiòca, e l’acqua dell’orto e mi viene tutta dentr’all’andito; se continua tutta la notte co’ ’sto rovescio, te lo dico io che domattina ce la fa a entrammi anche ’n camera. Ma ’n te lo ricordi più dell’altr’anno? Ah! Tanto fu ’n affare a caso... quella sì che fu curiosa... che dici, ’n nottata quando scesi da letto pe’ fà ’n goccio d’acqua e mi ritrovai co’ piedi a bagnomaria: l’avrò fatto ’no stolzo? Porcamaremma, dissi tra me e me: ma qui dove siamo, a San Rocco? Eh carimia, sò case vecchie le nostre, ’n c’è niente da fà! Vé cìcia?” Mi diceva la mi’ nonna: “Oté mi raccomando, almeno te guarda d’avé occhio quando pigli marito! Attenta ch’abbia la casa come si deve o ch’almeno gli sappia dà di mestola... Veramente, c’è quel ’l proverbio che dice che ’l calzolaio va co’ le scarpe sfondate!…Via Beppina, ’n ti c’arrabbià! Tanto lo sai, la cera per terra, ’n ti regge!! È ’nutile tu dia lo smalto a’ mattoni… io vorrei sapé che sdrusci a fà? Anche te ciài da fanne poche di faccende, tira di lungo tira! Diociguardi questa chi la vole vedé è sempre di corsa: fu-fu-fu pare Marbise. Fà più adagio fà, ma vo’ propio mette la pelle ’n un bastone? ’sta sciaurata, guardate qui che ’mpiantito lustro... ’n questo corridoio ci si specchia! E secondo me è anche pericoloso… c’è ’l casetto di scivolà e di rompesi ’na gamba…”“O nonna! Lo sapete che la cera sò bona a dalla anch’io? L’ho data ne lo scalino, vé ma’?”“Allora speriamo che tu pigli ’n messo comunale, almeno cià le scarpe fine…”“Tanto ’nno voglio piglià marito! E nemmeno voglio cambià casa! Io voglio stà sempre qui co’ la mi’ mamma e col mi’ babbo!”“Còre!! Ma ’nna senti la tu’ figliola? Oté, ti tocca succhiattela a vita, tanto è ’n crostino curioso… Ma bada che questa, quand’ha detto ha scritto! Ricordatelo bene che se mette ’l capo avanti, vole passà di lì!”Tic tac toc tic, plim plim plim: “Nonna, ma le sentite come so ganze ’ste gocciole che sònano? A me mi pare che giù ’n camerina ci sia la banda!”“Se vòi sentì sonà la banda al gran completo devi venì da me: lassù c’è ’l maestro Petreni e ’nnicosa; qui tra sì e no c’è qualche musicante... Massì, come smette bisogna che richiami Sgaralla via, ora mi piove anche dal camino…”“Io fossi ’n voi mamma, stavolta, mi dispiace ma ci farei salì Carlo Bati…”
“Come viene ’l tempo bono si va tutti a Saturnia che s’ha propio bisogno di fà ’n bel bagno; sisì, uno di questi giorni si dice al Morini e si va co la su’ vettura, che io co’ ’sti piedi quanto pato...”“E difatti s’aveva nel pensiero anche noi mamma: com’ allungano le giornate e è meno freddo, si va si va” diceva la mi’ mamma a la su’ mamma. “Tanto noi, siamo già tanti di nostro e se ci si decide, di sicuro vengano anche zi’ Elidia e zi’ Paolina; l’automobile gli si piena vai.”E io, quando sentivo rammentà Saturnia, mi sentivo riavé: m’ero divertita tanto quando m’avevano portato a quelle terme calde e speravo che la stagione bona arrivasse subito.Ne la macchina del Morini c’ero salita quella volta e basta. Lui portava la gente dove voleva andà, si pagava e via, si mettevano d’accordo quattro o cinque persone grandi che tanto, ’ cittini stavano ’n collo e così, ’l viaggio costava meno.La macchina era parecchio più comoda de la Rama, che lui, faceva scende quando s’era arrivati: scaricava sul posto! ’nvece, quella volta che la mi’ mamma mi portò a Grosseto co’ la Rama, camina camina ’n s’arrivava più. Quanto ci si stancò! “Mai più e mai poi, voglio venì di quieggiù co’ figlioli dietro…” ’n po’ perché c’aveva da trainà me, ’n po’ per via del caldo, ’n po’ pe’ le scarpe, ’n po’ perché gni riusciva più di trovà la strada giusta, fatto sta che ci si spiedò.“A forza di domande si va a Roma” diceva sempre la mi’ nonna. Ma, domanda domanda, si girò più del lupo di notte, e poi lì, ’n si conosceva mica nessuno: quella era tutta gente forestiera.
Prima sì, ne la Rama ero contenta come ’na pasqua che, a salì su, ’n quella specie di treno celeste ’n era mica da tutti. A me mi garbava di dentro e di fòri: le scalette, lo specchio, e tutte quelle seggioline ’n fila e que’ finestrini appiccicati? Pèpèèè pèpèèè pèpèèè, e io guardavo tutto quello che c’era da vedé: la siepe tonda del Molumento, l’alberi a punta del cimitero, ’l Bargagli, la casa del Salari… “Mamma, dove siamo?”“’nno vedi che siamo a la Croce di Baldassarre? Poi c’è la Fontelcarpine e da la parte di là Caselle: ti ricordi che tempo fa ci si venne co’ nonna, e quella donnina ci fece la briciolata e ci regalò ’na bottiglia di scotta?…”Le siepi le nuvole ’ sassi la strada e le case correvano co’ la Rama. Pèpèèè pèpèèèèè, l’uccelli ’ campi, le mucche, giù giù giù ci venivano dietro.“St’attenta eh, che ora c’è pochino,” mi diceva la mi’ mamma: “tra poco si passa l’Ombrone!”Bello!!! Grande!!! A Grosseto le vetrine erano piene d’ogni bendiddio, tutte cose belle e bone ma, come diceva la mi’ nonna: guardare e non toccare! Che a da’ retta a la gola, ci vorrebbe ’n portafoglio a fisarmonica!“Mamma! Me la compri ’na pasta ripiena?… Io ho fame”. ’n quelle botteghe i vasi traboccavano di caramelle, e ’ gianduiotti brillavano come soli piccini. Quanta roba! Tante ghiottonerie ’n quel modo ’n s’erano viste manco a la fiera di settembre. “O mamma, io ho fame pedavvero…”Anche ’l pane a Grosseto era differente da quello che faceva la mi’ mamma, era più piccino e più scrocellente: pareva ’n dolce da quant’era soffice. Lei le comprava sempre due di quelle ciambelle tonde tutte piene di panini: una fatta a stella e una arrotondata che quelle specialità si trovavano a Grosseto e basta!La mattina a le nove ’n punto s’era ’n piazza e ’l Morini c’aspettava co’ la su’ macchina grigia già pronta davanti a Garibaldi. E a me, mi pareva d’esse ’na regina e tutta contenta salivo ’n collo a la mi’ mamma.Che bel viaggio era quello! Lungo lungo, ’n s’arrivava più, che ’l Morini, era calmo, faceva pianino: “Però, quant’è piollo…” gli diceva piano la mi’ zia a la mi’ mamma. E lei gli rispondeva fioca fioca: “Tanto che furia s’ha? Io a dittela tutta, sò travagliata anche così…”“E poi si sa che chi va piano va sano e va lontano, lasciamolo stà che faccia ’l su’ passo... Co’ la vettura ci vole giudizio, ’n è mica ’n barroccio…” gli biascicava la mi’ nonna tra denti. E poi guardava me e la mi’ cugina e ci sfotteva: “Attente eh, se vi scappa da rigettà, mi raccomando, avvisate! Va bè che ci si va a lavà, ma ’nsomma...”Io, però, ero troppo contenta, e mica m’impermalivo. Mi divertivo a guardà ’na volta di là e ’na di qua che così vedevo tutto tutto, ma propio tutto. “Guarda ’n po’ se scàpei meno! A divvela, con tutte ’ste curve... mi si travaglia lo stomaco...” ma anche la mi’ nonna io la vedevo, era contenta, altro che travagliata.E Saturnia era già lì. Come s’arrivava, s’entrava subito nel bagnetto che era ’na stanzina co’ ’na vasca nel mezzo tutta piena d’acqua calda. Ci si spoglieva e si restava ’n mutande e giù, si scendevano du’ scalini e s’era già a mollo. Bene! Core, si stava caldi come picchi e come ci si divertiva ’n quel mare piccino che puzzava d’ovo marcio. Io schizzavo e notavo, la mi’ cugina schizzava e notava, la mi’ mamma lavava la schiena a la mi’ nonna e la mi’ zia la lavava a lei: “Sdrusciami forte e fammi ’n’altra saponata, già che siamo nel comodo…”Si lavavano col sapone e poi se ne stavano a bagnomaria ’n quell’acqua torba che strosciava piano: “Con quest’acqua calda mi si rinviene perfino ’l lupinèllo e anche ’ste patate oggi mi si lessano… Oh, seddiovole…’n pochino di beneficio” diceva la mi’ nonna soddisfatta di tutto quel sollievo. “Bene, mi pare già di sentimmi riavé... pensà quand’ero giovane avevo certi piedini… e ’nvece ora guardate qui… a ma io, finché ’n sò rinvenuta del tutto ’n mi movo... Bisognerebbe avecci sempre lo scioffè a disposizione, allora sarebbe tutto ’n altro paio di maniche... O voi, dice che l’altro giorno c’è venuta anche la moglie del poro Beppone col secondo marito...”
“Poràccia, l’avrà portato giù pe’ vedè se ’st’acqua gli levava di dosso ’l puzzo di lezzo, ma io dico che pe’ spurillo del tutto, ’n viaggio solo gni basta mica ” gli diceva la mi’ mamma.
“Quello andrebbe tenuto a mollo bono bono ’na quindicina di giorni, e tanto ’nno so... Eh se lei gli si mette a le costole forse…” gli rispondeva la mi’ zia: “certo ci vole ’n bel coraggio a mettesi ’ntorno ’no scaràglioso di quel genere, lì pe’ fà ’n lavorino a modo bisognerebbe lo mettesse a mollo ne la conca, è facile che col ranno...”
“Ma lo sentite ’ste maldicenti... ” gli diceva la mi’ nonna ridendo: “e ’nvece, è capace che lei lo rincivilisca; certo bisogna ci si metta d’impegno che quello pare l’omo salvatico perdavvero eh... ma ’nno vedete che sembra ’n forescito! Capirete, ha sempre fatto la vita del romito, sempre giù pe’ quelle piagge da ’n buio a ’n altro... Ovvìa, fatemi ’n’altra saponata: leste movetevi, ’nvece di ride e basta” borbottava la mi’ nonna tutta soddisfatta.
Com’ero beata io! Scappavo e rientravo e sciaguattavo quanto mi pareva, lì sì che potevo schizzettà a più non posso: ’n era mica come quando mi facevo ’l bagno ’n cima all’acquaio! E c’era ’na bella differenza c’era! E quando la mi’ mamma m’insaponava, mica me n’avevo a male: mi facevo lavà tranquilla come se manco mi toccasse.
La mi nonna co’ le mani davanti si parava le pocce gnude; la mi’ mamma e la mi’ zia erano ’n reggipetto ma però… le pocce, ’n pochino gli si vedevano lostesso.
Quell’acqua era medicamentosa e loro dicevano che faceva guarì tutte le malattie de la pelle: la tigna, la rogna e perfino ’ boglioloni e ’ briciòli. “Basta mettesi qui a mollo e ’n quattro e du’ sei sparisce ’nnicosa! Sparissero anche l’anni, a divvela, io ci pernotterei ’ncò... Fagli tené a mollo anche la bocca a cotesta cittina, che così quella febbre sorda gli si secca...”
“Mariannazoppa se ci s’era venute prima io dico ch’anche l’orzaiòlo gl’era già sparito...” gli diceva la mi’ mamma a la su’ mamma, e a me ’n mi pareva ’l vero di notà.
“Bisogna ricordassi di pienà ’l boccione pe’ Alduina: ora guardiamo se tra tutte ci se ne scorda sapé! Poràccia, tanto s’è raccomandata ’n pochino e via... anche lei con quella brancata di figlioli cià da tribolà, ’n avé paura! A quello piccino, ora gl’è venuto ’l lattìme, e ’n capo cià più croste che capelli; piccinino, è ’n bel pandoro benedica ma, concio ’n quel modo pare ’n tignoso! Quello grande gli s’è pienato di briciòli...”
“State tranquilla mamma, mi sò fatta ’n nodo al fazzoletto, ci si ricorda ci si ricorda…”
“Mamma!! Ma perché ’n po’ d’acqua ’n si porta a casa anche noi? Così ci lava l’orecchi al maiale che l’ha tutti pieni di croste, almeno così prima di morì guarisce” gli dicevo io tutta presa.
Si mettevano tutte a ride e io, ridevo anch’io, ma mica lo sapevo perché.
Quando veniva l’estate, pe’ pienà le brocche a la fonte di piazza erano dolori, le cannelle tiravano ’n pisciolino stanco e la bocca del mascherone all’improvviso s’ammutoliva. ’ntorno a le fonti e davanti a la pila di ferro ricamato, era tutta ’na brocca: brocche e secchi, secchi e brocche aspettavano, ’n fila co’ le padrone, l’ora di pienà. “Mariasantissima che folla!! Chi è l’ultima donne?... Io ho chiesto l’ultima: me lo sapete dì chi è?! Ancilla, sete voi?… America sei tee?...”
“Eh me la daresti bona! A me mi tocca ora mi’...”
“Allora chi è l’ultima?!…Via donnine perpiacere, ’n sarete mica tutte le prime no? Se ’n trovo la mi’ ultima doppo ’n pieno mica più eh! Tanto oramai si sa come vanno a rifinì ’ste faccende, e io ’nnò punta voglia di leticà; giusto ierillaltro quel budello al cromo di… pe’ chiamalla col su’ vero nome, o ’n mi mise la lingua addosso? Anche se io ’n c’entravo niente mi trattò come ’na pezza da piedi… Uguaglianza, sei te l’ultima?”
“Guarda che dovrebbe esse Alma la Paciòcca, ma forse no, vedrai ch’è Gilda de lo scarpellino…”
“Nonò, l’ultima mi sa ch’ha lasciato le brocche e è andata a la Botte a lavà: io, ’n ci potrei fà ’l giuro ma, dovrebbe esse la figliola di Bruttoculo...”
“Ma meglio! È la mamma di Nano: bèrciali ch’è dura d’orecchi...”
E ogni tanto quando qualcuna di quelle donne stava lì lì pe’ pienà, succedeva ch’arrivava ’n’altra che diceva che toccava a lei; allora erano dolori e se quella ’n voleva sentì ragione, attaccavano a leticassi di brutto. “Che voi?! Che hai? Piccinina!! C’eri tee?! Io dico che ti sbagli di grosso ’nvece; guarda carina, che la mi’ ultima ha pienato ora ora e sicché cara pallina, t’arrangi!!”
“E no davvero!! Guarda che io ’nnò punta voglia di discute con te, ora mi tocca e ora pieno!!...”
C’ero prima io c’eri prima te, carimia, facevano a chi berciava più forte e quell’altre donne pe’ ’n piglià qualche broccata nel capo gli facevano subito largo.
“Come te lo devo dì ch’è da stamattina a le sei ch’ho posato qui le mi’ brocche?!… Erano qui vedi, qui a ’sta proda cheqquì!”
“Oté, ’nne smanettà tanto che mica mi fai paura perniente eh!… Sbaiàrda quanto ti pare, ma ora te lo fò vedé io chi piena...”
“Che fai?! A costo di fa corre la gente mi’!! A costo di chiamà ’ carabinieri, ma te poi stà sicura che le brocche sotto ’n ce le metti… Eh porca la tu’ miseria, la devi smette di fà la propotente! Occhio nina che se te sei balorda, stamattina hai trovato ’l pane pe’ tu’ denti…”
“O gentine, queste qui, ogni volta che si combinano bisogna s’attrìcchino sempre eh, io vorrei sapé come mai ’n si possano vedé...” diceva la Baffina, e Annetta gli rispondeva più che sicura: “Questa è ’na ruggine di vecchio... è da doppo che ’l su’ figliolo mandò a monte ’l fidanzamento che ’n si musicano più, e Geffa se l’è legata al dito! Avete visto com’è: pe’ ’n giovanotto è differente, ma ’na ragazza, pare pare ma quando ha già amoreggiato è difficile che pretendenti si faccino avanti... Avete capito come mai gli s’avventa? O voi, dice che ’l giovedì e la domenica già gl’andasse a fà l’amore ’n casa: capirete, all’occhi de la gente era già compromessa... è quella la cagione! O come, ’nno sàpevate?!... Eh sì, ’st’affronto a Geffa gl’è rimasto nel gozzo: questo è ’n rospo che gni vole passa’ giù, ’nno ’ngolla ’nno ’ngolla. Guardatelela lì: pare ’l gallo de la Checca... donne via, guardiamo d’andalle a divide perché queste mica fanno percèlia, stamattina s’agguantano perdavvero...”
“Ma stà zitta vai, che fai schifo a la società del lezzo… Che hai? Oté guarda d’un fà tanto la strìgine che io ti struffo perdavvero eh!… Te vòi andà a casa co’ la permanente te lo dico io!!! Bada che io sò bona a fatti ’l pelo e ’l contropelo...”
“Provaci… fà ’n altro passo e poi lo vedi se t’arrivo ’n manrovescio… ma pensi davvero di fammi paura?!”
“Dioboncittino! A me mi sa che si contrasta ’l cattivo col poco bono…”
“Eppure, un di due bisogna ceda… ma mirate qui che battibecco… auh, e ’nvece ’l più de le volte la meglio parola è quella che resta ’n bocca…”
A volte berciavano e basta, ma ogni tanto s’attriccàvano perdavvero e se le davano di santa ragione se qualcuna più ardita ’n si metteva nel mezzo: “O donne perdìo!!! Guardate ’n po’ di falla finita! E che è?! Diociguardi-scampi-e-liberi!!! Ma volete fa’ propio ride le coròglie?!... Guardate ch’anche noi s’ha furia di pienà eh:’n è ch’a la fonte ci si viene così, pe’ dolor di corpo...”
E spesso e volentieri l’accidenti arrivavano anch’a Cèncio, poro Cèncio, e dicevano che la colpa era anche la sua: “Accident’a Cèncio e chi è! ’sto mostro va su al Saragiolo, chiude e via…”
“Diotipurghi, ce la fa stillà manco fosse oro!!”
“Fammelo vedé e poi gliele dico io quattro, ma che si crede?”
“O donne, guardiamo ’n po’ se tra tutte siamo bone a fassi rispettà, qui se gni si roga denti la musica ’n cambia mica... ”
“Ma che si crede perdìo! Qui si passa tutto ’l giorno a gingillassi a la fonte, mica storie...”
“Ci s’avesse da fà questa e basta, ’n pezzetto a veglia ci si starebbe anche volentieri...”
“A n’avecci da fà niente però! Basterebbe n’avé ’l pensiero addosso... stamattina io ciò perfino ’l pane: prima c’era chi ci pensava, ma dopo quella batosta la mi’ socera ’n è più stata lei...”
“Eh sì, careddigrazia corre… e siamo tutte ne le medesime peste… io ho piantato perfino ’ figlioli a letto, dico: forse a quest’ora sarà sfollato, e ’nvece oté, mi toccherà lascià le brocche e zittisignori…”
“E te ti poi chiamà contenta: quattro figlioli che sò? Io allora che dovrei dì che ce n’ho nove? Almeno te ciài la tu’ mamma ch’ogni tanto ti viene a sbaccinà; se fosse ne le condizioni de la mia, ti toccherebbe smerdà anche lei…”
“’n ci lamentiamo via donne, bisogna sperà che la Provvidenza ’n c’abbandoni mai... Finché s’ha ’n pochina di salute noi, anche si tribola quant’e Cristo vole, bene o male s’assiste mamme e figlioli…”
“È vero è vero, eppoi bisogna sempre guardassi ’ndietro... contentàmoci così, tanto, chi più chi meno, tutte ci s’ha la nostra croce e se si posasse ’n piazza e poi ci mettessero a scelta, auh: capa capa, da ultimo ognuna si ripiglierebbe la sua...”
“Oppela!… Ovvìa, doppo tanto anche ’sta brocca è piena… forza Adelaide, fatevi avanti che ora tocc’a voi. Gnamo via donne, io vi lascio sapé: seddiovole anche pe’ oggi ’sta faccenda è fatta!”
“Bòn per te Ida: sei già all’ultimo viaggio? ’nvece io mi’, comincio ora. Prima la devo portà a la signora Roma, a la signora Mèrope e poi vo su da la signora Bianca: a la fonte del Borgo però si fa parecchio prima...”
“Mmmm, disgraziati che folla! Certo che co’ ’sto pisciolino prima che la brocca sia piena e c’è da fà c’è!”
“Cara, ci vole pazienza! Tanto, anche se si sta co’ le budella nel paniere, mica si rimedia niente, è ’nutile fassi piglià da le furie...”
“Eh lo so Isola, avete ragione anche voi, ma io, a le dodici ’n punto devo esse su al Maremmello che ’ mi’ òmini tribbiano; avete capito come mai ho tutta st’urgenza? Figuratevi con che animo sto... Ho già tutto pronto diamine, la sfoglia l’ho fatta, ’l condimento medesimo… ma ’nsomma mi mette pensiero: ’n sembra ma, è ’na bella sfacchinata!”
“Eh cara, ma io a te ti conosco: a te figliolina ’n è mica la fatica che ti mette pensiero! Te paurosa come sei che t’adombri a ogni sòn di foglia, è la paura che ti frega. A questa, basta gl’attraversi ’n cane pe’ vedella tremà!”
“È vero è vero, sò paurosa sì, mica mi vergogno a dillo... E fintanto che dura la strada maestra cerco di fammi animo anche se penso sempre che scappino le vacche al Mati o la scrofa a quelli di Santone. Ma certo che quando m’imbuco giù pe’ quello stradello ’nguattato tra ’ castagni, mi piglia ’na batticina… Zitte donne, zitte, dappertutto si sente sfrascà dappertutto si sente raspiccià e io poi, da quella volta che mi rincorse quel frustone... Percarità, se potessi, ’nvece d’andacci ci manderei…”
“Però, volente o nolente, bisogna tu ti faccia animo e tu andìa vé?”
“Uh percarità donne! Chi pe’ ’n conto chi pe’ ’n altro, ’n dubitate che ci sa sempre da scarpinà; ma poi l’estate è anche peggio, che oltre a le solite faccende, e quando c’è da sguscià, quando c’è da seccà... e lì conserve e lì sciroppi e lì salamoie. Pelamordiddio!”
“Sisì, è tutt’una! A guardà’n s’andrebbe manco a letto! E da ’na parte mì: se ’n s’avesse ’l farnetico addosso, ’n pochina di tregua, veladdì che ci farebbe propio bene...”
“Almeno Niccolina, lei ’n si vole arrende mai, vé Nìccola? Le mani ’n ve le riposate manco qui: vi cavate la calza da lo zinàle e via, ’ndove sete sete, attaccate a scalzettà.”
“Ma poi miratela lì, mica lo guarda perniente ’l lavoro: con quell’occhiali nel naso, ragiona e manovra que’ ferri come se manco toccasse a lei!”
“Oddio... io chiacchero ma, ’n vorrei che la mi’ ultima fosse già passata... O cosa costaggiù, o, Marsiglia! Mica avete visto se Marisse di Abilio ha già pienato che ’nna vedo più…”
Chi andava chi veniva e ’ntanto l’orologio di piazza batteva.
“È già la mezza?…”
“Donne chi è l’ultima?...”
“Sò io!”
“Chi è l’ultima chi è l’ultima… siamo qui sempre a chiede l’ultima; auh, qui mi parammé che sia ’n gran trainanà d’amore. Da ’na parte viva la faccia dell’inverno, almeno s’arriva, si mette sotto e si piena: ’n poco più d’un’ora io porto l’acqua pe’ tutto ’l giorno.”
“Accident’al meglio!! Le più volte quando s’arriva ’n piazza le mani s’hanno attaccate a le brocche da’ diavolini: diavolini e geloni, geloni e diavolini. Allora si piglia co’ la stagione, e l’accidenti si mandano all’inverno ’nvece d’attaccalla con Cèncio.”
“È vero è vero, poro Cèncio, tra tutte si fa rincoglionì…”
Anche Cèncio, se l’avessero messo a scelta, io dico ch’avrebbe scelto l’inverno, almeno così ’n c’aveva tanto da tribolà co’ l’accidenti de le donne. E zitto zitto se la rideva quando loro arrivavano a la fonte pigiavano ’l ferro arricciolato e ’n veniva fòri niente che l’acqua era gelata. “O pigliatevela con Cèncio” borbottava sornione. E mentre lesto lesto saliva su pel Borgo, co’ ’na mano si stringeva ’l bavero de la giubba e con quell’altra si reggeva ’l cappello, che gne lo portasse via quella zizzola ch’arrivava prim’ all’osso ch’a la pelle.
Aveva voglia la mi’ mamma a dì: “Pora locca! Ma n’è mica vero, o sciorna! ’ lupimanari ’n ci sò mai stati, sò tutte storie sò, va’ cercà quel che dice la gente…”
Storie sì, erano cose vere e io ero più che sicura: ’l Lupomanaro, l’avevo sentito co’ mi’ orecchi! ’n erano storie no…
Dicevano, ch’era ’n omo come tutti l’altri, però, quando la luna diventava ’na palla, lui, all’improvviso si trasformava: gli crescevano l’unghie e diventava tutto peloso… Bbrrr che paura! Dicevano che ’n si riconosceva mica più da quant’era brutto e oltre tutto berciava come ’n dannato, si travoglieva per terra e: ùùùùùùùùùù, ùùùùùùùùùùùùùù… ululava come ’n cane rabbioso e se per caso trovava qualcuno pe’ la su’ strada, quello ’n si sa mica come se la ripassava.
Io l’avevo sentito bene! ’na sera ero a la finestra del gabinetto che guardavo quella luna bianca che voleva entrà ’n casa pefforza e che fòri illuminava a giorno, oltre all’orti anche l’alberi del bosco del Convento e tra tutto quell’albore la voce del Lupomanaro abbaiò a la notte.
Ohi!! Di sicuro lui andava giù pell’Addobbi a cercà l’acqua... Dicevano che quell’omo, quando diventava lupo, pe’ tornà normale si doveva buttà ’n un pozzo o ’n un fontanile e così gli sparivano l’unghie e tutti que’ pelacci.
Meno male che noi al pozzo ci s’andava sempre di giorno!
A volte però se c’aveva da raccattà ’ panni al Belvedere, si passava dilieggiù che ’l sole cominciava a tramontà, e a me la paura mi faceva novanta, specialmente quando s’era ’n quel punto lì: disotto c’era ’l pozzo e di sopra ’l fontanile… Mariasantissima! Se dioneguardi si combinava si stava lustre si stava. E io zitta e chiòtta allungavo ’l passo e m’accostavo a la mi’ mamma, ma co’ la coda dell’occhio guardavo sempre giù, dove ’l verde de la siepe, l’edera fitta co’ l’ortica alta, scurivano di più quel posto senza sole. ’l chiasso dell’acqua rimbombàva più forte di sempre e tra ’l rogaione e lo stradello si sentiva sfrascà… Oiòia… lo sentivo… ’ passi s’avvicinavano… diociscampieliberi, e s’aveva propio dietro…
“Oh, bonasera Mosconi, sete voi?”
Che stolzo!! “Mamma spicciamoci a caminà che tra pochino è notte” e le gambe mi toccavano ’l culo: già che quell’omo andava a casa, almeno ci faceva ’n pochina di compagnia.
Di giorno quel posto mi garbava tanto, ma a quell’ora no davvero: ’n mi ci divertivo perniente a passà giù pe’ quell’albagio.
L’ombre de la sera facevano ’n gran chiasso e erano già tutte lì che ballavano tra le foglie; ’l pozzo era ’na macchia nera e a me figuriamoci, mi pareva che ci fosse anche la pora Stanghina…
La mi’ mamma, la mi’ nonna e anche tutte l’altre donne lo sapevano e lo raccontavano sempre che laggiù dentr’al pozzo dell’Addobbi ci s’era buttata la Stanghina.
Dicevano che ’na mattina presto, la prima ch’andò a lavà, vide che dentr’all’acqua c’era ’n cencio nero che galleggiava, prese ’n legno e lo tirò su… Era la Stanghina.
Madonnabona che festa quando s’ammazzava ’l maiale.“Bisogna approfittà ora co’ ’ste giornate di scirocco, perché se torna la tramontana ’l sale lo piglia peggio” diceva ’l mi’ babbo a la mi’ mamma. “Stasera vò a sentì Bepparìno e se lui è libero ci si leva subito ’l pensiero, tanto, anche se si tiene lì dell’altro ’n fa mica più niente: mangia e basta. Sisì, già ch’ho ’l turno di notte, domattina presto vò subito su al Macellaccio e poi passo da Alghero a pagà ’l dazio…”
Ero propio contenta e appena tornavo da scuola sentivo subito l’odore de la padellata e già prima d’aprì l’uscio sapevo quel che c’era nel tegame. Mmm bono! ’l profumo dell’intingolo arrivava su ’n cima al vicolo e io di corsa mi sbottonavo ’l grembio ch’all’improvviso m’era presa ’na gran fame. Quella tegamata di carne rossa di cicci e di conserva faceva venì la voglia di leccassi subito ’ baffi. Anche ’l tavolino era già apparecchiato a dovere che c’era sempre qualcuno che restava: quelli ch’aiutavano davvero e quelli che venivano a greppia e basta, come diceva la mi’ nonna.
E io mi mettevo al mi’ posto senza fammelo dì du’ volte e col naso per aria aspettavo che mi toccasse la mi’ parte. La mi’ mamma c’aveva certe gote rosse! Ma la cucina economica andava a tutto foco e la caldaina bolliva a tutto spiano che dopo, quell’acqua, faceva comodo pe’ lavà quell’untame.
“Parate ’l piatto Bepparìno, qua, aspettate che vi ci metto anche ’n animella ch’a voi vi piace…” prima serviva l’òmini e poi via via s’avvicinava. E ’l mi’ babbo affettava affettava, che con tutto quel sugo, avòglia a affettà: la paniotta faceva lesta a finì. “Babbo, me lo lasci ’l crostino?”
La mi’ mamma a me e al mi’ fratello ci capava la carne più magra ch’a noi, ’ cicci grassi ’n ci garbavano mica e manco ’l fegato col polmone. Bièco!
“Gnamo, ch’è tutta ròbba bona,” brontolava la mi’ nonna: “c’è da fà tanto gli schicchignosi sì! Ci vorrebbe la fame di quindici giorni e poi lo vedreste voi che vento tira! A’ mi’ tempi ’n si faceva mica tanto lunga sà… ’l male ch’oggigiorno gliele date tutte vinte; ma con me vedresti che la farebbero meno palloccolosa, ’na fetta di pane coll’olio e via” ma tanto io facevo finta d’un sentì, aveva voglia a guardammi male, e se c’era ’na pellicina la scansavo lostesso, ooh!
“Quel che ’n ammazza ’ngrassa, o biasciantìngoli costì! Che capi? Digià che oggi ci pòle untà ’ baffi…”
“O babbo, me la dai ’n’altra pochina di vinella?” Mi piaceva quel liquido rosa, leggero e frizzante. ’l vino pretto no, ’n era per noi, quello ci toccava quando si pigliava l’ovo fresco: dop’avecci zuppato le fettine del pane, pe’ mandacci via ’l puzzo di lezzo da la bocca, la mi’ mamma ce lo metteva du’ gocce ’nfond’al cuscio e via.
“O mamma, voi le rivolete altre du’ polpine? Mica farete complimenti” e mentre la mi’ mamma s’avvicinava col tegame ’n mano, la mi’ nonna scansava subito ’l piatto: “Pelamordiddio! Ora sì che mi c’entra più niente davvero: sò piena come ’n ovo! Manco se ci fosse la crema mi’, ’n so mica sfondata...”
“E ’nvece nonna, io la mangerei se ci fosse, ’l male che ’n c’è” che io sì, la bocca me la sarei ’ndolcita a tutte l’ore, anche a stomaco pieno.”’l meglio però veniva du’ o tre giorni dopo, quando si spezzava. Quel maialone grosso grosso se ne stava ritto a capo peringiù co’ le zampe legate a la scala; lì, appoggiato al muro de la prima stanza. Le mani spalancate ’ piedi allargati e se ’n si stava più ch’attenti, ci toccava come ’n cristiano. Ogni tanto quand’entravo dall’uscio, se ’n ci pensavo più, mi faceva fà certi stolzi! Me lo trovavo davanti come ’n omo ’n croce. Lo guardavo: l’occhi ’n po’ chiusi ’n po’ aperti come se facesse occhino, l’orecchi che gli ciondolavano mosci mosci e dal naso gli scappava ’n filino di sangue, ma tanto ’l mi’ babbo per terra c’aveva messo la segatura.Quando Bepparìno veniva a spezzallo era tutto pronto e lì da ’na parte ’l baggiolo di legno aspettava che c’appoggiassero ’ pezzi già divisi: la guanciòla, la ventresca, le spalle e du’ prosciutti ’nsieme al capicollo. L’òmini si mettevano ’l grembio davanti come le donne, che ’n era quello di balla de la vendemmia ma di sacchetta: bianco, lindo! Che pe’ stà ’ntorno a la carne ci voleva pulizia.Spezzavano e ammontinavano: da ’na parte la carne più magra pe’ salamini e la salciccia, da quell’altra quella più sanguinosa pe’ l’ammazzafegato. La mi’ mamma aiutava a taglià ’ quadretti di grasso più duro pe’ salami e pel buristo e poi capava ’l grasso pe’ lo strutto, e quand’aveva abbrustolito le codenne e scarnìto tutti l’ossi, metteva al foco la soppressata. ’ntanto ’l mi’ babbo soffiava ne’ budelli già puliti e quelli diventavano trasparenti come palloni e via via che girava la manovella la carne diventava subito salciccia e ne la pietra del tavolino pareva che ci fossero tanti serpi attorcigliati. Io ’n perdevo battuta e curiosa guardavo, anche se quel lavoro lo conoscevo a mente, mi garbava di stà ’n combriccola; ma più di tutti però m’avvicinavo al mi’ babbo che ’n casa ’n c’era guasi mai.
I prosciutti e l’altri pezzi andavano ricoperti di sale, ma bisognava che fossero tutti bianchi, carichi, che: “Se ’l sale ’nno piglia subito, ’nno piglia mica più! Bisogna guardà d’infilaglielo ’n tutti buchi, sennò c’è ’l casetto di sciupà ’nnicosa” diceva la mi’ mamma. “A me ringraziando Dio ’n m’è mai successo, ma pòle capità eccome. Specialmente co’ prosciutti che sò ’ pezzi più alti, ci vole occhio. Sciaurati, sarebbe ’no scapito a caso!”
Dop’avello messo a mollo nell’acqua calda allargava lo strigolo e la ratta che da rattrappita com’era, sott’a su’ diti diventava trasparente e ricamata come ’l velo di chiesa, e poi così ci vestiva ’ fegatelli.Era tutto bono del maiale, certo però che ’l prosciutto e ’ salamini erano squisiti; ma c’era da aspettà prima di mangialli. ’l capicollo, quello s’avviava a Pasqua: ovo benedetto, schiaccia co’ la ricotta e quelle du’ fettine ch’odoravano di finocchio.La guanciòla cruda, quella mi piaceva poco, cotta di più, ma certo che la salciccia era cento volte meglio: “Babbo, oggi si coce la salciccia co’ la canna?” Pigliava ’n pezzetto di canna l’appuntava a forcina e io ero già pronta co’ la mi’ fetta di pane ’n mano. La bràgia ’nfocata brillava di rosso di rosa d’arancione di bianco, ma prima che quel calore facesse colà l’unto, ’l mi babbo lesto me lo posava nel pane e poi rimetteva la salsiccia a crogià. Quella fetta affumicata già odorava di bono ma io fissavo la canna: quel pezzetto che schizzettava nel foco era tutto mio! Le bragioline sott’olio, anche quelle erano ’na specialità: tenere come la brina e bianche come la neve. Bone bone bone. “Massì” diceva la mi’ mamma mentre le cavava dal vaso: “quando ’n una famiglia c’è ’l maiale c’è tutto. L’orto e ’l maiale ’n una casa sò ’ndispensabili, sennò sciaurati, come si farebbe? Andà a comprà tutto si starebbe lustri...”E nel paiolo gli scarti del grasso piano piano diventavano strutto: pluf, pluf, pluf. Quel liquido trasparente bolliva da se e ogni tanto la mi’ mamma lo rifrugava col bastone di legno: “Scansati, che se ti peli con questo, lo senti te che vento tira… Fatemi ’n piacere mamma, portatemela via ch’ho paura mi si bruci…” Ma tanto io lo sapevo digià che lo strutto lo metteva nel vaso de’ fegatelli e poi ci pienava la boreggia: la stringeva ’n cima col cordino e l’attaccava a la pèrtica ’n cantina, e dopo, quando s’era ghiacciato del tutto diventava ’na palla bianca come neve. Ormai ’ frìccioli l’aveva già scolati e io potevo andà anche su da la mi’ nonna: “Mamma, quando ce la fai la schiaccia?”
Che la schiaccia era sempre bona: col sale e basta, co’ la ricotta, quella de’ morti, ma co’ frìccioli ’n era bona e basta, era speciale!!
Se la mi’ nonna cambiava la carta del camino, allora voleva propio dì ch’era tempo di sfurigginatura. Quando ci s’avvicinava a Pasqua tutte le donne pulivano le case da cima a fondo che le dovevano preparà pe’ la benedizione! La carta che stava su ’ntorno ’ntorno al camino era annerita dal fumo, che le luchie, a forza di schizzettà l’avevano bruciacchiata tutta e la mi’ nonna la levava pe’ metteci quella ch’aveva comprato da le Ghighe. Era tutta fiorita di verde e di marrone: “Che be’ colori, vé nonna? Ma che sò, rose o garofani?”“Più chiara avrebbe fatto anche più figura, ma tanto col fumo ’n regge mica… allora è meglio piglialla scura e bonanotterosa.”
“Ma lo vedete che questa carta sembra stoffa? Com’è liscia...” con tutte quelle punte smerlettate mi pareva bella davvero e ’l camino era ringiovanito di colpo.La mi’ nonna, però, prima co’ lo scopìno aveva già levato tutte le ragnatele. Si metteva ’na pezzola ’n capo e via via andava a stanà ’ ragni sparsi ’n qua e ’n là. Su da’ travi cascavano calcinacci e entravano dentro a’ cretti de’ mattoni. Spazza spazza spazza, ma tutto quel bianco spezzettato faceva tribolà come que’ ragni testardi che trambelloni trambelloni lesti risalivano su pel muro. “Sfuriggina sfuriggina, ma che vo’ sfurigginà? Auh! Co’ ’sti muri neri la soddisfazione è poca…” borbottava mentre pintava più là lo zirino dell’olio e ’l catino che voleva dà ’na rammicciàta anche lì dietro. Le brocche e la catinella di rame dopo che la mi’ nonna l’aveva sdrusciate a modo ’n parevano manco più quelle: “Mi ci posso attaccà al bìccico ch’ho sete?... Collo, come l’avete fatte lustre!! ”“Eh cara, con queste ci vole l’olio di gomito”, io vedevo che gli dava ’l sidol, ma lei diceva ch’era olio di gomito… Boh! Anche quando mi faceva male ’l dente faceva altro che dì: “Costì ci vole l’unto di cavallo ” ma tanto si sapeva che lei le cose le chiamava sempre a modo suo… “Qua bisogna rampichi ne la sieda… iissa!!.. Porcamaramma ragazzi, ’sto caffeàuse prima mica mi sapeva alto così! Qui giorno giorno si cala...”
Puliva dappertutto, levava perfino tutte le tazzine e bicchierini: “O nonna, ma perché vi mettete a lavà ’nnicosa se cotesti manco l’avete adoprati?…”“Mica che ’n avresti ragione sà… ma che vo’ fà? ’na volta all’anno ’na sciacquatina male gni fa.”
Più bellina di tutti era la rosoliera rosa co’ le righine d’oro, ’l vassoio di vetro tondo, la bottiglia col tappo a punta e tutti que’ bicchierini che gli giravano ’ntorno ’ntorno erano piccini propio come quelli de le bambole. “O nonna, quand’è vecchia me la regalate la vostra rosoliera?” Tutte le volte gliela chiedevo e lei tutte le volte mi diceva che quando pigliavo marito me l’avrebbe data. Ma io la volevo subito che ci volevo giocà, possibile che ’n avesse ancora capito!
“Eh cara, questo è vetro delicato, e a te ti durerebbe da natale a santostefano!” A lei ’nvece, gl’aveva durato eccome: quel servitino da liquore, nientedimeno glel’aveva regalato la su’ madrina. “Dunque senti s’ha ’n anno e via, se sei bona a facci ’l conto! Ascolta, io sò dell’80, mi sò maritata a vent’anni e sicché quant’anni avrà?” Ma io quel conto ’nno sapevo mica fà.
“Sò più di sessant’anni che ’sta rosoliera è qui dentro! Ha’ capito codazzìnzola? Co’ la mano dava ’n’annaffiata per terra e poi spazzava a modo che poi doveva da’ ’l rossetto a’ mattoni e a me mi spediva a sedé ’n cima al focorale che sennò per terra gli facevo le pedate. Pigliava la catinella d’alluminio piena d’acqua e ci scioglieva quella polverina rossa e poi la spargeva ’n qua e ’n là pe’ mattoni e co’ la scopa l’allargava dappertutto. L’impiantito ripigliava subito ’l colore, ma gli schizzi però arrivavano anche nel muro e la tira del focorale e ’ cassetti accanto erano tutti picchiettati di goccioline rosse. “’l rossetto sarà anche bello ’n voglio mica dì, ma guardate qui che lavoro… ho ’mbrattato ’nnicosa” borbottava mentre si metteva a sedé ne la seggiolina pe’ aspettà che s’asciugasse. “Oiòi... io a dittela tutta sarei già fatta… è da stamattina che nàzzico, e meno male mi ci sò messa per attempo. A quest’età si va adagino, ’n è più ’l tempo di fà frufrù...” Anche le su’ ciabatte nere erano diventate mezze rosa a forza di passeggià ’n quel mollacchìo e anch’a me quando scendevo, benché fosse già tutt’asciutto, la sòla de le scarpe mi pigliava ’l colore.
Giù pel vicolo si vedeva anche da’ monti del sudicio che la gente sfurigginava. Da tutti l’usci e da tutte le finestre scappava ’l chiasso de le faccende più grosse che la sfurigginatura ’n era mica ’na cosa di tutti giorni. Quelle donne lo dicevano sempre che quando s’arrivava a Pasqua la casa aveva ’n gran bisogno: “Con tutto ’l foco dell’inverno, diociscampieliberi!! Tra ’l fumo e la cenere… uh mariasanta!”Anche la mi’ nonna si lamentava: “Massì! Qui a volé fà ’n lavorino di fino ci sarebbe voluto Sperginebbia, altro che storie… allora sì che si ragionava! Co’ ’na bella ’mbiancata a modo, la pulizia si sarebbe vista perdavvero; ma come si fa? ’ soldi ’nne caca mica ’l somaro! Chi pòle però fà propio bene, che la calcina si sa, spurisce…”Certo che quando veniva Bruno di Sperginebbia o ’l Barbini, allora sì che ’ muri rinvivivano e le stanze parevano più ariose che mai. Lui e Meo passavano sempre ’n su e ’n giù co’ secchi bianchi di calcina. ’l cappello di ballìno fatto a barchetta le mani scaciate, ’ calzoni e la camicia sempre schizzettati di bianco e anche ’l viso pareva ’ncipriato co’ la nappa. E ’na volta Meo, con quel rullo magico ne le pareti di camerina, c’aveva fatto tanti grappoli d’uva viola co’ le foglie verdi e tutto, e nel muro de la prima stanza ’nvece, dove sdrusciava, quell’aggeggio via via lasciava tanti tondi precisi e era per quello che io la chiamavo la stanza de le palle.
La mi’ mamma quel giorno m’aveva cambiato perfino ’l vestito e io l’avevo cambiato a la mi’ bambola: “Occhio che tra pochino viene ’l prete, bisogna sdiordissi e se ’n ci si spiccia ci trova ’n visabilié…” gl’avevo detto ’n un orecchio mentre gl’appareggiavo ’ capelli. Anch’io ero lecca lecca: la divisa dritta, ’l fiocco allargato, la molletta fissata a modo e l’odore del borotalco nel collo, che la benedizione era ’na cosa seria! Si doveva riceve ’l Signore ’n casa nostra e dunque gli si doveva fà trovà tutto pulito, tutto preciso, tutto lustro ma lustro, aiutatemi a dì lustro!Pe’ vedé s’arrivava ’l prete co’ pretini anche noi ci s’affacciava all’uscio: “Maria, mica avete visto dove sò?”“E salgano su da la Calora ora…”Anche la strada era tutta spazzata a dovere e ’l muro dell’orto era senza vetriola, che za za za, perattèmpo co’ ’na canna lunga lunga l’avevano buttata giù e Ilio pe’ fa più bella la pergola l’aveva spruzzata tutta di celeste.“Tra pochino vengano, vé ma’?” Dopp’Armida salivano da Bettina, poi andavano su dal Domenichini, facevano Angiolina, Dinda e Iole, Pasqualina Inesse Ersiglia e poi toccava al casamento de la mi’ nonna: Gina, Anna del sarto, Giulia del guardafili, la mi’ nonna e quando riscendevano e avevano benedetto Chiarina Laudomia e Agnese pigliavano l’andito e erano già ’n casa nostra.Dopo ch’era passato ’l prete si poteva stà tranquilli davvero perché era tutto benedetto, ma tutto, propio tutto: gatti alberi galline piccioni somari sassi…“La benedizione passa sette muraglie” diceva sempre così la mi’ nonna. Si sapeva tutti che quelli schizzi d’acqua benedetta arrivavano dappertutto, ’n c’era buco che restasse asciutto, manco quello de’ ragni. Eh sì, che quello era ’n vicolo benedetto da cima a fondo, lo sapevo anch’io sì, altroché se lo sapevo...
Lo so anche oggi. Via Vannuccio Vannuccini numero 15. È quella casa mia.


Glossario
Nel testo sono presenti alcuni termini che hanno lo stesso significato ma sono scritti diversamente (neve o nève; materasso o materazzo; dopo o doppo, ecc...). Questo non è un errore di battitura, le parole spesso vengono modificate o accentate per dare il suono della voce di chi le pronuncia. Dormìvate si leggerebbe dormivate e così andàvate. Inoltre, nelle forme verbali tronche (andà, giocà, lavorà per andare, giocare, lavorare) abbiamo preferito usare l’accento sull’ultima sillaba anziché l’apostrofo, grammaticalmente più corretto ma meno funzionale ai fini della lettura.
Aggìneti: sbrigati
Al Maggio: funzione religiosa dedicata alla Madonna
Allòtta: lotteria
Attonata: uccisa da un fulmine
Baggiolo: ripiano, appoggio rudimentale fatto di tavole
Balestra: fionda
Bergà: pernottare
Bidareschi: ammaccature, lividi
Birràcchietto: vitello già adulto
Bòco: grossa biglia
Bombole: bolle di sapone
Boreggia: vescica
Briciolata: ricotta ancora calda mischiata a pezzetti di pane raffermo
Bricioli: brufoli
Cacio bugiardo: pan grattato
Capistei: bassi recipienti in legno rettangolare
Capisteo: si riferisce al capire
Capogatto: vertigine, malattia dei cavalli e degli uomini
Cavatelli: gnocchi di patate
C’è la siepe: non si può parlare liberamente
Cenno: ultimo e breve rintocco di campana
Chiccallòro: specie di coleottero
Chiòca: tombino, fogna
Cintolino: cinghia
Coròglia: straccio consunto, liso
Correggiòli: lunghi lacci di cuoio
Diavoli: scarafaggi
Disfida di Barletta: torneo tra le due Contrade del paese
Friccioli: ciccioli, pezzetti di carne che si estraggono dallo strutto liquido
Fritte: insetticida
Frufrù: alla svelta
Gettatello: chi è stato abbandonato da neonato
Giugliaio: basso recipiente di vimini
Gorgia: ingordigia, ghiottoneria
Hai già legato i bovi: già dormi?
La prese in capretti: sulle spalle
Lastra: ferro da stiro
Lola: coccinella
Lupinelli: lupino, specie di callo ai piedi
Magerone: donne risolute, energiche, spavalde
Malavicina in questo caso significa miseria
Mannessénna: manna: sostanza biancastra dolcigna che cola dai frassini e si ottiene per incisione; ha virtù purgative. Me ne vengo dal mulino: verrò picchiata senza nessuna pietà
Mentovà: dire
Metalcromo: prodotto usato per lucidare il ripiano della stufa a legna
Mitria: di aspetto arcigno, poco incline al sorriso
Molumento: Parco della Rimembranza
Mondolo: straccio legato a un legno, che, bagnato serve per ripulire il forno dalla cenere.
Moraie: mucchi di neve spalata
Moiano di nizza: non riescono a lievitare
Musaròla: tascapane
Musicare: ignorarsi, non si parlarsi
Mutina: è la lettera H
Alla mutina: in silenzio, alla zitta
Natta: ascesso dentale
Nona: malattia del sonno, encefalite letargica
Ottomanna: ottomana, divano in legno che serviva anche da letto
Palline: biglie
Pancaciole:
Pancanìno: pane molto scuro per l’aggiunta di semolino
Piscialletti: giunchiglie
Piollo: lento, indolente
Pullera: sangue pesto sotto pelle
Papale: papaveri
Pupi: mazzi di pere, che, legate insieme per il picciolo formano una specie di piramide
Pitorsello: prezzemolo
Ranno: colatura, acqua nella quale è stato fatto bollire uno strato di cenere
Ratta: cartilagine
Sangiovanni: caprifoglio
Scalandrino: piccola scala di legni che, appoggiata alla siepe facilitava il passaggio da un campo all’altro
Scampanata: andare nottetempo a disturbare gli sposi sbattendo coperchi, campanacci ecc.
Sarage: ciliegie
Scarpìccia: borracìna, muschi
Scilìscione: moscone
Scopo: erica, arbusto simile alla saggina
Scotta: il siero che rimane nella caldaia quando si è fatto il cacio e la ricotta
Se gni si roda i denti: se non si alza la voce
Senna: pianta delle leguminose che cresce nei paesi orientali, le cui foglie disseccate e messe in fusione hanno virtù purgative
Spaccata dritta: riga, divisa, al centro o da una parte
Spirare, in questo caso è: mangiare con gli occhi, avere l’acquolina in bocca
Stracciabracàia: arbusto irto di spine
Stringhìno: avaro
T’aggiògliano: ti addormentano
Terizie: itterizia
Tira: cassetto centrale nel camino in muratura, usato anche per la scorta della legna
Tisia: tisi, tubercolosi
Travago: camminare a passo veloce
Triduo: funzione religiosa
Turchinetto: materia di colore turchino che mischiata all’amido dà alla biancheria stirata un alone di turchino
Uria: approssimativamente, a occhio
Vacche: macchie della pelle di un rosso-violaceo
Zinàle: grembiule