Molto spesso mi trovo in linea con le analisi di Massimo Fini.
A mio modo di vedere, è uno dei pochissimi giornalisti capaci di esprimere il proprio pensiero senza infrapporre diaframmi politici.
Vi sottopongo il seguente articolo per una vostra riflessione:
___________________
Venerdì, 31 Gennaio 2003
IL PENSIERO UNICO DEGLI INTELLETTUALI
di Massimo Fini per IL GAZZETTINO
Sfoglio un Almanacco della terza pagina, pubblicato nel 1963 da Canesi, dedicato agli scrittori, ai poeti, agli intellettuali italiani attivi nel dopoguerra e vi trovo i nomi di Corrado Alvaro, Giovanni Arpino, Riccardo Bacchelli, Giorgio Bassani, Giuseppe Berto, Romano Bianchi, Massimo Bontempelli, Vitaliano Brancati, Dino Buzzati, Italo Calvino, Giorgio Caproni, Vincenzo Cardarelli, Carlo Cassola, Giovanni Comisso, Giuseppe Fenoglio, Carlo Emilio Gadda, Tommaso Landolfi, Curzio Malaparte, Giuseppe Marotta, Paolo Monelli, Eugenio Montale, Elsa Morante, Alberto Moravia, Aldo Palazzeschi, Pier Paolo Pasolini, Cesare Pavese, Guido Piovene, Vasco Pratolini, Salvatore Quasimodo, Umberto Saba, Leonardo Sciascia, Ignazio Silone, Ardengo Soffici, Giovanni Testori, Mario Tobino, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Giuseppe Ungaretti, Elio Vittorini.
Il senso che si ricava da questo lunghissimo elenco è di una straordinaria vivacità culturale, intellettuale, creativa. Esisteva, allora, una società letteraria che si interfecondava nell'incontro delle diverse personalità e nelle varie scuole di pensiero e che aveva peso e influenza nella società italiana, contribuendo a orientarla e a formarla. A petto di questa ricchezza che cosa c'è oggi? È uno scrittore Baricco? È uno scrittore quella che ha scritto "Va dove ti porta il cuore?". È uno scrittore Lara Cardella? È qualcosa di più di un modesto narratore, rispetto a quelli, Camilleri? I soli che potrebbero stare senza sfigurare in quella compagnia sono Guido Ceronetti, forse Tabucchi, forse Pontiggia e la prima Barbara Alberti e l'ultima del notevole "Gelosa di Majakovski". Tutto qua e poco più. In poesia c'è Mario Luzi, sopravvissuto a se stesso, come Alda Nerini e Giovanni Giudici, fra i giovani Patrizia Cavalli e probabilmente, poiché è una delle poche branche della cultura a non essere mercificata, anche qualche altro che però non si vede, non conta, non ha influenza alcuna.
L'Italia è stata terra fertile di riviste culturali e politiche. Certo negli anni Cinquanta e nei primi Sessanta era finita la straordinaria fioritura primonovecentesca de "Il Leonardo" di Papini, "La critica" di Benedetto Croce, la mitica "Voce" di Giuseppe Prezzolini, da cui uscì il meglio del fascismo e dell'antifascismo, "Lacerba" di Papini e di Soffici, "L'ordine nuovo" di Gramsci, "La Rivoluzione liberale" di Gobetti, "La Ronda", "Prospettive" di Curzio Malaparte dove durante il fascismo si rifugiò buona parte della cultura che sarebbe poi stata antifascista. Ma nel secondo dopoguerra riviste degne di questo nome esistevano ancora, dal "Politecnico" di Vittorini a "Officina" ai "Quaderni piacentini". Oggi cosa c'è? "Micromega" si occupa soprattutto dei problemi giudiziari dell'onorevole Berlusconi.
Col pensiero filosofico siamo all'encefalogramma piatto. È un filosofo Massimo Cacciari? È un filosofo Marcello Pera? Chi saprebbe dire di un loro pensiero? E anche parlando di chi il mestiere lo fa sul serio, Veca, Giorello, Viano, Giovoni, non sono che dei modesti sistematizzatori, come il tanto decantato Norberto Bobbio. Solo leggermente meno scontato è Manlio Sgalambro. C'è, è vero, Emanuele Severino che un suo pensiero originale c'è l'ha, ma lo ripete, identico di libro in libro, da trentacinque anni, mentre potrebbe essere condensato in una riga e mezza.
Domina il pensiero unico liberal - democratico - industrial - capitalista - popperiano, condito in tutte le salse e di cui è stato raschiato anche il fondo della botte oppure la deriva della concezione marxista che altro non è, in realtà, che una variante inefficiente dell'industrialismo ed entra quindi a pieno titolo a buon diritto nel "pensiero" unico.
Il fatto è che, sconfitti fascismo e nazismo, e il pensiero loro sottinteso, il cosiddetto "modernismo reazionario" che erano comunque fenomeni novecenteschi, ci sono sei o sette generazioni che sono tornate a pensare in termini liberali o marxisti che sono categorie concettuali sette-ottocentesche, che pestano quindi da due secoli nell'acqua dello stesso mortaio e non sono più in grado di comprendere la realtà né di darle un senso. Non c'è perciò da stupirsi se la cultura italiana (ma il discorso si estende all'intero mondo occidentale) è sterile e non produce più nulla.
_____________
Ciao




Rispondi Citando
