Ariel Sharon, dopo il “travolgente” successo nelle elezioni di martedì scorso, si è preso qualche tempo di riflessione per “rivisitare” la situazione in cui israeliani e palestinesi si sono andati a ficcare non riuscendo a trovare un accordo che abbia un minimo di garanzia, nonostante i tentativi fatti “in proprio” o “imposti” dalla Comunità ,internazionale di dare basi ad una pace sempre più difficile.
Era in discussione la politica di Sharon: dura, determinata, volta a difendere lo Stato di Israele dall’idea di “ cancellarlo” dalla geografia (e dalla storia) da parte di movimenti estremisti ormai in balia di sé stessi. La risposta della popolazione israeliana è stata la “bocciatura” del partito “ laburista”, letteralmente crollato e l’avanzamento dei partiti di destra con uno spostamento netto verso chi pensa di risolvere opponendo la forza alla forza, il problema che tiene “ infuocato” da sempre il Vicino Oriente. Sharon, con il successo “travolgente” che ha consentito al suo partito –il “likud”- di portarsi da 19 a 32 seggi conquistando la maggioranza relativa, non solo ha visto premiata clamorosamente la sua politica, ma si è messo in una posizione difficile, ma di eccellenza nel cercare una soluzione governativa “pansata”. Ha, dicono gli esperti, sei possibilità “numeriche”; sei possibilità di portarsi oltre 50 seggi, ottenendo così la maggioranza sufficiente a governare.
Sharon sembra non avere nessuna intenzione di trasformare il suo Paese in una sorta di “casamatta” in continua allerta. E’ un “duro”, ma anche un plitico attento ai movimentismi internazionali; a non deludere, più che tanto, l’alleato più forte, gli Stati Uniti; ad essere coerente con l’appartenenza all’Onu, con l’ “amicizia” di alcuni stati europei. E allora ecco che Sharon sente come “imperativo” quello di “tenere al governo i laburisti”.
Per mantenere un equilibrio nella coalizione che dovrà formarsi entro una cinquantina di giorni dalle elezioni e che potrebbe trovare un credito internazionale più diffuso se non “pendesse” tutta a destra. Sharon non dimentica dunque l’importanza di ricostituire una coalizione come quella uscente, con una “leadership” più forte, ma con le stesse “anime” che sono state presenti dopo le ultime elezioni. In altre parole Sharon ha convinto gli elettori del suo governo e gli elettori hanno “soltanto” spostato i numeri, le preferenze, dando forza di partito di maggioranza relativa al “Likud” di Sharon facendogli “ scavalcare” i laburisti, e dando meno forza ad un partito, a volte, troppo “possibilista” nei ,confronti di Yasser Arafat che resta il problema “ numero uno” per un equilibrio nel Vicino Oriente, perché Arafat è ormai incapace di tenere a freno le fazioni estremiste, forse “stanco” del suo continuo dover “sig-sagare” sul filo dell’equilibrista per tenere “in scacco” l’intero mondo occidentale, ormai “davvero” deciso a porre fine alla “ farsa”.
C’è una risoluzione internazionale che prevede la nascita di due stati ad ovest del Giordano, la stessa Israele, riconosciuta universalmente e la Palestina, da costruire “ex-novo” con l’aiuto della Comunità internazionale. A questa soluzione è evidente che si oppongano tutti quelli che hanno l’interesse a mantenere in fibrillazione costante la situazione. Sono i “signori della guerra”, è il terrorismo internazionale: Al Qaeda, stati-canaglia, Saddam Hussein e quant’altri. Ariel Sharon, prima di prendere una decisione sul governo da ricostruire, deve pensare soprattutto “al dopo”, al futuro a medio-breve, per un “sistema-pace” duraturo, anche sacrificando qualcosa (magari pesantemente) agli estremisti nazionalistici.
Enzo Balboni
Tratto dal L'Opinione del 31-01-03




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