Epifani sul referendum: «Mai con chi dice no»
Il segretario della Cgil: «Le loro ragioni non sono le nostre».
MANUELA CARTOSIO - MILANO
Al dunque, cosa farà la Cgil sul referendum che vuole estendere l'articolo 18 alle aziende con meno di 15 addetti? La decisione «finale» la prenderà il 5 marzo il direttivo, ha ribadito ieri Guglielmo Epifani, concludendo a Milano l'attivo regionale dei delegati della Cgil. Il segretario generale ha però concesso ai tanti che gremivano il teatro Carcano una piccola aggiunta: «E' chiaro che noi non staremo con quelli che dicono no». L'applauso è scattato all'istante, segno che l'uditorio quelle parole le ha interpretate come un quasi sì. Interpretazione forzata sull'onda dei propri desideri? Può darsi. Se si sta alla lettera, Epifani ha solo detto che la Cgil non farà campagna per votare no al referendum. Una banalità: per quanto il referendum possa dar fastidio alla Cgil, nessuno ha mai pensato che il sindacato di Epifani possa far parte di un qualche comitato per il no. Se si guarda alla sostanza, invece, la frase un suo peso ce l'ha. Per la prima volta, infatti, il numero uno della Cgil ha tenuto a sottolineare che «le ragioni del no non sono le nostre ragioni». Resta la terza via, l'astensione o la libertà di voto. Sollecitato sul punto dai cronisti, Epifani ha rinviato al il direttivo che deciderà «quale comportamento tenere». Una decisione che la Cgil prenderà in piena autonomia, «perché non devono essere gli altri a determinare le nostre scelte». Il referendum per la Cgil resta uno strumento da usare con grande attenzione e oculatezza, da mettere in campo contro «tentativi di riduzione dei diritti». Se diventerà legge l'848 bis, che restringe l'applicazione dell'articolo 18, «allora sì che faremmo un referendum». Per estendere i diritti a tutti, compresi i lavoratori parasubordinati, la strada giusta è quella delle proposte di legge. La Cgil le ha avanzate e le ha sostenute con 5 milioni di firme. Proprio domani a Milano i promotori del referendum (Fiom e sinistra Cgil compresi) terranno al salone della Provincia la prima grande assemblea. Forse era indirizzato a quell'appuntamento questo passaggio dell'intervento di Epifani: «Si devono creare le condizioni perché la politica della Cgil non dipenda dal referendum, ma al tempo stesso quel referendum deve essere compreso nella politica della Cgil». Frase piuttosto vaga, ma il tono è quello di una possibile mediazione (sarà un caso, ma ieri Epifani non ha etichettato il referendum come un «grave errore»). Anche al direttivo dei Ds, pur monopolizzato dalla «proposta Cofferati», si è parlato del referendum. Forte dei sondaggi che dicono che il quorum sarà raggiunto e che i sì sono in vantaggio sui no, l'ex ministro Cesare Salvi ha pungolato il suo partito a dare un «segnale chiaro» per il sì: «E' fuori dalla logica andare a votare no con Maroni e Berlusconi». Secondo Fabio Mussi, promuovere il referendum è stato un errore, «ma ora che c'è escluderei che i Ds possano promuovere dei comitati per il no». Argomenti che non hanno scalfito la «netta contrarietà» al referendum ribadita dal segretario della Quercia Piero Fassino: «Valuteremo insieme ai nostri alleati dell'Ulivo in quale modo rivolgerci agli elettori, dopo un confronto con le organizzazioni sindacali e le associazioni delle imprese». Per la cronaca: la Uil è orientata per il sì e il segretario della Cisl Pezzotta ha escluso categoricamente d'aggiungere il suo nome a quello di Maroni in calce a un appello per il no. Contratti, sciopero generale del 21 febbraio contro il declino industriale e, soprattutto, il no alla guerra senza se e senza ma sono stati al centro dell'attivo della Cgil lombarda. Aperto dal bilancio di un «anno straordinario» per la Cgil dalla segretaria regionale Susanna Camusso. Che ha attaccato duramente il Pirellone sulla sanità (la spesa è fuori controllo e Formigoni è stato obbligato a reintrodurre i ticket) e sulla totale mancanza di politiche industriali. Anche sulla crisi Fiat, che per Milano significa la quasi certa chiusura dell'Alfa di Arese, Formigoni si muove con un'ottica meramente «regionalistica» e ispirata a «luoghi comuni».
il manifesto 4 febbraio 2003
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