….aeroplanini.
Sarà dura per il ministro Moratti: ha messo le mani su una bomba, il Cnr. E’ un carrozzone sgangherato che gestisce i finanziamenti della ricerca scientifica. Che debba essere cambiato lo sanno tutti, essendo vecchio dal punto di vista amministrativo, del personale di età media di cinquant’anni e senza giovani in arrivo. L’ultimo a provarci, senza riuscirci, fu il ministro Ruberti, in quota socialista, rettore dell’università La Sapienza di Roma. Come toccò il Cnr, gli tagliarono le mani. Furono i ricercatori scientifici, gli stessi che ora sono pronti a tagliarle alla Moratti.
Per ora marciano per protestare contro la riforma: ma si dovrebbe chieder loro perché allora strillano tanto per via della “fuga dei cervelli”, del sistema inadeguato della ricerca italiana. L’unica risposta è che la riforma tocca interessi enormi, e quindi conviene mantenere tutto come prima. Il carrozzone Cnr distribuisce ottime prebende; ma non solo: sono senza controllo e senza verifica della qualità delle ricerche, perché chi decide di dare i soldi per una ricerca è la stessa persona che la svolge o che ha interesse perché essa venga eseguita. In breve, l’arbitro e il giocatore sono la stessa persona.
Di questi campi da gioco in Italia ce ne sono centocinque; ci sono, cioè 105 istituti del Cnr che il ministero ha deciso di accorpare in quindici dipartimenti di eccellenza, con riferimento a macroaree, dalle biotecnologie alle scienze giuridiche e umanistiche; e l’arbitro sarà provvisoriamente un commissario che dovrà gestire la riforma. Al termine del processo riformatore verrà istituito un vero e proprio Consiglio di amministrazione della ricerca scientifica nazionale.
E’ evidente che questo progetto va a toccare molti interessi trasversali: la riforma Moratti del Cnr non è di destra né di sinistra: è solo una riforma indispensabile per non sperperare il denaro pubblico, per sviluppare la ricerca e allineare le sue strutture ai modelli europei.
Tre sono, in sintesi, le critiche rivolte alla riforma.
Uno: l’accorpamento degli istituti affosserebbe la ricerca. In realtà esso elimina quella autoreferenzialità della ricerca che dà grande potere al direttore e nessuna verifica esterna dell’operato dell’istituto. L’accorpamento degli istituti e una struttura di controllo riescono poi a ridurre al minimo quei finanziamenti a pioggia sempre molto graditi ( specie vicino alle elezioni).
Due: la riforma esalterebbe solo l’aspetto produttivo della ricerca (cosa che sarebbe ancor più rimarcata dalla presenza del mondo della imprenditoria nelle strutture amministrative) a discapito della ricerca fondamentale. Questa critica ricalca il vecchio pregiudizio che la ricerca pura è di Sinistra, mentre quella applicata è di Destra. Oggi tutti sanno che il successo scientifico si ottiene, anche in considerazione dei costi, non sacrificando mai né l’uno né l’altro aspetto della ricerca.
Tre: la presenza dei politici nel consiglio di amministrazione. L’obiezione può essere giusta: il politico tende ovviamente a un interesse di parte che potrebbe interferire con l’autonomia della ricerca. Si dovrà allora studiare un modello di gestione che non escluda la politica (responsabile del capitolo della spesa) ma la bilanci con l’adeguata presenza di scienziati italiani, stranieri e imprenditori.
Su questo si dovrebbe discutere, invece di “marciare su Roma”: però senza preparare alla Moratti la trappola che era servita per fermare Ruberti.
liberamente da Il Giornale di domenica 9 febbraio 2003 articolo di Stefano Zecchi
saluti




Rispondi Citando