Uno per abolire il limite dei 15 dipendenti sull'articolo 18 l'altro per abolire un vecchio regio decreto che prevede l’esproprio per il passaggio degli elettrodotti.
P.G.


Uno per abolire il limite dei 15 dipendenti sull'articolo 18 l'altro per abolire un vecchio regio decreto che prevede l’esproprio per il passaggio degli elettrodotti.
P.G.
"Vogliamo distruggere tutti quei ridicoli monumenti del tipo "a coloro che hanno dato la vita per la patria" che incombono in ogni paese e, al loro posto, costruiremo dei monumenti ai disertori. I monumenti ai disertori rappresentano anche i caduti in guerra perchè ognuno di loro è morto malidicendo la guerra e invidiando la fortuna del disertore. La resistenza nasce dalla diserzione"
Partigiano antifascista, Venezia, 1943


La segreteria nazionale della Cgil su proposta del segr. Epifani ha approvato con 5 voti a favore e due astenuti il si ai due referendum, la CGIL ha altresì deciso di non entrare nei comitati per il si ma di svolgere campagna elettorale in modo autonomo con assembleee nelle zone lavorative, e durante la campagan elettorale, il sindacato nazionale degli elettrici e quello del commercio, oltre la FIOM, hanno decisi invece di entrare a far aprte dei comitati per il si.
La decisione definitifa, che appare oramai scontata, verrà presa il 7 maggio dal parlamentino della CGIL riunito a roma.
Scusate il mio commento ........ mo sò cazzi per i DS!


Devo dire che questo mi ha proprio sorpreso... Cofferati sin dall'inizio sembrava voler fare il servetto di Fassino... ha cambiato idea o Epifani l'ha scavalcato a sinistra?Originally posted by falcorosso
La segreteria nazionale della Cgil su proposta del segr. Epifani ha approvato con 5 voti a favore e due astenuti il si ai due referendum, la CGIL ha altresì deciso di non entrare nei comitati per il si ma di svolgere campagna elettorale in modo autonomo con assembleee nelle zone lavorative, e durante la campagan elettorale, il sindacato nazionale degli elettrici e quello del commercio, oltre la FIOM, hanno decisi invece di entrare a far aprte dei comitati per il si.
La decisione definitifa, che appare oramai scontata, verrà presa il 7 maggio dal parlamentino della CGIL riunito a roma.
Scusate il mio commento ........ mo sò cazzi per i DS!![]()
Cmq molto meglio così...ce la faremo!
TUTTO IL POTERE AI SOVIET!


Nonostante le false notizie date dai media la contestazione a Pezzotta è stata di massa e non da parte dei centri sociali fuori dal circuito dei disobbedienti, perchè dopo essere confluiti nel corteo prima di Pza Duomo sre ne sono subito allontanati, ma era più di mezza piazza che urlava al servo di berluscono di tacere.
Epifani ha solo dovuto cedere a quelle che sono state le prese di posizione della maggioranza del suo sindacato e non certo l'essere divenuto il servo di bertinotti come arriva a dire con infinita stupidità, e forse con smodata rabbia, G. Angius diessino dalemiano, il grande festante per lo scambio di favore tra destra e riformisti sull'invio dei carabinieri in Irak.


E Cofferati che ne pensa a riguardo? Anche se ora è semplice tesserato rimane, a mio parere, l'anima della CGIL.... e aveva usato parole abbastanza dure riguardo l'iniziativa referendaria di Rifondazione...
TUTTO IL POTERE AI SOVIET!


Cofferati, attraverso un comunicato della Fondazione Di Vittorio ha fatto sapere che esprimerà il suo parere solo dopo la presa di posizione della CGIL, ma fonti della fondazione affermano che pur criticandolo la sua sarebbe una dichiarazione per il si, alla quale si aggiungerebbe a ruota quella del correntone che sommata a quella già pervenuta da un mese dei girotondi lascerebbe in solitudine destra e centro DS. vi voglio postare un interessante articolo di S. Bocconetti uscito sull'Unità.
Da "l'Unità": «La scelta della Cgil scuote l'Ulivo»
Piero Sansonetti
Riprendiamo ampli stralci dell'articolo di Piero Sansonetti in prima pagina dell'"Unità" di ieri
Per i Ds il Referendum sull'articolo 18 si presenta come una corsa ad handicap. Cioè si parte con uno svantaggio. La destra sa che voterà no e che se vincono i no (o salta il quorum) per lei è un successo; la sinistra radicale sa che voterà sì, e se vincerà il sì rovescerà a suo favore i rapporti di forza in Italia; i Ds stanno in mezzo: sono divisi, indecisi, rischiano di perdere comunque il referendum, cioè di rovinare le proprie relazioni politiche e il rapporto con settori di elettorato. Le corse ad handicap in genere si perdono, e in questa occasione la sconfitta può essere pesantissima. Può determinare un riassetto della sinistra (e del centro-sinistra) che cancelli il ruolo centrale che in tutti questi anni - anche nei momenti più difficili - i Ds hanno comunque mantenuto. Un esito del genere rilancerebbe la Margherita (che voterà no, o si asterrà al referendum), e riaprirebbe tutti i ragionamenti sulla scissione dei Ds e sulla possibile riaggregazione di nuove forze e di nuovi partiti.
Le corse ad handicap però hanno un pregio: i pronostici ti danno per sconfitto e se poi vinci è un trionfo. Se i Ds dovessero riuscire a venir fuori bene da questa prova del fuoco, il risultato potrebbe essere proprio quello di una stabilizzazione e di un rafforzamento del loro ruolo di assoluta centralità nello schieramento di centrosinistra. Diciamo che in un mese e mezzo i Ds si giocano un bel pezzo del loro futuro. Non solo il gruppo dirigente riformista se lo gioca, ma tutto il partito.
C'è un precedente storico, quello dei primi anni ‘70. La sinistra (fondamentalmente il Pci e il Psi) avevano vinto una battaglia storica e avevano ottenuto che il diritto al divorzio diventasse legge dello Stato. Si trovarono a quel punto a combattere non solo con la destra cattolica, che impose un referendum per abolire il divorzio, ma anche con il partito radicale (Marco Pannella) che difendeva il referendum contro il parere dei comunisti e dei socialisti che tentavano di evitarlo. Vinse Pannella, Berlinguer fu tirato per i capelli al referendum (dopo che erano fallite decine di mediazioni con la Dc e col Vaticano) e si preparò a una disfatta. Invece vinse, sconfisse la Dc di Fanfani e su quella vittoria costruì il clamoroso successo del Pci nei sei i sette anni successivi. Il referendum premiò il Pci più di quanto premiò Pannella. Si assomigliano la situazione di oggi e quella di allora? Un po' sì. C'è il più importante parito della sinistra trascinato su un terreno che non gli piace; c'è una complessa partita tattica quasi impossibile da vincere; e c'è l'ostacolo di alcune grandi questioni di principio che si vorrebbe aggirare ma non si può. (...)
Vediamo come si schierano le forze diessine ai nastri di partenza. In modo classico: con una destra detta "liberal"; un centro maggioritario, riformista, che sente l'influenza della destra; e una sinistra che guarda oltre il partito ma non vuole rompere. La destra dice che bisogna votare no al referendum senza esitazione (o invitare all'astensione di massa, che più o meno è la stessa cosa). La sinistra, specularmente, vuole che si voti sì e basta. Il centro, e cioè i riformisti di Fassino e D'Alema, sono molto indecisi. Prendono atto del fatto che Fausto Bertinotti, per la prima volta forse nella sua storia, ha vinto una battaglia dentro la Cgil. Prendono atto del fatto che con la Cgil schierata per il "sì" sarà molto difficile dare un'indicazione contraria, perché il più importante partito della sinistra non può rischiare una rottura con il sindacato più forte d'Europa. Prendono atto anche del fatto che una parte del proprio elettorato (e del proprio gruppo dirigente) fa parte della Uil, sindacato contrario al referendum; e infine prendono atto del fatto che i sondaggi non escludono la possibilità che al referendum i sì vincano. (...)
E' chiaro che siamo a un punto di non-ritorno. Il partito è stato governato per tutti gli anni ‘90 sulla linea del "rispetto" per l'impresa e per le esigenze dello sviluppo. La parola d'ordine, ancora all'ultimo congresso che ha eletto Fassino segretario, era quella di "governare la modernità" e cioè governare le privatizzazioni, la flessibilità del lavoro, le dinamiche salariali. Quanto tempo è passato da quel congresso? In termini politici, moltissimo. C'è stata l'accelerazione della globalizzazione, l'accesso al potere - in quasi tutto l'occidente - della destra di Bush, un paio di guerre, la crisi dell'Europa. E' inevitabile una verifica di quella linea politica. Ci sono tre opzioni. Si può decidere di confermarla e di rafforzarla, costruendo una nuova alleanza politico-sociale (che attragga settori importanti della borghesia italiana) basata sulla promessa di sviluppo e sul consolidamento del modello "liberale". Oppure si può decidere di rovesciare l'analisi, dare spazio alla sinistra radicale, e realizzare una politica sociale che torni a mettere in discussione il mercato. Probabilmente, in questo caso, accettando di restare all'opposizione per un periodo non brevissimo. Oppure si può cercare una mediazione tra queste due linee, ma è l'operazione più difficile, perché rischia di concludersi lasciando tutti insoddisfatti. Qual è la scelta giusta? Doveva servire a questo la conferenza programmatica tenuta in aprile, ma in quella sede nessuno ha tenuto conto della relazione di Trentin e si è parlato di tutt'altro. E così oggi la sinistra è divisa su un tema cruciale: la politica del lavoro e delle relazioni industriali. E' chiaro che la sinistra può sopravvivere in tanti modi, ma non senza una teoria dei rapporti tra lavoro e capitale. E' il suo pane quotidiano, la sua identità, il suo scopo. Il referendum le dà l'occasione per affrontare il problema.
Se il gruppo dirigente dei Ds saprà coglierla, se saprà rinunciare ai tatticismi e entrare nel cuore della questione, e dettare una sua linea, una sua strategia (indicare il suo modello di sviluppo), e se questa strategia reggerà al confronto col sindacato, allora - a sorpresa - vincerà la partita.
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Referendum, ora spunta il fronte della paura
Il segretario del più grande sindacato italiano, Guglielmo Epifani, ha sciolto i suoi dubbi personali: ferme restando riserve e perplessità, il 15 giugno voterà Sì al referendum sull'articolo 18. E' un fatto molto rilevante e nient'affatto scontato: nella misura in cui spinge la maggioranza della Cgil ad un analogo schieramento, la scelta di Epifani è destinata a rimescolare da qui al 15 giugno la scena politica e sociale, e tutto il dibattito della sinistra. Dal canto suo, il segretario dell'altro grande sindacato italiano, Savino Pezzotta, ha dichiarato che l'obiettivo della Cisl è invece quello di far fallire la consultazione referendaria con tutti i mezzi utili, presumibilmente con una diffusa campagna di astensione. Anche questo è un fatto significativo: non si era ancora vista, qui da noi, una grande organizzazione sindacale così attivamente ostile all'estensione di un diritto dei lavoratori. E così pronta ad impegnarsi, insieme alle organizzazioni confindustriali e ad una parte ampia del centrosinistra (e dei Ds), nella delegittimazione di una consultazione elettorale. Ma qual è la ragione di tanto impegno? Non certo la rivendicazione (in sé e per sé legittima) della libertà di non votare o di non partecipare a un referendum, ma la paura dei suoi prevedibili esiti. La certezza, anzi, che l'orientamento della grande massa dei cittadini italiani sia in realtà favorevole all'estensione a tutti del diritto di non essere licenziati senza giusta causa. Se il 15 giugno i referendum raggiungeranno il quorum necessario e saranno dichiarati validi, i Sì conquisteranno facilmente la maggioranza dei consensi: così teme Pezzotta, così ragionano i "dalemiani" della Quercia e del sindacato, così paventa il fronte antireferendario. Sarebbe - questa sì - una clamorosa delegittimazione, sul campo, di tutti i "patti per l'Italia" nonché delle politiche portate avanti dalla sinistra moderata da molti anni a questa parte. Da qui, dunque, il nuovo non expedit, l'idea di farlo saltare, questo benedetto referendum. Con l'oscuramento, il silenzio, il boycott, l'accerchiamento - il ricatto, se si renderà necessario.
Aben pensarci, nell'opzione tattica dell'astensione boicottante, è implicito un atteggiamento allo stesso tempo molto arrogante e un po' vile. Di più: è contenuta un'idea di democrazia controllata, concessa a piccole dosi, insomma octroyée da un'oligarchia che decide, a proprio insindacabile giudizio, quando è opportuno e soprattutto quando non è opportuno lasciar sfogare il popolo. Infatti, ciò che viene invocato, di volta in volta, è l'«autonomia negoziale delle parti sociali» (espressione pomposa dietro cui si celano l'ideologia e la pratica neocorporative note comunemente come «concertazione»), la sovranità legislativa del Parlamento (altro modo di dire solenne per significare che «non bisogna disturbare il manovratore»), il pericolo insito nell'eccesso di diritti e soprattutto nel loro universalismo (sintomo critico, quest'ultimo, proprio della crisi attuale delle democrazie rappresentative). Così, un pezzo ampio dell'establishment si arroga il diritto di cancellare un'occasione di confronto democratico di massa, promossa da una grande associazione operaia, da strutture del sindacalismo di base, da forze dell'opposizione di sinistra, nonché sottoscritta da centinaia di migliaia di persone. Ha paura di perdere, certo, di veder andare in frantumi la propria credibilità, la propria pretesa di rappresentanza sociale interclassista, la propria ambiguità di collocazione. Ma ha anche, non sembri un paradosso, paura di vincere: di infliggere un colpo al governo, al centrodestra, al padronato. Da questo punto di vista, nulla, come questo referendum rivela meglio l'impasse strategica del così detto schieramento "riformista", tanto politico quanto sindacale.
Che le sinistre si dividano, di fronte a un quesito come quello proposto dalla consultazione del 15 giugno, non dipende, dunque, dall'iniziativa referendaria, ma dalle differenze (e dalle lontananze) strategiche che il referendum fa emergere. Insomma, da una rottura di ambiguità che da troppo tempo vanno pesando sulla stessa possibilità di articolare un dibattito veritiero ed utile. Se la Cgil assumerà la posizione del suo segretario e si schiererà per il Sì, diventerà manifesta una contraddizione nient'affatto occasionale tra il maggior sindacato e il maggior partito della sinistra italiana. Se Sergio Cofferati, dopo il 6 maggio, scioglierà anch'egli i propri dubbi nella direzione di quei «diritti universali del lavoro» che ha sostenuto in questi anni, il "riformismo di movimento" dell'ex-leader Cgil farà un ulteriore passo in avanti. E se lo schieramento del Sì si impegnerà a sconfiggere il vero mortale pericolo della congiura del silenzio, sarà la sinistra a guadagnarne in forza, protagonismo, identità. A vincere, ben al di là del risultato del 15 giugno, una battaglia decisiva.
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Nicolosi (Lavoro Società) replica a Panzeri: «Sbaglia chi minaccia spaccature»
Ro. Fa.
Quattro segretari a favore uno contro: anche la Cgil della Lombardia si schiera con il referendum che estende l'articolo 18, consegnando al dibattito del direttivo nazionale, che si riunirà il 6 maggio, il Sì della struttura territoriale più importante del paese, con i suoi 846mila iscritti. Un pronunciamento significativo anche alla luce della polemica innescata dalla Camera del lavoro di Milano: «Per evitare la crisi interna serve libertà di voto», ha rilanciato ieri il segretario Antonio Panzeri, ormai ospite fisso del "Giornale" di Berlusconi. Parere non condiviso dalla maggioranza della segreteria regionale, che ha in sostanza sposato il ragionamento del segretario nazionale Guglielmo Epifani: bisogna votare sì al referendum, perché è questa la scelta più utile per sostenere le proposte di legge della Cgil. L'unico a manifestare piena adesione sia nei confronti dello strumento referendario che dei contenuti proposti è stato Nicola Nicolosi, coordinatore di "Lavoro Società" della Lombardia. Favorevole alla libertà di coscienza, invece, il solo Franco Giuffrida, esponente della destra interna.
Soddisfatto per il Sì della Cgil Lombardia è Nicolosi: «Un risultato positivo», dice, fortemente ricercato da "Lavoro Società" «fin dall'assemblea dei delegati del 3 di febbraio, quando Epifani - ricorda Nicolosi - per la prima volta disse che la Cgil non poteva stare con il no». Netto invece il contrasto con la Cgil di Milano: «La posizione della segreteria regionale - fa notare Nicolosi - è maggioritaria nella Cgil lombarda. Questa posizione raccoglie la spinta della maggioranza dei lavoratori e degli iscritti alla Cgil». «Sbaglia perciò - sottolinea il coordinatore di "Lavoro Società" - chi minaccia crisi o spaccature all'interno della confederazione. Noi della sinistra siamo stati minoranza per anni in Cgil e lo siamo ancora, ma non abbiamo mai minacciato crisi. Tutt'al più, abbiamo votato contro, rispettando la dialettica democratica all'interno della organizzazione. Panzeri e chi la pensa come lui - conclude Nicolosi - dovrebbero fare altrettanto».
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io andrò al mare o a fare altro....
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ART.18: DIRETTIVO CGIL ROMA E LAZIO PER IL SI'
Roma, 30 apr. (Adnkronos) - Il Comitato direttivo della Cgil di Roma e del Lazio si impegnera' per la vittoria del si' al referendum sull'art. 18. La decisione e' stata votata oggi ed ha ricevuto 60 voti a favore, 21 contrari e 3 astenuti. ''Il nostro impegno per il si' -spiega una nota- non e' in contraddizione con gli obiettivi della Cgil e per noi resta indispensabile il ricorso allo strumento legislativo per estendere efficaci tutele a tutto il mondo del lavoro, compresi i lavori precari e non tutelati da nessuna legislazione''.
(Tes/Pe/Adnkronos)
30-APR-03136
"Vogliamo distruggere tutti quei ridicoli monumenti del tipo "a coloro che hanno dato la vita per la patria" che incombono in ogni paese e, al loro posto, costruiremo dei monumenti ai disertori. I monumenti ai disertori rappresentano anche i caduti in guerra perchè ognuno di loro è morto malidicendo la guerra e invidiando la fortuna del disertore. La resistenza nasce dalla diserzione"
Partigiano antifascista, Venezia, 1943