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    Post Referendum 2003: le ragioni per il SI



    1. Premessa

    Il referendum nel contesto sociale

    Il referendum per l’estensione dell’articolo 18 dello statuto dei diritti dei lavoratori (obbligo della riassunzione in caso di licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo) va inserito dentro il conflitto sociale, anzi ne rappresenta un primo sbocco politico concreto.
    Il referendum è una risposta in avanti allo straordinario movimento di lotta che è sceso in campo contro la pretesa di governo e Confindustria di peggiorare le norme di tutela dei licenziamenti e, al tempo stesso, indica una risposta più complessiva alla crisi sociale che stiamo vivendo. La proposta è, in sostanza, che i diritti sociali si difendono estendendoli a tutte e a tutti; che è possibile passare, dalla difesa delle conquiste dei decenni passati dall’incalzare arrembante delle politiche neoliberiste, all’offensiva, cercando di riunificate quelle realtà del mondo del lavoro e quei soggetti sociali che in questi anni sono stati divisi, disarticolati o addirittura contrapposti.
    Ci sono, a volte, passaggi decisivi che segnano il cambio di fase e vi sono battaglie che assumono un enorme valore simbolico proprio perché identificano quel momento di svolta.
    Il referendum per l’estensione dell’articolo 18 ha, quindi, un grande significato : può divenire elemento catalizzatore di una nuova stagione politica.
    Per questo, il referendum riguarda i diritti dei lavoratori, ma assieme a quelli, parla di una nuova stagione di diritti sociali. In un recente dossier sulla legge finanziaria, abbiamo analizzato compiutamente i dati della sofferenza sociale e la critica alle politiche neoliberiste imposte dal governo delle destre. Ricapitoliamo qui, sommariamente, quelle valutazioni, rimandando a quel lavoro gli elementi di approfondimento.

    L’ Italia: un Paese che si sta impoverendo

    Stiamo vivendo un significativo impoverimento della popolazione del nostro Paese, un impoverimento non neutro socialmente (colpisce, in particolare, i redditi popolari da lavoro dipendente e da pensione, aggravando le già violente discriminazioni, di genere, di nazionalità, di condizioni particolari legate all'età, alle infermità, alle disabilità) e non neutro geograficamente (si insedia con particolare asprezza nel sud e acuisce le differenze tra le diverse aree del Paese).
    L’evidenza di questo fenomeno è tale che ormai neanche i dati ufficiali degli Istituti di ricerca riescono a nasconderla.
    Quasi 2 milioni e 700 mila famiglie vivono al di sotto del limite di povertà, pari a quasi 8 milioni di persone.
    Di queste, il 66 % vivono nel Meridione, con una marcata tendenza all’acuirsi delle distanze tra il centro nord e il sud del Paese (fonte ISTAT: La povertà in Italia nel 2001).
    Verso la recessione economica

    L’economia italiana, al pari di quella internazionale, è entrata in una fase di stagnazione che minaccia di trasformarsi in aperta recessione.
    Nel corso del primo semestre di quest’anno la crescita economica è stata pari a zero. Le previsioni (ottimistiche) ipotizzano una crescita annua per il 2002 dello 0,4%-0,6%.
    Causa principale del forte rallentamento economico è il basso livello dei consumi delle famiglie, a cui fa seguito una dinamica negativa degli investimenti delle imprese.
    Le esportazioni sono in calo per la debole domanda estera. Siamo ad un passo da una crisi economica profonda e duratura.
    E’ questo il risultato di un decennio di politiche neoliberiste. In tutta l’area dell’euro il tasso di disoccupazione è tornato a salire (8,3% ad agosto, + 0,3% rispetto all’anno precedente).
    In Italia la situazione è ancora peggiore con un tasso di disoccupazione pari all’8,7%, concentrato in particolare nel Mezzogiorno (17,9%) e tra i giovani tra i 15 e i 24 anni (26,1% in Italia, addirittura 49% nel Sud). Il Governo Berlusconi è stato colto completamente impreparato dal peggioramento dell’economia. L’anno scorso il Governo prevedeva una crescita addirittura del 3% per il 2002 e fino al luglio scorso le stime governative indicavano una crescita più che doppia (1,3%) rispetto a quella reale.

    I prezzi tornano a salire…

    Sul fronte dei prezzi, la crescita segnalata dai dati ISTAT descrive una tendenza che, nella realtà, è assai più marcata, come dimostra l’esperienza reale di milioni di famiglie di lavoratori e pensionati. La polemica, rilanciata da tutte le associazioni dei consumatori, riguarda la composizione del paniere sulla cui base l’ISTAT rileva le variazioni dei prezzi e la diversa incidenza sociale e territoriale che gli aumenti hanno in relazione ai livelli di reddito familiare (in particolare a causa del peso maggiore che hanno determinati generi di consumo, quali l’alimentazione e la casa, per le fasce di redditi bassi).

    …e i salari e le pensioni rimangono al palo

    Negli ultimi dieci anni il valore reale delle retribuzioni nette è diminuito di oltre il 5%, mentre la produttività del lavoro (cioè la ricchezza prodotta da ogni lavoratore) aumentava in media del 2% all’anno (dati Banca d’Italia). Ad appropriarsi della nuova ricchezza prodotta sono stati esclusivamente il profitto e la rendita. Infatti, negli ultimi 20 anni, la quota del monte salari sul PIL diminuisce di quasi il 10% (dati Eurostat) e raggiunge i livelli degli anni 50. E’ stato questo il frutto perverso per i lavoratori e per i pensionati dell’abolizione della scala mobile. Fissando un tasso di inflazione programmata falso (pari all’1,4% nel 2003, contro un’inflazione reale attuale del 2,7%), a cui dovranno adeguarsi le dinamiche contrattuali, il Governo continua a ridurre il potere d’acquisto dei lavoratori e dei pensionati.
    Per il Mezzogiorno la situazione è ancora peggiore. Tra il 1989 e il 1998, le differenze nelle retribuzioni nette tra il centro nord e il sud passa dal 2% a quasi il 15%, l’incidenza dei bassi salari sul monte retribuzioni è cresciuta in tutto il Paese, ma in particolare nel Sud: si passa dall’8% omogeneo sull’intero territorio nazionale nel 1989 al 14% nel centro nord e al 28% nel Mezzogiorno alla fine degli anni 90 (Indagine di Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie italiane).

    In Europa: moneta e prezzi uguali, salari diversi

    Le differenze salariali tra il nostro Paese e i principali Paesi europei sono molto grandi e sono divenute evidentissime dopo l’entrata in vigore dell’euro, testimoniando una acuta differenza di potere di acquisto dei salari.
    Ormai, come dicono i dati sopra indicati, abbiamo prezzi omogenei a quelli dei principali Paesi europei mentre i nostri salari sono inferiori di circa un terzo.

    La politica industriale

    Si ripropone nel nostro Paese una grave situazione occupazionale che la propaganda del governo ormai non riesce a nascondere. Aumenta solo la precarietà del lavoro (gli incrementi dell’occupazione segnalano questa tipologia di assunzioni temporanee, attraverso le varie forme di precarietà introdotte in questi anni). Diminuisce, invece, il “lavoro buono”, quello stabile.
    Il caso FIAT mette in luce l’ assenza di una politica industriale nel nostro Paese, che non sia quella di favorire la finanziarizzazione dei capitali, le privatizzazioni delle industrie e dei servizi pubblici, i progetti di grandi opere inutili se non dannose per la vita sociale e per l’ambiente, la facilitazione per l’ingresso dei capitali delle multinazionali.

    La legge finanziaria

    La legge finanziaria aggrava ulteriormente tutti i dati della crisi: è una finanziaria che ha tagliato lo stato sociale direttamente (attraverso i tagli alla sanità e alla scuola) e indirettamente (attraverso i tagli alle regioni e agli enti locali), è una finanziaria che ha finto di dare qualcosa con la riduzione dell’IRPEF (aumenti ridicoli per i redditi più bassi, rimangiati con gli interessi dall’aumento dei prezzi, dai tagli allo stato sociale, dalla riduzione del potere di acquisto dei salari e delle pensioni) e ha dato largamente alle imprese con risorse a fondo perduto e con i condoni, è una finanziaria immorale e che ha avvantaggiato gli speculatori e chi ha imbrogliato, attraverso il varo del condono fiscale “tombale” e delle altre sanatorie (a partire da chi la illegalmente esportato i capitali all’estero), è una finanziaria recessiva perché non ha previsto alcun intervento in favore dell’occupazione e non ha proposto minimamente, a partire dalla vicenda emblematica della FIAT, alcun ruolo dell’intervento pubblico.

    Ma gli italiani non ci stanno

    Una recente indagine del CNEL “L’agenda degli italiani 2002”, i cui dati sono stati anticipati lo scorso 20 gennaio, getta una luce assai interessante sulle reali opinioni degli italiani in merito agli interventi necessari nelle politiche economiche e sociali. Esce uno spaccato del “Paese reale” assai diverso da quello rappresentato dal cosiddetto “Paese legale”.
    Dai dati del CNEL, emerge come la principale preoccupazione degli italiani sia il lavoro, che aumenta l’opposizione a una maggiore flessibilità delle imprese di licenziare o assumere (si passa dal 45% del 2001 al 52% nel 2002), mentre i favorevoli scendono dal 39% al 32%. Il 52% degli intervistati sono convinti che lo Stato debba garantire il lavoro mentre solo il 37% pensano che le imprese debbano essere libere di operare. Ben il 63% dei cittadini, ritiene che non si debba intervenire con modifiche sul sistema previdenziale e il 65% sono per il mantenimento della gestione pubblica della sanità contro le ipotesi di privatizzazione. Sulle dismissioni pubbliche e le privatizzazioni, i fautori sono appena il 16% e i contrari ben il 71%.
    Possiamo, così, comprendere come il senso profondo del referendum (l’estensione dei diritti del lavoro e di quelli sociali) vada incontro a un vero e proprio sentimento popolare. Dentro quel sentimento profondo, dobbiamo calare le nostre iniziative per il referendum.


    2. Lo statuto dei diritti dei lavoratori

    Lo statuto dei lavoratori è il risultato degli anni di grande fermento sociale e civile che vanno sotto il nome di autunno caldo.
    Sono gli anni del conflitto e del grande protagonismo operaio e della contestazione giovanile e studentesca, gli anni dei grandi conflitti industriali nelle fabbriche, gli anni della partecipazione, della spontaneità e della radicalità. Le lotte hanno come principali protagonisti: l’operaio massa, il lavoratore dequalificato impiegato nella produzione taylor-fordista, spesso immigrato dal sud, la cui rabbia e il cui disagio sociale si incontra con l’avanguardia operaia che ha resistito agli anni 50, grazie a una travagliata rielaborazione politica e alla capacità di proporre un coraggioso dibattito interno e lo studente massa, proveniente dalle classi meno abbienti, fino a poco tempo prima escluse dall’accesso all’istruzione superiore.
    Sono gli anni dell’unità sindacale. Il primo maggio del 1970, per la prima volta dal 1948, le tre confederazioni celebrano insieme la festa dei lavoratori e preparano, dopo decenni di aspri conflitti, il processo che nel 1972 porterà all’unificazione organizzativa.
    Sono gli anni dei consigli di fabbrica. La struttura sindacale vive in questi anni un processo di profonda trasformazione da cui nascono forme di rappresentanza dirette dei lavoratori, in grado di intervenire efficacemente nella messa in discussione dei livelli di sfruttamento nel posto di lavoro.
    La Statuto dei lavoratori garantisce il rispetto delle libertà costituzionali in fabbrica, promovendo e sostenendo la piena cittadinanza del sindacato nei luoghi di lavoro.
    L’articolo 18 integra la disciplina prevista dalla legge 604 del 1966 in materia di licenziamento individuale.
    Esso prevede che il giudice, rilevando l’inefficacia di un licenziamento perché privo di giusta causa o giustificato motivo possa ordinare al datore di lavoro di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro.
    Il valore principale dell’articolo 18 è nella sua funzione di contenere preventivamente un utilizzo disinvolto della procedura di licenziamento individuale da parte dei datori di lavoro. Anche se in Italia il numero dei licenziamenti individuali impugnati e conclusi con sentenza di accoglimento attraverso la reintegrazione è relativamente scarso, è evidente che l’abolizione dell’articolo 18, esporrebbe i lavoratori alla privazione delle tutele fondamentali e alla minaccia alla dignità personale.
    La tutela in materia di licenziamento rappresenta un principio di emancipazione e un valore decisivo ed è condizione essenziale per garantire il processo di sindacalizzazione nei posti di lavoro. Esso regola i rapporti di potere all’interno dell’impresa e attenua in parte lo squilibrio tra lavoratori e datori di lavoro.


    3. L’articolo 18

    In Italia non si licenzia?

    Non è assolutamente vero che in Italia non si licenzino i lavoratori. Secondo l’Istat, negli ultimi 10 anni, vi sono stati 2 milioni e mezzo di licenziamenti, con una media, quindi, di 250 mila licenziamenti all’anno. Questi licenziamenti rientrano nella stragrande maggioranza nella fattispecie dei licenziamenti collettivi, derivanti da processi di ristrutturazione aziendali.
    Va ricordato, invece, che l’articolo 18 può essere attivato esclusivamente nei casi dei licenziamenti individuali.

    Le norme sui licenziamenti

    Le norme che, nel nostro Paese, regolano i licenziamenti individuali dei lavoratori dipendenti, si differenziano a seconda della “soglia dimensionale” del datore di lavoro (il numero dei dipendenti dell’impresa), ad esclusione di situazioni assai particolari per le quali sussiste il cosiddetto regime di “libera recedibilità” (i dirigenti, i prestatori di lavoro domestico, gli sportivi professionisti, i lavoratori assunti in prova).
    La disciplina vigente distingue tra “tutela reale”, prevista dall’articolo 18 dello statuto dei diritti dei lavoratori e “tutela obbligatoria”, prevista dalla precedente normativa (la legge 604 del 1966).
    Nel primo caso (tutela reale), il datore di lavoro, nell’ipotesi di licenziamento illegittimo o ingiusto, ha l’obbligo di reintegrare il lavoratore (a meno che, quest’ultimo non preferisca farsi liquidare un’indennità sostitutiva della reintegrazione), nel secondo caso è il datore di lavoro che può scegliere tra reintegrazione e corresponsione di un’indennità, stabilita tra un minimo di 2,5 fino a un massimo di 6 mensilità dell’ultima retribuzione.
    Il primo caso (obbligo della reintegrazione - la cosiddetta “tutela reale”) si applica nei confronti dei datori di lavoro che occupino più di 15 dipendenti (ovvero 5 dipendenti per gli imprenditori agricoli) in ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo nel quale ha avuto luogo il licenziamento.
    Il secondo caso (cosiddetta “tutela obbligatoria”), si applica per le imprese fino a 15 dipendenti nonché ai datori di lavoro non imprenditori, che svolgono attività di natura politica, sindacale, culturale, di istruzione ovvero di religione o culto.

    A proposito di “giusta causa”o “giustificato motivo”

    L’articolo 18 parla di licenziamenti senza “giusta causa o giustificato motivo.”
    Cosa vogliono dire questi termini?
    Per giusta causa (art.2119 del codice civile), si intende il verificarsi di una causa che”non consente la prosecuzione anche provvisoria del rapporto di lavoro”. Il medesimo articolo del codice civile, stabilisce che non costituisce giusta causa il fallimento o la liquidazione dell’azienda (le due fattispecie rientrano nel concetto di “giustificato motivo”).
    La “giusta causa”, quindi, fa riferimento al ricorrere di fatti che, valutati oggettivamente e soggettivamente, sono tali da configurare una grave ed irrimediabile negazione degli elementi essenziali del rapporto di lavoro (possono, quindi, verificarsi anche esternamente alla sfera del contratto, per esempio una condanna penale del lavoratore).
    Per giustificato motivo (art. 3 della legge 604 del 1966) si intende un notevole inadempimento degli obblighi contrattuali del lavoratore (cosiddetto giustificato motivo soggettivo) ovvero ragioni inerenti l’attività produttiva, l’organizzazione del lavoro e il regolare funzionamento della stessa, come per esempio la soppressione di un reparto o di una lavorazione (cosiddetto giustificato motivo oggettivo).
    Frequentemente, nei contratti di lavoro di categoria si è provveduto alla tipizzazione delle condotte che legittimano il licenziamento per giusta causa o per giustificato motivo.
    E’, comunque, sempre l’autorità giudiziaria a valutare la legittimità o la giustificazione del licenziamento, dopo aver sentito le parti in causa.

    Il valore deterrente dell’articolo 18

    Possiamo citare a tale proposito la valutazione dei giuristi della consulta giuridica della CGIL a commento della delega al governo per il mercato del lavoro. Essi parlano di triplice valenza positiva dell’articolo 18:
    tTutela della dignità e della sicurezza del lavoratore al momento in cui perde il lavoro per un motivo ingiusto. Un licenziamento arbitrario non può essere compensato con un rimborso meramente economico (in più assai modesto e tale da non poter compensare il danno del licenziamento);
    tTutela preventiva del lavoratore contro la rappresaglia datoriale per esercizio da parte del lavoratore degli altri diritti sanciti dalle leggi e dai contratti di lavoro. In pratica, solo chi ha la ragionevole certezza di non subire la rappresaglia del licenziamento, possiede le condizioni oggettive per richiedere altri diritti negati (riconoscimento di mansioni, pagamento straordinari, misure di sicurezza ecc.);
    tEfficacia diffusiva delle migliori condizioni di lavoro. L’esercizio del fondamentale diritto a non essere licenziato ingiustamente favorisce la diffusione di norme di protezione e tutela anche in altri ambiti che regolano la vita lavorativa (salute, orario, agibilità sindacale ecc.)

    Come funziona in pratica?

    La reintegrazione è ordinata dal giudice con l’emanazione di una sentenza che dichiara inefficace il licenziamento per mancanza della forma scritta o della comunicazione, sempre in forma scritta, delle motivazioni del licenziamento o annulla il licenziamento, perché intimato senza giusta causa o giustificato motivo o, infine, dichiara nullo il licenziamento in quanto discriminatorio (perché motivato da ragioni di credo politico, religioso, razziali, di lingua, sesso ecc.). Con la medesima sentenza, che è immediatamente esecutiva, il datore di lavoro è condannato al risarcimento del danno, che non può essere inferiore a 5 mensilità di retribuzione globale. Fermo restando il suddetto risarcimento economico, il lavoratore ha la facoltà di chiedere, al posto della reintegrazione in servizio, la liquidazione di un’ulteriore indennità pari a 15 mensilità di retribuzione globale.

    Cosa cambierebbe con il referendum

    La vittoria del referendum estenderebbe anche alle imprese fino a 15 dipendenti l’applicazione della cosiddetta “tutela reale”, ovvero l’obbligo della reintegrazione in caso di licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo.
    Inoltre, si eliminerebbe la deroga prevista per partiti, sindacati, ordini religiosi e così via. Quindi, di fronte alla medesima ingiustizia, di un licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo (decretata da una sentenza emessa da un giudice), si avrebbe il medesimo diritto al risarcimento del “danno reale”, ovvero il reintegro in servizio (salvo la facoltà per il lavoratore di optare per un’indennità di 15 mensilità).

    Le modifiche del governo peggiorative all’articolo 18

    Come è noto, le destre al governo vogliono modificare in peggio l’articolo 18, introducendo una deroga alle tutele attualmente previste, che, nella sostanza prefigurano la cancellazione del diritto.
    Questo è il testo delle modifiche all’articolo 18, contenute nel cosiddetto “Patto per l’Italia” e che sono in discussione al Parlamento:
    “Ai fini del sostegno della occupazione regolare e della crescita dimensionale delle imprese, il governo è delegato ad emanare in via sperimentale uno o più decreti legislativi, entro il termine di un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge, nel rispetto dei seguenti principi e direttive:
    tAi fini della individuazione del campo di applicazione dell’articolo 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300, e successive modificazioni, non computo nel numero dei dipendenti occupati dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato, anche se a tempo parziale, o con contratto di formazione lavoro, instaurati nell’arco di tre anni dalla data di entrata in vigore dei decreti legislativi.”
    Tradotto in termini più semplici, ciò vuol dire che un’impresa che, in forza di nuove assunzioni, nell’arco del prossimo triennio, superi la soglia dei 15 dipendenti è comunque esclusa dal campo di applicazione dell’articolo 18.
    Si crea un “vulnus” gravissimo nella normativa esistente (a parità di dipendenti, non vi sarebbe più un’uguaglianza dei trattamenti) che prepara, evidentemente, una manomissione ancora più profonda della tutela della reintegrazione in servizio in caso di ingiusto o illegittimo licenziamento. Non solo, ma i dipendenti esclusi dal computo rimarrebbero tali anche una volta scaduto il periodo di sperimentazione. Ciò significa che verrebbe stabilita in modo permanente una differenza di trattamento e di diritti tra i lavoratori. Questo testo (disegno di legge 848 bis) è stato stralciato dalla delega sul mercato del lavoro, e deve essere ancora approvato dal Parlamento.
    Anche qui, il referendum sarebbe risolutivo: eliminando la soglia dei 15, cadrebbe la possibilità di qualsiasi deroga. Il si al referendum per l’estensione dell’articolo 18 allarga i diritti, affossa il “patto per l’Italia” e impedisce definitivamente la manomissione prevista nelle proposte di legge che il governo vuole fare approvare dal Parlamento.

    Il campo di applicazione dell’articolo 18 e della sua estensione

    A fronte di una media annua di 250 mila licenziamenti, le sentenze per la reintegrazione nel posto di lavoro sono meno di 1800 all’anno in tutta Italia (lo 0,72% del totale dei licenziamenti emessi). Questa cifra non deve trarre in inganno in quanto i licenziamenti individuali senza giusta causa o giustificato trovano una forte limitazioni proprio dall’esistenza dell’articolo 18 che li rende inefficaci .
    E’ evidente, inoltre, il significato simbolico connesso alla limitazione (o, al contrario, come vuole il referendum, all’allargamento) delle tutele previste dall’articolo 18 è fortissimo.
    Per fare un esempio, basti ricordare l’intervento di Craxi per l’eliminazione dei 4 punti di scala mobile congelati, agli inizi degli anni 80. Dal punto di vista economico, erano in gioco cifre modeste (infatti, per minimizzare, veniva affermato che si trattava di “un caffè al giorno”). Dal punto di vista simbolico, però, la cosa era incredibilmente importante: infatti, da quella prima manomissione, si è passati dopo pochi anni all’eliminazione totale della scala mobile e, quindi, a un più deciso attacco al potere di acquisto delle retribuzioni.
    Oggi si vuole percorrere la stessa strada della scala mobile: si inizia con una parziale manomissione oggi, per giungere alla cancellazione domani.
    Il referendum che estende le tutele dell’articolo 18, al di là del numero dei lavoratori coinvolti e delle sentenze che saranno emesse in futuro per la reintegrazione dei lavoratori ingiustamente e illecitamente licenziati, ha un fortissimo impatto simbolico: aumentare le tutele e le garanzie per una nuova stagione dei diritti sociali estesi a tutti.

    Quanti lavoratori sono coinvolti dall’estensione dell’articolo 18?

    In Italia, circa il 92% delle imprese conta meno di 15 dipendenti, quota di 2,23 volte superiore alla media europea, (e anche questo dovrebbe dire qualcosa circa l’arretratezza della struttura economica e della polverizzazione della produzione). La maggior parte delle imprese con meno di 15 dipendenti è collocata al sud (95% in Calabria, 94% in Sardegna e Sicilia), mentre i settori più interessati sono quelli delle costruzioni e dell’edilizia (il 60,6% dei dipendenti è in imprese sotto la soglia delle 15 unità). L’estensione dell’articolo 18 non si applicherebbe a tutte le “microimprese”, essendo moltissime di queste costituite da liberi professionisti, coadiuvanti familiari, con contrattazione atipica e così via. L’estensione dell’articolo 18 riguarderebbe direttamente le figure di lavoro dipendente in imprese con meno di 16 dipendenti (secondo le varie stime tra 3 milioni e 3 milioni e 500 mila lavoratori, che si aggiungerebbero ai circa 9 milioni oggi tutelati).
    Naturalmente, l’estensione dell’articolo 18 non ha solo un enorme valore politico simbolico.
    Riguarda direttamente una porzione di lavoratori (circa tre milioni e mezzo) ma parla, più generalmente, del tema dell’allargamento dei diritti a tutti i lavoratori esclusi dalle tutele (circa 14 milioni, il 62% del totale degli occupati), indipendentemente dalla tipologia contrattuale con la quale sono stati assunti.

    4. A proposito del referendum, ma è proprio vero che…

    …si irrigidirebbe il mercato del lavoro mentre invece serve maggiore flessibilità

    La flessibilità del lavoro con il referendum non c’entra nulla. Il tema del referendum, infatti, riguarda esclusivamente la disciplina dei licenziamenti individuali mentre il tema della flessibilità è regolato da altre norme e leggi.
    E’ chiaro, però, che il referendum solleva un problema più generale. Qui, lo scontro contro i liberisti di destra e di centro sinistra deve essere condotto a viso aperto. C'è già troppa flessibilità: in Italia è tra le più elevate d'Europa e noi la contrastiamo per affermare i diritti sul lavoro e del lavoro. Attraverso il referendum si vuole, quindi, affrontare criticamente il tema della precarizzazione delle condizioni di lavoro. Il tema dell’allargamento delle tutele dell’articolo 18 alle piccole imprese parla dell’apertura di una nuova stagione di diritti del lavoro e di diritti sociali. Si collega, per esempio, alla proposta di salario minimo intercategoriale e allo stabilire una soglia di diritti di cui debbono godere tutti i lavoratori, a prescindere dalla tipologia del contratto (deve riguardare, quindi, i cosiddetti co.co.co, i soci lavoratori ecc.). Effettivamente, quindi, proponiamo l’introduzione di nuove rigidità contro la precarietà determinate dalle politiche neoliberiste.
    Nel Parlamento è stata approvata la “legge delega” sul mercato del lavoro, tratta dal cosiddetto “libro bianco” del ministro Maroni. E’ un intervento totalmente destrutturante dell’insieme delle garanzie e delle tutele del lavoro. Con la sua approvazione la precarietà si estende fino a farne l’elemento sostanziale di qualsiasi rapporto di lavoro: si liberalizza il collocamento, si cancella la norma che vieta l’intermediazione di mano d’opera e si introducono nuove flessibilità come il lavoro a chiamata, il “lavoro in affitto” viene ulteriormente ampliato e reso condizione stabile di lavoro. In uno stesso stabilimento, addirittura nel medesimo reparto, potranno essere impiegati perennemente lavoratori con stipendi, orari, condizioni di lavoro e tutele del tutto differenti tra loro. In pratica, si arriva all’obiettivo di eliminare il contratto nazionale di lavoro. Anche, rispetto a questo intervento, il referendum costituisce un argine di grande valore politico proprio perché indica una strada opposta: rendere il lavoratore titolare di diritti fondamentali e inalienabili, indipendentemente dal tipo di azienda e dalla condizione contrattuale.

    …aumenterebbe il lavoro nero

    Il lavoro nero in Italia c’è ed è due volte superiore a quello di Francia e Germania. Secondo i dati forniti dagli istituti di ricerca, l’economia che è sorretta dal lavoro nero si aggira a quasi il 25% del Prodotto Interno Lordo. L’evasione contributiva in Italia è di alcune decine di migliaia di miliardi di vecchie lire (almeno 20 milioni di euro) e i dati delle poche ispezioni che vengono effettuate dimostrano che, specialmente nell’edilizia, il ricorso al lavoro nero è superiore al 50%.
    Non è un caso che l’Italia è, tra i Paesi con maggiore ricchezza in Europa, quello con la più alta incidenza di incidenti e morti sul lavoro (oltre 1000 l’anno).
    Eppure, oggi, non c’è l’estensione dell’articolo 18.
    Il lavoro nero, in realtà, si va estendendo a causa della politica del governo delle destre. Quando si approvano in Parlamento tutta una serie di condoni e di sanatorie in favore dell’evasione fiscale, anche di quella contributiva, il messaggio è chiaro: è un incentivo ad evadere e ad aggirare le normative sulla regolarità del lavoro. Il risultato di tutte le sanatorie e dei cosiddetti incentivi all’emersione è stato insignificante. Il lavoro nero si contrasta con le leggi, gli strumenti per applicarle, gli Ispettorati del lavoro, la sindacalizzazione, efficaci politiche del lavoro, ecc.
    Inoltre, purtroppo, esistono molte forme giuridiche di rapporto di lavoro diverso dal tempo indeterminato, ma neppure a queste accedono quanti sfruttano il lavoro nero. La vittoria del referendum non estenderà l'area del lavoro nero, al contrario estendendo la tutela fondamentale del diritto al reintegro se licenziato ingiustamente, favorirà la sindacalizzazione e, quindi, l’introduzione di tutele maggiori.
    Servirà, anche, solo per fare un esempio molto concreto, a dare la possibilità a un lavoratore di una piccola impresa (quelle dove si condensano il maggior numero di morti bianche) di poter rivendicare le norme sulla sicurezza senza correre il rischio di essere licenziato.

    …danneggerebbe l’economia

    Questa critica è veramente assurda. Cosa c’entra, infatti, una norma che tutela i lavoratori dai licenziamenti ingiustificati con lo sviluppo economico del Paese? In realtà, chi avanza questa obiezione lo fa in nome di un ragionamento che possiamo così sintetizzare: lo sviluppo economico ha bisogno che vengano tolti tutti i “lacci e laccioli” che vincolano la libertà dell’impresa di competere sul mercato globale.
    Parliamo, quindi, dell’impianto fondamentale delle politiche neoliberiste: privatizzare qualsiasi forma di intervento pubblico, liberalizzare il mercato da qualsiasi regola, inseguire il costo del lavoro al più basso livello possibile, deregolamentare tutele e garanzie del lavoro, estendendo ogni forma di precarietà possibile.
    Contro questa impostazione, anche con il referendum, avanziamo una critica di fondo e lanciamo una sfida aperta.
    Questa politica, infatti, è allo stesso tempo iniqua e sbagliata, crea ingiustizie e disuguaglianze e neanche è in grado di saper affrontare i nodi di fondo dello sviluppo economico.
    Infatti, come abbiamo già detto precedentemente, siamo entrati in fase di stagnazione e di vera e propria recessione. In Europa sale il tasso di disoccupazione e si riduce la domanda a causa della perdita del potere di acquisto delle retribuzioni, cresce la fascia della popolazione che vive sotto la soglia della povertà (ormai 8 milioni di persone) che comprende, ormai, non solo i disoccupati e i pensionati al minimo ma, anche, porzioni crescenti di lavoratori dipendenti (basta leggere i dati recenti dell’indagine dell’Eurispes).
    Il caso della FIAT è emblematico. L’azienda torinese, in questi anni, ha potuto fare ciò che voleva: attraverso le ristrutturazioni ha potuto drasticamente ridurre la forza lavoro e ha introdotto forme estreme di flessibilità (vedi Melfi), ha goduto di ingenti finanziamenti pubblici: il risultato è sotto l’occhio di tutti, la crisi e il fallimento. Il punto di fondo è che le politiche neoliberiste hanno fallito nella promessa fondamentale che, tagliando regole e garanzie e ogni forma di controllo pubblico, si sarebbe assicurato sviluppo e progresso.
    Occorre cambiare quella politica: un nuovo intervento pubblico, regole e garanzie per tutti i lavoratori, sottrarre alla logica del profitto i beni e i servizi essenziali (l’acqua, l’energia, i trasporti ecc.).
    L’estensione dell’art. 18, inoltre, coglie un elemento fondamentale collegato ai processi di ristrutturazione dell’apparato produttivo: diminuiscono gli occupati nelle grandi imprese e le produzioni vengono sempre di più polverizzate (a questo proposito, si vedano i dati dell’allegato 1) sono sempre meno i lavoratori tutelati dal diritto al reintegro in caso di licenziamento ingiustificato e si espande l’area della non tutela. Il referendum coglie, quindi, un elemento fondamentale delle modificazioni intervenute nel mondo del lavoro. A chi, poi, parla tanto di Europa, va ricordato che la Carta Europea, approvata a Nizza (malgrado i limiti e i difetti che contiene e che sono tali da determinare la nostra opposizione), prevede che :
    "OGNI LAVORATORE HA DIRITTO ALLA TUTELA CONTRO OGNI LICENZIAMENTO INGIUSTIFICATO" e non fa alcuna distinzione tra pubblico e privato, tra aziende con più o meno di 15 dipendenti, tra lavoratori a termine o a tempo indeterminato, tra subordinati e atipici. Inoltre afferma, art.51,1, che l'esercizio del diritto deve essere effettivo e non mera enunciazione di principio.

    …si creerebbero enormi difficoltà alle piccole imprese, che non potrebbero più licenziare

    E’ assolutamente falso che estendere l’articolo 18 impedirebbe alle imprese di licenziare. Chi usa questo argomento fa disinformazione. In Italia, si fanno circa 250.000 licenziamenti l’anno e, di questi, meno dell’1% è sanzionato attraverso lo Statuto dei diritti dei lavoratori. L’articolo 18, infatti, riguarda solo i licenziamenti individuali senza giusta causa o giustificato motivo, circostanza che viene accertata dal giudice attraverso un’udienza nella quale le parti hanno la facoltà di far sentire le proprie ragioni.
    Come ricordato, il valore principale dell’articolo 18 consiste nel prevenire comportamenti scorretti da parte dei datori di lavoro.
    Se, come dicono le associazioni di categoria delle piccole imprese e delle associazioni artigiane: “Nelle microimprese, al di sotto dei 15 dipendenti, a differenza di quanto sostengono i referendari, non sono mai venuti meno i diritti fondamentali e non ci sono stati licenziamenti individuali indiscriminati” (comunicato del 17 gennaio 2003 della Cgia - Associazione artigiani e piccole imprese), perché tanta ostilità all’estensione dell’articolo 18 che si applica esclusivamente a quella tipologia di licenziamenti?
    Se, inoltre, dalla propaganda si passa alla realtà dei fatti (si veda l’allegato n. 2), si vede come, in realtà, l’estensione dell’articolo 18 riguarda direttamente solo i lavoratori dipendenti in imprese sotto i 16 dipendenti (compresi tra circa 3 milioni e 3 milioni e mezzo di lavoratori), mentre la maggior parte delle imprese artigiane, commerciali e dei lavoratori autonomi (le piccolissime imprese) hanno rapporti di lavoro che non rientrano nella categoria “lavoratori dipendenti”.
    Quindi, anche l’accusa contenuta in un recente articolo di Eugenio Scalfari (“diverrebbe impossibile rompere il rapporto di lavoro nell’azienda familiare della fioraia che divorzia dal marito”) rimane solo una battutaccia un po’ misogina ma, nel merito, è irrisoria e pretestuosa.
    Esiste certamente un problema di aiuto alle piccole imprese e all’artigianato. La questione, però, non può essere risolta con la diminuzione dei diritti. Al contrario, sono necessarie misure di politica economica e industriale a favore delle piccole e medie imprese come, ad esempio, la creazione di utili infrastrutture sul territorio, la riforma dell’accesso al credito bancario, l’estensione degli ammortizzatori sociali nei periodi di crisi, la garanzia di una formazione dei lavoratori garantita dal sistema.

    …divide le sinistre

    Potremmo semplicemente rispondere che sarebbe importante che tutte le sinistre si unissero per sostenere il si, tanto più che il governo ha deciso di scendere in campo direttamente guidando i comitati per il no. Se, infatti, si è condotta la battaglia contro il governo, sostenendo che l'art. 18 è un elemento di civiltà, perché non è giusta la battaglia per estenderlo a quella metà di forza lavoro che non ha mai avuto questa protezione? La civiltà non si ferma al di sotto di una soglia.
    In realtà il centro sinistra è diviso sulle questioni del lavoro, del mercato del lavoro e della democrazia sui luoghi di lavoro. Le ipotesi di D'Alema e quelle contenute nella proposta di legge Amato-Treu non sono alternative a quelle del libro bianco di Maroni e sono assai diverse da quelle avanzate dalla CGIL e da altri esponenti dei DS.
    Il centro sinistra si è diviso nel giudizio sullo sciopero generale della Cgil. Le divisioni attraversano i sindacati, Cgil e Cisl Uil e anche quelli dei meccanici.
    La CGIL ha scelto di dividersi dalla CISL e dalla UIL e ha fatto degli scioperi generali in contrasto con gli altri sindacati confederali.
    La FIOM ha presentato una piattaforma sindacale per il rinnovo del contratto differente da quella presentata dagli altri sindacati metalmeccanici.
    Tutto questo avviene indipendentemente dall'esistenza o meno del referendum. Anche nei confronti del referendum, le posizioni del centro sinistra sono assai diversificate (si va da un no secco di Fassino e Rutelli, al ritenere valide le finalità dei referendari senza condividere lo strumento del referendum, come nel caso di Cofferati, alla dichiarazione a favore del si di molti esponenti della sinistra DS per giungere al sostegno pieno, fin dall’inizio, di un’altra parte della sinistra DS, l’area di Salvi e dei Verdi).
    L’unità tra le sinistre non si costruisce sulla base di uno schieramento pregiudiziale e a prescindere dai contenuti concreti ma, al contrario, sulla base delle scelte di fondo, va costruita la più ampia unità. I promotori del referendum appartengono già a uno schieramento pluralistico (Rifondazione Comunista, i Verdi, Socialismo 2000, la FIOM, la sinistra della CGIL, i COBAS, le RdB, altre organizzazioni sindacali di base, associazioni e comitati). Questo schieramento si è ulteriormente allargato e sono già diversi gli esponenti della sinistra politica, sindacale e di movimento che si sono schierati. Nelle realtà territoriali, interi settori di delegati di posti di lavoro e di strutture territoriali sindacali si pronunciano per il si. Anche le organizzazioni sindacali confederali, in primo luogo la CGIL, pur nella distinzione della posizione, mantengono un’attenzione e hanno rifiutato di fare la campagna per il no.
    Il referendum esprime, quindi, una grande spinta unitaria per il cambiamento.

    …non tutela i lavoratori con contratti atipici

    Questa critica è davvero un po’ “pelosa” allorché ci viene rivolta da quanti (è il caso di molti esponenti del centro sinistra) non hanno alcuna intenzione di estendere le tutele.
    Noi sappiamo bene che l'effetto giuridico, in caso di vittoria del referendum, amplia i diritti solo al lavoro a tempo indeterminato ( e si parla di una cifra consistente, tra i 3 e 3 milioni e mezzo di lavoratori). Ma, questo, per noi, è solo il primo passo: fin dall'inizio il referendum è stato promosso con l'obiettivo di unificare sul terreno dei diritti tutto il mondo del lavoro, incluso quello con contratti atipici. Consideriamo il SI al referendum, quindi, un passo concreto e gigantesco verso un si ad una legge che estenda le tutele ai lavoratori e lavoratrici con contratti diversi dal tempo indeterminato. Sono presenti proposte di legge in Parlamento, presentata da Rifondazione e da altri esponenti della sinistra DS, e la Cgil ha raccolto circa 5 milioni di firme con l'impegno a proporre una legge di iniziativa popolare per estendere un arco di diritti ai lavoratori oggi non tutelati.
    Questo obiettivo, per ragioni sociali e politiche, di materiali condizioni di vita di milioni di persone (in particolare, giovani e donne) con lavori incerti , senza diritto al posto di lavoro, previdenza, ferie, malattia, salario minimo garantito, è sicuramente importante quanto la stessa estensione dell'art.18 e certamente altrettanto dirompente.
    Questo obiettivo è, però, lontanissimo dalla possibilità di essere recepito da un Parlamento dominato dalle destre e, nel quale, anche una parte consistente del centro sinistra è ostile.
    Oggi, grazie al referendum, è veramente possibile imprimere una svolta.
    La vittoria al referendum è una vittoria per tutti perché apre una nuova stagione dei diritti: questo è il messaggio decisivo che il referendum consegna alle coscienze dei lavoratori e dei cittadini italiani, in altre parole, i diritti si estendono a tutti e tutte o verranno complessivamente ridotti.
    Votare Si è primo passo in questa direzione, va controcorrente perché estende diritti quando il Governo vuole comprimerli anche nelle grandi fabbriche e pone le basi per estenderli a tutti e tutte.

    …lo strumento del referendum è sbagliato, sarebbe meglio una legge

    E’ un’argomentazione assai pretestuosa e del tutto fuori tempo: oggi che il referendum c'è, che senso ha la separazione tra obiettivo e strumento?
    Inoltre, il referendum è uno strumento dato dalla Costituzione per abrogare leggi esistenti o parti di esse: il voto popolare può quindi svolgere una vera funzione legislativa in forma che viene definita di democrazia diretta in quanto può pronunciarsi anche in contrasto con le rappresentanze elette, cioè il Parlamento. Esiste una proposta maggiormente realistica? Non sarebbe meglio, oggi che il referendum è stato dichiarato valido e manca solo l’indicazione della data, che tutti coloro che condividono le intenzioni del referendum si uniscano per far vincere il SI?
    La vittoria del SI al nostro referendum non lascia alcun vuoto legislativo: la tutela del reintegro si applica semplicemente a tutti i lavoratori dipendenti, senza, quindi, alcun riguardo al numero degli addetti.
    Le proposte di legge presentate dal centro sinistra, occorre ricordarlo di nuovo, sono tra loro assai diverse e si muovono in direzioni contrastanti: per fare un solo esempio, la proposta contenuta nel disegno di legge Amato - Treu è assai diversa da quella presentata da alcuni esponenti della sinistra DS e dalla medesima proposta CGIL. In ogni caso (oltre alla valutazione nel merito) è evidente che, con l'attuale maggioranza parlamentare, nessuna legge proposta dall'opposizione può essere approvata . L’unica legge che l’attuale Parlamento, visti i rapporti di forza, potrebbe essere costretto ad approvare è quella peggiorativa che il governo ha presentato, come la legge delega che estende la precarietà del lavoro, recentemente approvata, dimostra chiaramente. Quindi, anche chi preferirebbe un intervento legislativo per aumentare le tutele del lavoro in caso di licenziamento illegittimo non può che convenire che l’unica possibilità è data dalla vittoria referendaria.


    5. Conclusione

    Al fondo delle critiche, c’è una valutazione politica che va affrontata direttamente: tutti gli argomenti a favore del referendum sono giuste, però alla fine si perde.
    E’ la sindrome della sconfitta, malattia senile di una sinistra che ha smarrito la propria identità e ha deciso di non proporsi come alternativa di fondo alle destre, finendo per assumerne i riferimenti di fondo nelle grandi scelte di politica economica e sociale.
    Senza voler parlare a nome dei lavoratori, è lecito affermare che la grande maggioranza è favorevole all'estensione del diritto a non essere licenziato ingiustamente e che, se correttamente informata, possiamo conquistare il consenso della maggioranza dei cittadini. Nel contenuto, chi mai può essere favorevole ad un licenziamento e per giunta ingiustificato? Tutti i sondaggi, finora pubblicati, parlano chiaramente di una maggioranza favorevole a recarsi al voto e di un orientamento degli elettori assai diverso da quello del “cielo della politica”.
    Dunque, esiste una maggioranza sociale favorevole al SI e una grande attenzione sul terreno dei diritti, prodotta dalle mobilitazioni dello scorso anno, (dalla manifestazione del 23 marzo a Roma agli scioperi generali , promossi dalla Cgil).
    Il governo, al contrario, è sceso direttamente in campo per guidare direttamente i comitati per il no. Già questa circostanza, non chiarisce le cose?
    All’inizio di questo documento, abbiamo parlato di una recente ricerca del CNEL, “L’agenda degli italiani 2002” in cui si rende chiaro come il Paese reale la pensa assi diversamente dal Paese legale nel merito di scelte fondamentali come il sistema previdenziale, la sanità, le privatizzazioni. Così come sulla guerra, la maggioranza degli italiani, la pensa diversamente da chi la governa.
    Sarebbe necessario che tutte le sinistre, e più in generale le opposizioni, si mettessero in sintonia con questo vero sentimento popolare. Questo facciamo con il referendum per l’estensione dell’articolo 18 contro i licenziamenti ingiustificati.
    Il nodo dello scontro è chiaro e semplice: andare nella direzione dell’estensione dei diritti sociali o, al contrario, alla loro ulteriore compressione e a un ulteriore inasprimento delle politiche neoliberiste che già tanti danni hanno recato alle classi popolari e all’intera società.
    “Un nuovo mondo possibile”, nel nostro Paese, passa anche dall’esito del referendum.
    "Vogliamo distruggere tutti quei ridicoli monumenti del tipo "a coloro che hanno dato la vita per la patria" che incombono in ogni paese e, al loro posto, costruiremo dei monumenti ai disertori. I monumenti ai disertori rappresentano anche i caduti in guerra perchè ognuno di loro è morto malidicendo la guerra e invidiando la fortuna del disertore. La resistenza nasce dalla diserzione"

    Partigiano antifascista, Venezia, 1943





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    1. Che cos’è l’elettrosmog?

    Il principio di cautela o precauzione (ormai acquisito a livello comunitario come principio ispiratore delle politiche di prevenzione) afferma “occorre usare con prudenza e cautela tutte quelle tecnologie che non risultano essere sicuramente innocue, superando il criterio corrente per il quale va ammesso l’utilizzo di processi e prodotti finché non sia dimostrata la loro nocività.”
    Quindi, una moderna legislazione di tutela sanitaria e ambientale inverte l’onere della prova: per intervenire con norme di protezione non occorre dimostrare che un prodotto o una tecnologia è sicuramente dannosa, occorre dimostrare, al contrario, che è sicuramente innocua. A questa impostazione, in linea con la più avveduta ricerca in campo scientifico, sia sperimentale che epidemiologica, si oppone la difesa degli interessi delle imprese (le società elettriche e delle telecomunicazioni) e delle lobbies che ne difendono gli interessi.
    Il problema nasce per i cosiddetti effetti a lungo termine, derivanti dalle esposizioni prolungate anche a basse dosi (per esempio una abitazione che è situata vicino a un elettrodotto o un impianto di radiotrasmissione (ripetitori, radar ecc.). Tali effetti non sono definiti “deterministici” (ovvero non c’è un rapporto automatico di causa ed effetto per ogni soggetto esposto) ma sono “stocastici”, cioè rilevati dalle indagini epidemiologiche sulle popolazioni esposte (tali indagini dimostrano un aumento della probabilità di ammalarsi o contrarre disturbi, anche per esposizioni a dosi centinaia di volte inferiori a quelle stabilite per proteggersi dagli effetti immediati). Da qui, la distinzione tra “effetti acuti”, ovvero limiti da non superare per qualsiasi tipo di esposizione anche brevissima ed effetti a lungo termine, ovvero limiti da non superare per esposizioni prolungate, al fine di prevenire indesiderati effetti a lungo termine.
    Per le basse frequenze (gli elettrodotti), che sono tecnologie usate da più anni, l’indagine epidemiologica ha dimostrato un aumento dell’incidenza di patologie anche gravi quali la leucemia infantile. Tali effetti sono evidenziati dalle indagini più recenti anche dalle più recenti tecnologie legate alle alte frequenze (ripetitori, trasmettitori, ecc.).
    Per usare un esempio: nel caso dell’amianto, le prime indagini, pubblicate sulle riviste scientifiche, che dimostravano una correlazione tra l’uso di quel materiale e l’insorgenza di gravi malattie, quale il tumore, risalgono agli anni 30 ma l’intervento legislativo è arrivato solo dopo decenni, con tutte le conseguenze gravissime sulla salute dei lavoratori e dei cittadini.

    2. Qual è la situazione legislativa sull’elettrosmog?

    La legge quadro (n. 36 del febbraio 2001), prevedeva che entro 60 giorni dalla sua pubblicazione dovessero essere varati i decreti attuativi della medesima, in particolare in relazione all’individuazione dei limiti di esposizione (limiti da non superare in qualsiasi condizione espositiva, ovvero limiti per i cosiddetti effetti acuti), dei valori di attenzione (ovvero limiti da non superare ovunque la popolazione risiede, ovvero limiti per la protezione dai possibili effetti a lungo termine) e degli obiettivi di qualità (valori per la minimizzazione delle esposizioni, quindi limiti per i nuovi impianti e per il risanamento degli impianti dove si superano i valori di attenzione). Tali decreti dovevano, quindi, essere emanati entro aprile del 2001. I testi erano già predisposti e prevedevano per gli elettrodotti il valore di attenzione di 0,5 micro tesla e l’obiettivo di qualità di 0,2 micro tesla; per le alte frequenze si prevedeva l’obiettivo di qualità di 3 volt metro. Questi decreti non sono stati varati dal governo di centro sinistra malgrado, come detto, i testi avessero già avuto un via libera da parte delle commissioni parlamentari e il governo si fosse impegnato formalmente, in sede di approvazione finale della legge, a rispettare rigorosamente i tempi previsti.
    I poteri, in particolare degli enti locali, di varare regolamenti per la minimizzazione delle esposizioni delle popolazioni si fondano su una serie di riferimenti giuridici. Qui di seguito si citano quelli più specifici:
    il comma 1 dell’articolo 4 del decreto 381 del 1998, afferma che gli impianti vanno progettati e realizzati tendendo a minimizzare l’esposizione della popolazione;
    le linee guida applicative del medesimo decreto 381 del 1998 chiariscono come il concetto di obiettivo di qualità (collegato evidentemente a quello di “minimizzazione” delle esposizioni) implica la possibilità dell’assunzione di misure di protezione ulteriori, anche se sono già rispettati i limiti di esposizione e i valori di cautela;
    l’articolo 2 bis della legge 189/97, stabilisce che le infrastrutture che generano campi elettromagnetici debbono essere sottoposte ad opportune procedure di valutazione di impatto ambientale (sentenze del Consiglio di Stato precisano come tali procedure debbano essere regolate dalle regioni);
    il comma 6 dell’articolo 8 della legge quadro (legge n. 36 del 2001), afferma esplicitamente come i comuni possano dotarsi di regolamenti per il corretto inserimento urbanistico degli impianti e per la minimizzazione delle esposizioni delle popolazioni;
    il decreto legge 5 gennaio 2001, n 5 (“Disposizioni urgenti per il differimento dei termini in materia di trasmissioni radiotelevisive analogiche e digitali, nonché per il risanamento di impianti radiotelevisivi), ha confermato pienamente i poteri degli enti locali in materia urbanistica ed edilizia per quanto riguarda l’installazione degli impianti di telefonia mobile anche ai fini della tutela della salute.
    Questi riferimenti normativi, quindi, rappresentano la base giuridica che fonda la possibilità per i comuni di dotarsi di regolamenti che migliorino le condizioni espositive delle popolazioni residenti. Si tratta, in pratica, di riferirsi al concetto di minimizzazione delle esposizioni che non è, evidentemente, un termine letterario, bensì un concetto presente nella legge e che è responsabilità delle amministrazioni locali applicare concretamente.


    3. Il governo delle destre

    Sono gravi le responsabilità del governo di centro sinistra nel non aver dato attuazione alla legge sull’inquinamento elettromagnetico con il varo dei decreti attuativi. Detto questo, occorre denunciare con grande forza il tentativo messo in atto dalle destre di azzerare ogni normativa di protezione in materia di elettrosmog.
    Questi sono gli atti messi in campo dal governo:
    tha ritirato i decreti attuativi che il precedente governo aveva predisposto e non varato e ne ha presentato altri che elevano i limiti notevolmente (si passa da 0,2 a 5 microtesla). In tal modo, non ci sarebbe bisogno di risanare alcuna linea elettrica in Italia. I limiti proposti dal governo di destra sono, in pratica, quelli che vogliono le imprese per non spendere neanche una lira per il risanamento e continuare a fare tutto come prima;
    tha emanato un decreto legislativo (decreto Gasparri) per impedire alle Regioni e ai Comuni di varare normative e regolamenti che impongano criteri più restrittivi alle imprese per la localizzazioni degli impianti. Questo decreto che, giustamente, è stato definito “libertà d’antenna” ha l’obiettivo specifico di bloccare i regolamenti dei comuni e ogni altra iniziativa in sede locale, deregolamenta (per esempio introducendo il principio del silenzio assenso e la possibilità dell’utilizzo della procedura di inizio di attività) le norme di autorizzazione. Addirittura, in un articolo, afferma testualmente: “l’operatore di telecomunicazioni incaricato del servizio può agire direttamente in giudizio per far cessare eventuali impedimenti e turbative al passaggio e all’installazione delle infrastrutture.”
    Il significato è semplice ed esplicito: libertà d’antenna per le imprese. E’ l’affare UMTS (i telefonini di nuova generazione) che preme e chiede una liberazione da ogni condizionamento.
    Il messaggio è altrettanto chiaro: tu comitato che ti batti contro una installazione che ritieni dannosa, stai bene attento, ora la tua opposizione può essere considerata “reato di impedimento o turbativa”. Allo stesso modo, l’avvertimento è per le amministrazioni locali: se vari un regolamento che detta condizioni alle installazioni, da oggi, a giudizio dell’impresa, quello può essere considerato “impedimento o turbativa” e tu puoi essere direttamente citato in giudizio.
    Contro questo decreto, che è una patente violazione delle prerogative delle Regioni e dei comuni, costituzionalmente garantite in materia di governo del territorio, pende il ricorso di molte Regioni (anche governate dal centro destra) .

    4. C’entra tutto questo con il referendum proposto sull’elettrosmog?

    Si c’entra moltissimo. Con il referendum si propone l’abrogazione di una norma vecchissima, un regio decreto che prevede l’esproprio per il passaggio degli elettrodotti. E’ anche attraverso questa norma che a molti cittadini, associazioni e comitati è impedito di opporsi al passaggio di elettrodotti che corrono troppo vicini alle abitazioni o che deturpano il paesaggio. Ma c’è, ovviamente, un problema di fondo che viene sollevato. Il problema è il chi decide. C’è una linea, quella che il governo delle destre ha preso chiaramente, la quale afferma che l’impresa è il “dominus” cui tutto va subordinato, anche il diritto alla salute. Coerentemente a questa impostazione, il governo delle destre ha varato il decreto legislativo di cui sopra e che, con il pretesto di accelerare la realizzazione delle infrastrutture, in realtà ha l’obiettivo di togliere ogni possibilità di intervento alle comunità locali, intese sia nel senso di cittadini organizzati in comitati e associazioni sia nel senso di poteri locali. Secondo questa impostazione, l’impresa decide secondo i suoi interessi, fa i progetti, li presenta e il comune ci mette sopra il timbro (anzi, neanche è più necessario quello, perché introduce, in relazione alle richieste delle imprese, il criterio del silenzio assenso).
    Attraverso l’abrogazione di quella norma sulla servitù di elettrodotto (regio decreto 11 dicembre del 1933, n. 1775), da un lato si da uno strumento concreto di battaglia ai comitati che si battono contro la costruzione di nuove linee che non rispettino i criteri di tutela ambientale o che passano vicino alle abitazioni, dall’altro si da uno scossone contro la pretesa del governo di affossare la normativa di protezione contro l’elettrosmog e di impedire alle Regioni e ai comuni di tutelare con propri regolamenti l’ambiente e la salute.

    5. Alcune domande sull’elettrosmog e il referendum

    Se gli scienziati sono divisi e non esiste certezza sui danni dell’elettrosmog, non sarebbe meglio aspettare prima di intervenire con norme di protezione?

    Non è vero che la comunità scientifica è divisa. Il punto non è che esiste una controversia sui danni prodotti dall’elettrosmog. Ciò che ancora non è definito è il nesso di causalità. Si può citare, per riferirsi a documenti ufficiali degli Istituti pubblici, questo brano tratto da un documento dell’Istituto Superiore di Sanità: “Gli studi epidemiologici suggeriscono un’associazione tra l’esposizione residenziale a campi magnetici a 50 Hz, generalmente valutata in modo indiretto, e la leucemia infantile. Il nesso di causalità, tuttavia, non è dimostrata.” Dire che i risultati di un’indagine non siano ancora conclusivi non vuol dire che siano contrastanti. La correlazione tra l’esposizione e il danno alla salute è dimostrata, quello che va ancora approfondito è il nesso biologico di causa ed effetto. La necessità di agire è ammessa dallo stesso Istituto Superiore di Sanità che scrive: “L’esistenza di margini di incertezza non viene negata, ma se ne tiene conto esplicitando il fatto che nella definizione degli standard si sta adottando un atteggiamento di tipo cautelativo. In campo ambientale infatti sono la regola e non l’eccezione le situazioni nelle quali i dati scientifici sono insufficienti per sostenere una conclusione, e nonostante questo una decisione va presa.”

    L’elettrosmog è conseguenza dello sviluppo tecnologico da tutti desiderato. Perché lamentarsi di conseguenze negative estremamente limitate a fronte di progressi tecnologici nelle telecomunicazioni così prodigiosi?

    Non si tratta di impedire lo sviluppo delle tecnologie. Il punto del confronto non è quello. Il nodo dello scontro è impedire il “far west” delle installazioni, ovvero porre delle regole e delle garanzie che tutelino gli interessi collettivi, primi fra tutti la salute e l’ambiente. D’altra parte, anche per altri fattori inquinanti si agisce nella direzione di porre dei vincoli e, perfino, delle limitazioni. Il fumo è causa di tumori ma non tutti coloro che fumano sicuramente si ammalano. Tuttavia sempre più rigidamente si approvano restrizioni (per esempio il divieto di fumare in luoghi pubblici) per salvaguardare la salute collettiva. Analogamente, per il traffico automobilistico, verificato che provoca inquinamento, si pongono dei limiti, superati i quali, vi è il blocco del traffico e, nelle città, le amministrazioni possono stabilire delle restrizioni alla libera circolazione delle autovetture. Per l’elettrosmog , deve avvenire lo stesso. Ferma restando la copertura della rete (e, ormai, il servizio di radiocomunicazione, sia televisivo che della telefonia cellulare, copre l’intero territorio), l’intensificazione del traffico, che è ciò che interessa oggi alle imprese, deve essere sottoposta alle condizioni, stabilite dalle normative nazionali, regionali e dai regolamenti comunali, che la pubblica amministrazione decide per garantire la salvaguardia della salute e dei beni ambientali e paesaggistici.

    Perché un referendum sull’elettrosmog, che è un tema così controverso? Non era meglio affrontare altri temi di salvaguardia sanitaria e ambientale?

    L’elettrosmog non è una questione marginale. Interessa tutto il Paese e permette di intervenire su un nodo nevralgico dello sviluppo e dell’uso delle tecnologie. Non è neanche vero che nel resto dell’Europa il problema non sia stato affrontato. In alcuni Paesi europei ( per esempio quelli del nord Europa, la Polonia, la Svizzera) esistono normative sull’elettrosmog che pongono limiti restrittivi e, anche negli altri Paesi non si assiste alla “deregulation” italiana. Negli stessi USA, in un territorio enormemente più esteso dell’Italia, vi è un numero di antenne inferiore che nel nostro Paese. Sul tema dell’elettrosmog, inoltre, si è sviluppato un movimento, assai composito, di associazioni e comitati che si battono nei territori per contrastare l’installazione di infrastrutture che destano preoccupazione e per richiedere il risanamento delle situazioni più compromesse. Si tratta di un movimento spesso con scarsi collegamenti e a volte confuso, ma che parte dal basso ed esprime l’esigenza di regole che contrastino il liberismo selvaggio.
    Il movimento referendario aveva proposto tre referendum: sull’elettrosmog, contro gli inceneritori di rifiuti e contro i pesticidi negli alimenti. Certamente, i tre referendum, assieme, avrebbero meglio rappresentato l’esigenza di una nuova politica contro l’inquinamento che avvelena l’ambiente e addirittura i cibi, prodotto dalla sciagurata politica neoliberista che il governo delle destre applica inesorabilmente. Malgrado tutti i referendum avessero raccolto il numero delle firme necessarie, la sentenza della Corte Costituzionale ha inspiegabilmente e ingiustamente bocciato i due quesiti sugli inceneritori e i pesticidi. Dovremo, quindi, anche attraverso il solo referendum rimasto, quello sull’elettrosmog, avere la capacità di sollevare, oltre la questione specifica, il tema più generale di una svolta nelle politiche di salvaguardia ambientale e di tutela sanitaria dagli inquinamenti prodotti dalle politiche di liberalizzazione e privatizzazione.

    Il quesito referendario propone l’abrogazione delle norme che permettono l’esproprio delle proprietà per il passaggio degli elettrodotti. Non è un referendum a difesa della proprietà privata? Non c’era da proporre un altro quesito in materia di elettrosmog più chiaro?

    Rispondiamo subito alla seconda questione che viene posta. Il problema è che nel caso dell’inquinamento elettromagnetico vi è una carenza legislativa e che il governo delle destre, come detto prima, vuole affossare la legge esistente con l’emanazione di decreti che mettono limiti farsa e vuole eliminare i poteri delle regioni e dei comuni. Attraverso la questione della servitù di elettrodotto, quindi, si affronta il problema dell’elettrosmog, ovvero la necessità o meno di una normativa di tutela. Il nostro impegno dovrà consistere nel far comprendere il nesso tra la vittoria del referendum e la sconfitta del tentativo di affossare la legge e i regolamenti comunali e, contemporaneamente, far avanzare una nuova stagione di diritti anche in campo sanitario e ambientale contro la pretesa delle imprese di essere libere di inquinare (magari, dopo, approfittando delle sanatorie e dei condoni).
    La domanda se il referendum alla fine non rischia di favorire la proprietà privata dei terreni è più insidiosa in quanto tenta di aprire con i promotori una polemica, per così dire, “da sinistra”. Anche qui, però, la questione può essere chiarita facilmente: l’imposizione di nuovi elettrodotti non risponde più all’esigenza di elettrificazione del Paese mentre favorisce il processo di deregolamentazione determinato dalla privatizzazione del settore energetico. In pratica, oggi si tratta di garantire gli allacci alle centinaia di centrali private che con la liberalizzazione vogliono essere imposte contro la volontà degli abitanti dei territori. La stessa cosa accade per l’alta velocità. Si tocca, in tal modo, un nodo di fondo della selvaggia politica liberista delle destre: la privatizzazione dell’opera pubblica, il tentativo, cioè, attraverso i processi di privatizzazione e di deregolazione del governo del territorio, di utilizzare le norme pubbliche flettendole agli interessi privati delle imprese. Quindi, lo strumento referendario è utile alle associazioni e ai comitati per combattere quelle opere devastanti e può consentire di affrontare uno degli aspetti più pesanti che caratterizza il governo delle destre.
    Ma, con il referendum, si affronta un altro nodo di fondo: la critica alle politiche di liberalizzazione. Facciamo un solo esempio, per far comprendere come, nel caso dell’elettrosmog, si sia scelto un meccanismo di liberalizzazione assolutamente selvaggia. Se si parla di liberalizzare il servizio ferroviario, nessuno è così folle da ritenere che più concessionari del servizio costruiscano proprie reti ferroviarie, si pensa che più concessionari possano utilizzare la medesima rete (quindi, che sugli stessi binari possano passare treni di differenti proprietari). Ugualmente, poteva essere pensato per le antenne di radiotrasmissione: separare la proprietà delle infrastrutture (mantenendola pubblica) dal servizio (svolto da più concessionari in concorrenza). Aver permesso che a ogni concessionario corrispondesse una propria struttura di rete, porta alla moltiplicazione infinita di antenne e ripetitori che assediano le città, creano un impatto paesaggistico intollerabile e producono gravi preoccupazioni per i cittadini.
    Il referendum sull’elettrosmog è, quindi, anche un’occasione per discutere del modello di sviluppo e delle scelte sciagurate imposte dalla politica di sfrenato liberismo.
    "Vogliamo distruggere tutti quei ridicoli monumenti del tipo "a coloro che hanno dato la vita per la patria" che incombono in ogni paese e, al loro posto, costruiremo dei monumenti ai disertori. I monumenti ai disertori rappresentano anche i caduti in guerra perchè ognuno di loro è morto malidicendo la guerra e invidiando la fortuna del disertore. La resistenza nasce dalla diserzione"

    Partigiano antifascista, Venezia, 1943





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    Ieri a Roma il via alla campagna referendaria per i diritti
    Il giorno del sì
    Gemma Contin
    Il sindacalismo di base apre il confronto a sinistra
    Mille delegati e quadri del sindacalismo di base hanno partecipato ieri a Roma, nell'Auditorium del palazzo dell'Inail, all'apertura della campagna referendaria per il "Sì" all'estensione dell'articolo 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori.
    Nel palazzone di travertino dell'Eur, in una limpida mattinata di primavera, le Rappresentanze sindacali e i Comitati unitari hanno dato appuntamento ai quadri sindacali di base per un confronto con il deputato verde Paolo Cento, con il leader della sinistra Ds Cesare Salvi e con il segretario di Rifondazione comunista Fausto Bertinotti.

    Nella sala dell'Auditorium le 350 poltroncine arancio-amaranto sono già occupate. Molti continuano a sciamare nell'atrio e sul piazzale inondato di sole. Finiranno per rimanere in piedi, mentre gli oratori cominciano un confronto necessario tra le molte anime della sinistra che devono fare ancora un lungo percorso di avvicinamento, affinché la battaglia referendaria sia occasione di unità e di vittoria e non di divisione e di sconfitta.

    Nella lunga introduzione Paolo Leonardi ripercorre tutte le tappe della precarizzazione contro cui il sindacalismo di base ha combattuto quasi da solo, nella lunga stagione della concertazione che ha portato i sindacati confederali ad appiattirsi sulle pretese di un padronato sempre più protervo e sulle riforme sia del centrosinistra sia del centrodestra che hanno destabilizzato il mondo del lavoro.

    Paolo Cento, a nome dei Verdi, parla di una campagna referendaria che è «una grande occasione democratica per il contesto politico nazionale e internazionale». «C'è un ruolo forte dei lavoratori - dice il parlamentare verde - con gli operai dei porti e i ferrovieri che assieme a pacifisti e disobbedienti sono impegnati in una lotta il cui sbocco è lo sciopero generale europeo contro la guerra». «Non è un caso che gli sciacalli del centrodestra - conclude - usino l'incubo del terrorismo per colpire i pacifisti e i lavoratori».

    «Il punto fondamentale - spiega Cesare Salvi - è portare a votare la gente per questo referendum su cui è calato il silenzio mediatico». «Siamo di fronte a un cambiamento del senso comune che si esprime contro la crescente precarizzazione dei rapporti di lavoro. Mi chiedo che differenza ci sia tra chi sforna hamburger da McDonalds e chi trent'anni fa vendeva panini in mezzo alla strada».

    «Anche gli argomenti dei padroni sono gli stessi di trent'anni fa, quando dicevano che le aziende avrebbero chiuso i battenti e il Mezzogiorno non avrebbe sopportato il risarcimento o il reintegro dei licenziati. Le stesse esatte cose che oggi dice Sergio Billé». «La sinistra - conclude il leader di Socialismo 2000 - deve lasciare la parola ai cittadini. E' da qui che si può battere la destra. Qualcuno dice che il referendum divide. Ma divide se ci vogliamo dividere. Se votiamo tutti sì, che divisione c'é?»

    Fausto Bertinotti parla del Movimento: di quel moto di popolo che il 15 febbraio ha fatto sentire forte la voce di cento milioni di persone in cento città del mondo contro la guerra. Un movimento che è l'unico "contropotere" del solo potere rimasto, tanto da far dire al New York Times che «nel mondo oggi ci sono due grandi potenze: l'Amministrazione americana e il Movimento per la pace».

    Il segretario di Rifondazione comunista fa un intervento improntato all'ottimismo: «Si può vincere - dice - sapendo che non basta fare la cosa giusta, ma occorre evitare che si trasformi in una sconfitta annunciata, cambiando i comportamenti concreti delle persone, trasformando la lotta in movimento di massa, come furono negli anni Cinquanta l'occupazione delle terre da parte dei braccianti o l'occupazione delle fabbriche da parte degli operai che difendevano la produzione e il lavoro».

    «Può accadere sul terreno sociale quello che è avvenuto con il referendum sul divorzio - continua - quando la società civile ha dimostrato di essere più avanti, di avere nella pancia la consapevolezza che un diritto non può essere cancellato». Per questo, precisa il segretario del Prc, «tutti quelli che salgono sul treno sono i benvenuti, non importa se salgono per ultimi. Ci sono stati importanti pronunciamenti da parte delle Camere del lavoro di Brescia e di Reggio Emilia, che chiedono alla Cgil di impegnarsi per il "sì" al referendum, pena il massacro sociale. Allora chiedo al centrosinistra, ma davvero finirete col votare con Maroni e Berlusconi?»






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    La svolta di "Aprile"
    Retroscena


    «Aprile lavora alla svolta sul referendum» titolava ieri il giornale dalemiano "il Riformista", insinuando: «Su mandato di Cofferati?» Il correntone, afferma con rammarico il quotidiano diretto da Antonio Polito, «si accinge a dire sì al prossimo referendum sull'estensione dell'articolo 18 a tutte le aziende». Nei Ds lo scontro resta alto, continua il giornale arancione che si ispira al D'Alema pensiero, preannunciando un cambio di cavallo alla testa della sinistra interna. Sarebbe Pietro Folena (ieri preso di mira anche dal Foglio), assieme a Mussi e Fumagalli, ad aver impresso la svolta con la sottoscrizione di una lettera di Alfiero Grandi - che ha annunciato il Sì - al segretario della Cgil Epifani», lettera firmata anche da 31 deputati dell'Ulivo. Approvato ieri anche un Ordine del giorno del Sindacato nazionale Università e Ricerca (Snur-Cgil) che impegna l'intera organizzazione nella campagna "Per la Pace - Per i Diritti", nello sciopero generale europeo contro la guerra e perché «la Cgil si predisponga a dire Sì al quesito referendario».



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  5. #5
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    Predefinito la posizione dell'Arci

    Tom Benettollo, presidente dell'Arci ha affermato che al prossimo comitato nazionale l'Arci voterà l'adesione alla campagna per il Si ai due referendum, mi sbaglio ma sia maggioranza Ds che sindacati , o meglio un paret di essi, sono sempre più isolati.

  6. #6
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    vedremo quanto siamo isolati anche se io ormai non voto più i ds ma sono passato alla margherita perchè d'alema insieme col vostro compagno(camerata sarebbe meglio dire data l'azione politica) sono stati la rovina della sinistra.
    il tempo è galantuomo come si dice.

    comunque andrò a votare e dirò anche ad altri di fare così perchè non andare a votare significa deturpare l'unico mezzo di democrazia diretta presente nel nostro ordinamento.

    con questo referendum rischiamo: di non prendere più voti itra artigiani e piccoli imprenditori soprattutto artigiani che a mestre a venezia sono abbastanza di sinistra ne conosco diversi e mi domandano perchè voi c'è l'avete con loro.
    voi direte tanto rifondazione prende pochi voti tra queste persone e chi se ne frega voi avete più interesse che vinca la destra così potete fare tante belle manifestazioni tanto bel casino vi sciaquate la bocca, però alla fine risultati zero.

    questo referendum è una mossa di autolesionismo per tutta la sinistra.
    voi ci volete condannare all'opposizione per altri 50 anni ma noi faremo in modo di usare il diserbante con la vostra erba cattiva che cresce.

  7. #7
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    Cose vecchie sulle quali si è già discusso e spigato come siamno stupidaggini.
    intanto il 60% delle Camere del lavoro hanno aderito al si, all'interno della CGIL tutte le maggiori confederazioni ed assembee regionali e ci saranno grosse sorprese anche soprese dagli iscritti UIL e CSIL, i sondaggi dicono e stradicono che più del 60% degli italiani sono favorevoli all'estensione, voi siete in compagnia della confinduzstria e di Billè, ad ognuno i suoi amici

    no alla guerra senza se e senza ma
    si ai diritti senza se e senza ma

  8. #8
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    chi vivrà vedrà il tempo è galantuomo come si dice


  9. #9
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    Predefinito se queste sono le vostre armi........

    Referendum imbavagliato


    Nessuno consiglia esplicitamente gli italiani di "andare al mare" il giorno in cui si voterà per l'estensione dell'articolo 18, ma è ormai evidente che "il fronte del mare" è assai vasto e determinato nella sua strategia: dell'articolo 18 non si deve parlare, il voto deve essere tenuto nascosto fino all'ultimo, ridotto a questione burocratica e minoritaria, comunque ininfluente sui destini del paese.
    Sono molti i protagonisti di questa strategia e, in queste settimane, si sono reciprocamente rafforzati consolidando un rapporto non detto, ma fortissimo, costruito su una base di sostanziale rigetto dei principi della democrazia. Ognuno fa la sua parte in questa rete di omertà, di silenzio e di qualunquistico disprezzo per una consultazione popolare che riguarda la condizione dei lavoratori.

    Ha fatto la sua parte - e davvero in maniera egregia - il governo - che ha fissato la data del referendum la seconda domenica di giugno, dopo due domeniche elettorali, ignorando la richiesta di buon senso di accorpare le due scadenze in modo da evitare almeno gli sprechi di denaro che un'altra domenica elettorale comporterà. Ma evidentemente i fautori del rigore non badano a spese quando si tratta di mandare la gente al mare. Una domenica d'estate unita all'innalzamento del quorum dovuto al voto degli italiani all'estero è un'arma che "il comitato del mare" si augura davvero letale per la consultazione sull'articolo 18. Tanto più che ad essa si aggiunge la più attiva delle opere di disinformazione che consiste semplicemente nel fare di tutto perché niente venga fatto. Neppure quel banale opuscolo che altri paesi europei mandano in tutte le case per spiegare ai cittadini per che cosa sono chiamati a votare, quali sono le ragioni del sì e quelle del no.


    Ha fatto la sua parte la commissione parlamentare di vigilanza che nell'approvare il regolamento ha scippato i promotori del referendum di ben sei giorni, i due weekend elettorali delle amministrative. La motivazione è fin troppo ovvia: non si possono influenzare le elezioni amministrative con la propaganda elettorale del referendum. Ma chi ha deciso quelle date vicine, ma non coincidenti? Tutto concorre a togliere spazi, informazione, propaganda.

    Silenzio, assoluto silenzio. Quel silenzio che la Confindustria ha chiesto dopo aver scoperto che la maggior parte degli italiani non sanno bene che cosa si vota il 15 giugno. Il padronato preferisce cavalcare il comodo fronte dell'ignoranza invece che cimentarsi sul terreno del confronto vero sui contenuti.

    Va da sé che complice, non innocente, di questa manovra del silenzio, è tutto il sistema mediatico. E' vero che fino ad ora esso è stato concentrato sulla guerra, ma non bastano le drammatiche vicende internazionali per spiegare la totale assenza di un tema così rilevante quando molti preziosi minuti delle radio televisioni pubbliche e private vengono occupate da questioni davvero più insignificanti.


    Ci si aspetterebbe di fronte a questa straordinaria e forte alleanza di governo, istituzioni, padronato una risposta indignata della maggiore opposizione. Niente di tutto questo. I leader dell'Ulivo ripetono, quando sono proprio costretti a pronunciarsi, che il referendum è sbagliato, fanno capire che comunque non si impegneranno. Omettono, sorvolano, scivolano, si sottraggono. Oscillano fra un pronunciamento a favore di una improbabile legge già battuta in Parlamento e un giudizio negativo sul merito del quesito referendario, in nome delle ragioni dell'impresa e distinguono fra difesa e estensione dell'articolo 18. Ma soprattutto tacciono.

    Vogliono ostinatamente ignorare che oggi, malgrado la disinformazione, la gran parte dell'elettorato di sinistra è orientato a votare sì, perché ritiene l'estensione dell'articolo 18 a tutte e a tutti un fatto importante per il futuro dei lavoratori e per la democrazia nel paese. Lo vuole ignorare persino Sergio Cofferati che quando era segretario della Cgil ha portato tre milioni di persone in piazza in difesa dell'articolo 18 e che oggi afferma «se mi chiedete come voterò non ve lo dico».


    C'è da riflettere su questa convinta strategia del silenzio che accomuna Confindustria, governo, massa media e gran parte dell'opposizione, ma c'è soprattutto da fare, da pretendere, da protestare. Il "fronte del mare" vive, vegeta e si ingrossa nell'assenza di dibattito, di scontro, di democrazia. E il qualunquismo, l'ignoranza, la disinformazione sono ancora una volta le armi più potenti possedute dalla destra. Quanto alla sinistra, che non si impegna pensando di poter passare indenne questo passaggio, naturalmente si sbaglia. L'assenza di democrazia e di dibattito, l'addormentamento delle coscienze non le ha mai fatto bene. Nel "fronte del mare" è difficile galleggiare. E' più probabile annegare.

    Tutto questo è degno della peggiore uso dei media che solo durante il ventennio fascista si è avuto, vorrei far notare che il presidente di questa commissione di antidemocratici illiberali e un tale Petruccioli, che non è iscritto a FI e nemmeno è Industriale , ma iscritto ai DS, nausea, nausea ed ancora nausea.

  10. #10
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    scusate oltre a quello sull'art. 18 gli altri referendum su cosa sono?

 

 
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