Il movimento antiguerra negli Usa non è così minoritario come si crede, ma è emarginato da un sistema politico e di informazione per sua stessa essenza di parte
La pace, una controcultura
di James Cohen
(Docente presso il Dipartimento di Scienze politiche dell'Università di Paris VIII – Saint Denis. Membro di Americans Against the War – Parigi)
da "Liberazione" del 23.02.2003
Avremo un giorno il piacere di assistere al "risveglio" degli Stati Uniti? Purtroppo, non è per domani, essendo ben lungi dall'essersi esaurito il ciclo dell'unilaterale militarismo dell'amministrazione Bush. La guerra in Iraq potrebbe certamente suscitare "un cambiamento brusco della situazione, di cui farebbe le spese la destra oltranzista che occupa la Casa Bianca", ma lo scenario non ha nulla di inevitabile.
Il problema non è che "gli Americani", in generale, non "si risveglino". I 500mila che hanno manifestato a New York, i 200mila di San Francisco, gli altri 200mila di Washington in gennaio e i più modesti raduni in tante altre città stanno a indicare nel modo più evidente l'esistenza di un movimento contro la guerra in pieno sviluppo; un dato tanto più notevole in quanto la guerra non c'è ancora. Si tratta di un movimento politicamente diverso, che sta bene o male imparando a convivere con la propria diversità. Grosso modo, vi si ritrova un discorso più antimperialista, antirazzista e terzomondista, come pure un discorso più "patriottico" e più attento alle preoccupazioni in materia di sicurezza del dopo 11 settembre. Naturalmente, fra le varie coalizioni contro la guerra, può a volte accadere che le polemiche rasentino l'intolleranza; nonostante questo, si discute e, soprattutto, si chiama insieme alla mobilitazione.
Dietro i movimenti di piazza si delinea un altro tipo di "risveglio" in atto. I sempre più numerosi aderenti al movimento antiguerra attingono a fonti di informazione "alternative" particolarmente solide, efficacemente diffuse, spesso tramite Internet: AlterNet, Commondreams, ZNet, Indymedia, Counterpunch, The Nation, War Times… (sarebbe troppo lungo completare l'elenco). Questi mezzi di comunicazione sono alternativi non per scelta, ma perché i grandi mezzi pubblici di comunicazione di massa riservano poco spazio alla contestazione della strategia ufficiale.
In seno alla società americana sta maturando una "controcultura" della pace e della collaborazione internazionale, certamente più visibile a Berkeley che non a Dallas, o a New York anziché a Miami; in ogni caso - i recenti sondaggi lo dimostrano - lo scetticismo nei confronti dei propositi guerrieri dell'amministrazione Bush va crescendo. Circa la metà della popolazione esita ad aderire all'unilateralismo di Bush/Cheney/Rumsfeld/Rice.
Questa "controcultura" è sottesa da un movimento intellettuale di fondo, che aspira a reinventare i rapporti tra gli Stati Uniti e il resto del mondo. Non è solo questione di denunciare gli abusi di un imperialismo che calpesta sistematicamente i valori democratici che pretende di incarnare. Si trovano anche, ricercandoli, spazi strategici alternativi, in cui il rigore analitico è al servizio di una visione più generosa ed equa della mondializzazione: si vedano l'Institute for Policy Studies, l'Interemispheric Resource Center, il Middle East Research and Information Project. La destra dura e i neoliberisti non detengono il monopolio dell'elaborazione strategica. Tra l'altro, il bellicismo settario dell'amministrazione Bush suscita discussioni anche in seno agli istituti strategici convenzionali (ad esempio, il Council on Foreign Relations).
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Che cosa impedisce allora all'America ormai "risvegliata" di incidere efficacemente sul resto del paese? Il problema dei mezzi di comunicazione, cui già si è accennato, è un problema reale: le grandi reti televisive banalizzano il tema della guerra, presentano l'intervento come inevitabile e puntano parecchio, in termini di ascolto, sullo spettacolo che forniranno loro bombe e missili.
Non si tratta però di scaricare sui media - anche quelli più influenzati dall'amministrazione - tutti i rimproveri: il dato di fondo è che gli Stati Uniti si trovano di fronte (e non è nuovo) al problema serio della mancanza di riflessioni in grado di offrire uno sbocco politico ai movimenti sociali. Il vigente sistema di parte condanna l'opposizione democratica a rimanere inconsistente, tranne che in periodo elettorale. È vero che la stagione elettorale delle primarie sta già cominciando, ma quale è il messaggio dei media che è dato ascoltare? I democratici che aspirano alla candidatura elettorale nel 2004, in ogni caso quelli indicati dal partito e dai media come "seri" ed "eleggibili", offrono il proprio appoggio appena un po' critico all'avventura militare dell'amministrazione Bush. Quando si suggerisce timidamente che il prossimo eletto dovrebbe porre maggiormente l'accento sui problemi sociali ed economici, lo si fa per meglio sfuggire alla politica estera, che rappresenta un terreno "rischioso". Il discorso politico resta di breve respiro, sull'onda dei sondaggi.
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In questo momento, su Internet, circola molto un testo fra gli Americani: si tratta dell'intervento in cui il senatore Robert Byrd, democratico eletto nella Virginia occidentale, chiedeva ai colleghi, il 12 febbraio scorso, come mai "questa Camera, nella maggior parte dei suoi membri, resta così pericolosamente silenziosa", perché "non vi si scorge alcun tentativo di discutere i pro e i contro di questa guerra", mentre siamo a "una svolta nella Storia" e la dottrina della guerra preventiva, l'unilateralismo, il disprezzo per il diritto internazionale, il "linguaggio irrazionalmente bellicoso", hanno la certezza di determinare un'instabilità ben maggiore, su scala planetaria, di quella che già conosciamo.
Effettivamente Byrd, che del resto non passa per un grande progressista, è quasi il solo a denunciare apertamente al Senato i pericoli della strategia dell'amministrazione Bush. Alla Camera è dato trovare giusto una ventina di deputati che dicono "no" e qualcun altro che esita. Di recente, decine di consigli comunali hanno votato delibere che incitano l'amministrazione Bush a ricercare una soluzione pacifica e multilaterale al problema dell'Iraq. Peraltro, piccoli partiti, come i Verdi, stanno riportando qualche successo a livello locale, contribuendo a modo loro al movimento molecolare di "risveglio". Tuttavia, lo scarto tra livello locale e vicenda politica nazionale è enorme. Nazionalmente, in un sistema con scrutinio a turno unico, i partiti di piccole dimensioni fanno molta fatica ad essere presenti, anche se possono esercitare una pressione sui democratici (lo ha dimostrato la campagna di Ralph Nader nel 2000). Nel suo vertice nazionale, il partito democratico non è molto diverso dall'avversario repubblicano: entrambi gli apparati sono dominati dal denaro, il nerbo della battaglia elettorale, in assenza di serie limitazioni previste per i contributi finanziari privati alle campagne elettorali (su questo, la "riformina" del 2000 non cambia molto). Per questo i candidati democratici ritenuti "attendibili" sono tutti asserviti all'impero. Vedremo se i due democratici anti-guerra che hanno appena annunciato la loro precandidatura, un'ex senatrice e un esponente del Congresso, riusciranno a promuovere una dinamica diversa.
Lo si voglia o no, il "risveglio" storico degli Stati Uniti avverrà e attraverso violenti capovolgimenti su scala internazionale e attraverso la maturazione politica interna. In mancanza di uno sbocco politico nazionale, il movimento contro la guerra difficilmente potrebbe evitare di subire il corso degli eventi, anche se è sempre meglio preparato alla lotta sul terreno mediatico. Grazie ai successi delle sue mobilitazioni, sarà in grado di esercitare una pressione concreta sui candidati democratici (e repubblicani). Tuttavia, il cambiamento politico di cui parliamo non si realizzerà a breve termine, in mancanza di una strategia che lo renda possibile. In attesa di un "risveglio" politicamente determinante, i mezzi di comunicazione e i movimenti politici europei possono svolgere un ruolo positivo, individuando negli "alternativi" americani degli interlocutori, offrendo loro quella credibilità che essi meritano per la serietà del loro modo di procedere contro-strategico, per il momento ignorato dai grandi media americani.




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