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Discussione: Cinema - Forma D'arte

  1. #1
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    Predefinito Cinema - Forma D'arte



    Cinema, forma di espressione artistica? - in certi casi penso che la risposta possa essere affermativa affermativa, in altri molto meno.
    Si intende con la presente rubrica porre in atto il tentativo di dare inizio ad un programma che preveda la discussione su films recenti ed anche del passato con relativi commenti e giudizi critici.
    Il successo di tale iniziativa dipende anche dalla collaborazione di tutti i partecipanti al Forum.
    Grazie.

  2. #2
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    CHICAGO BATTE IL RITMO DEGLI OSCAR
    di Paolo Mastazza

    Puntuale come ogni anno arriva da Hollywood la sfilza delle nomination per gli Academy Awards 2003 in programma a Los Angeles il prossimo 23 marzo. E come da copione è “Chicago”, il musical con Richard Gere, René Zellweger e Catherine Zeta Jones, a fare incetta di candidature agli Oscar , con ben 13 nomination. Alle sue spalle il capolavoro di Martin Scorsese “Gangs of New York” con 10 candidature, seguito da “The Hours” (9), “Il pianista” di Roman Polanski (7), il secondo episodio della saga de “Il signore degli anelli: le due torri” ed “Era mio padre” con 6 nomination ciascuno.

    Tutti all’inseguimento di Chicago

    Dopo 35 anni il film da battere sarà un musical. E’ dai tempi di “Oliver” (Oscar 1968 come miglior film) che un film musicale non si aggiudica il prestigioso premio. Lo scorso anno il melò musicale di Baz Luhrman “Moulin Rouge” fu alla fine battuto sul filo di lana da “A beautififul mind” di Ron Howard.

    “Chicago” ha fatto incetta di nomination per la 75ma notte degli Academy e si presenta come il favorito in assoluto di quest’anno. Il musical diretto da Rob Marshall si è guadagnato tutte le candidature più importanti: miglior film, miglior regista, migliore attrice protagonista (Renee Zelweger), migliori attori non protagonisti John C. Reilly, Catherine Zeta Jones e Queen Latifah. Unico fuori lista il povero Richard Gere che invece ha ottenuto il plauso della stampa estera di Hollywood aggiudicandosi di recente il Golden Globe.


    C'E' QUALCUNO CHE L'HA VISTO??

  3. #3
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    A PROPOSITO DI SCHMIDT
    di Adriano Ercolani



    Di Alexander Payne; con Jack Nicholson, Kathy Bates

    La storia di Warren Schmidt (Jack Nicholson) inizia con il suo ultimo giorno nella compagnia di assicurazioni in cui ha lavorato per trent’anni. Andato in pensione e con un sacco di tempo libero, Warren inizia a soffrire della classica solitudine dell’uomo di terza età. Non sapendo bene cosa fare tutto il giorno, inizia a girovagare senza meta alla ricerca di un senso, finché non viene colpito da un grave lutto: sua moglie Helen (June Squibb) muore improvvisamente, lasciandolo solo. L’arrivo della figlia Jeannie (Hope Davis) per il funerale della madre scatena in Warren un nuovo istinto di paternità. L’anziano signore decide allora di compiere un viaggio in camper attraverso l’America per dissuadere l’unica figliola dallo sposare l’ottuso Randall (Dermot Mulroney). Giunto alla meta però Warren verrà a contatto con la strampalata famiglia dello stesso Randall, capitanata dalla prorompente madre di lui, Roberta (Kathy Bates); l’uomo è costretto dunque a confrontarsi con un universo totalmente diverso dal suo, che lo porterà ad interrogarsi sulla propria esistenza, passata e futura.

  4. #4
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    GANGS OF NEW YORK
    di Terry Marocco



    Il Circo di satana, una cava oscura. Prostitute senza denti che si aggirano, uomini vestiti di stracci che scommettono su chi sopravviverà nello scontro tra un cane e dei topi, un vaso davanti al bancone dove vengono gettate orecchie e nasi, orrendi trofei strappati ai nemici. E fuori, case fatiscenti, strade polverose, caverne dove spartirsi il bottino, una luce fumosa, che tutto pervade.
    E' il medioevo? No, siamo a New York, nel1863.
    La città come non l’avete mai vista, la città che Martin Scorsese ama alla follia, spesso protagonista assoluta dei suoi film, trasformata, trasfigurata, allucinata e notturna in «Taxi Driver», cruda e autobiografica in «Mean Streets». E’ la protagonista anche di «Gangs of New York», il suo film più sognato e desiderato. Più epico e spettacolare.
    Nel 1970, Marty trova a casa di amici il libro di Herbert Asbury sul sottobosco criminale della Grande Mela, sui Five Points, quartiere malfamato nel Lower East side, la culla delle gang, e qui ambienta la storia di Bill il Macellaio (Daniel Day Lewis) e Amsterdam (Leonardo Di Caprio), sulla sfondo di una delle pagine di storia americana più nascoste, finite «sotto il tappeto»: la guerra civile e i «draft riots», i quattro giorni di scontri a New York contro la chiamata alle armi, i più violenti della storia Americana.
    Amsterdam, immigrato irlandese, vede il Macellaio trucidare suo padre nella lotta tra i Nativi (inglesi) e i suoi connazionali. Uscito dal riformatorio cerca vendetta, diventa il braccio destro del suo nemico, gli salva la vita, gli fa credere di essere come un figlio, ma non dimentica.
    Al fianco di Amsterdam c’è Jenny (Cameron Diaz), un po' ladra, un po' puttana, anche lei unita al Macellaio da un torbido legame.
    Lo scontro tra i due uomini è solo una parte del film. Scorsese ha soprattutto l’ambizione di ricordare agli americani, che polvere erano e polvere potrebbero tornare, e che questo è un passato nemmeno troppo remoto.
    Molta violenza, tanto sangue e una bestialità quasi primitiva. Tutti i protagonisti, anche il potente politico, poliziotti, pompieri, fanno parte di questo brutale calderone, dove per vincere alle elezioni bastano«buoni scrutatori» ma il vincitore, se non è gradito, può essere massacrato a colpi di mazza.
    Bill e Amsterdam vivono la loro storia personale, di amore e odio, come due eroi antichi, con il loro codice d’onore. Bravissimo Daniel Day Lewis a fare il leader dei pezzenti, attaccati a una terra straniera per tutti, precursori di quel patriottismo cieco che ancora avvelena l’America.
    Elegante e sexy nei pantaloni a quadri, su questo terreno batte Di Caprio che lo contrasta con improbabili treccine afro. Se Oscar deve essere, difficile negarlo allo scenografo italiano Dante Ferretti. La scena alla pagoda cinese, bordello e fumeria d’oppio, emoziona per la sua bellezza: gabbie di bambù volteggiano nell’aria offrendo ragazze al pubblico mentre sotto Bill lancia coltelli intorno al corpo di Jenny. Straordinario esempio di erotismo estetico.

  5. #5
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    I FILM PIU' VISTI !!




    I FILM PIU' VISTI !!


    1 La regola del sospetto
    2 8 mile
    3 The Hours
    4 La finestra di fronte
    5 Io non ho paura



  6. #6
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    LA REGOLA DEL SOSPETTO
    di lg





    (The Recruit )
    Di Roger Donaldson, con Al Pacino, Colin Farrell e Bridget Moynahan

    Esce nelle sale un nuovo blockbuster americano. Un thriller che ha già in se gli elementi per piacere al pubblico: uno dei piu' grandi attori della storia del cinema, ovviamente Al Pacino, l'ultimo prodotto hollywoddiano Colin Farrell, un ottimo artigiano del cinema Roger Donaldson, ma che contrariamente alle attese non convince del tutto. L'evoluzione della storia, o meglio della sceneggiatura, è piuttosto contorta e poco credibile.

    Diviso in tre parti, l'ingaggio, l'addestramento e la missione, (le prime due parti sono le migliori, il finale è quasi invedibile) La regola del sospetto intrattiene lo spettatore grazie al ritmo impresso dall'abile regista Donaldson e soprattutto alla coesione sullo schermo dei tre protagonisti.

    James Clayton (Colin Farrell) figlio di un agente della CIA scomparso misteriosamente, è uno studente estremamente dotato e determinato ed è proprio la persona che Walter Burke (Al Pacino) sta cercando per portare nella CIA.
    James viene subito affascinato dall'idea e viene selezionato insieme ad altre reclute per l'inizio del vero addestramento nella fattoria. Mentre Burke insegna e trasforma con dure regole le giovani reclute in agenti esperti James si fa notare per le sue doti fisiche e per la sua intelligenza.
    Il corso man mano che passano i giorni si fa sempre piu' duro e Clayton inizia a diventare l'allievo prediletto da Burke.
    Non appena James si inizia a porsi delle domande sul suo ruolo e sui suoi incarichi, Burke gli assegna un incarico speciale: pedinare Layla (Bridget Moynahan) una bella collega di James che secondo Burke è una talpa. In un momento storico in cui i servizi segreti stanno svolgendo un lavoro di grande peso contro il terrorismo si affaccia nel circuito cinematografico un nuovo thriller incentrato sui metodi di reclutamento e addestramento della CIA.
    Ma sinceramente il ritratto che ne esce è piuttosto contorto e paranoico: le rigide regole della Cia prevedono un duro addestramento fisico per saper distinguere ciò che è reale e ciò che non lo è, fino a perdersi nel loro continuo rovescio della medaglia.







    8 MILE
    di lg





    di Curtis Hanson con Eminem, Brittany Murphy e Kim Basinger.

    Eminem, icona dell’hip hop a stelle e strisce, amato da milioni di teenager in tutto il mondo e odiato dai loro genitori, si lancia come molte altre popstar per le strade del cinema, ma al contrario di Britney Spears e Mariah Carey, Eminem lo fa azzeccando quasi tutte le mosse.
    Per prima cosa ha una storia da raccontare, e la conosce bene perché è la sua. Si affida ad un regista esperto come Curtis Hanson (L.A. Confidential), partecipa alla sceneggiatura senza troppe pretese e si lascia guidare da un produttore intelligente come Braian Grazer (A Beautiful Mind).
    Il risultato è un film vero. Una storia di periferia dove l’unica arma di sopravvivenza è la musica.

    8 mile è una strada di Detroit che segna il perimetro della città, è una linea di confine che divide la realtà urbana da quella periferica. E’ oltre quella linea che sopravvive Jimmy Smith, il ritratto di Eminem da giovane.

    Dopo essersi lasciato con la sua ragazza, Jimmy torna a casa dalla madre, un relitto umano che ha perso una fortuna al Bingo e che ora vive - in pessime condizioni - insieme ad un giovane compagno, coetaneo di Jimmy. In un clima ostile, quello che vige in casa, fatto di liti furiose, c’è solo la sorellina a ricordare a Jimmy il calore e l’importanza della famiglia.

    Fuori casa poi, la vita di Jimmy è fatta di lunghi ed alienanti turni in una fabbrica di automobili. Ma la notte poi, Jimmy diventa Rabbit (è questo il suo nome d’arte) per trovare la sua via di fuga dallo squallore: è sul palco di un locale per soli neri, che Jimmy riesce a esprimersi. E’ qui che si fa il rap, è qui che a ritmo di rime ci si sfida per riaffermare la propria dignità, il proprio diritto alla vita. E Jimmy, nonostante una forte insicurezza, nonostante sia bianco –l’unico, in un mondo di neri- è il migliore e lo saprà dimostrare.

    Nel ghetto oltre l’8 Mile Road, fotografato come meglio non si poteva dal messicano Rodrigo Prieto (Amores Perros), sobborgo povero e violento di Detroit, ferve una lunga tradizione di creatività musicale: dal genere pop di Aretha Franklin, al rock di Mitch Ryder fino all’hip hop di Eminem.
    Ed è proprio la musica rap l’unica forma di vita contro il vuoto esistenziale giovanile, contro la dura realtà urbana e soprattutto l’unica via di fuga dal mondo. Sono proprio queste sfide a ritmo di rap la parte piu’ affascinante e convincente del film. Ed è lo stesso Eminem e spiegarci il significato di questi duelli di vita. “Ricordo che quando perdevo una sfida mi sembrava che il mondo mi crollasse addosso. Io mi sentivo come se la mia vita fosse finita. Può sembrare una cosa stupida ma per molti di noi quello è tutto il nostro mondo.”












    THE HOURS
    di Ludovica Rampoldi






    Virginia Woolf scrive: La signora Dalloway disse che avrebbe comprato lei i fiori.
    E' la periferia di Londra. E' il 1923.
    Laura Browne legge: La signora Dalloway disse che avrebbe comprato lei i fiori.
    E' Los Angeles. E' il 1949. "E' il nuovo mondo, il mondo salvato dalla guerra – non c'è molto spazio per l'inattività". Ma Laura ha ancora voglia di stare a letto, a leggere:
    "E poi, pensò Clarissa Dalloway, che bella mattina, fresca come se fosse pensata per dei bambini su una spiaggia".
    Clarissa Vaughan dice: penso che andrò io a comprare i fiori.
    E' la citta di New York. E' la fine del ventesimo secolo: "Una mattina di giugno così bella e pulita che Clarissa sosta sulla soglia come farebbe sul bordo di una piscina, a guardare l'acqua turchese che batte contro le piastrelle, le strisce liquide di sole che guizzano nelle profondità blu".

    Comincia così "The Hours", il film di Stephen Daldry (Billy Elliot), scritto da David Hare e tratto dallo strabiliante romanzo di Michael Cunnigham, Premio Pulitzer nel '99. Tre donne di epoche diverse, legate dal romanzo "Mrs Dalloway", raccontate nell'arco di una giornata fatta di frammenti, di momenti, di ore.
    Una giornata banale, si direbbe: ci sono dei fiori da comprare e una festa da organizzare.
    Virginia deve preparare un tè per sua sorella Vanessa. Laura deve fare una torta per il compleanno del marito. Clarissa deve organizzare un cocktail per il suo antico amore Richard, affermato poeta consumato dall'Aids.

    Ma quella che sembrava una giornata ordinaria, ora dopo ora, si squarcia in momenti rivelatori. Baci innominabili, lampi di coscienza, tè allo zenzero, fitte di dolore, torte che si afflosciano, gambi di fiori recisi, propositi suicidi, pasticci di granchio, ricordi di estati passate in cui sembrava potesse accadere qualsiasi cosa. Le ore che scandiscono la giornata, vivide e insignificanti, portano le tre protagoniste a "guardare in faccia la vita, conoscerla, e poi metterla da parte".

    Laura si accorge che quella felicità casalinga, solare e zuccherosa come il cielo di Los Angeles, non è quello che ha sempre sognato. E' una donna incinta, a disagio di fronte all'adorazione del suo figlio piccolo, con un marito, miracolosamente reduce dalla guerra, che è così sano nella sua dedizione per il lavoro, per la vita, da risultare insopportabile. Forse non era questo, quello che desiderava Laura. Prova un'inquietudine strana, confusa e disperata ma al contempo calma. Esce, va alla ricerca di una stanza tutta per sé. Dove poter leggere, dove poter pensare alla morte, o a un'altra vita.

    Clarissa pensa che tutto andrà male. Che alla sua festa Richard non verrà, che sarà un disastro. Si vede come "una vecchia signora che si affanna intorno alle sue rose". Si vede dall'esterno, come se si stesse spiando dalle finestre del suo appartamento da donna affermata, le pareti tappezzate di colori chiari e stampe botaniche: è molto meno di quanto avrebbe potuto essere, pensa.

    Virginia Woolf pensa che le voci stanno tornando e che il mal di testa si avvicina. Il suo equilibrio mentale ha bisogna di cura e tutela, per questo è costretta a vivere a Richmond, squallido sobborgo che disprezza: perché la frenesia di Londra – feste, artisti, pulsazioni - è per lei deleteria. Ma lei non ce la fa più di tutta quella quiete, e organizza una fuga clandestina. Pensa di aver fallito. Non è una scrittrice, non veramente: è solo una stravagante dotata, si ripete.

    Tormenti e riflessioni che vanno avanti fino alla fine della giornata, quando qualcuno morirà, come pensa Virginia Woolf: "Qualcuno morirà perché gli altri imparino ad amare la vita." Amare la vita e i momenti che ci regala, perché, come si legge nel romanzo di Cunnigham, "c'è solo questo come consolazione: un'ora qui o lì, quando le nostre vite sembrano, contro ogni probabilità e aspettativa, aprirsi completamente e darci tutto quello che abbiamo immaginato".




  7. #7
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    LA FINESTRA DI FRONTE
    di Claudia Panichi






    A volte è proprio così: se ci si sofferma ad osservare una finestra si vedono scorrervi vite, storie, personaggi, che immediatamente ti catturano e ti tengono inchiodato a spiare proprio “la finestra che hai di fronte”.
    E Ferzan Ozpetek, un uomo che ama osservare la vita, per il suo nuovo film ha deciso di mettere la macchina da presa davanti ad una finestra e di raccontare proprio lì il presente, il passato e il futuro di uomini alla ricerca della propria identità personale.

    Dopo il successo de “Le fate ignoranti” di due anni fa, preceduto da “Harem suare” e “Il bagno turco”, il regista di origini turche Ferzan Ozpetek ci riprova con una storia che sa di vita reale e che trae spunto da un incontro che Ferzan ebbe all’incirca 12 anni fa, quando conobbe un vecchio per strada che gli chiedeva dove si trovava e non sapeva dove andare.

    Le case raccontate da Ferzan sono quelle di Giovanna (Giovanna Mezzogiorno), sposata da otto anni con Filippo (Filippo Nigro), madre di due figli, che conduce una vita di rinunce e sacrifici, e la casa di fronte di Lorenzo (Raoul Bova), bancario, solo e dolcemente romantico.
    Si osservano, si scrutano dalle loro finestre e finiranno incidentalmente per incontrarsi e vivere insieme una dolorosa ma affascinante ricerca: scoprire chi sia un signore molto anziano e distinto (Massimo Girotti) che ha perso la memoria, non sa più chi è, né da dove venga e chiede loro aiuto.

    La soluzione dell’enigma è contenuta in una dolorosa lettera d’amore vissuta dall’anziano Davide quando era giovane, nella Roma delle persecuzioni razziali contro gli ebrei.
    Giovanna e Lorenzo, quasi senza rendersene conto, iniziano a parlare tra loro d’amore usando le parole di quell’uomo misterioso e così l’indagine sulla sua memoria perduta diventa un’indagine sulla propria personale smemoratezza sentimentale.
    La vita nascosta di Davide finirà per influenzare quella di Giovanna più di quanto lei avesse creduto.

    Il film si snoda così tra vari livelli di realtà. Una vita immaginata, come vista da una finestra, e una vita più dura che vuole fuggire dalle stereotipate convenzioni rimanendone tuttavia intrappolata.

    I personaggi, tranne Massimo Girotti che ha evidenziato a pieno tutti i chiaroscuri del suo Davide, sembrano come intrappolati nei propri ruoli, resi forse troppo meccanici da un eccessiva ricerca di armonia perfetta.
    Sarebbero dovuti emergere più prorompenti sentimenti quali amore e dolore, forza e dolcezza.
    Il dolore e le calde emozioni che una storia così avrebbe dovuto suscitare, forse non si avvertono mai del tutto.

    Tra la Roma di oggi e quella del ’43, nella pellicola si alternano i fantasmi della guerra, delle deportazioni, l’omosessualità nascosta, la vita ordinaria, il rapporto esaustivo con il proprio partner e il fuoco di un amore clandestino.

    Forse un’ eccessiva commistione di generi che non ha permesso di focalizzare sull’idea maestra del film, quella di non rinunciare mai ai propri sogni e impulsi vitali.










    IO NON HO PAURA
    di Francesca Camerino






    Regia: Gabriele Salvatores
    Con: Giuseppe Cristiano, Mattia di Pierro, con la partecipazione di Diego Abatantuono


    Aspettavamo un film così intenso da Gabriele Salvatores, da tempo. Un film a misura di bambino.
    E’ piena estate. L'afa è insopportabile. Due bambini corrono su di una distesa giallo-oro, un immenso campo di grano. Hanno un appuntamento e sono in ritardo. Si devono incontrare con gli altri presso la casa abbandonata.

    Protagonista è Michele che possiede uno sguardo, scuro, consapevole. E’ un bambino come tanti: ama giocare, sa e conosce tutto compresi gli eventi dolorosi.
    In una giornata come tante decide di andare alla casa abbandonata. Mentre è immerso nei propri giochi scopre un ‘buco’ nel terreno ricoperto da una lamiera. Incuriosito immediatamente la solleva e scorge qualcuno. Preso dal panico fugge ma non resisterà fino al momento in cui si renderà conto che nella fossa c’è Filippo, un bambino timido e biondo rapito alla sua famiglia e tenuto in ostaggio. Lo aiuterà, gli darà da mangiare e da bere, lo sosterrà, gli farà capire che non è solo e non è morto.

    Tratto dall'omonimo romanzo di Niccolò Ammaniti che è anche autore della sceneggiatura, il film racconta l'amicizia nata per caso tra due bambini e la perdita dell’infanzia.
    E’ il 1978 e ci troviamo in una terra dimenticata tra la Basilicata e la Puglia e gli occhi di Michele narrano una storia.
    La macchina da presa è sempre a un metro e trenta da terra perché questa è la prospettiva del protagonista. Si osserva rimanendo incantati e si scorgono due mondi, quello bambino e quello adulto, lontani anni luce.

    Non puoi ingannare i bambini. Questo i genitori non lo capiscono. I due universi vedono le cose in maniera diversa e non si comprendono. Quando Michele scoprirà che anche il padre è invischiato nel rapimento chiederà spiegazioni ma il genitore non saprà dargli una ragione del suo gesto. L'unica cosa che gli raccomanda è di tenersi lontano dal luogo perché lui che è solo un bambino non può capire. E’ per questo che i piccoli protagonisti della vicenda si aiutano: per solidarietà, per la gioia di scoprirsi uguali a qualcun altro, di sapere che c’è ‘un angelo custode’ accanto che li protegge.

    Un ruolo importante nel film lo giocano anche le musiche di Ezio Bosso, concertista di fama internazionale, eseguite dal Quartetto d’Archi di Torino che fanno da sottofondo allo scorrere delle immagini senza essere troppo invasive, oltre alle due canzoni di Mina “Se telefonando”, “Parole, parole, parole” e “Lugano addio” di Ivan Graziani.





    Servizio tratto da:

    http://www.film.it/destinazioni/star/indimenticabili/

  8. #8
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    Sarebbe bello se chi è andato al cinema di recente, postasse qualche impressione su quello che ha visto.

    Ritengo che ciò, oltre che a movimentare la situazione, farebbe risparmiare agli altri di andare a vedere eventuali evidenti "schifezze" in programmazione.
    Bella idea, vero ?!?





    Buona Notte !!

  9. #9
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    14 aprile 2003, 16:05
    Johnny English primo al box office

    "Johnny English", la parodia di 007 con Rowan Atkinson guadagnando 1.209.217 Euro si piazza alla prima posizione del box office italiano. Al secondo posto un'altra new entry il thriller tratto da Stephen King "L'acchiappasogni. "Daredevil" è terzo, mentre la quarta e la quinta posizione vanno rispettivamente a "Il libro della giungla 2" e "Un amore a 5 stelle".
    210 mila euro d'incasso e nono posto in classifica per il film di Sergio Rubini "L'anima gemella".

  10. #10
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    L'ACCHIAPPASOGNI
    Regia: Lawrence Kasdan
    Interpreti: Morgan Freeman, Thomas Jane, Jason Lee, Damian Lewis, Timothy Olyphant, Tom Sizemore, Donnie Wahlber
    Durata: h 2.14
    Nazionalita': Usa/Canada 2003
    Genere: horror

    Tratto dal famoso romanzo di Stephen King. Jonesy, Henry, Pete e Beaver vent’anni fa erano solo dei ragazzini di una cittadina del Maine che avevano salvato un bambino di nome Duddits, aggiungendo inaspettatamente un quinto amico al loro gruppo. Ma questo atto eroico trasmise loro dei poteri soprannaturali, vincolandoli a qualcosa che andava al di là della normale amicizia. Ora i quattro sono diventati uomini, con vite diverse e problemi diversi, ma ancora ossessionati dal ricordo di quell’episodio, perché quei poteri sono più un peso che un dono.

 

 
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