Le imponenti manifestazioni (mondiali) del 15 febbraio scorso e la ritrosia - più ostinata del previsto - dei governi di Francia, Germania, Russia e Cina a sottostare ai diktat USamericani hanno creato una situazione di difficoltà per l'Amministrazione Bush e per i suoi vassalli nella preparazione della guerra e dell'invasione dell'Iraq.
Se fino al 10 marzo sembrava che le operazioni belliche dovessero iniziare entro ormai solo pochi giorni (17 marzo?), ora sembra che vi sia la possibilità che il tutto slitti di addirittura un mese.
E' chiaro che molti, negli Stati Uniti, anche fra i "falchi", iniziano a temere la perdita di consenso verso la politica americana. Ricordiamoci che anche lo Stato più potente è debole se non ha il consenso. Certo, la sua forza militare gli permette comunque di sconfiggere facilmente gli avversari, ma il "soft power" deve necessariamente accompagnare lo "hard power". Altrimenti ne risulta un isolamento, e si aprono scenari per inediti schieramenti trasversali in opposizione alla superpotenza.
Il consenso è di due tipi: quello popolare, delle masse, e quello statuale, dei governi. Il secondo non può non tener presente il primo. E' evidente che la mobilitazione popolare nazionale e transnazionale di questi mesi ha avuto un peso. Ha spaventato - entro certi limiti beninteso - alcuni dei settori più accorti del grande potere occidentale e americano, e nello stesso tempo ha dato fiducia a chi - come Chirac e Schroeder, per ragioni eminentemente geo-economiche e strategiche non può avallare la ristrutturazione dello spazio geopolitico della Mesopotamia a esclusivo vantaggio degli USA.
Se quindi le decisioni "irevocabili" saranno rimandate al mese prossimo, ci aspettano settimane sfibranti, durante le quali dovremo esser capaci di continuare a fabbricare il dissenso - per usare una felice espressione di Michel Chossudovsky, a farci sentire, a controinformare con incessante puntualità ed energia.
Il pericolo è infatti la stanchezza, la depressione per una guerra che continua a incombere sempre più minacciosa, magari accompagnata da politiche terroristiche (nelle dichiarazioni e negli atti) da parte del Potere.
Occorre coscienza di questo pericolo, e forza per continuare. Mobilitarsi forse non fermerà gli assassini, ma non è mai inutile, perché aprire crepe profonde nel sistema resta importante anche per il futuro.