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Artista «maledetto», ma anche autore d'avanguardia. Dedicò la sua breve vita a ricercare l'interiorità dell'uomo. Isolandosi da tutto, a costo anche di ignorare la guerra.
Panorama di Manuela Grassi
Di quella strana mostra da principio non sai veramente ciò che ti aspetta. Ti dicono: sarà un viaggio nel buio in compagnia di una guida. Cieca.
La prima stanza è un tuffo nella notte, un vero schiaffo per gli occhi. È il nero più nero, colore sconosciuto. Quello di coloro che non hanno la vista. Cammini barcollando con quell'inutile bastone in mano. Il cuore galoppa, dietro di te qualcuno ha paura. «Fatemi uscire!» protesta Guido, compagno del gruppo. Sei da sola, intrappolata nel tunnel della tua anima. Proprio in quel momento arriva una voce. Cioè Domenico, la guida. Per lui è sempre notte.
Da quel momento la sua voce e le sue mani diventano la tua bussola: «Coraggio, fra un attimo sarà tutto bellissimo. Un'avventura d'amore indimenticabile. Scoprirai che si può vedere non solo con gli occhi, ma toccando, ascoltando, annusando». Ha ragione. La prima stanza è quella della campagna: sfiori le canne, senti il profumo dell'erba fresca come quando eri bambina. Anche le cicale cantano per la prima volta. Per gli altri intorno è uguale. C'è una baraonda, ma è bello: ti tocchi e ti chiami per nome. E dentro questa esplorazione dell'invisibile cresce una strana solidarietà. «La famiglia del buio» la chiamava Elsa Morante. Ecco una stanza diversa, ed ecco ancora la voce: «Cosa toccate? Cos'è questo?».
Gli occhi vanno alle mani. Tutto quello che tocchi diventa memoria: un passo e c'è la scatola da cucito, le dita sul muro e trovi il quadro dipinto a olio. Su una sedia una sella. «È uno chalet» dice la nostra guida. «Cercate di scoprire e capire il più possibile». Incredibile come la vista mangi tutti gli altri sensi. D'improvviso un singhiozzo: è Paola.
«Succede spesso» dice la voce. «È il dolore e la meraviglia di tutti i ciechi del mondo che ti casca addosso». Un gradino e si entra nel mercato: banchetti di frutta e verdura. Non hai mai sentito il profumo di una mela. Poi c'è la stanza della gita al mare con tanto di barca, spruzzi e vento in faccia. La voce racconta: aveva gli occhi fino a 17 anni, poi una malattia. Ma non si è arreso. Cercando di “aprire gli occhi” a certi orbi». C'è forza e tristezza nelle sue parole. Si finisce al bar chiacchierando della mostra, di guerra, di fidanzati. Gli occhi sono spenti, ma le voci, le storie, le emozioni si toccano come le cose.
Si chiamava Dialogo nel buio, era una strana mostra che ha chiuso i battenti una settimana fa, allestita al Palazzo Reale di Milano. La mostra più frequentata degli ultimi vent'anni. Ma non può bastare. «Ci sono 20 mila persone che non hanno potuto visitarla. Un'ora basta per capire chi vive senza luce. E per aiutarli. Diventerà una mostra permanente. Gabriele Albertini e Roberto Formigoni stanno studiando come».
Chi parla vede, non è un volontario né un medico. Mario Zanone Poma, padre di Telepiù, oggi presidente dell'Intesa Bc Mediocredito, è stregato dal progetto. «L'ha voluto Franco Brambilla. Aveva novant'anni ma guardava al futuro. Siamo andati ad Amburgo dove Andreas Heinecke, è sua l'idea del Dialogo, ha lanciato la prima mostra permanente. Franco non c'è più, ma noi andiamo avanti, questa iniziativa ci aiuta ad allontanare soprattutto la paura della gente per i non vedenti». Poma racconta che fra i 125 mila ciechi italiani ci sono persone meravigliose: avvocati, medici, ballerini, campioni sportivi. «Per non parlare delle nostre 44 guide. Ma la cecità è ancora troppo dolore e solitudine. Brambilla diceva che solo incontrando l'handicap puoi capire. Cominci a vedere». Vero.
E vedi e capisci soprattutto quanto la vista predomini sugli altri sensi. Chi non ce l'ha invece li affina mirabilmente. Nell'ultima stanza al bar di Dialogo nel buio ho conosciuto Barbara, 25 anni. Ha servito un'aranciata, l'ho pagata, tutto al buio. Sposata con Max, è incinta di quattro mesi. Ora che fai?, le ho chiesto. «La casalinga. E poi vivo» ha risposto allegra.
Un'intervista al buio è un'emozione sconosciuta. Un'intervista a se stessi. Come fai a muoverti? Hai bisogno di una guida? «Dipende. Da sola è come avere un radar, nel naso e nelle mani. In realtà è il tuo corpo che sente gli ostacoli e li circumnaviga. Come una calamita al contrario. Ogni tanto sballo! “Razzista”, mi urlano i vu' cumprà quando travolgo i loro tappetini». Ride. Fai shopping? «Vado con una mia amica, orba anche lei». Come riconosci i negozi? «Li annuso». Li annusi? «Ogni negozio ha il suo odore: quello di scarpe alla cipolla, la biancheria intima sa di rosa, i vestiti di vestiti. Al supermarket non c'è gusto».
La sua voce è come una patente di bellezza. Sei bella? «Non lo so. Sarà bello il mio bambino». Alla fine era come vederla. «Un'unica paura: spero di riuscire a nutrirlo bene, se è una peste come me sarà dura». Max ti aiuterà? «Lui sì. Non come quello di prima che era un Otello». Vedeva? «Sì, ma anche i fantasmi». Barbara era come la pensavo: una bella ragazza che fa la spesa al supermercato come una saetta. Il suo bambino sarà felice.
Per Luca non è stata la stessa cosa. È nato cieco e sua madre non lo ha voluto. Oggi ha 7 anni, vive in un collegio dove ha già conquistato due borse di studio. È piccolo, sottile, naso importante. Aquilotto serio. Tende la piccola mano dritta verso la mia. «Studio per dire ai genitori come i miei che un figlio cieco non è sempre una vergogna». Sferrato il colpo al cuore affonda nella poltrona con naturalezza. «Voglio diventare un avvocato». Per prendere la difesa di tutti quelli come lui? Non risponde: «Studio ma non rinuncio allo sport». «Nuota come un delfino e corre i 100 metri. La paura degli altri: questo dobbiamo guarire» racconta la suora, mentre ingoia una lacrima.
In Italia ci sono nelle scuole 1.250 studenti, ma l'insegnante di sostegno non conosce quasi mai la scrittura braille. Una vergogna. Anche nel lavoro. «Uno su due di loro è costretto a fare il telefonista. Il centralino finisce con l'essere una riserva di indiani. L'Italia deve capire e aprire. Non solo piangere e meravigliarsi»: Tommaso Boni, presidente dell'Unione ciechi, allude certamente a Valentina Locchi, ragazza non vedente, che ha meravigliato l'Italia della televisione vincendo 350 mila euro a Sarabanda. Di meraviglie i non vedenti ne regalano anche troppe.
Non si dimentica Marla Runyan «buio che vola» che nel 2000 a Sydney ha corso come una furia nella finale dei 1.500 metri. Si va a trovare Raul Pietrobon, romantico navigatore. Campione del mondo di vela, Raul stringe gli occhi come davanti a una grande luce. Ha perso la vista a tre anni ma non ricorda molto. «Solo i colori. Il rosso della mia macchinina, il verde dell'erba. Non riesco a trovare la faccia di mia madre. Né di nessuno cui volevo bene. Forse è una difesa. Perdere il viso di tua madre per sempre sarebbe insopportabile...».
La vela per lui è sempre stata la passione. Anche la volontà. «Non mi voleva nessuno, poi ho trovato Homerus. A vela mi piace stare da solo, io e l'acqua. Non penso al mare nella sua immensità. Il mare è ciò che mi circonda vicino. È il suo odore, è il soffiare del vento che mi guida, è lo sbattere delle vele che mi insegnano. Il mare è quello che sento sulle mani». Fuori dal mare Raul si dedica al suo vero lavoro. Chi non si arrende come lui deve solo collegarsi al suo sito (www.cambratech.it ) e cadrà nel paese delle meraviglie per il buio: termometri e bilance parlanti, portaeuro con scritte in braille ma soprattutto il Color sest. Una specie di telefonino che appoggiato a qualunque cosa ne svela sfumature e colori.
La tecnologia è una vera manna per chi non vede. Ne sa qualcosa Francesco Levantini, ingegnere della conoscenza all'Ibm e asso del computer. «Oggi possiamo navigare con grande autonomia: da una parte c'è il braille, dall'altra il computer vocale». Capisco, ma non c'è macchina magica che tenga contro la solitudine. L'ironia non lo lascia. «Beh, ero senza moglie ad agosto. C'erano due yogurt nel frigo. Forse scaduti. Ho messo i vasetti su uno scanner e li ho passati sul computer a un amico di tasto. Un solo errore. Ho mangiato prima quello alla fragola e poi quello al caffè».
Per troppi come Francesco, Raul e Barbara le città rimangono buie. Soprattutto di parole e sorrisi. Questo mondo frenetico non fa per loro. E tutto è più terribile per chi ha perso gli occhi tardi. «È stato un virus irreversibile. Non credo che ingoierò mai tutta la rabbia e il dolore». Però a un certo punto Patrizia ha trovato la danza. «Ho imparato ad ascoltare il corpo. A liberarlo». Patrizia balla, con grazia, con rabbia. Ma continua a guardare la faccia degli altri e a inseguire le luci. Il suo sembra un gesto naturale, primordiale. Il fotografo continua a scattare. E lei d'un tratto chiede: «Mi manda le foto? Mi piacerebbe vederle!».




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