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Discussione: Oltre il moralismo

  1. #1
    Affus
    Ospite

    Predefinito Oltre il moralismo

    Un'analisi a tutto campo del caso Iraq scritta da
    uno specialista in geopolitica religiosa.


    I. "Fiat pax, pereat mundus"

    Altra cosa è il "non più guerra" nelle sue
    formulazioni universalistiche alte e costanti,
    quelle del magistero romano, ove l'imperativo di
    pace è posto, prima e oltre la congiuntura, come
    orizzonte ineludibile per ogni decisione e
    condotta.
    Altra cosa è l'attuale diffusa invocazione di pace,
    chiusa di fatto nell'orizzonte del suo obiettivo
    materiale: la richiesta di non guerra all'Iraq,
    quando non la mobilitazione contro alcuni governi.

    Ma questo slittamento dall'universale al
    congiunturale è self defeating, autodistruttivo,
    per l'argomentazione pacifista.
    La non guerra all'Iraq non è per se stessa garante
    di pace, né per l'immediato futuro di quell'area o
    di altre, tantomeno di una pace generale e
    perpetua.
    Il pathos del "non più guerra nel mondo" e del puro
    enunciato "pace", che satura l'attuale
    mobilitazione, non ha corrispettivi nei fatti.

    Nasconde piuttosto, a se stesso anzitutto, il
    potenziale di guerre prossime venture.
    È un clamoroso esempio di pura etica dei princìpi,
    rigorosamente irresponsabile.
    Neppure capace di accollarsi un coerente "Fiat pax,
    pereat mundus": "purché sia la pace - questa pace,
    qui - perisca il mondo".

    Un secondo preliminare.
    Non sorprende che questo avvenga nell'orizzonte
    delle pedagogie profonde dell'Occidente pacifico.
    "Qualunque potere diminuisce l'autostima", dicono i
    programmi pilota degli educatori cui affidiamo le
    giovani generazioni; e anche: "trasformare il
    conflitto in occasioni di incontro".

    È l'orizzonte inavvertito della "fine della storia"
    e della falsificazione del Regno di Dio.
    È il celebrato dovere di "volersi bene", ovvero di
    voler bene a se stessi chiudendosi alla sofferenza
    del giudizio responsabile e della decisione
    conseguente.

    Così la protesta dei cortei diviene gioco protetto,
    prosecuzione del giardino d'infanzia con altri
    mezzi.
    E non da oggi né dal di fuori - non dalle parole di
    un improbabile musulmano, ma ben da dentro la
    nostra cultura - l'ineccepibile corollario di tutto
    questo è la deprecazione del diseducativo
    "cadavere" che in luoghi pubblici pende dalla
    croce.
    Mentre interi capitoli, anzi libri, della Bibbia
    riempiono il cestino dei rifiuti dei cristiani
    "facitori di pace".

    Su grande scala, nel rapporto tra nazioni, questa
    deriva induce a privilegiare nelle agende
    internazionali la riparazione delle disarmonie tra
    amici, invece che l'efficace far fronte a un
    nemico, da parte di chi è capace di farlo.


    II. L'errore del "quieta non movere"

    Una tesi insidiosa sottostà a quasi tutti gli
    argomenti ostili alla posizione americana sulla
    guerra: che cioè non vi siano né pericoli né nemici
    per l'Occidente, anzi per l'ordine mondiale. Tesi
    spesso implicata nel rifiuto non ragionato delle
    analisi di Samuel Huntington sullo "scontro delle
    civiltà".

    La stessa frequente controdeduzione che, se anche
    vi fossero potenti antagonismi antioccidentali,
    questi sarebbero ingigantiti da un intervento
    militare contro gli Stati canaglia suppone che
    "rebus sic stantibus" il pericolo per l'ordine
    mondiale sia minore o minimo o inesistente: con
    un'autoimputazione all'Occidente di ogni eventuale
    responsabilità di guerra.

    In profondità prevale una lettura dell'Altro
    statica e aconflittuale.
    La visione del rapporto tra le grandi forze
    mondiali che ne consegue è tipica del pacifismo
    teoretico, che postula nell'Altro una sostanziale
    assenza di intenti aggressivi.

    In effetti, nelle subculture del dialogo, è l'Ego
    che produce il fantasma del proprio nemico; l'Altro
    è in sé il luogo del valore.
    Ma si tratta di un erroneo traslato delle etiche
    della carità o della giustizia, necessariamente
    centrate sull'autoimputazione della coscienza
    morale.

    Trasferito in campo storico, nelle relazioni
    politiche e religiose, questo assunto finisce col
    caricare di tutta la responsabilità dei conflitti,
    moralisticamente, il soggetto che pensa e decide.

    Il grado ultimo del pensare inesistente qualsiasi
    progetto di attacco all'Occidente è rappresentato
    dal suo rovescio, o meglio dalla sua "catastrofe":
    l'affermazione diffusa in molte estreme, pacifiste
    o di ultrasinistra, che tutto quanto accade, ad
    esempio di terroristico, contro l'Occidente è
    prodotto deliberatamente dall'Occidente stesso,
    Stati Uniti e alleati, per motivare una strategia
    imperiale di controllo repressivo del mondo.

    Senza questo insieme di tesi soggiacenti non
    sarebbe possibile l'attuale mobilitazione emotiva
    contro "la" guerra (in realtà contro una guerra
    precisa) come indeterminato e generalizzato
    orizzonte di male.
    E neppure sarebbe comprensibile la favola della
    "guerra di petrolieri per il petrolio", con la
    quale si vuol dire ai semplici che non abbiamo
    nemici se non tra noi (il petrolio è favola in
    questo, non nella sua razionale rilevanza).

    Ogni riflessione che solo evocasse ragioni e limiti
    di un intervento militare finalizzato
    rappresenterebbe, infatti, una violazione della
    lettura statica e comunitaria del mondo;
    implicherebbe pensare l'Altro come possibile
    colpevole verso l'ordine internazionale.

    E questo confligge con la nostra attuale coazione
    (di occidentali prima ancora che di cristiani) non
    a imputare altri, ma a imputare noi di delitti, e a
    chiedere di essere perdonati dalla storia.

    Che questa coazione trovi, oggi, anche senso e
    radici in una metamorfosi delle culture antagoniste
    degli anni Sessanta/Settanta,
    gnostico-rivoluzionarie, di sinistra e di destra, è
    altra questione, che esigerà una riflessione
    adeguata.


    III. Sulla crisi degli organismi internazionali: Onu, Ue, Nato

    Il ripetitivo sottolineare la crisi degli organismi
    internazionali, dall'Onu all'Unione europea alla
    Nato, l'allarme, cui non si è sottratta neppure la
    vigile intelligenza di Sergio Romano ("Corriere
    della Sera" dell'11 febbraio 2003), sembrano non
    tenere conto di un dato.

    Che mi pare il seguente.
    Le organizzazioni internazionali menzionate sono o
    associazioni (universali, rappresentative)
    dell'intera comunità degli stati, espresse in un
    organo assembleare (Onu), o comunità transnazionali
    subcontinentali (Ue), o alleanze geostrategiche
    militari transcontinentali (Nato).
    Come tali, quindi, sono vincolate nella loro azione
    o dalla loro universalità formale, o dalla loro
    specificità funzionale o settoriale.

    I rapporti internazionali, d'altra parte, in
    situazioni di conflittualità e di crisi, hanno
    bisogno di un potere di governance dello stato
    d'eccezione, capace di contenimento e controllo dei
    processi di destabilizzazione.

    Ovvero di un "arbitro", o di un "rappresentante"
    (sono naturalmente profili diversi), dotati di
    effettivi poteri di sanzione su scala mondiale,
    capaci anche di coazione militare.
    Tali poteri non possono essere oppugnabili
    nell'esercizio della loro funzione.

    Ebbene, le tre istituzioni e organizzazioni citate,
    rispetto a questa funzione, si trovano in una
    posizione inidonea o secondaria o dipendente.

    Inidonea attualmente è l'Onu, perché fungendo con
    difficoltà da arbitro in condizioni ordinarie, non
    può essere l'arbitro delle situazioni eccezionali
    di conflitto.
    L'arbitro di una competizione, infatti, non può
    essere costituito dall'assemblea dei giocatori; è
    altro ed è, secondo diritto, il più forte: decide
    della sanzione e la rende efficace.
    È vero che nella comunità degli stati anche il più
    forte è uno stato tra pari.

    Ma nello "stato d'eccezione" quell'arbitro sarà
    necessario, e potrà essere rappresentato solo dal
    soggetto nazionale durevolmente affermatosi come
    capace, di fatto, di conservare quello stesso
    ordine per cui l'Onu esiste e di esercitare,
    seppure non da solo, forza coattiva sopra ogni
    altro soggetto in gioco.

    Questa sua doppia capacità fa del soggetto
    democratico più forte colui che decide dello stato
    d'eccezione, cioè colui che è temporaneamente il
    "sovrano".

    Questo è sempre vero e operante "de facto".
    E meglio sarebbe se si desse dello stato
    d'eccezione, e dell'arbitro (ovvero della figura
    rappresentativa) che esso individua, un razionale
    profilo "de iure".

    L'Onu conosce dei mandati esecutivi, finalizzati
    alla repressione armata di un delitto, attribuiti a
    una data coalizione di forze.
    Ma il problema critico è la decisione, prima ancora
    dell'esecuzione.

    Il caso attuale è esemplare: l'Onu ha difficoltà a
    conferire un mandato proprio perché, sia come
    assemblea che come consiglio di sicurezza, offre
    costitutivamente uno spazio a ragioni, a interessi
    e a coalizioni che intendono sottrarre qualcosa al
    ruolo del paese dominante.

    Nel caso d'un grave pericolo per l'ordine
    internazionale in corso o potenziale dovrebbe
    invece essere attribuito allo stato democratico
    dominante un ruolo di arbitro che sanzioni i
    giocatori, dai quali non può e non deve dipendere
    finché la partita è in corso: ovvero il ruolo di
    rappresentante temporaneo dell'intera comunità
    degli stati con pieno mandato.

    Quanto all'Unione europea, essa è in subordine,
    nello stato d'eccezione internazionale, poiché non
    è in grado di esercitare efficace capacità
    sanzionatoria, neppure sul proprio territorio, come
    s'è visto con le guerre balcaniche.

    Esemplare, ora, per l'Iraq, è il caso del piano
    franco-tedesco.
    Se respinto da Baghdad esso non ha alcuna
    possibilità di essere eseguito se non dopo un
    intervento armato, che l'Europa non può sostenere e
    che dovrebbe alla fine essere compiuto proprio
    dagli Stati Uniti.

    Quanto alla Nato, essa esiste dalla fondazione come
    sostegno e corresponsabilità verso l'esercizio
    ordinario di controllo e contenimento dei conflitti
    esercitato dagli Stati Uniti sulla frontiera
    centroeuropea ed euroasiatica.
    Fa altresì da coordinamento tra le culture
    politiche occidentali al di qua e al di là
    dell'Atlantico.
    Una Nato per definizione attiva in sinergia
    transatlantica non può che operare su obiettivi, in
    Europa e nel vicino Oriente, pertinenti la
    stabilità mondiale.
    Separata o in conflitto, in alcune sue componenti,
    con gli Stati Uniti, la Nato non ha ragione di
    esistere, né geopoliticamente né militarmente.

    L'attuale - e sopravvalutata - "crisi" di questi
    tre organismi non è tanto crisi di dialogo ma "da"
    dialogo.
    Non ogni decisione può essere affidata al dialogo
    tra le parti.
    Nella procedura più conforme a giustizia che la
    civiltà mondiale conosca, il processo giudiziario
    moderno, le parti che offrono materia e argomenti
    al giudice sono tra loro in dialettica, non in
    dialogo.
    Il dialogo può essere generatore di amicizia; non è
    necessariamente luogo di verità, né di giustizia.

    La crisi attuale di Onu, Ue e Nato è prodotta
    dall'intrusione di piccoli conflitti di potenza nel
    loro dialogo interno. L'Unione europea, in
    particolare, si aggrappa a progetti irrealistici e
    si mostra capace solo di mobilitare opinione
    pubblica.
    Ma irrealismo, effervescenza di piazza e
    concorrenza interna sono esattamente quello che non
    serve nello stato d'eccezione.

    Esaminiamo con freddezza le cose anche dal nostro
    punto di vista di partner europei.

    La conflittualità con gli Stati Uniti non ci
    rafforza in identità e autonomia, se non emozionale
    e rivendicativa.
    Ha l'effetto di confermare gli Usa nella solitudine
    del decisore, aggravata sul piano istituzionale dal
    mancato riconoscimento della necessità e
    conseguente legittimità di questo loro ruolo.
    Non attribuire, nel caso d'eccezione, un mandato
    pieno agli Stati Uniti indebolisce proprio gli
    istituti e gli stati che glielo negano e che, con
    questo, mettono in gioco la loro stessa autorità
    sul piano internazionale.

    Infatti, facendo apparire gli Stati Uniti come gli
    attori di una guerra privata, queste istituzioni e
    questi stati, per mostrarsi innocenti al mondo
    musulmano e in genere al Terzo e Quarto mondo, si
    presentano, e si dichiarano, inermi di fronte
    all'emergenza.

    E se anche la "guerra degli Usa" non fosse attuata,
    ne uscirà ovunque rafforzata la certezza che non vi
    è effettiva capacità di coazione su scala mondiale
    se non da parte americana, e che anch'essa può
    essere neutralizzata senza eccessivi costi per i
    potenziali trasgressori, poiché a neutralizzarla
    provvede l'Occidente stesso.

    La temibile crisi di Onu, Ue e Nato non è dunque
    quella che oggi è sotto i nostri occhi; potrà
    nascere dal mancato riconoscimento "costituzionale"
    della eventualità di stati d'eccezione nel mondo, e
    della conseguente legittimità degli Stati Uniti,
    soli titolari di un inedito "imperium" liberale (G.
    John Ikenberry), a decretare lo stato d'eccezione
    stesso e prendere - non soli - le misure
    conseguenti.

    Aggiungo che anche la Chiesa cattolica, cui
    vitalmente e culturalmente appartengo e che amo,
    potrebbe uscire indebolita da una delegittimazione
    della funzione sanzionatoria degli Stati Uniti.

    Indebolita almeno nella sua potestà di indirizzo
    sui fedeli.
    Quest'ultima, infatti, come mostra la sua storia
    sotto le autocrazie totalitarie del XX secolo, può
    essere esercitata solo dove la Chiesa stessa sia
    esente da costrizione e da ricatto sistematici:
    evenienze anche oggi ben presenti in tutte le aree
    non democratiche del mondo.

    Ma, intrinsecamente immune da quell'eresia
    cristiana che è lo smarrimento del principio di
    realtà, la riflessione e azione della Chiesa,
    teologica e politica, sarà condizione di uscita dal
    nostro disorientamento di civiltà, mascherato da
    emozioni troppo sicure di sé.

    IV. Regìe di crisi mondiali
    Solo una esplicitazione, a chiusura di queste note,
    per procedere oltre.

    Appare, a chi scrive, razionale e responsabile
    porre l'esistenza attuale di più regìe di crisi su
    scala mondiale.
    Anche senza la grande quantità di evidenze, si
    dovrebbe postulare che un impero liberaldemocratico
    centrato sugli Stati Uniti, per il solo fatto di
    esistere in quanto impero e in quanto attore di
    democratizzazione modernizzante, debba generare
    attorno a sé potenti reazioni antagonistiche, altra
    cosa ancora dalla emulazione universalistica tra
    civiltà di cui ragiona Huntington.

    Regìe di crisi, dunque, di obbligata natura
    terroristica e finalità destabilizzatrice;
    visibilmente attive anche se forse non coordinate
    tra loro se non occasionalmente, in virtù della
    disomogeneità dei diversi protagonisti in Oriente o
    nell'Eurasia occidentale.

    Ad esempio, l'organizzazione di un Osama bin Laden
    non sarà necessariamente coordinata con una regìa
    di crisi come quella nordcoreana, ma seguirà una
    sua più elementare strategia di accensione di
    fuochi ora in questa ora in quella area
    geopolitica.

    Lo stesso vale per le regìe che accendono di tempo
    in tempo il conflitto tra India e Pakistan oppure
    guerriglia e attentati nell'arcipelago indonesiano.

    Per non parlare di chi pensi di incrementare
    l'immane potenzialità destabilizzante dell'Africa
    contemporanea.

    In questa prospettiva il conflitto
    israelo-palestinese appare quasi in secondo piano.
    È utilizzato in altri paesi arabi solo come simbolo
    mobilitante: non secondariamente perché la
    resistenza israeliana l'ha condotto, regionalmente,
    a uno stallo.
    Ma le regìe di crisi mediorientali contano sulla
    equivocità e relativa indecifrabilità di quanto
    viene messo in opera.

    L'iniziativa irachena, a partire dalla tentata
    occupazione del Kuwait, conferisce nuovo pericoloso
    dinamismo a quest'area su un asse materialmente
    molto più rilevante del territorio palestinese,
    quello delle riserve petrolifere del mondo arabo.

    In tale quadro, regionale e mondiale, non appare
    quindi sensato lasciare risorse e operatività a
    queste regìe, né lasciare gioco a un grande
    destabilizzatore di area quale appunto è - e si
    vuole, diversamente da altri capi di stato arabi -
    Saddam Hussein.
    _____


    Il presente saggio è stato scritto da Pietro De Marco
    - , docente all'università di Firenze e allo
    Studio teologico fiorentino,
    specialista in geopolitica religiosa -
    e messo a punto espressamente
    per http://www.chiesa.espressonline.it/
    dell'Espresso OnLine (24-2-2003).

  2. #2
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    Predefinito Re: Oltre il moralismo

    In Origine Postato da Affus
    Un'analisi a tutto campo del caso Iraq scritta da
    uno specialista in geopolitica religiosa.

    In profondità prevale una lettura dell'Altro
    statica e aconflittuale.
    La visione del rapporto tra le grandi forze
    mondiali che ne consegue è tipica del pacifismo
    teoretico, che postula nell'Altro una sostanziale
    assenza di intenti aggressivi.

    In effetti, nelle subculture del dialogo, è l'Ego
    che produce il fantasma del proprio nemico; l'Altro
    è in sé il luogo del valore.
    Ma si tratta di un erroneo traslato delle etiche
    della carità o della giustizia, necessariamente
    centrate sull'autoimputazione della coscienza
    morale.

    tutto fumo.
    i bravi professori sanno scrivere in maniera semplice.

  3. #3
    Affus
    Ospite

    Predefinito Re: Re: Oltre il moralismo

    In Origine Postato da corneliu zelea
    tutto fumo.
    i bravi professori sanno scrivere in maniera semplice.

    Si .

 

 

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