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Discussione: E dopo?...

  1. #1
    memoria storica di PoL
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    Predefinito E dopo?...

    cari amici
    in attesa che l'ineluttabile destino di Saddam Hussein si compia proviamo a chiederci come sarà da qui a poco lo scenario del Medio Oriente e quali saranno le prossime tappe dell'opera di 'pacificazione' e 'democratizzazione' intrapresa dagli Stati Uniti nella regione.

    A tale scopo mi pare assai 'profetico' quanto scritto due settimane or sono, prima cioè dello scoppio delle ostilità, da un giornalista palestinese, pubblicato su www.aljazira.it ...

    al solito... buona lettura!...



    Le Nazioni Unite certamente giocheranno un ruolo 'cruciale' nel determinare futuro assetto del Medio Oriente... quello 'umanitario'...


    13 marzo 2003

    Per amore di Washington. Ma presto il destino iracheno toccherà a tutti

    di Sayd ash Sgabahi dal Quds al-'Arabi [Gerusalemme araba, GB]


    La guerra ci sarà, nei prossimi giorni se non nelle prossime ore. Gli Usa hanno deciso di farla per ragioni non rese note. E mentre il mondo manca di quel potere politico e di quella forza etica tali da opporsi a questa ingiusta decisione, la guerra diviene un fatto prossimo. Ma ciò che è più pericoloso ancora della decisione di scatenare la guerra, è la brutalità con la quale verrà condotta e la violenza delle armi che verranno utilizzate. E dal momento che il regime di Baghdad opporrà resistenza in ogni modo possibile, non è da escludersi che le truppe statunitensi faranno uso di congegni bellici dall’effetto micidiale, quali ad esempio bombe dal peso di 9 tonnellate. I responsabili americani non hanno esitato nell’affermare di essere pronti ad usare armi nucleari tattiche nel caso l’Iraq facesse uso di armi chimiche o biologiche. Di conseguenza, soprattutto nei primi giorni, le scene dei fitti bombardamenti saranno fonte di dolore, rabbia e sofferenza in particolar modo se questa guerra apparisse impari. La prima osservazione che mi viene in mente pensando a questa guerra è che essa viene scatenata per decisione di un solo stato appoggiato da altri due stati fedeli, e non per decisione dell’Onu. In secondo luogo, questo conflitto incarna un grado di ipocrisia nella politica internazionale senza eguali, un grado di trasformismo politico senza pari e un ricorso senza precedenti ai due pesi e alle due misure. Terzo punto, è stata enorme l’opposizione internazionale alla guerra, rappresentata dai cortei di protesta svoltisi in tutto il mondo. E sembra difficile credere che tale opposizione sia stata in difesa di Saddam Husayn e del suo regime. No, si è trattato di un grido forte contro la mentalità della guerra e della distruzione che domina i leaders americani.


    Metodi della salvezza

    Alla luce di tutto ciò lo scoppio di questa guerra appare come un’altra tragedia politica non solo per gli iracheni ma per il mondo intero. La sfida che Washington sta mettendo in atto contro l’opposizione mondiale non è che un altro modo per affermare il suo predominio mondiale che è figlio della sua forza militare e non della sua logica o della sua razionalità. E’ indubbio che gli iracheni aspirino a migliorare la loro situazione politica, soprattutto alla luce delle guerre e dell’oppressione trentennale delle quali hanno sofferto. Tuttavia il cambiamento politico imposto con la forza dall’esterno e con metodi discutibili, non piace a molti, pur esistendo tra gli iracheni chi afferma di voler cambiare il regime 'ad ogni prezzo'.


    Pro e contro la guerra

    La crisi irachena, da questa angolatura, pare trovarsi davanti ad un crocevia pericolosissimo e potrebbe non bastare l’operazione militare statunitense per risolverla. Chi non aspetta altro che l’azione militare è del parere che la caduta del regime di Saddam Husayn rappresenti l’ostacolo più grande nel riequilibrio della politica locale e regionale e che mettere fine al regime significherà porre fine al problema. Costoro credono che la caduta del regime dei Taleban abbia fatto perdere ad al-Qa’eda le più importanti postazioni dalle quali partivano gli attacchi terroristici contro gli Usa. Coloro che invece non sono convinti della soluzione militare, ritengono che la caduta del regime rappresenterà l’inizio dell’emergere di nuovi problemi fra i quali il tipo di governo del nuovo Iraq e le alleanze tra le numerose fazioni religiosi e nazionali. In particolare, l’ordinamento del nuovo stato preoccupa ancora l’opposizione irachena. I fautori di questa opinione sono dell’idea che la caduta del regime dei Taleban non abbia affatto risolto la questione afgana e che l’Afghanistan continui a vivere tensione interna e instabilità.


    Fantasmi del passato

    Al di là di ciò che affermano sostenitori ed oppositori di questa guerra, è certo che questa azione militare contro l’Iraq viene attuata al di fuori della legalità internazionale nonostante quanto accampano gli Usa e la Gran Bretagna i quali ritengono che la risoluzione 1441 renda lecita la guerra nel caso di inadempimento dell’Iraq verso gli impegni presi. La II Guerra del Golfo che scoppiò nel 1991 è stata appoggiata da un’ampia coalizione e benedetta da tutti i Paesi del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che parteciparono all’azione militare. E l’opposizione a quella guerra fu solo di tipo morale e non legale. E nonostante l’assenza di una decisione in ambito internazionale che desse legalità alla guerra della Nato contro la Serbia, il conflitto non ebbe forte opposizione e non fu scatenato solo per abbattere il regime serbo. La guerra contro il regime dei Taleban ha goduto di un appoggio internazione ampio nonostante le reticenze di certi paesi e l’opposizione a quel conflitto che nasceva da questioni etiche e politiche. Quanto alla nuova guerra contro l’Iraq, essa vede entusiasti e favorevoli solamente la Gran Bretagna e la Spagna a fianco agli Usa. Washington non è riuscita ad ottenere la maggioranza richiesta per far approvare una nuova risoluzione che consentisse l’utilizzo della forza contro l’Iraq, nonostante la politica del bastone e della carota usata nei riguardi dei 10 Paesi membri del Consiglio di Sicurezza. Tanto che non era nemmeno necessario che la Francia opponesse il suo veto a tale risoluzione.


    Lo scacchiere internazionale. Chi ci guadagna

    Nonostante l’opposizione internazionale, gli Usa sono riusciti a obbligare la maggior parte dei paesi bisognosi del loro aiuto, ad accettare i loro piani, fosse anche in segreto.

    Persino la Turchia, il cui parlamento ha deciso di non permettere agli Usa di attaccare l’Iraq dal proprio territorio, ha dato via libera all’uso dei suoi porti per rendere agevole lo sbarco degli equipaggiamenti militari statunitensi nel nord dell’Iraq e non si è opposta all’utilizzo da parte degli Usa del suo spazio aereo. Ma Washington punta a strappare al parlamento turco il permesso di far sbarcare 60-mila uomini sul territorio turco per aprire un fronte settentrionale di forze terrestri. Forti pressioni sono state fatte su Ankara. Sono stati bloccati aiuti economici per 20 miliardi di dollari, in Europa c’è chi si è opposto all’entrata nell’Unione della Turchia ed le è stato negato di partecipare alla spartizione del nord-Iraq. I curdi iracheni sono a favore della guerra e lavorano per ottenere quanti più vantaggi politici nella zona curda, sebbene uno stato curdo appaia ancora irrealizzabile. L’entrata in guerra della Turchia significherebbe l’opportunità di affermare la sua presenza nel nord dell’Iraq, fatto questo che va contro i progetti curdi. La tensione tra il governo turco e i gruppi curdi apparve chiara alla riunione di Ankara organizzata questa settimana su richiesta di Zalmad Khalil Zad, responsabile dell’amministrazione Usa del dossier Iraq. Nell’asse settentrionale, in assenza di una decisione internazionale, 'la coalizione degli opposti' è divenuta uno dei fenomeni della guerra americana all’Iraq.

    Nonostante l’opposizione saudita alla guerra, Riyad ha consentito l’utilizzo della base aera di Sultan per svolgere le operazioni militari. In questa base, che si trova a 50 miglia a sud-est della capitale saudita, è stanziato il centro di comando delle operazioni aeree congiunte. Di fronte alla suscettibilità del consenso di Riyad all’utilizzo di questa base, gli Usa si sono preparati ad utilizzare, per qualunque evenienza, la base di al-Uded situata in Qatar. Ciononostante la base del principe Sultan, quando inizieranno le operazioni aeree, resterà il quartier generale fondamentale secondo l’accordo segreto stipulato con Riyad. Infatti i generali dell’aeronautica statunitense e britannica attualmente lavorano per questo scopo. Intanto Riyad e Doha [capitale del Qatar n.d.t.] fanno a gara ad evitare di fare arrabbiare Washington. Quanto al Bahrayn, ha messo a disposizione delle truppe americane una base navale, aerea e altro supporto, anche qui in concorrenza evidente con il Qatar.

    Il Kuwait non sta di certo a guardare. Appoggia incondizionatamente gli Usa forse, secondo alcuni, per l’esperienza che visse 13 anni or sono.

    La Giordania, nonostante le dichiarazioni dei suoi leaders contro la guerra, ha aperto le frontiere per le operazioni militari angloamericane. Nei giorni scorsi le forze speciali statunitensi e britanniche hanno iniziato voli di ricognizione a partire dalle basi situate sui confini tra la Giordania e l’Iraq lunghi circa 113 miglia. I rapporti affermano che le forze israeliane, anch’esse, parteciperanno a questi voli dal territorio giordano. Queste operazioni avvengono all’interno dell’Iraq fino a 50 miglia dal confine giordano. Forse i confini giordani non verranno aperti al passaggio di mezzi pesanti come i carri armati ma intanto continuano le operazioni speciali che hanno come scopo scovare missili Scud che potrebbero essere lanciati contro Israele come accadde nel 1991. Washington ha promesso ad Amman aiuti economici per milioni di dollari.

    Il Pakistan si trova in una situazione difficile. La sua collaborazione alla guerra all’Iraq è limitata dalle decisioni politiche e soprattutto dalla sua posizione nel Consiglio di Sicurezza. Infatti ha rifiutato il sostegno alla risoluzione sulla guerra che la GB voleva portare al tavolo del Consiglio ma ha collaborato con gli Usa nella guerra ai Taleban, lo scorso anno. E pur di avere rapporti un po’ più bilanciati con Washington, il Pakistan ha abbracciato totalmente la cosiddetta guerra al terrorismo espellendo membri di al-Qaeda specialmente chi occupava posizioni di rilievo come Khaled al-Shaykh, arrestato lo scorso mese e Yaser al-Jaziri arrestato una settimana fa. Mentre gli Usa si preparano alla guerra all’Iraq, in Pakistan è in corso una guerra segreta senza posa contro al-Qaeda. Ma questa volta, al presidente Musharraf, è sfuggita l’occasione limitata di poter avere voce in capitolo nella guerra all’Iraq. Infatti il ruolo del Pakistan non pare fondamentale similmente al ruolo svolto dalla Turchia nella guerra in Afghanistan. In ogni caso, questi due paesi musulmani si sono schierati con gli Usa, volendo o nolendo, ciò che conferma che il non allineamento fra questi grandi paesi li indebolisce e impedisce loro di prendere decisioni chiare, come ha fatto la Francia ad esempio. E a causa di questa debolezza politica, la maggior parte dei paesi arabi ed islamici sono stati costretti ad affiancare gli Usa almeno in segreto.

    Addirittura l’Egitto che ha rifiutato con insistenza il progetto bellico americano, organizzando il vertice di Sharm el-Sheikh per invitare gli Usa a non attaccare, si è trovato costretto a non opporsi al passaggio delle portaerei statunitensi nel Canale di Suez nonostante avesse avvertito di non consentire loro il passaggio.

    Non è nuovo il fenomeno del 'chi arriva prima' nel guadagnare la simpatia e la stima di Washington. Ciò che è nuovo ora è i Paesi arabi e islamici praticano troppo il 'doppiogiochismo', opponendosi verbalmente alla guerra ma in realtà non adottando alcuna decisione volta a scongiurarla. Sia chiaro però che si è schierato con gli Usa ha guadagnato solo un po’ di tempo. Presto toccherà anche a lui subire sorte che ora sembra ancora poco chiara.

    La prossima tappa è la Palestina. Sicuramente verranno fatte pressioni sulla parte palestinese affinché faccia poche richieste e combatta quei gruppi ostili al terrorismo israeliano con il pretesto della guerra al terrorismo. Anche l’Arabia Saudita, il Pakistan e forse la Turchia saranno esaminati nuovamente e non verranno perdonati per la loro posizione contro la guerra all’Iraq. Si tratta di mulini senza Don Chisciotte. Strana questa gara degli opposti ad ottenere la simpatia di Washington ma più strano ancora è che questi Paesi credono di guadagnarci più di quanto Washington non abbia già calcolato. Questi sogni svaniranno con l’ultimo colpo sparato in Iraq allora si sveglieranno e vedranno la realtà, amara senza dubbio.



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    Nobis ardua

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  2. #2
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    Predefinito ... una sorpresa?... certamente no!...

    cari amici
    ecco a voi una 'sorpresina' [ ...] comparsa su un giornale delle mie parti, La Libertà di Piacenza...

    al solito... buona lettura!...


    La guerra segreta. Un filoisraeliano sostituirà Saddam

    di Bijan Zarmadili

    Un generale americano in pensione, Guy Garner, sarebbe il principale candidato della Casa Bianca a governare l'Iraq dopo la caduta del regime di Saddam Hussein. Fin qui nulla di nuovo. Le indiscrezioni su una futura amministrazione militare protempore statunitense a conclusione della guerra sono state diverse e alcune hanno trovate persino l'implicita conferma da parte delle fonti americane. Il generale Garner, stando a quello che sostiene il giornale arabo 'Al-Bayan', avrebbe però una caratteristica non trascurabile per gli arabi, ma soprattutto per gli iracheni. Sarebbe un convinto filoisraeliano, ostile alla causa dei palestinesi. La comparsa del suo nome nella rosa dei candidati per la gestione militare dell'Iraq post-Saddam ha così provocato un putiferio nelle cancellerie arabe, preoccupate a questo punto non solo per le sorti della guerra, ma anche per l'eventualità della presenza di un americano considerato amico dello stato d'Israele al vertice di un paese arabo e islamico. Diversi media locali, in questi giorni, hanno riportato con grande rilievo una dichiarazione rilasciata dal generale americano in pensione durante una sua visita in Israele nel 2000: '... una Eretz Israel [la grande terra d'Israele] sarà un fattore decisivo per la sicurezza delle regione mediorientale e per gli interessi degli Stati Uniti...'. A conferma dell'ipotesi sulla candidatura di Garner gli arabi parlano inoltre di una missione compiuta recentemente da Garner in diversi paesi della regione ritenuti 'amici degli Stati Uniti', riferendosi probabilmente al Kuwait, alla Giordania e all'Egitto. Insomma, non ancora sconfitto Saddam, si sta già complicando il dopo-Saddam, con i curdi e gli sciiti iracheni che non facilitano, come dovrebbero, l'avanzata degli angloamericani verso Baghdad e con gli arabi che soffiano sul fuoco, paventando un futuro Iraq a disposizione dell'Eretz Israel.



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    Nobis ardua

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    Predefinito ... già designati i prossimi...



    Significativa vignetta dall'acor più significativo titolo Controllo degli Armamenti comparsa nei giorni scorsi sulla stampa araba

    cari amici
    per chi di voi dovesse nutrire ancora dubbi sulla 'strategia a medio termine' degli americani in medio Oriente suggerisco la lettura di questi due trafiletti, in primo tratto da Il Tempo di ieri, il secondo da un comunicato Adnkronos di oggi. Mi sono permesso solamente di sottolineare le parti più significative astenendomi da ogni commento, in quanto assolutamente non necessario...

    al solito... buona lettura!...


    Gli Usa accusano la Siria

    Il ministro della Difesa americano ha accusato Damasco di aver procurato equipaggiamenti militari, tra cui visori notturni, al regime di Baghdad e ha minacciosamente avvertito che tali forniture sono ritenute 'atti ostili' contro gli Stati Uniti, poiché 'pongono una minaccia diretta alla vita dei soldati della coalizione'. Immediata la smentita di Damasco: con queste accuse, Washington cerca di distogliere l'attenzione dalle perdite civili causate fra la popolazione irachena. Nella notte jet americani hanno bombardato e distrutto durante la notte anche un edificio a Bassora dove era in corso una riunione fra 200 membri delle milizie fedeli a Saddam Hussein. Lo hanno reso noto fonti della coalizione, citate dalla Bbc.


    Powell alla Siria, basta con il sostegno a terroristi e Saddam. Il segretario di stato bacchetta poi anche l'Iran

    Washington, 31 mar. [Adnkronos] - Continua l'offensiva diplomatica degli Stati Uniti contro Siria e Iran. Dopo le osservazioni dei giorni scorsi del segretario alla difesa americano, Donald Rumsfeld, ieri sera e' stata la volta di Colin Powell. Il segretario di stato americano ha invitato Damasco a non offrire piu' sostegno a 'gruppi terroristici' e al regime di Saddam Hussein e Teheran a porre fine ai suoi sforzi di dotarsi di armi di sterminio. 'La Siria ha ora di fronte a sè una scelta cruciale' -ha affermato Powell in un discorso pronunciato ieri sera di fronte alla commissione israelo-americana a Washington.



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    Nobis ardua

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    Predefinito ... quando si dice parlar chiaro!...

    Diramato pochi minuti fà...

    venerdì 11 Aprile 2003, 117

    Gen. Clark: non investirei denaro a Damasco

    Berlino, 11 apr. - [Adnkronos/Aki] - 'Non investirei il mio denaro a Damasco'. Il generale Wesley Clark, ex comandante supremo della Nato, commenta in questi termini la possibilità di un attacco americano alla Siria. 'Per il momento la parola è ancora alla diplomazia - ha dichiarato in un'intervista alla Berliner Zeitung - ma se Damasco non cedera' alle pressioni Usa un'azione militare e' probabile'.


    Molto bene generale!... solo, a titolo di pura informazione s'intende, vorrebbe renderci edotti delle 'richieste' che in questo momento gli Stati Uniti stanno presentando al [legittimo secondo le norme internazionali] governo della Siria?... o è chiedere troppo?...


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    Nobis ardua

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  5. #5
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    Predefinito ... dove saranno mai le tanto decantate 'armi chimiche'?...

    cari amici
    ricorderete certamante la 'barzelletta' andata in onda una settimana fa quando da prima le autorità militari americane avevano annunciato con malcelato trionfalismo di aver trovato finalamente le tanto conclamate 'armi chimiche', la motivazione uffcialmente addotta per giustificare l'intervento armato in Iraq. Nel comunicato si diceva che autorita' militari americane stanno investigando sulla possibile presenza di un deposito di 'gas mostarda' [successivamante corretto in 'iprite'...] presso Najaf, dopo che cinque soldati hanno sviluppato bolle dopo essere entrati in un deposito di armi. Dopo neppure 24 ore però giungeva una decisa quanto penosamente ridicola smentita: le sostanze in questione era semplici pesticidi.
    Ieri nuovo comunicato del comando americano: i marines hanno trovato in una scuola di Baghdad cinque [!] 'ogive chimiche' [poi corretto in 'fustini'...] contenenti una sostanza che 'provoca vesciche piene d’acqua sulla pelle'. In attesa che noi si faccia ancora un paio di risate in occasione della prossima ennesima smentita, l'amministrazione americana si deve essere fatta le idee chiare. Le armi chimiche non sono in Iraq?... vorrà dire che sono in Siria!...

    Ecco a voi l'articolo comparso oggi su Libero...

    al solito... buona lettura!...



    Duro monito del presidente americano a Damasco. Deve cooperare con noi.



    Bush: ‘armi chimiche in Siria’

    Washington – ‘La Siria deve cooperare con la coalizione, l’ho già detto e lo ripeto. La Siria non deve offrire protezione ad elementi del regime di Saddam Hussein’. Lo ha detto il presidente americano George W. Bush rispondendo a domande di giornalisti di ritorno alla Casa Bianca da Camp David. La domanda a Bush si riferiva a dichirazioni del segretario alla difesa Donald Rumsfeld, secondo il quale elementi del regime hanno trovato rifugio in Siria. Bush ha detto che gli Stati Uniti hanno motivo di ritenere che vi siano in Siria armi chimiche e che si aspettano collaborazione anche su questo. Rispondendo ai giornalisti sul prato della Casa Bianca, Bush non ha minacciato azioni militari contro la Siria, ma ha ripetuto più di una volta che il governo di Damasco ‘deve cooperare’ e ‘non deve accogliere elementi del partito Baath, comandanti militari e persone che devono rispondere di quello che hanno fatto’.
    Bush non ha escluso di contattare i leader siriani per rendere chiaro questo loro punto di vista. Quanto al sospetto che la Siria abbia armi chimiche esso si può forse riferire alla denuncia della federazione degli scienziati americani secondo cui la Siria è fra i 19 paesi che avrebbero o cercherebbero di procurarsi armi di distruzione di massa bio-chimiche. Così Bush ha messo sull’avviso la Siria e gli altri paesi dell’Asse del Male [oltre all’Iraq, l’Iran e la Corea del Nord] che gli stati Uniti hanno appena dimostrato in Iraq di fare sul serio quando si tratta di bloccare le armi di sterminio [l’enfasi è aggiunta …- n.d.r.].
    Damasco minimizza e ribatte che le accuse di Washington non rappresentano la tendenza generale dell’amministrazione Usa ma soltanto di una corrente più ‘fanatica’ al suo interno. Secondo analisti occidentali però l’ormai quasi quotidiana bordata di accuse alla Siria da parte di Washington dimostrerebbe che gli usa stanno cominciando sul serio il loro proclamato progetto di ridisegnare la mappa del Medio Oriente nell’intento di ‘democratizzare’ la regione. Stando agli esperti infatti le sempre più pesanti pressioni Usa sulla Siria, governata da un’ala del partito Baath appena rovesciato in Iraq e da tempo sulla lista nera dei paesi che sponsorizzano il terrorismo redatta dagli Usa, tenderebbero ad indurre Israele ad accettare il piano di pace per il Medio Oriente tracciato da Washington.
    Il rovesciamento ad opera degli Usa del regime baathista a Baghdad rappresenta, a detta degli analisti, ‘l’inizio della fine’ del partito Baath e di tutti i regimi arabi fondati su partiti analoghi. Probabilmente gli Usa non dovranno ricorrere ad una campagna militare contro la Siria, ma il presidente siriano Bashar el Assad dovrà adattarsi alle nuove regole del gioco imposto dagli americani.



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    Nobis ardua

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    Predefinito ... chi è l'unico possessore di armi di distruzione di massa in Medio Oriente?...

    cari amici
    prima di leggere il proseguio di queste mio intervento è opportuno un piccolo 'ripasso della lezione' che poptete fare, se volete, andando sul thread 'lucchettato' An profondamente divisa sulla guerra a fianco degli Usa... [ http://www.politicaonline.net/forum/...0&pagenumber=5 ] e leggendo il post dal titolo le 'balle atomiche' di Condoleeza Rice....

    In esso è spiegata, con abbondanza di particolari, tutta la falsità della solita storiella spacciata come 'verità assoluta', secondo la quale Israele è da sempre minacciata 'della sua stessa esistenza' dai vicini paesi islamici. Oggi la Siria, in risposta alle sempre più pressanti minacce di Bush [elargite con la benedizione di Sharon, s'intende...] ha 'osato' ricordare questo piccolo e insignificante dettaglio... vedremo che cosa accadrà ora!...

    Ecco a voi da notizie.msn.it...

    al solito... buona lettura!...




    Il presidente siriano Bashar Assad

    Powell: ‘Possibili sanzioni contro la Siria’

    Segretario di Stato Usa: 'Dovrebbe rivedere le sue azioni e il suo comportamento specialmente riguardo al sostegno di attività terroristiche’

    Washington, 14 apr. [Adnkronos] - Gli Stati Uniti stanno considerando la possibilità di adottare misure diplomatiche o economiche contro la Siria, che, secondo l'amministrazione di Washington, avrebbe dato rifugio ai leader del regime di Baghdad in fuga. 'Riguardo alla Siria, naturalmente esamineremo possibili provvedimenti economici, diplomatici o di altra natura...', ha detto il segretario di Stato americano Colin Powell, al termine di un incontro a Washington con il sottosegretario agli Esteri del Kuwait, Sheikh Mohammad al-Salem al-Sabah. 'La Siria dovrebbe rivedere le sue azioni e il suo comportamento - ha aggiunto Powell - non solo rispetto a quelli che ottengono rifugio in Siria e alle armi di distruzione di massa, ma specialmente riguardo al sostegno di attivita' terroristiche'.

    La Siria ha respinto oggi le accuse degli Stati Uniti di avere armi chimiche e quelle britanniche di aver cooperato con il regime di Saddam Hussein. 'Diciamo al presidente Bush che la Siria non ha armi chimiche e che l'unico a possedere armi chimiche biologiche e nucleari nella regione è Israele, che minaccia i suoi vicini e occupa la loro terra', ha detto la portavoce del ministero degli esteri siriano, Buthaina Shaaban. 'Non c'è mai stata cooperazione tra Damasco e Baghdad - ha aggiunto - Il nostro sostegno e' andato al popolo iracheno, che ha sofferto le conseguenze della guerra'.

    Il presidente siriano, Bashar Assad, ha assicurato al premier britannico Tony Blair, di aver intenzione di fare tutti i tentativi per bloccare l'eventuale fuga di esponenti del regime iracheno in Siria. Lo ha riferito lo stesso Blair alla Camera dei Comuni, sottolineando che la questione aperta contro Damasco riguarda 'i tentativi della Siria di offrire ospitalità' a rappresentanti della leadership politica e militare irachena.

    Il ministro degli esteri britannico, Jack Straw, ha dichiarato che 'non vi e' alcun piano per invadere la Siria dopo l'Iraq'. Ma Damasco, ha detto Straw nel corso della sua visita nel Barhain, deve rispondere a 'questioni importanti' circa i suoi programmi di sviluppo di armi proibite. Nel frattempo il sottosegretario agli esteri britannico, Mike O'Brien, ha incontrato a Damasco il presidente siriano Bashar al Assad, che ha informato sui piani per la ricostruzione dell'Iraq, oltre che dell'intenzione delle forze della coalizione di istituire una autorita' di governo 'ad interim' il prima possibile per 'consentire agli iracheni di definire una nuova costituzione e convocare elezioni'.

    In una conferenza stampa, Straw aveva tuttavia confermato le accuse americane nei confronti di Damasco, parlando di 'molte prove di una cooperazione considerevole fra il regime di Saddam e il governo siriano negli ultimi mesi'.



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    Predefinito ... speriamo non siano parole al vento!...

    cari amici
    oggi su Il Tempo è comparso il seguente articolo dello storico di ispirazione cattolica [una categoria vista di recente non tanto di buon occhio da qualcuno ...] Franco Cardini...

    Voglia il Cielo che chi di dovere lo si ascolti prima che sia troppo tardi!...


    L’Ue conta solo con un esercito

    di Franco Cardini



    Sono stato contrario al conflitto iracheno. Rimango tale. L'esito militare e politico del conflitto non mi ha meravigliato, anzi, a dispetto della sua rapida conclusione non mi sembra sia stato né brillante sotto il primo aspetto, né trasparente sotto il secondo. L'Iraq è già passato in sesta o in settima pagina nell'ideale quotidiano massmediatico diffuso in Occidente [dal quale l'Afghanistan è quasi scomparso]. Anche le notizie circa il suo assetto politico e la ‘ricostruzione’ sono date in sordina e col contagocce. Questa guerra, però, ci ha insegnato molte cose. Ci ha insegnato ad esempio che il popolo delle bandiere arcobaleno aveva in parte torto. Che Robert Kagan, teorico new conservative dell'America ‘nuova Sparta’ che difende tutto l'Occidente, compresa la colta e civile ma imbelle Europa ha parecchie ragioni. Che non è il caso di lasciargliele tutte. Il governo repubblicano-conservatore di Bush, ha imposto al mondo tra 2001 e 2003 la guerra afghana, l'azzeramento della residua autorevolezza dell'Onu, la seconda guerra irakena e la campagna intimidatrice della Siria. Insieme a Sharon, ha creato anche le condizioni per una ripresa delle trattative volte a risolvere il problema israeliano-palestinese. Hanno potuto fare tutto questo unilateralmente, senza il parere e il consenso di nessun altro, per un'unica concreta ragione, la schiacciante superiorità militare statunitense. Ma il mondo non ha alcun bisogno d'un perpetuarsi del regime unilateralista, anzi, esso costituisce un obiettivo pericolo. È pertanto necessario modificare quest'equilibrio, anche se per farlo occorreranno molto tempo, un'immensa quantità di denaro, un grande dispiegamento di mezzi tecnologici e una ferma volontà politica. Alludo all'ormai chiara assoluta necessità che l'Ue, l'unica al mondo a poterlo fare, si doti di un serio apparato di difesa. Mi rendo conto che, per i governi europei, l'imposizione di spese militari ai loro popoli sia impopolare. La gente di sinistra la ritiene sempre e comunque immorale. Quella di destra preferisce lasciare agli americani il ruolo di ‘gendarmi del mondo’. Sbagliano tutti. E’ in gioco la nostra libertà. Basti pensare alle spese militari in Europa non come esito di carichi fiscali, bensì come investimenti. Se le spese militari europee fossero concentrate sulle industrie europee, e magari [in forma di joint venture] su quelle russe, il carico fiscale necessario a sostenerle sarebbe molto più lieve e, come vantaggi collaterali, otterremmo una ripresa industriale e occupazionale nonché un vantaggio sul terreno della ricerca tecnologica e scientifica. E' noto che le ricerche in campo militare vengono poi sempre utilizzate in quello civile. Oggi, su questo terreno, si spende poco e male. Ogni aereo che acquistiamo, ogni missile che spariamo o che potremmo sparare, aiuta l'economia americana. Il che andrebbe anche bene, se non fosse più urgente aiutare la nostra. Tutto ciò, sia detto, senza la minima ostilità nei confronti degli Usa. Non dobbiamo armarci contro di loro, sarebbe ridicolo e folle. Ma, restando loro amici, dobbiamo pensare alla nostra indipendenza e al modo di farci ascoltare, come consiglieri, quando essi decidono qualcosa. E un consigliere disarmato è sempre poco autorevole. Silvio Berlusconi potrebbe far molto in questo senso, durante il suo semestre di presidenza. La sua amicizia nei confronti degli Usa è fuori discussione. Perché non prova a collegare il suo periodo di leadership europea anche all'avvio dell'indipendenza della nostra Unione dal potente alleato?… a farci passare da un regime di amichevole semidipendenza a un regime di effettivo partenariato?…



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    Nobis ardua

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    Predefinito ... Sharon desidera veramente la pace?...

    Ecco a voi un interessante articolo uscito tre giorni fà su Associated Press, nota testata giornalistica nazistoide ...

    ... non è proprio sullo stesso tenore di quanto giornalmente propinato dal Jerusalem Post, ma.. sapete com'è... occorre garantire la 'pluralità di infoirmazione' ...



    La vignetta, riportata su di una rivista araba, illustra l'uso che Sharon fà dei trattati internazionali e delle risoluzioni Onu


    Israele pone seriamente in dubbio la ‘Road Map’ in Medio Oriente

    di Mark Lavie, Associated Press Writer

    Gerusalemme- Il primo ministro di Israele Ariel Sharon ha frapposto martedì scorso un serio ostacolo al piano di pace proposto dagli Stati Uniti affermando che i palestinesi, se vogliono che il negoziato proceda, devono porre fine alla loro richiesta affinchè venga riconosciuto ai rifugiati arabi il ‘diritto al ritorno’.
    Israele ha sempre negato il ‘diritto al ritorno’ per i circa quattro milioni di arabi espulsi in seguito alla creazione dello stato di Israele avvenuta nel 1948, ma finora non aveva mai posto la rinuncia alla sua richiesta come requisito per il progresso del trattato di pace. Il nuovo piano di pace per il Medio Oriente elaborato la scorsa settimana a Washington contempla che la destinazione finale dei rifugiati sia oggetto di negoziato nel terzo ed ultimo stadio della cosiddetta ‘Road Map’. Il ‘diritto al ritorno’ è stata sempre una pietra angolare della politica di pace palestinese.
    Sharon ha dichiarato alla radio israeliana che la rinuncia ad esso ‘è condizioni imprescindibile posta da Israele per continuare la trattativa’. Tale dichiarazione è coincisa con la celebrazione in Israele dell’Independence Day.
    Portavoce di Israele hanno fatto sapere poi che la rinuncia della controparte dovrà precedere la creazione provvisoria dello stato palestinese prevista nella seconda fase.
    I palestinesi da parte loro hanno già accettato la ‘Road Map’, che porrebbe fine a 31 mesi di violenza in Medio Oriente e condurrebbe ad una pacifica conclusione del pluridecennale conflitto arabo-israeliano.
    Israele rifiuta categoricamente di riconoscere le proprie responsabilità per quanto è avvenuto nella guerra, durata due anni, avvenuta immediatamente dopo la sua nascita, allorchè i paesi arabi invasero il neonato paese e circa 700-mila palestinesi dovettero emigrare o furono espulsi dalle loro case. Sharon ha definito il ‘diritto al ritorno’ come ‘accettazione della distruzione di Israele’, dal momento che mischierebbe arabi e israeliani in una unica entità. Le ultime rilevazioni statistiche danno ora in Israele 5.4 milioni di ebrei e 1.3 milioni di arabi.
    Il ministro del gabinetto palestinese Saeb Erekat afferma che intenzione di Sharon e quella di bloccare prima ed assassinare poi il piano di pace:

    ‘… penso che l’obiettivo finale di Sharon sia di frenare la trattativa fino ad arrivare alle elezioni negli Stati Uniti in modo da non essere più vincolato agli impegni sottoscritti con la presente amministrazione americana…’

    Sharon ha affermato che nei prossimi giorni verranno discusse a Washington le 15 obiezioni mosse da Israele al trattato di pace americano e questo inevitabilmente causerà ritardo nei negoziati. Israele in particolare richiede, prima di fare qualsiasi altra cosa, la totale cessazione degli attacchi terroristici. Gli Stati Uniti ritengono invece che le due cose possano procedere in parallelo, e cioè gli uni si impegnino a por fine agli attacchi terroristici e gli altri blocchino ulteriori insediamenti ebraici nel West Bank e a Gaza.
    Sharon ha inoltre confermato nella stessa intervista alla radio che si è interrotto ogni dialogo di pace con il presidente siriano Bashar Assad. La Siria starebbe secondo lui tentando di eludere le pressioni americane allo scopo di chiudere le sedi dei gruppi estremisti palestinesi e cessare il sostegno ai gruppi di guerriglia con base nel Libano.
    Dopo i combattimenti in Iraq gli Stati Uniti hanno chiesto alla Siria di cessare di dare rifugio ai leader irakeni ed espresso disapprovazione riguardo al programma di sviluppo siriano di armi chimiche e biologiche e alla presenza militare siriana in Libano.
    Sharon tra l’altro ha affermato:

    ‘… certamente la Siria ha interesse a dare l’impressione di essere ben disposta a trattare la pace…’

    I colloqui di pace tra Siria e Israele sono bruscamente cessati nel 1999.
    Il primo ministro palestinese Mahmoud Abbas nel frattempo ha assegnato l’incarico di ministro dell’interno, che comprende anche il comando delle forze di sicurezza, a Mohammed Dahlan, ex-uomo forte di Gaza ed ex-ministro per gli affari riservati. Nel comporre il proprio gabinetto Abbas aveva tenuto inizialmente per sé l’incarico di ministro dell’interno allo scopo di isolare i movimenti di al Fatah. Gli estremisti di al Fatah tuttavia hanno interpretato questo come una rivalsa da parte di Abbas ed hanno promosso un incontro di discussione per i prossimi giorni.



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    Nobis ardua

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  9. #9
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    da www.espresso.it

    " [i] EBREI
    Ebrei Usa, altro che lobby!
    Sempre compatti e pronti ad appoggiare Israele? Macché. La comunità ebraica americana è divisa più che mai. Tra democratici e repubblicani


    di Wlodek Goldkorn


    Spesso, anche nei media italiani, si può leggere o sentire il termine 'la lobby ebraica', soprattutto riferito all'ebraismo organizzato americano. Tale presunta lobby eserciterebbe pressioni sull'Amministrazione di Washington in appoggio della politica di ogni governo israeliano, di qualsiasi colore esso sia.

    Niente di più lontano dalla verità. Gli ebrei americani, come tutti i cittadini di questo paese sono divisi a seconda delle loro idee politiche. Così, i simpatizzanti dei democratici Usa e dei laburisti israeliani sono organizzati nell¿Israeli Policy Forum e nell¿Americans for Peace Now, mentre l¿ex principale organismo di appoggio a Gerusalemme, Aipac , è oramai su posizioni filo repubblciane e filo Likud (destra israeliana).

    L'Aipac, in occasione della visita a Washington di Ariel Sharon, il neo-premier dello Stato ebraico, ha tenuto una sua conferenza. Ed ecco cosa è successo. Ha esordito Elie Wiesel, scrittore, premio Nobel per la pace, ritenuto per qualche strano motivo un uomo 'super partes' (in Italia non negli Stati Uniti). Da sempre simpatizzante del Likud, Wiesel ha attaccato duramente coloro tra gli ebrei che osano dissentire dall'attuale esecutivo di Gersualemme. «Sono contro coloro che usano il loro ebraismo per condannare Israele», ha detto. E poi ha specificato all'indignato inviato del settimanale newyorchese 'Forward', giornale storico della sinistra ebraica americana: «mi riferivo a coloro che attaccano Israele dall'interno della comunità».

    E per capire quanto l'ebraismo americano è oramai diviso al suo interno, ecco un secondo episodio della stessa conferenza. Parla Joseph Lieberman , senatore, ma soprattutto il primo ebreo a essere stato candidato, con Al Gore alla vicepresidenza Usa, una candidatiura che ha significato la rottura di tanti tabù nella società americana. Ci si aspettava quindi un'accoglienza da eroe a Lieberman. E invece, appena il senatore (religioso ortodosso e sposato con una figlia di superstiti ai campi di concentramento nazisti) ha accennato al 'Processo di pace nel Medio Oriente', nella sala è sceso un silenzio e un gelo da tomba. Interrotto da qualche grido di disapprovazione.

    Altro che una lobby.

    26.03.2001 " http://www.espressonline.it/ESW_arti...,12135,00.html



    Cordiali saluti

  10. #10
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    sempre sulle dinamiche interne all'ebraismo americano....questa volta un breve articolo sulle conseguenze dell'11 settembre sulle divisioni delle comunità americane in qualche modo riconducibili all'ebraismo ...

    sempre dal sito de "l'espresso"

    " Ebrei



    Il ritorno delle colombe

    Sul "New York Times" centinaia di intellettuali ebrei chiedono che Israele torni ai confini del 1967, e che gli insediamenti nei Territori vengano smantellati. Dopo l’11 settembre, l’ala liberal si riorganizza
    di Wlodek Goldkorn "

    Le colombe rialzano la testa. È come se un brutto sogno si fosse all'improvviso interrotto. L'ebraismo americano sta tornando alla normalità. Ossia, alle sue divisioni di sempre. Di qua i sostenitori di una soluzione di pace nel Medio Oriente, di là coloro che dei palestinesi non si fidano o credono in una Grande Israele dal Mediterraneo e fino al Giordano. È durato nove lunghi mesi lo smarrimento. L'11 settembre a New York e la guerra in Afghanistan hanno coinciso con l'escalation del terrorismo palestinese e con l'aumento di episodi di antisemitismo in Europa. Così, le voci liberal erano scomparse.

    Ora sono tornate. Sul "New York Times" un annuncio a pagamento firmato da centinaia e centinaia di accademici, scrittori, avvocati, professionisti, chiede che Israele torni ai confini del 1967, che gli insediamenti ebraici nei Territori palestinesi vengano smantellati, che su Gerusalemme si arrivi a una soluzione di compromesso (la spartizione della città). I In Upper West Side, quartiere dell'intellighenzia ebraica di New York è tutto un giro di riunioni. Si cerca di costruire una coalizione di ebrei per la pace nel Medio Oriente, e che combatta la lobby di destra . Il settimanale "Forward", attentissimo a ogni cambiamento di vento, scrive in un editoriale: «La maggior parte degli ebrei americani vuole la coesistenza e non la guerra tra gli israeliani e i palestinesi». E Americans for Peace Now, un gruppo Usa che sostiene l'omonimo movimento pacifista nello Stato ebraico è partito all'offensiva. Cita due sondaggi. Il primo fatto in Israele: sei cittadini su dieci chiedono il ritorno ai confini del 1967 (e il ritorno dei coloni a casa). Il secondo effettuato nei Territori: sette palestinesi su dieci sono convinti che la riconciliazione con Israele è possibile.

    Forse la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il saggio, citato su questa rubrica, del giurista Nathan Lewin in cui si chiedeva la pena di morte per i familiari dei terroristi suicidi. Era troppo. Forse, semplicemente, molti ebrei non ne potevano più di apparire rappresentati solo da organizzazioni che hanno stretto una strana alleanza con l'estrema destra fondamentalista cristiana e nella sua radice, antisemita . Organizzazioni che continuano a dire a Bush: non devi permettere la nascita di uno Stato palestinese, senza presentare altra prospettiva che la continuazione della guerra. In ogni caso: in America, da pochi giorni, è di nuovo legittimo essere contro il governo di Ariel Sharon .
    "
    http://www.espressonline.it/ESW_stam...,34915,00.html

    Cordiali saluti

 

 
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