cari amici
in attesa che l'ineluttabile destino di Saddam Hussein si compia proviamo a chiederci come sarà da qui a poco lo scenario del Medio Oriente e quali saranno le prossime tappe dell'opera di 'pacificazione' e 'democratizzazione' intrapresa dagli Stati Uniti nella regione.
A tale scopo mi pare assai 'profetico' quanto scritto due settimane or sono, prima cioè dello scoppio delle ostilità, da un giornalista palestinese, pubblicato su www.aljazira.it ...
al solito... buona lettura!...
Le Nazioni Unite certamente giocheranno un ruolo 'cruciale' nel determinare futuro assetto del Medio Oriente... quello 'umanitario'...![]()
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13 marzo 2003
Per amore di Washington. Ma presto il destino iracheno toccherà a tutti
di Sayd ash Sgabahi dal Quds al-'Arabi [Gerusalemme araba, GB]
La guerra ci sarà, nei prossimi giorni se non nelle prossime ore. Gli Usa hanno deciso di farla per ragioni non rese note. E mentre il mondo manca di quel potere politico e di quella forza etica tali da opporsi a questa ingiusta decisione, la guerra diviene un fatto prossimo. Ma ciò che è più pericoloso ancora della decisione di scatenare la guerra, è la brutalità con la quale verrà condotta e la violenza delle armi che verranno utilizzate. E dal momento che il regime di Baghdad opporrà resistenza in ogni modo possibile, non è da escludersi che le truppe statunitensi faranno uso di congegni bellici dall’effetto micidiale, quali ad esempio bombe dal peso di 9 tonnellate. I responsabili americani non hanno esitato nell’affermare di essere pronti ad usare armi nucleari tattiche nel caso l’Iraq facesse uso di armi chimiche o biologiche. Di conseguenza, soprattutto nei primi giorni, le scene dei fitti bombardamenti saranno fonte di dolore, rabbia e sofferenza in particolar modo se questa guerra apparisse impari. La prima osservazione che mi viene in mente pensando a questa guerra è che essa viene scatenata per decisione di un solo stato appoggiato da altri due stati fedeli, e non per decisione dell’Onu. In secondo luogo, questo conflitto incarna un grado di ipocrisia nella politica internazionale senza eguali, un grado di trasformismo politico senza pari e un ricorso senza precedenti ai due pesi e alle due misure. Terzo punto, è stata enorme l’opposizione internazionale alla guerra, rappresentata dai cortei di protesta svoltisi in tutto il mondo. E sembra difficile credere che tale opposizione sia stata in difesa di Saddam Husayn e del suo regime. No, si è trattato di un grido forte contro la mentalità della guerra e della distruzione che domina i leaders americani.
Metodi della salvezza
Alla luce di tutto ciò lo scoppio di questa guerra appare come un’altra tragedia politica non solo per gli iracheni ma per il mondo intero. La sfida che Washington sta mettendo in atto contro l’opposizione mondiale non è che un altro modo per affermare il suo predominio mondiale che è figlio della sua forza militare e non della sua logica o della sua razionalità. E’ indubbio che gli iracheni aspirino a migliorare la loro situazione politica, soprattutto alla luce delle guerre e dell’oppressione trentennale delle quali hanno sofferto. Tuttavia il cambiamento politico imposto con la forza dall’esterno e con metodi discutibili, non piace a molti, pur esistendo tra gli iracheni chi afferma di voler cambiare il regime 'ad ogni prezzo'.
Pro e contro la guerra
La crisi irachena, da questa angolatura, pare trovarsi davanti ad un crocevia pericolosissimo e potrebbe non bastare l’operazione militare statunitense per risolverla. Chi non aspetta altro che l’azione militare è del parere che la caduta del regime di Saddam Husayn rappresenti l’ostacolo più grande nel riequilibrio della politica locale e regionale e che mettere fine al regime significherà porre fine al problema. Costoro credono che la caduta del regime dei Taleban abbia fatto perdere ad al-Qa’eda le più importanti postazioni dalle quali partivano gli attacchi terroristici contro gli Usa. Coloro che invece non sono convinti della soluzione militare, ritengono che la caduta del regime rappresenterà l’inizio dell’emergere di nuovi problemi fra i quali il tipo di governo del nuovo Iraq e le alleanze tra le numerose fazioni religiosi e nazionali. In particolare, l’ordinamento del nuovo stato preoccupa ancora l’opposizione irachena. I fautori di questa opinione sono dell’idea che la caduta del regime dei Taleban non abbia affatto risolto la questione afgana e che l’Afghanistan continui a vivere tensione interna e instabilità.
Fantasmi del passato
Al di là di ciò che affermano sostenitori ed oppositori di questa guerra, è certo che questa azione militare contro l’Iraq viene attuata al di fuori della legalità internazionale nonostante quanto accampano gli Usa e la Gran Bretagna i quali ritengono che la risoluzione 1441 renda lecita la guerra nel caso di inadempimento dell’Iraq verso gli impegni presi. La II Guerra del Golfo che scoppiò nel 1991 è stata appoggiata da un’ampia coalizione e benedetta da tutti i Paesi del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che parteciparono all’azione militare. E l’opposizione a quella guerra fu solo di tipo morale e non legale. E nonostante l’assenza di una decisione in ambito internazionale che desse legalità alla guerra della Nato contro la Serbia, il conflitto non ebbe forte opposizione e non fu scatenato solo per abbattere il regime serbo. La guerra contro il regime dei Taleban ha goduto di un appoggio internazione ampio nonostante le reticenze di certi paesi e l’opposizione a quel conflitto che nasceva da questioni etiche e politiche. Quanto alla nuova guerra contro l’Iraq, essa vede entusiasti e favorevoli solamente la Gran Bretagna e la Spagna a fianco agli Usa. Washington non è riuscita ad ottenere la maggioranza richiesta per far approvare una nuova risoluzione che consentisse l’utilizzo della forza contro l’Iraq, nonostante la politica del bastone e della carota usata nei riguardi dei 10 Paesi membri del Consiglio di Sicurezza. Tanto che non era nemmeno necessario che la Francia opponesse il suo veto a tale risoluzione.
Lo scacchiere internazionale. Chi ci guadagna
Nonostante l’opposizione internazionale, gli Usa sono riusciti a obbligare la maggior parte dei paesi bisognosi del loro aiuto, ad accettare i loro piani, fosse anche in segreto.
Persino la Turchia, il cui parlamento ha deciso di non permettere agli Usa di attaccare l’Iraq dal proprio territorio, ha dato via libera all’uso dei suoi porti per rendere agevole lo sbarco degli equipaggiamenti militari statunitensi nel nord dell’Iraq e non si è opposta all’utilizzo da parte degli Usa del suo spazio aereo. Ma Washington punta a strappare al parlamento turco il permesso di far sbarcare 60-mila uomini sul territorio turco per aprire un fronte settentrionale di forze terrestri. Forti pressioni sono state fatte su Ankara. Sono stati bloccati aiuti economici per 20 miliardi di dollari, in Europa c’è chi si è opposto all’entrata nell’Unione della Turchia ed le è stato negato di partecipare alla spartizione del nord-Iraq. I curdi iracheni sono a favore della guerra e lavorano per ottenere quanti più vantaggi politici nella zona curda, sebbene uno stato curdo appaia ancora irrealizzabile. L’entrata in guerra della Turchia significherebbe l’opportunità di affermare la sua presenza nel nord dell’Iraq, fatto questo che va contro i progetti curdi. La tensione tra il governo turco e i gruppi curdi apparve chiara alla riunione di Ankara organizzata questa settimana su richiesta di Zalmad Khalil Zad, responsabile dell’amministrazione Usa del dossier Iraq. Nell’asse settentrionale, in assenza di una decisione internazionale, 'la coalizione degli opposti' è divenuta uno dei fenomeni della guerra americana all’Iraq.
Nonostante l’opposizione saudita alla guerra, Riyad ha consentito l’utilizzo della base aera di Sultan per svolgere le operazioni militari. In questa base, che si trova a 50 miglia a sud-est della capitale saudita, è stanziato il centro di comando delle operazioni aeree congiunte. Di fronte alla suscettibilità del consenso di Riyad all’utilizzo di questa base, gli Usa si sono preparati ad utilizzare, per qualunque evenienza, la base di al-Uded situata in Qatar. Ciononostante la base del principe Sultan, quando inizieranno le operazioni aeree, resterà il quartier generale fondamentale secondo l’accordo segreto stipulato con Riyad. Infatti i generali dell’aeronautica statunitense e britannica attualmente lavorano per questo scopo. Intanto Riyad e Doha [capitale del Qatar n.d.t.] fanno a gara ad evitare di fare arrabbiare Washington. Quanto al Bahrayn, ha messo a disposizione delle truppe americane una base navale, aerea e altro supporto, anche qui in concorrenza evidente con il Qatar.
Il Kuwait non sta di certo a guardare. Appoggia incondizionatamente gli Usa forse, secondo alcuni, per l’esperienza che visse 13 anni or sono.
La Giordania, nonostante le dichiarazioni dei suoi leaders contro la guerra, ha aperto le frontiere per le operazioni militari angloamericane. Nei giorni scorsi le forze speciali statunitensi e britanniche hanno iniziato voli di ricognizione a partire dalle basi situate sui confini tra la Giordania e l’Iraq lunghi circa 113 miglia. I rapporti affermano che le forze israeliane, anch’esse, parteciperanno a questi voli dal territorio giordano. Queste operazioni avvengono all’interno dell’Iraq fino a 50 miglia dal confine giordano. Forse i confini giordani non verranno aperti al passaggio di mezzi pesanti come i carri armati ma intanto continuano le operazioni speciali che hanno come scopo scovare missili Scud che potrebbero essere lanciati contro Israele come accadde nel 1991. Washington ha promesso ad Amman aiuti economici per milioni di dollari.
Il Pakistan si trova in una situazione difficile. La sua collaborazione alla guerra all’Iraq è limitata dalle decisioni politiche e soprattutto dalla sua posizione nel Consiglio di Sicurezza. Infatti ha rifiutato il sostegno alla risoluzione sulla guerra che la GB voleva portare al tavolo del Consiglio ma ha collaborato con gli Usa nella guerra ai Taleban, lo scorso anno. E pur di avere rapporti un po’ più bilanciati con Washington, il Pakistan ha abbracciato totalmente la cosiddetta guerra al terrorismo espellendo membri di al-Qaeda specialmente chi occupava posizioni di rilievo come Khaled al-Shaykh, arrestato lo scorso mese e Yaser al-Jaziri arrestato una settimana fa. Mentre gli Usa si preparano alla guerra all’Iraq, in Pakistan è in corso una guerra segreta senza posa contro al-Qaeda. Ma questa volta, al presidente Musharraf, è sfuggita l’occasione limitata di poter avere voce in capitolo nella guerra all’Iraq. Infatti il ruolo del Pakistan non pare fondamentale similmente al ruolo svolto dalla Turchia nella guerra in Afghanistan. In ogni caso, questi due paesi musulmani si sono schierati con gli Usa, volendo o nolendo, ciò che conferma che il non allineamento fra questi grandi paesi li indebolisce e impedisce loro di prendere decisioni chiare, come ha fatto la Francia ad esempio. E a causa di questa debolezza politica, la maggior parte dei paesi arabi ed islamici sono stati costretti ad affiancare gli Usa almeno in segreto.
Addirittura l’Egitto che ha rifiutato con insistenza il progetto bellico americano, organizzando il vertice di Sharm el-Sheikh per invitare gli Usa a non attaccare, si è trovato costretto a non opporsi al passaggio delle portaerei statunitensi nel Canale di Suez nonostante avesse avvertito di non consentire loro il passaggio.
Non è nuovo il fenomeno del 'chi arriva prima' nel guadagnare la simpatia e la stima di Washington. Ciò che è nuovo ora è i Paesi arabi e islamici praticano troppo il 'doppiogiochismo', opponendosi verbalmente alla guerra ma in realtà non adottando alcuna decisione volta a scongiurarla. Sia chiaro però che si è schierato con gli Usa ha guadagnato solo un po’ di tempo. Presto toccherà anche a lui subire sorte che ora sembra ancora poco chiara.
La prossima tappa è la Palestina. Sicuramente verranno fatte pressioni sulla parte palestinese affinché faccia poche richieste e combatta quei gruppi ostili al terrorismo israeliano con il pretesto della guerra al terrorismo. Anche l’Arabia Saudita, il Pakistan e forse la Turchia saranno esaminati nuovamente e non verranno perdonati per la loro posizione contro la guerra all’Iraq. Si tratta di mulini senza Don Chisciotte. Strana questa gara degli opposti ad ottenere la simpatia di Washington ma più strano ancora è che questi Paesi credono di guadagnarci più di quanto Washington non abbia già calcolato. Questi sogni svaniranno con l’ultimo colpo sparato in Iraq allora si sveglieranno e vedranno la realtà, amara senza dubbio.
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Nobis ardua
Comandante CC Carlo Fecia di Cossato





Nobis ardua
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