... sì, sembra proprio che al giudeo in questione stia scoppiando il fegato.
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Il malumore dei generali
di VITTORIO ZUCCONI
NEL SECONDO weekend della guerra insabbiata, parte la prima controffensiva contro il solo nemico che potrebbe sconfiggere l'America: il morale del fronte interno. In Iraq si combatte per l'Eufrate, ma la battaglia decisiva è sulle rive del Potomac, il fiume di Washington, dove saltano i nervi anche al freddo Rumsfeld che si lascia andare a frasi truculente, "se quei feddayn hanno voglia di morire, li accontenteremo tutti", e poi apre scenari terrorizzanti di altre guerre preventive: "Se i siriani e gli iraniani stanno aiutando sottobanco Saddam Hussein, ne pagheranno il prezzo".
Un Bush "profondamente irritato" deve tenere il suo quarto discorso marziale in quattro giorni; ma se l'Iraq avesse davvero nella Siria, nell'Iran, nella Russia dell'"amico Putin" quell'entroterra che la Corea ebbe in Mao e che il Vietnam ebbe nell'Urss, ben altri "malumori" attendono l'America e l'Europa.
Ci sono segni di "disorientamento" nell'opinione pubblica, come lo chiama un Donald Rumsfeld che perde la calma con i media che diffondono dubbi e dichiarazioni di generali nervosi. C'è "un eccesso di informazioni frammentarie dal fronte", si agita "Rummy" il segretario alla guerra. Un commento che gela il sangue ai giornalisti più vecchi e che ricordano le accuse ai media di avere perduto il Vietnam. Tutta la Washington del potere ce l'ha con i giornali che non cantano in coro. Ma non sono i giornali a rifornire Saddam Hussein e a smentire le comode tesi dell'isolamento del raìs nel mondo arabo.
Il presidente è irritato coi giornalisti che fanno "silly questions", stupide domande sulla durata della guerra. I galli degli alti comandi, i generali, cominciano a beccarsi tra loro, dalle pagine dei quotidiani. E questa possibile crepa nel fronte interno è l'arma di distruzione che Washington teme di più. Anche i giornali che editorialmente appoggiano l'invasione, come il Washington Post, fanno il loro mestiere e registrano gli inciampi, i rovesci, i battibecchi dal fronte, così contraddicendo gli editoriali nelle loro cronache. Le foto e le sequenze di soldati incrostati di fango, sabbia e fatica, a corto d'acqua e di carburante, parlano più forte dei bollettini. Gli inviati embedded, incastrati nei reparti, non sembrano più tanto una buona idea ai comandi che speravano di usarli per la propaganda. E al fronte si muore. Questa non è la bloodless war, di Bill Clinton in Kosovo, la guerra senza sangue americano.
Ci sono segnali diretti e indiretti di ruggini forti. Si irrita il sempre composto Powell, quando gli chiedono se questa campagna azzardata e inconfessabilmente razzista, il mad dash, la corsa pazza verso Bagdad puntando sulla resa in massa delle unità irachene, smentisca la sua dottrina militare, che richiedeva pazienza, forza schiacciante e certezza di obbiettivi. "Questi generali li ho addestrati tutti io", risponde brusco, "cosa volete che tradiscano". Ma anche Blair si è scontrato con Bush, ieri l'altro, sulla condotta della guerra, perché secondo i britannici e il premier, questa lentezza, questa guerra condotta con la mano legata dietro la schiena e questi rovesci aggravano ogni giorno la posizione del governo inglese, in attesa di quella vittoria che sanerebbe, almeno temporaneamente, tutto.
Bush ha preso personalmente in mano la gestione delle pubbliche relazioni, come l'amministratore delegato di un'azienda che va male in Borsa, commenta il Washington Post, e rilancia l'ennesimo discorso della vittoria ai vecchietti reduci di altre guerra: "Vedrete come saremo orgogliosi di questa guerra, quando sarà vinta". Vuol dire che per ora non lo siamo? Il Dipartimento di Stato dà una mano alla controffensiva politica e fa sapere che i servizi segreti iracheni progettavano attacchi terroristici contro nazioni occidentali, dettagli seguiranno, forse.
Ma sulla riva opposta del fiume, al Pentagono, il "piano Franks", è sotto tiro. Gli immensi rinforzi in arrivo hanno dimostrato che la dottrina della "guerra leggera" voluta da Rumsfeld e tradotta nel piano del generale Tommy Franks non ha funzionato e il Pentagono deve passare alla vecchia "guerra pesante campale". "Si sa bene che nessun piano di battaglia resiste mai al contatto con il nemico", scappa detto al generale d'aviazione Myers, subito interrotto dal suo superiore, da Rumsfeld, che gli rammenta secco: "Quel piano era stato visto, rivisto e corretto, e ha avuto la approvazione di noi tutti, me compreso". Come dire al comandante a quattro stelle dell'Air Force: in questo pasticcio ci siamo tutti, mio caro, e nessuno si illuda di lanciarsi con il paracadute.
Se qualcuno dovrà pagare per primo, nel caso la caduta di Bagdad si faccia aspettare troppo, sarà il generale Franks, che ha messo la propria firma sull'"invasione leggera" e sul "rolling start", sulla partenza frettolosa.
Naturalmente, Franks pagherebbe per colpe altrui, perché la dottrina della "guerra leggera" preceduta dallo shock per annientare psicologicamente il nemico è del segretario alla difesa. Come è stata politica la certezza, alimentata da oppositori iracheni sempre pronti a compiacere il loro padrone americano, che la popolazione sarebbe insorta e che le altre nazioni arabe sarebbero state a guardare indifferenti.
Invece, dalle frontiere di carta con la Siria e l'Iran arrivano terroristi, volontari, armi, parti di ricambio, forse vendute dalla mafia russa, da quel Putin che sarebbe dovuto entrare addirittura nella Nato; e Rumsfeld deve minacciare tutti di future rappresaglie se appoggiano Saddam, aprendo lo scenario di un "domino" di altre guerre preventive all'infinito. I discorsi non servono più. Bush ha disperatamente bisogno di una giornata di sole. I sondaggi tengono, la nazione è più paziente dei suoi giornalisti: e furono necessari cinque anni per sollevare l'America contro la guerra in Vietnam. Ma quelli erano i padri. Di quanta pazienza sono capaci i loro figli, la generazione del fast food?




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