In molti dei focosi talk show che si susseguono per la crisi irakena succede spesso di dover sentire Bertinotti e altri esponenti comunisti che dicono: “siamo contro la guerra perché siamo contro la violenza”.
E’ una cosa enorme. E non meno enorme è che nessuno lo rimbecchi adeguatamente, anzi, neanche inadeguatamente, che semplicemente si lascino nel regno delle cose normali e dicibili siffatte enormità.
Naturalmente non c’entra nulla il merito della questione irakena: mi sta benissimo che si ritenga inadatta, inopportuna o addirittura sporca e obliquamente interessata questa guerra (anche se personalmente ho le mie opinioni, molto vicine agli angloamericani). Non serve affatto andare a misurare col bilancino i diversi e molteplici argomenti.
La cosa enorme e inaccettabile è che i comunisti di dichiarino contro la violenza, quando questa cosa è falsa sul piano storico e vieppiù su quello teorico e culturale.
Bertinotti rinnega forse la guerra partigiana, l’ingresso trionfale dell’armata rossa a Berlino, le radiose mattinate di Pietroburgo che “sconvolsero il mondo”? Non diciamo fesserie.
Marx non parla di violenza levatrice della storia? La rivoluzione è o non è diversa dal deprecato riformismo proprio per l’immediatezza necessariamente violenta del cambiamento?
E senza andare troppo lontano, si può onestamente negare che se qualcuno riuscisse mai ad accoppare che so, Schifani Renato o il ministro Castelli o lo stesso Berlusconi, milioni di compagni italiani brinderebbero in piazza e ballerebbero tutta la notte, del resto in modo assolutamente speculare a quanto fecero il 12 settembre 2001 molti rampolli della borghesia araba in piacevole soggiorno presso le incantevoli università d’Europa?
Ma è mai possibile doversi umiliare a portare argomenti tanto elementari e banali, ma inconfutabili? Non significa che il “dibattito” politico è orribilmente falsato in partenza da egemonie culturali più forti dell’evidenza? Da suggestioni cento volte più forti della verità?
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