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    Predefinito Contributo di La Grassa

    messo anche sul bollettino.


    Tristezze

    Mi permetterete, se non altro per occupare la mente e razionalizzare la tristezza dell’oggi, di fare una breve previsione su come finirà questa “guerra” (che è come chiamare incontro di pugilato quello tra un peso massimo professionista e il sottoscritto). Mi sembra che i copioni di sempre, con qualche variante importante, si ripetano. Molte manifestazioni all’inizio dell’aggressione, poi via via una specie di assuefazione. In questo caso avevamo visto la Chiesa prendere posizioni dure pri-ma dell’aggressione – “crimine contro la pace”, Tribunali della Storia e della propria coscienza, ecc. – per poi ripiegare, proprio quando appaiono perfino sulle nostre vergognose TV le immagini di bambini ciechi, amputati, morti, bombardamento di un Ospedale, ecc., sulla generica preghiera per la pace, senza nemmeno più nominare l’Irak (nel contempo si fanno togliere dalle Chiese le bandie-re iridate perché sarebbe sufficiente il crocefisso come simbolo di pace).
    Lascio perdere la “seconda superpotenza oggi esistente” (sapete bene qual è secondo gli imbe-cilli, o i mascalzoni, della finta “sinistra”), che mostra già, ma mostrerà a breve ben di più, la sua totale inanità oltre che confusione mentale (e spesso ipocrisia). Anche la rabbia dei popoli arabi, come al solito, non produce nemmeno il classico topolino. Vi ricordate come alla fine tutti si ac-quietarono (pur se i veleni depositati sussistono e infine certo si manifesteranno) dopo la Jugoslavia e l’Afghanistan? Questa volta, indubbiamente, c’è stata una maggior resistenza – e credo ci siano molti più morti e distruzione di mezzi angloamericani di quanti vengano confessati – anche perché la divisione del mondo “occidentale” è stata infine relativamente profonda ed è stata in qualche modo di aiuto all’Irak. Alcuni paesi almeno cominciano a capire che la politica di potenza degli Stati Uniti li sta mettendo in angolo. Purtroppo però non sussistono ancora in questi paesi quadri politici (e tanto meno classi dirigenti economiche) adeguati alla bisogna. Siamo appena all’inizio di un rovesciamento di posizioni che non si verificherà con quell’impeto che molti di noi desiderereb-bero.
    Per il momento, alla fine, tutti traccheggiano e scendono, e scenderanno, a compromessi più o meno dichiarati. In questa situazione, non credo proprio – salvo “irrazionalità storiche” certo sem-pre possibili, ma poco probabili – che si arriverà alla guerra strada per strada a Baghdad. Penso che – a mio avviso del tutto giustamente – Saddam si metterà in salvo (o forse l’ha già fatto) e vi sarà la “resa” per evitare un sacrificio che potrebbe essere solo un suicidio collettivo. Naturalmente, le TV raccontano balle tremende; l’hanno fatto fin dall’inizio con la 51.ma divisione irakena (con 8000 uomini e 200 carri armati) arresasi, con Bassora in rivolta contro il regime, anzi data per già presa al secondo giorno, ecc. Adesso è stata annientata la divisione Medina, poi la si ritrova in difesa della capitale, e via dicendo. Queste sono tutte menzogne di TV e giornali ormai privi di qualsiasi credi-bilità (e dignità); restano veri solo i bombardamenti e il massacro dei civili, non fatto per errore ma per terrore. Tuttavia, come i talebani (e il Mullah Omar, ecc.) non organizzarono l’ultima difesa, una volta che l’esercito pakistano decise di appoggiare il Presidente e i mullah di quel paese non poterono (credo piuttosto che non vollero per evitare scontri dall’esito incerto) organizzare una vera rivolta, così pure adesso, una volta dimostrata una certa resistenza, i dirigenti e militari irakeni – ma non contro Saddam, invece con il suo sostanziale accordo (politico) – cesseranno di combattere. Naturalmente, non ci sarà alcuna pacificazione – come non c’è stata in Afghanistan, e in fondo nemmeno nei Balcani – ma la politica impone tempi molto più lunghi, e certo dolorosi per chi si oppone all’imperialismo e prova ormai un odio terribile contro “gli americani”.
    Quanto sta avvenendo mi sembra confermi le tesi da me sostenute in specie nell’ultimo anno, e negli ultimissimi scritti in particolare. Mentre credo che varie altre tesi, tipiche dei no global (che sono in realtà dei perfetti global) e dei pacifisti confusi e di buoni sentimenti, faranno abbastanza presto la fine che si meritano. Ma non è questo il momento di riprendere analisi politiche (e teori-che), che richiedono tempo (e spazio). Voglio solo ricordare come si vada delineando una linea pre-cisa di frattura tra filoimperialisti (anche mascherati) e antimperialisti, che esigerà sempre più la chiarezza, il rifiuto di politicantismo e tatticismo ormai colpevoli. Quello che non era riuscito alla Germania nazista, sta al momento riuscendo – per varie contingenze storiche che non sto a ricordare qui – agli USA. Il fatto che il governo della prima non fosse fondato su “libere elezioni”, mentre lo è quello dei secondi (e dell’altro bestiale nemico: Israele), non fa altro che rendere ancora più gran-de la figura di Lenin che affermò (e non una volta) come il “miglior involucro” della dittatura della borghesia fosse la Repubblica “democratica”. Oggi questo è stato dimenticato, e mezzo secolo di pace e di ricchezza – assicurata dal massacro di altri popoli lontani – ci hanno reso intontiti e insen-sibili; per cui balbettiamo sulla “nostra democrazia”. Bisogna smitizzarla, far capire che gli USA consentono “democraticamente” – fin quando non si arriva al “disfattismo” (chi si ricorda quali re-gimi sostenevano questa tesi?) – la critica interna, e anche apparentemente feroce, che tuttavia non mette mai adeguatamente in luce la loro funzione mondiale: ormai quella, lo ripeto, che tentò di as-sumere la Germania.
    La tensione all’egemonia del nazismo (e non veramente globale, perché in Asia c’era il Giappo-ne) durò solo 12 anni. Qui durerà, “democraticamente”, ben di più, ma per particolari contingenze storiche che hanno favorito i nuovi “dominatori imperiali”. Mi sbaglierò, ma già oggi, nel loro ap-parente pieno fulgore, credo che gli USA inizino il loro lento declino. Sarà però lungo; e tanto più quanto più non saranno cambiate profondamente le strutture politiche (e logicamente sociali, ma soprattutto politiche) di vari paesi europei, di Russia, Cina e forse di qualche altro paese. L’Italia non conta molto, ma poiché viviamo qui, dovremmo intanto cominciare da “casa nostra”. Natural-mente, all’inizio, recidendo i legami opportunistici che ci condizionano, smettendola con la real-politik, con l’essere “uomini di mondo”, del tutto cinici e pronti alle compromissioni. Si comincerà in pochi, questo è certo; ma processi storici di grande cambiamento sono in marcia, e non saranno i vili e i confusionari a stare al passo.
    Per il momento, non dico di più

    Gianfranco La Grassa 3/4/03

    PS Logicamente, sarei felicissimo di sbagliarmi su tutta la linea

  2. #2
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    Predefinito Re: Contributo di La Grassa

    Originally posted by pietro
    Voglio solo ricordare come si vada delineando una linea pre-cisa di frattura tra filoimperialisti (anche mascherati) e antimperialisti, che esigerà sempre più la chiarezza, il rifiuto di politicantismo e tatticismo ormai colpevoli. Quello che non era riuscito alla Germania nazista, sta al momento riuscendo – per varie contingenze storiche che non sto a ricordare qui – agli USA. Il fatto che il governo della prima non fosse fondato su “libere elezioni”, mentre lo è quello dei secondi (e dell’altro bestiale nemico: Israele), non fa altro che rendere ancora più gran-de la figura di Lenin che affermò (e non una volta) come il “miglior involucro” della dittatura della borghesia fosse la Repubblica “democratica”. Oggi questo è stato dimenticato, e mezzo secolo di pace e di ricchezza – assicurata dal massacro di altri popoli lontani – ci hanno reso intontiti e insen-sibili; per cui balbettiamo sulla “nostra democrazia”. Bisogna smitizzarla, far capire che gli USA consentono “democraticamente” – fin quando non si arriva al “disfattismo” (chi si ricorda quali re-gimi sostenevano questa tesi?) – la critica interna, e anche apparentemente feroce, che tuttavia non mette mai adeguatamente in luce la loro funzione mondiale: ormai quella, lo ripeto, che tentò di as-sumere la Germania.
    La tensione all’egemonia del nazismo (e non veramente globale, perché in Asia c’era il Giappo-ne) durò solo 12 anni. Qui durerà, “democraticamente”, ben di più, ma per particolari contingenze storiche che hanno favorito i nuovi “dominatori imperiali”. Mi sbaglierò, ma già oggi, nel loro ap-parente pieno fulgore, credo che gli USA inizino il loro lento declino. Sarà però lungo; e tanto più quanto più non saranno cambiate profondamente le strutture politiche (e logicamente sociali, ma soprattutto politiche) di vari paesi europei, di Russia, Cina e forse di qualche altro paese. L’Italia non conta molto, ma poiché viviamo qui, dovremmo intanto cominciare da “casa nostra”. Natural-mente, all’inizio, recidendo i legami opportunistici che ci condizionano, smettendola con la real-politik, con l’essere “uomini di mondo”, del tutto cinici e pronti alle compromissioni. Si comincerà in pochi, questo è certo; ma processi storici di grande cambiamento sono in marcia, e non saranno i vili e i confusionari a stare al passo.
    Per il momento, non dico di più

    Gianfranco La Grassa 3/4/03

    A rileggere l'intervento, e soprattutto queste ultime righe, alla luce dell'ultima settimana di guerra, non si può che convenire con La Grassa, con la sua schiettezza, con la sua lucida intelligenza critica e politica

 

 

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