Mandato da avv Giacomo Borrione Lunedì, 07 aprile 2003, 09:44 uur.
Dalle parole del Papa traspare la preoccupazione che la guerra all’Iraq porti con sé un allargamento del conflitto ad altri paesi arabi, finendo per innescare una guerra di religione. Non è però da escludere che in questo tipo di guerra siamo già immersi fino al collo.
Dal 1983, anno in cui a Beirut furono uccisi in un attentato 243 marines americani, passando per il 1988, quando 244 persone morirono a seguito dell’abbattimento, in Scozia, di un aereo della Pan Am da parte di terroristi islamici, per il 1993, anno dell’attentato al Trade Center, e per il 1998, in cui furono attaccate le ambasciate americane in Kenya ed in Tanzania, dove persero la vita 224 americani, fino all’11 settembre 2001, data dell’attentato alle due torri di New York, con più di tremila morti, si può dire che in questi 18 anni ci sia stata una palese, continua aggressione agli Stati Uniti da parte del mondo islamico. E poiché gli Stai Uniti rappresentano lo stato leader del mondo occidentale, si può sostenere che ciò che è accaduto in questo periodo sia l’inizio di un nuovo tentativo di islamizzazione dell’Occidente con la violenza?
Certo, per Bin Laden, l’autore morale dell’ultimo attentato, come per Saddam, l’obiettivo, credo sia stato e continui ad essere più prosaico, come quello, del resto, presente nelle varie persecuzioni cui furono soggetti i copti di Egitto che riuscirono a salvarsi pagando il proprio peso in oro; ma è di solare evidenza che entrambi siano riusciti a solleticare la smania espansionistica dei fondamentalisti che, evidentemente, nutrono ancora in cuor loro il desiderio di imporre il Corano a tutti.
Per il vero, alla tentazione di ricorrere alla violenza non sfuggì, nel passato, neanche il Cristianesimo che si affermò, specie nei paesi dell’America latina, all’ombra dei conquistadores. Ma, ormai da alcuni secoli il Cristianesimo si propone soltanto con le missioni che portano a popoli derelitti un minimo di gratificazione e di sostegno.
Viceversa l’Islam, nei paesi al di fuori dell’Arabia, si è sempre affermato soltanto attraverso la spada e la conquista. Con l’occidente hanno tentato più volte. L’ultimo tentativo aperto si ebbe nel 1672 quando la Podolia - parte dell’odierna Ucraina - venne sottratta alla Polonia e nel gennaio del 1683, a Istanbul, vennero innalzate le code di cavallo della guerra santa in direzione dell’Ungheria e un immenso esercito si mise in marcia verso il cuore dell’Europa, sotto la guida di Kara Mustafà e del sultano Maometto IV (1642-1693), con l’intento di creare una grande Turchia europea e musulmana con capitale Vienna già posta sotto assedio.
Gli assalti ai bastioni e gli scontri a corpo a corpo quotidiani annunciavano che ogni giorno poteva essere l’ultimo, mentre i soccorsi erano ancora lontani. Sollecitato dal Papa e dall’imperatore, alla testa di un esercito, mosse, allora, a marce forzate, verso la città assediata, il re di Polonia Giovanni III Sobieski (1624-1696), che già due volte aveva salvato la Polonia dai turchi, mentre la diplomazia europea era al lavoro.
La grande alleanza, che riuscì a prendere vita all’ultimo momento, grazie a Papa Innocenzo XI, ricorda l’impresa e il miracolo realizzati un secolo prima, in seguito all’opera di Papa San Pio V (1504-1572), a Lepanto, il 7 ottobre 1571. Per la svolta impressa alla storia dell’Europa orientale la battaglia di Vienna può essere paragonata alla vittoria di Poitiers del 732, quando Carlo Martello (688-741) fermò l’avanzata degli arabi.
All’alba del 12 settembre 1683 il venerabile Marco da Aviano, dopo aver celebrato la Messa servita dal re di Polonia, benedisse l’esercito schierato, quindi, a Kalhenberg, presso Vienna, 65.000 cristiani affrontarono in battaglia campale 200.000 ottomani.
La battaglia durò tutto il giorno e terminò con una terribile carica all’arma bianca, guidata da Sobieski in persona, che provocò la rotta degli ottomani e la vittoria dell’esercito cristiano: questo subì solo 2.000 perdite contro le oltre 20.000 dell’avversario.
Da allora nulla è cambiato. Quello che si registra da 18 anni a questa parte è soltanto il quarto tentativo di imporre l’Islàm agli occidentali. È ancora la violenza, la forza e l’imposizione l’unico mezzo che i musulmani, nella concezione oggi dominante, riescono a vedere per proporre ai cosiddetti “infedeli” la legge dell’Islàm.
Ma se non è più il vero Islàm pacifico e tollerante; se non è più l’Islàm delle università moresche della Spagna, quelle stesse alla cui cultura si abbeverò anche, Silvestro II, il Papa dell’anno 1000; se non è più l’Islàm che consentiva agli spagnoli di conservare il proprio credo dopo otto secoli di dominazione araba; se non è più quell’Islam che ha permesso ai polacchi ed agli ungheresi di restare cristiani; se non è l’Islàm dei sapienti, come il Saladino, o dei dervisci danzanti, o dei sufi, dediti all’esperienza mistica dell’incontro con il divino, che Islàm è?
Islàm è una parola araba che significa sottomissione, obbedienza. È la fede in Dio. E Dio, il Grande e Misericordioso, impegna ogni musulmano alla Jihàd che, fortunatamente, non significa “guerra santa”, come comunemente si crede, o come interpreta la stragrande maggioranza dei musulmani stessi e dei mullah che predicano il terrorismo. In realtà, il "Jihàd fi sabili-llah" è lo sforzo, l'impegno sulla Via di Allah. Ed allora la spada da usare per giungere al Paradiso è quella dei sufi, la stessa spada del maestro zen, quella spada interiore capace di sconfiggere le nostre passioni, quelle che trasformano noi stessi in infedeli.
Dice Khomeyni «Lo sforzo contro il proprio io è il più grande di tutti gli sforzi poiché, se si vuole che ogni altra forma di Jihad e di sforzo ottenga qualche frutto ed abbia successo, bisogna allora che l'uomo sia prima vittorioso contro il proprio io e superi l'egoismo».
Questo è l’Islàm che può convivere con le altre religioni e che potrebbe, allora sì, aspirare a conquistare la civiltà occidentale. Ma allora non vi sarebbe stato bisogno della guerra in Afganistan e non vi sarebbe oggi bisogno di intervenire in Iraq. Allora non vi sarebbe stata la necessità che gli Stati Uniti difendessero con le armi la trincea del mondo occidentale a conservarne la civiltà, come Sobieski fece sotto le mura di Vienna. Ma, come sempre, tutto dipende dall’uomo.
Giacomo Borrione
(presidente Comitato Nazionale per la Giustizia - per info consulta lo spazio dedicato su www.legnostorto.com)




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