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    SENATORE di POL
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    da www.israele.net

    " ANALISI E COMMENTI

    Opinionisti arabi e palestinesi di fronte alla caduta di Saddam

    23 aprile 2003

    Per piu' di dieci anni Saddam Hussein e' stato un eroe indiscusso per la maggioranza dei palestinesi, i quali senza alcuna ironia lo dipingevano come uno dei piu' grandi leader arabi dei nostri tempi. Ma il repentino collasso del suo regime sta spingendo molti a cambiare opinione e ad ammettere in conclusione che il loro campione di un tempo non era altro che un dittatore corrotto e spietato, responsabile della morte di centinaia di migliaia di iracheni e della distruzione del suo stesso paese.
    Da quando Bagdad e' caduta, molti palestinesi si stanno unendo al crescente coro di scrittori, intellettuali e politici arabi che sostengono che altri dittatori arabi dovrebbero trarre insegnamento dalla caduta di Saddam. La guerra in Iraq sta rafforzando le correnti riformatrici arabe e palestinesi, convinte che sia giunta l'ora di un vero cambiamento nel mondo arabo. Il cambiamento, dicono, dovrebbe iniziare con lo sbarazzarsi dei despoti arabi e dei loro regimi corrotti. Per dirla con le parole di un commentatore palestinese, "e' tempo che il mondo arabo volti la pagina della repressione". Nuove voci che si levano mentre in Cisgiordania e nella striscia di Gaza continuano le manifestazioni di sostegno a Saddam, ma dopo la caduta del regime iracheno anche queste manifestazioni sono sempre meno.
    Il cambiamento appare evidente nel modo in cui i mass- media palestinesi si occupano della guerra da quando il regime di Saddam Hussein e' crollato. I giornali hanno iniziato a pubblicare immagini di marines americani nei sontuosi palazzi di Saddam e dei suoi figli, accanto a immagini di ex detenuti iracheni con i gravi segni delle torture sui loro corpi. I giornali sono ora pieni di articoli in cui si dice che presidenti, emiri e monarchi arabi devono cambiare il loro modo di governare se non vogliono fare la stessa fine di Saddam. Molti scrittori parlano della necessita' di piu' democrazia e diritti umani nel loro paese. Cio' nondimeno finora i commentatori sono stati attenti a non includere il presidente dell'Autorita' Palestinese Yasser Arafat nell'elenco dei dittatori arabi corrotti che dovrebbero farsi da parte, anche se alcuni lasciano intendere che anche lui, in effetti, dovrebbe imparare la lezione.
    "I nostri fratelli arabi vogliono sbarazzarsi dei regimi tirannici e di coloro che si appropriano delle loro risorse - dice Fuad Abu Hijleh, un autorevole editorialista palestinese - Gli arabi erano tristi per la caduta di Bagdad. Ma questo sentimento e' svanito alla vista dei cittadini iracheni che davano l'assalto alle stazioni di polizia e alle buie camere di tortura dove molta gente aveva trovato la morte. Credo che i consiglieri per la sicurezza di tutti i regimi arabi abbiano visto quelle sequenze e abbiano capito che i popoli arabi disprezzano l'istituto della tortura. Noi speriamo che i regimi arabi abbiano appreso la lezione e vogliano ora chiudere i loro apparati repressivi".
    Hafez al-Barghouti, direttore del quotidiano Al-Hayat al- Jadeeda, ha lanciato un sarcastico attacco senza precedenti contro Saddam e altri dittatori arabi, dicendo che nessuno versera' una lacrima se finiranno nel mirino degli americani. "Non piangeremo per regimi arabi che non riconoscono alle loro popolazioni nessuna liberta', a parte la liberta' di gridare slogan - scrive - Nessun arabo piangera' per il suo leader perche' Washington non potra' mai rubare piu' di cio' che quel leader ha gia' rubato alla sua gente. Ne' gli Stati Uniti umilieranno gli arabi piu' di quanto essi siano gia' stati umiliati dai loro leader".
    "I regimi arabi - scrive Amin Makboul, importante esponente di Fatah in Cisgiordania - non hanno credibilita'. Per affrontare le sfide dall'esterno, i leader arabi dovrebbero dare ai loro popoli liberta' e democrazia".
    Un altro attivista di primo piano di Fatah, Taisir Nasrallah, si dice convinto che la guerra in Iraq avra' un impatto negativo sul generale ordine arabo e islamico. "L'intero ordine arabo ha urgente bisogno di essere ristrutturato - scrive - Cio' che e' accaduto a Bagdad dimostra che l'ordine arabo sta morendo".
    Il parlamentare palestinese Muawiyah al-Masri dice che il profondo divario fra il regime di Saddam e il popolo iracheno e' una delle principali ragioni che spiegano cio' che e' successo a Bagdad. "Cio' che occorre adesso - dice - e' la democratizzazione del mondo arabo, conformemente ai desideri e alle aspirazioni delle masse arabe e non solo come risultato della pressione americana".
    Un giornalista palestinese di Nablus dice che l'atteggiamento verso Saddam ha iniziato a cambiare quando i palestinesi hanno visto sui canali televisivi arabi tutti quei palazzi che egli aveva costruito per se' e i suoi accoliti, mentre la sua popolazione moriva di fame. E aggiunge che molta gente di Nablus e' convinta che Saddam abbia salvato la propria vita e quella dei suoi due figli al prezzo di tradire il suo popolo. "La gente e' infuriata con Saddam perche' non si erano resi conto che fosse un tale dittatore - conclude il giornalista palestinese - Io stesso avrei voglia di prendere a scarpate sulla testa tutti i capi arabi".
    (Khaled Abu Toameh su Jerusalem Post, 16.04.03)
    "

    Certo, ci sono europei, ci sono cristiani, ci sono "cattolici", come il capo della Chiesa Caldea iraqena, che sono molto meno evoluti democraticamente e hanno la coscienza ben più sporca, rispetto all'amore per il regime di Saddam, di quella di tanti palestinesi...che quanto meno avevano la giustificazione di non vedere e non sapere.

    Shalom!!!

    Shalom

  2. #12
    SENATORE di POL
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    da www.ilnuovo.it

    " Medioriente, all'Europa tocca un ruolo cruciale


    di Gianni
    De Michelis

    Lavorare per la pace vuol dire una cosa sola
    Eliminare, cioè, le ragioni di un conflitto
    Ed è stata la forza ad aumentare la sicurezza
    Ora va detto ad Arafat che deve farsi da parte


    Scrivo questo articolo alla vigilia dei due, cruciali, incontri di Sharm El Sheikh ed Aqaba. So che verrà pubblicato quando i risultati di tali incontri non saranno ancora compiutamente noti e quindi non si potrà valutare l’efficacia dell’iniziativa del Presidente Bush.

    Ma lo faccio apposta, a ragion veduta, perché vorrei in tal modo sottolineare la logica che presiede al mio modo di valutare le vicende che hanno caratterizzato dall’11 settembre in poi le azioni di Bin Laden e di al-Qaeda, nonché i comportamenti dei principali attori, americani in testa, nel corso dei primi due anni della cosiddetta “guerra al terrorismo”.

    Vorrei in tal modo cercare di dimostrare come, contrariamente a quello che pensano alcuni dei lettori del mio precedente articolo intitolato La difficile sfida di conquistare i cuori arabi, il mio approccio, ovviamente discutibile e rifiutabile, sia caratterizzato proprio da quella intrinseca coerenza che alcuni vorrebbero negare e non possa in alcun modo essere classificato come supinamente filoamericano e/o antiarabo e, meno che mai, antipalestinese.

    Ho già avuto modo di sostenere in molte sedi che la questione non si pone, e non si è mai posta, in termini di alternativa tra pace e guerra e che comunque personalmente penso di essere altrettanto amante della pace dei tanti espositori della bandiera arcobaleno.

    Il problema è che, in politica, lavorare per la pace significa lavorare per eliminare, o almeno ridurre, le ragioni del conflitto e che talvolta, ce lo insegna la storia, anche l’uso della forza, può, alla fine, risultare utile ad aumentare la sicurezza, la stabilità e quindi a ridurre le cause od i rischi di conflitto, diminuendo alla fine le vittime ed i costi di tali conflitti.

    Ecco perché resto convinto che ha lavorato per la pace in Medio Oriente, chi si è battuto per il superamento dello status quo, anche a costo di affrontare i rischi relativi (e vi sono sempre rischi nel cambiare uno status quo) ed anche al prezzo di provocare un conflitto a tal fine.

    Ritenevo e ritengo che nell’ipotesi, per fortuna verificatasi, di un conflitto breve e coronato da successo, ciò avrebbe necessariamente obbligato i vincitori, onde non disperdere i risultati della loro vittoria, ad assumere comportamenti coerenti sotto il profilo delle iniziative politico-diplomatiche (il cosiddetto soft power) fino al punto di adottare comportamenti (le pressioni sul governo israeliano) che erano risultate impossibili fino a quando lo status quo era rimasto immutato ed aveva tra l’altro prodotto un aggravamento delle tensioni (vedi Intifada Due).

    Sulla base di questo ragionamento mi sono permesso di scrivere che la “quarta mossa” da parte americana avrebbe dovuto comportare “la capacità di convincere il governo israeliano di dichiarare immediatamente la propria accettazione, senza riserve od emendamenti, del testo della road map, senza tener conto delle azioni dei terroristi palestinesi”.

    Il fatto che pochi giorni fa, dopo il mio articolo, il governo Sharon, contrariamente a tutte le previsioni degli analisti e dei commentatori, abbia preso la difficile decisione, a prezzo di una dura spaccatura della propria maggioranza politica, di accettare non solo la “road map”, ma anche e soprattutto l’esito finale della spartizione della terra di Heretz Israel e la nascita dello Stato Palestinese, non significa che fossi dotato di virtù profetiche, ma solo che la logica sulla cui base avevo cercato di analizzare la situazione era corretta, fino al punto di arrivare a smentire le pure, autorevoli considerazioni di Richard Perle, che solo pochi giorni prima aveva fatto previsioni assai diverse.

    Successivamente altre notizie (dall’azione sempre più decisa di Abu Mazen nei rispetti del terrorismo di marca palestinese, all’allinearsi di Russia ed Europa, con Chirac in prima linea, nel sostegno all’iniziativa di Bush) hanno dimostrato che ha avuto ragione chi si era schierato a favore del conflitto in Iraq, non perché contro, ma a favore della pace, nonché dei reali interessi della popolazione mediorientale.

    Certo grandi restano le difficoltà e molte saranno le battute d’arresto: ma ciò non giustifica e non giustificherà lo stare a guardare, ed eventualmente gioire per tali difficoltà, quando invece proprio chi si è sbagliato nel valutare la situazione nel suo evolversi iniziale, dovrebbe sentire il dovere, ora che comunque la direzione di marcia non può essere contestata, di rimboccarsi le maniche e dare il proprio contributo, aiutando e non ostacolando chi (e cioè gli americani) si sta assumendo la responsabilità maggiore.

    Ciò riguarda soprattutto l’Europa e contestualmente i paesi arabi (in primis quelli cosiddetti moderati) il cui compito deve essere quello di contribuire a spianare “il tracciato verso la pace”, soprattutto sul versante su cui maggiore può essere la loro efficacia e cioè quello palestinese (e perché non anche del Libano e della Siria).

    Capendo che il tracciato non viene spianato tentando di reinserire nel gioco Arafat, ma solo aiutandolo a capire che è giunto il momento di stare da parte nell’interesse del proprio popolo e favorire il successo degli sforzi di Abu Mazen.

    Un ruolo di prima linea spetta e spetterà all’Italia, sia per la giusta posizione assunta rispetto al conflitto in Iraq sia per l’ormai prossimo semestre di Presidenza: ben vengano quindi le missioni di Berlusconi a Gerusalemme e di Frattini a Beirut e Damasco dei prossimi giorni.

    Saranno occasione importanti per verificare anche la validità di alcune proposte su cui l’Italia ha saputo dimostrare una specifica attenzione ai problemi ed alle loro possibili soluzioni (vedi Piano Marshall per la Palestina, Patto di Stabilità per il Medio Oriente, e Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione nel Mediterraneo).

    Certo di molto maggiore potrebbe essere l’efficacia dell’azione italiana se, superando preconcetti e pregiudizi, anche l’opposizione, o almeno gran parte di essa, imparasse la lezione di Putin e di Chirac, e si rendesse disponibile ad appoggiare l’azione del governo, almeno su questo cruciale terreno.

    (5 GIUGNO 2003, ORE 13)
    "

    Saluti liberali

  3. #13
    SENATORE di POL
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    Non sempre lo condivido ma quanto ha scritto sopra è per me essenzialmente esatto. Del resto la mia lettura dei fattori geo-politici e delle prospettive in campo, nel 3d "L'Impero Democratico", sostanzialmente, andava esattamente nella stessa direzione, sebbene fosse più classicamente "di destra" e più legata ad altri analisti, soprattutto neo-conservatori anglosassoni.

    Shalom!!!

  4. #14
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    Originally posted by AngelodiCentro
    si vede che De Michelis e il NPSI si ispirano al New Labour di Tony Blair.
    A questo punto non posso che consigliare, amichevolmente, a Tony Blair ed al New labour, ti tenere sempre una mano sul portafogli!

  5. #15
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    Sarà, ma è così dimagriiiiiitooooo, povero Gianni, fa quasi un po' pena, io una tangentina gliela farei prendere...

 

 
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