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La devolution e la Sardegna

di Salvatore Cubeddu


La devolution italiana cammina con i voti di Umberto Bossi. Quelli con i quali condiziona il governo della CdL e quelli che attende dalle vicine elezioni dei comuni del Nord. “A noi manca un folle come Bossi!”, recitava piano un politico che da decenni calca le scene della politica sarda. Riprendendo un leit motif nei confronti del Lumbard. Ma in realtà rivolgendogli un complimento, per l’insistenza sui propri ideali e programmi, nonchè per la costanza nel perseguirli.
Comunque vada a finire l’attuale scontro con Fini e i centristi a proposito di “Roma capitale” - cioè attraverso un probabile accordo contrattuale all’interno della compagine di governo - è facile prevedere che il processo appena formalizzato troverà un sicuro sbocco legislativo, la riforma costituzionale del centro sinistra verrà a sua volta riformata, l’unità statuale italiana tra non molto potrà assumere un nuovo volto.
Quale sarà questo volto? Non è del tutto delineato. Né chiaro. Lo stesso Berlusconi lascia spazio al Parlamento. L’Italia tutta ne discuterà per i prossimi mesi, tra preoccupazioni sincere e bordate strumentali all’interno e all’esterno delle coalizioni, che governino o che si oppongano. Quasi certamente il tutto troverà uno sbocco finale nel referendum popolare.
Le informazioni di stampa elencano le suddivisioni di potestà, cioè i titoli precisi di competenza per lo Stato e per le Regioni, con l’esplicito obiettivo di evitare sovrapposizioni conflittuali e di lasciare allo Stato, attraverso la definizione di norme generali, l’ultima parola allorchè si evidenziassero pericoli di lesione all’interesse nazionale.
La Lega, con la sua devolution, affermerebbe (il condizionale è d’obbligo, vista la lunghezza del percorso e l’indisponibilità del testo definitivo) la regionalizzazione della sanità, della scuola, dell’emittenza locale, della promozione dei beni culturali e dei suoi settori economici. Otterrebbe anche la polizia locale, ma lì farà i conti, insieme con il ministero degli interni, con i poteri reali e quotidiani dei carabinieri e della polizia. Non si parla di passaggi essenziali, per un ragionamento federalista: né della camera delle regioni, a composizione paritetica, in sostituzione del senato, né della corte costituzionale, a parziale composizione dei soggetti federati. Molto fumo e poco arrosto, si direbbe, da quest’ottica. Ad essere proprio malevoli, una litigata su “Roma capitale” serve anche ad aggiungere un po’ di sapore ironico al sostanziale fumo. Ma, attenzione: una volta che si prefigurasse una condizione particolare per Roma ed il suo territorio, che ne sarebbe delle cinque regioni speciali che il titolo quinto del centro-sinistra aveva almeno nominalmente salvato (seppure precisando in termini di bilinguismo solo la Val d’Aosta ed il Sud Tirolo e non il Friuli e la Sardegna)?
La sanità e la scuola rappresentano il vero aspetto qualitativo dei trasferimenti di poteri alle regioni. Al pari di analoghe operazioni compiute nei confronti dei comuni, si tratta di competenze ad alto tasso di conflitto tra istituzioni e cittadini, quasi di rottura, neanche a bassa voce considerate ingovernabili, che vengono scaricate sulle situazioni locali. Visto che si cambia, tanto vale passare le grane in periferia, sembra ragionare l’alta burocrazia, utilizzando pure Bossi.
E la Sardegna? E la specialità? E l’assemblea costituente? Che ne è della nostra follia senza genialità, senza ideali, senza coerenze? In consiglio regionale non si parla di questo. No: ma, di cosa si va parlando in questa nostra istituzione su cui pare caduta una bomba a frammentazione (ma non intelligente)? Tempi, modi ed esiti della legge finanziaria dicono di interessi e di sopravvivenze individuali, ma anche di assenza di visione di cosa può e deve essere la Sardegna del futuro. Su quale bene comune occorre prendere posizione se di esso neanche si discute?
Non sapendo neanche che cosa in quest’aula ci riserva il domani, bisogna che, chi può e vuole, continui il percorso. L’urgenza di discutere di Costituente si rinnova. Diventa un tema pressante, ormai, di salute pubblica.