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Discussione: Pacifisti

  1. #11
    Hanno assassinato Calipari
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    Sei homer simpson?

    Go Usa, go!

  2. #12
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    Gedea 2002 - © 2002 Istituto Geografico De Agostini

    DEMOCRAZIA


    Lessico
    sf. [sec. XVI; dal gr. demokratía]. 1) Forma di governo basata sul principio della sovranità popolare, esercitata attraverso vari istituti politici e, in partic., attraverso rappresentanti liberamente eletti dal popolo (v. oltre). 2) Il complesso delle forze politiche democratiche. 3) Paese retto democraticamente: le d. occidentali.

    Dottrine politiche: l'antichità classica
    Il termine e il concetto di d. nacquero in Grecia, anzi in Atene, verso la fine del sec. VI a. C. con la costituzione di Clistene, anche se, nella stessa Atene, si volle più tardi far risalire a Solone l'origine di tale costituzione, e se, di fatto, non si può escludere che esperienze “democratiche” ci siano state nel mondo antico prima della fine del sec. VI a. C. e fuori della Grecia: in partic., vale la pena di ricordare la polemica testimonianza di Erodoto (III, 80 e VI, 43) sulla proposta fatta a Dario da Otane di istituire presso i Persiani un governo democratico, proposta “alla quale i Greci non vogliono credere”. Nel discorso di Pericle per i caduti del primo anno della guerra del Peloponneso, Tucidide (II, 37) dà, della costituzione “che gli Ateniesi non hanno imitato da altri ma per la quale, anzi, sono divenuti agli altri modello”, una definizione precisa: il suo nome è d. perché governa “non per i pochi ma per i più”; nella vita privata tutti sono uguali davanti alle leggi; nella partecipazione alla vita pubblica nessuno è ostacolato né dalla povertà né dalla sua oscura posizione sociale né viene valutato per il suo partito ma per il suo merito. La definizione di Pericle coincide con quella che, polemizzando con Ermocrate, il siracusano Atenagora dà nel 415 a. C. alla vigilia dell'invasione ateniese in Sicilia (Tucidide, VI, 39). La concezione della d. come governo di tutti rispetto alle altre forme di governo, intese come governo di una parte, compare, prima che in Tucidide, in Erodoto, nel citato discorso di Otane (III, 80, 8), che propone ai Persiani di passare dalla monarchia alla d. osservando: “nei molti c'è il tutto”. Per Erodoto, come per Tucidide, segno primo e distintivo della d. è l'isonomia, cioè l'uguaglianza davanti alla legge. Uguaglianza di fronte alle leggi e partecipazione di tutti i cittadini (cioè di tutti i liberi, fatta eccezione per le donne, i bambini e gli stranieri residenti) alle decisioni comuni e all'esercizio dei diritti elettorali attivi sono i segni caratterizzanti e irrinunciabili della d. in Grecia, che presenta peraltro nelle varie applicazioni storiche e locali molte varianti. Più ristretto appare invece l'esercizio dei diritti nella d. siracusana secondo la definizione del già citato Atenagora in Tucidide, che prospetta una divisione di poteri in parti uguali fra i ricchi, cui spetta il compito di custodire le ricchezze; i saggi, cui spetta di consigliare, e i molti cui spetta, dopo aver ascoltato, di prendere le decisioni comuni: una specie di equilibrio fra i poteri esecutivi, consultivi, legislativi distribuito con criteri diversi fra le diverse classi sociali. Sia nelle sue concezioni più larghe sia in quelle più ristrette, la d. greca resta essenzialmente diretta: solo raramente ed eccezionalmente il popolo delega i suoi poteri decisionali a dei rappresentanti; questo sembra essere avvenuto qualche volta negli Stati federali. Negli autori greci di tendenza oligarchica la critica alla d. comincia già nel sec. V a. C. e possiamo trovarne l'eco nella risposta di Megabizo a Otane in Erodoto (III, 81), nelle parole di Alcibiade in Tucidide (VI, 89, 6), nello scritto dello Pseudosenofonte sulla costituzione ateniese, e poi, sistematicamente, in Platone e in Aristotele; quest'ultimo nella Politica dimostra la possibilità di degenerazione di tutte e tre le forme “pure” di governo, monarchia (tirannide), aristocrazia (oligarchia), d. (oclocrazia) e vagheggia un'ideale costituzione mista capace di evitare i difetti di tutte e tre le costituzioni “pure”. Particolarmente interessante in Aristotele è l'analisi delle forme che la d. può assumere nei diversi tipi di società: migliore è per lui la d. vigente nei Paesi agricoli e pastorali dove i beni sono modesti e tutti lavorano per guadagnarsi la vita, peggiore negli Stati in cui prevale la massa degli operai e dei salariati.

    Dottrine politiche: dal Medioevo all'età moderna
    Già nel tardo Medioevo la polemica sul valore del contratto fra il principe e il popolo aveva permesso a un pensatore originale come Marsilio da Padova di sostenere nel Defensor pacis (1324) che, per il migliore sistema di organizzazione politica, il potere non doveva più essere monopolizzato da gruppi minoritari, ma al popolo come “intero corpo dei cittadini” (universitas civium) doveva spettare di “fare le leggi”. Questa rivendicazione della sovranità popolare venne ripresa nel sec. XVI dai monarcomachi e più tardi da Althusius che nella Politica methodice digesta (1603) riconobbe il diritto di resistenza nei confronti di chi pretendeva di governare contro la volontà del popolo, a cui apparteneva il potere sovrano (jus maiestatis). Ma occorre attendere la metà del sec. XVII per cogliere i fondamenti della d. moderna, in funzione dello sviluppo del giusnaturalismo, che tende a rivendicare il principio dell'uguaglianza sotto due aspetti complementari: come uguaglianza civile, per assicurare il diritto a tutti i cittadini di godere di uno stesso status giuridico; come uguaglianza politica, per riconoscere a ciascuno il diritto elettorale sia attivo sia passivo. I più accesi nel sostenere queste tesi furono, durante la rivoluzione puritana inglese, i “livellatori” (Levellers), che durante i cosiddetti “dibattiti di Putney” (1647) reclamarono sia la supremazia della legge di fronte ai privilegi del sovrano e delle classi economicamente privilegiate, sia l'applicazione del suffragio universale e l'istituto dell'elettorato passivo, uguale per tutti. “Non trovo alcun passo della legge di Dio – esclama Rainborough – che affermi che un lord debba scegliere venti deputati e un gentleman soltanto due e un povero nessuno, né trovo alcunché di simile nelle leggi di natura. Credo sinceramente che non vi sia persona che neghi che il fondamento di ogni legge risiede nel popolo”. Sconfitti i livellatori, spettò poi al movimento liberale, da Locke in poi, costruire la reale alternativa all'assolutismo monarchico. Tuttavia, il principio etico-politico dell'uguaglianza come elemento costitutivo della d. trovò il più intransigente teorizzatore in J.-J. Rousseau, che nel Contrat social (1762) propose il modello di una “d. diretta”, l'unico capace di evitare le conseguenze negative tanto dell'assolutismo, che conferendo tutto il potere al sovrano privava i sudditi dell'esercizio dei loro diritti, quanto del liberalismo, che attraverso l'istituto della rappresentanza rendeva i cittadini solo formalmente liberi (ma in pratica soggetti alle direttive dei governanti). Per Rousseau la d. doveva superare la contrapposizione fra la maggioranza governata e la minoranza governante, attraverso un programma di autogoverno, che richiedeva la partecipazione diretta e consapevole di ciascuno e rendeva così la legge “espressione della volontà generale”, senza alcuna forma di delega o di mandato ai deputati, “che non sono né possono essere i rappresentanti del popolo, ma soltanto i suoi commissari”. Questo ideale di d. diretta non trovò però conferma sul piano della verifica storica (salvo qualche limitatissimo esempio nelle piccole comunità dei cantoni elvetici); l'estendersi dei sistemi politici moderni sopra spazi geografici sempre più ampi rendeva infatti possibile solo la d. rappresentativa; dalla fine del sec. XVIII la concezione del “potere del popolo” non si identificò dunque nel principio dell'autogoverno, secondo una formula cara ai giacobini, eredi di Rousseau, ma servì a indicare l'effettivo “principio di legittimità” dei governanti, che trovano nella libera volontà di chi li sceglie la “fonte politica” della loro potestà governativa. Ciò venne affermato fin dal 1776 nella “carta dei diritti” (bill of rights) della Virginia, che influenzò la successiva carta costituzionale degli Stati Uniti d'America del 1787, là dove sottolinea che “tutto il potere è nel popolo, e in conseguenza da esso derivato... Ogni potere di sospendere le leggi, o la loro esecuzione, da parte di qualsiasi autorità, senza il consenso dei rappresentanti popolari, è lesivo dei diritti del popolo, e non dev'essere esercitato”. Questa tendenza a porre l'accento sull'uguaglianza, mentre la maggior parte delle correnti liberali dell'Ottocento insistevano sulle garanzie giuridiche, formali, della libertà, spiega come mai la d. abbia avuto un'applicazione pratica negli Stati Uniti prima di trovare sufficienti consensi nel continente europeo, dove prevalevano le forze moderate, disposte al compromesso con la monarchia e pronte ad adattarsi (come accadrà anche in Italia) alla formula costituzionale sulla base del suffragio censitario ristretto. Così, mentre in Francia, in Gran Bretagna e negli altri Stati europei le masse popolari erano tenute escluse dall'esercizio del potere, al di là dell'Atlantico, come subito avvertì Alexis de Tocqueville ne La democrazia in America (1835-40), la “corsa verso l'uguaglianza” cercava di organizzare un sistema politico fondato sul federalismo, che doveva evitare i pericoli dello Stato unitario accentrato e accentratore, e sul pluralismo associativo, che doveva creare una serie articolata di “corpi intermedi” (partiti, gruppi di pressione, associazioni, ecc.) tendenti ad abituare ogni cittadino a sentirsi elemento attivo e determinante nel processo delle decisioni politiche. L'esperienza della d. rappresentativa si rifletté anche nel dibattito ideologico, che in Europa si accentuò verso la fine del secolo scorso, quando l'obiettivo rivoluzionario dei movimenti socialisti, che proponevano la distruzione dello Stato borghese per costruire i contorni della futura società senza classi, ebbe come conseguenza un attenuarsi dei contrasti fra liberali e democratici, malgrado le resistenze dei moderati, decisi a ritardare e ostacolare l'immissione dei ceti più bassi e convinti, come pretendeva V. Gioberti nel 1843, che la d. fosse un tipo di “governo plebeo”. Le tappe di allargamento del diritto di voto, fino al suffragio universale, indicano qual è stato l'iter di democratizzazione nei vari Paesi. In Italia, p. es., lo sviluppo è avvenuto molto lentamente: nel 1870 su 26 milioni di abitanti gli elettori erano appena 530.000, pari al 2% degli ab.; nel 1882, dopo la riforma Depretis, salivano a poco più di 2 milioni, pari al 6,9%; nel 1913, col suffragio universale (solo maschile) raggiungevano quasi gli 8 milioni e mezzo, pari al 23,2%; solo dopo la caduta del fascismo, con l'erezione del Paese a Repubblica Democratica fondata sul lavoro (art. 1 Costituzione), ove la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione, il diritto di voto (art. 48) è stato esteso a tutti i maggiorenni di sesso maschile e femminile.

    Dottrine politiche: l'età contemporanea
    La d., come sistema politico che assorbe e completa le conquiste dello Stato liberal-parlamentare, non può limitarsi a estendere a tutti i cittadini i diritti in precedenza riservati alle minoranze abbienti. Tre restano i caratteri distintivi delle d. nel sec. XX: la scelta dei governanti e l'esercizio dell'autorità nel pieno rispetto delle norme costituzionali; la garanzia delle libertà personali da parte di quanti hanno vinto le competizioni elettorali e assumono temporaneamente il potere; il riconoscimento della pluralità dei partiti, quali strumenti indispensabili “per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” (art. 49 Costituzione italiana). Ma accanto a questi elementi di natura politica, che non intaccano i rapporti economico-sociali, il dibattito contemporaneo sui contenuti da dare alla d. come sistema per migliorare la convivenza tra gli uomini si è accentrato sugli squilibri economici che limitano di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini e ha messo capo a due diversi modi di intendere l'applicazione pratica del concetto di democrazia. Secondo il primo, affermatosi nei Paesi anglosassoni e nell'Occidente europeo, si tende a rimuovere gli ostacoli economici e sociali che “impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art. 3 Costituzione italiana) con la ricerca di un complesso programma di riforme che, almeno nelle intenzioni dei sostenitori, comporta una serie di interventi governativi, dalla programmazione economica alla politica scolastica, dal sistema fiscale di imposte progressive alla difesa del diritto al lavoro, all'assistenza e previdenza generalizzate, ecc. D'altra parte però chi contesta questo tipo di meccanismo mette in luce come esso si limiti a operare in senso miglioristico all'interno del sistema costituito, e propone, anche a fronte degli esiti storici non positivi, un modello alternativo di d. popolare ispirato a Marx e agli sviluppi del suo pensiero.

    Democrazia popolare
    Termine che indica, secondo la teoria marxista-leninista, quelle forme di Stato in cui il potere, appartenente a tutti i lavoratori, viene esercitato dal partito comunista, col proposito di garantire gli interessi della maggioranza della popolazione. Le d. popolari, sorte con lo scopo di realizzare società socialiste, si sono fortemente diffuse in tutto l'Est europeo dopo la fine della II guerra mondiale e sono rimaste strettamente legate alla politica dell'Unione Sovietica che per molti anni ha impedito, anche con la forza, le istanze di rinnovamento che venivano da alcuni di quei Paesi (Ungheria, Cecoslovacchia, Polonia). Alla fine degli anni Ottanta, però, pressoché tutte le d. popolari europee sono cadute o si sono avviate verso una profonda trasformazione in senso democratico: un processo che ha investito da ultimo la stessa Unione Sovietica, fino al crollo del regime comunista (agosto 1991), seguito, nel dicembre dello stesso anno, dalla disgregazione dell'U.R.S.S. Forme di d. popolare sono ancora presenti in America Latina (Cuba) e in Asia (Cina e Viet Nam).

    Bibliografia
    M. Gentile, La politica in Platone, Padova, 1940; B. Croce, Etica e politica, Bari, 1943; W. Giusti, La democrazia, Milano, 1945; B. de Jouvenel, Du pouvoir, Ginevra, 1947; J. Maritain, Cristianesimo e democrazia, Milano, 1950; P. Cloché, La démocratie athénienne, Parigi, 1951; C. L. Becker, Modern Democracy, Torino, 1953; J. A. Schumpeter, Capitalismo, socialismo e democrazia, Milano, 1956; C. Mossé, La fin de la démocratie athénienne, Parigi, 1962; G. Burdeau, La democrazia, Milano, 1964; M. Duverger, La démocratie sans le peuple, Parigi, 1967; G. Sartori, Democrazia e definizioni, Bologna, 1969; P. L. Zampetti, Democrazia e potere dei partiti, Milano, 1970; S. Hessen, Democrazia moderna, Roma, 1971; M. I. Finley, La democrazia degli antichi e dei moderni, Bari, 1973; N. Bobbio, L'età dei diritti, Torino, 1990.

  3. #13
    live long and prosper
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    In Origine Postato da yurj
    ..
    Terrorista e' chi porta il terrore...
    allora quei "bravi ragazzi" che il 12 durante la "pacifica" manifestazione hanno assltato, imbrattato e distrutto vetrine di negozi, bancomat e via dicendo sono dei terroristi?

  4. #14
    live long and prosper
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    In Origine Postato da damps
    nemmeno Schifani arriva
    ai salti... illogici
    che fai tu.

    VAI, LIBERO !
    parli come Belpietro
    del Giornale di Paolino

    quel Belpietro
    al quale è stato dato dell'imbecille da Curzi
    proprio a riguardo di questa questione...
    e se l'è dovuto tenere...
    non ha saputo ribattere.
    invece di sparare cavolate dimmi tu come li definiresti quei ragazzotti e quelle azioni violente???

  5. #15
    live long and prosper
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    In Origine Postato da Montalbano
    Se seguissimo la traballante logica dei destri, potremmo dire che sono effetti collaterali...
    SI, gli effetti collaterali di una sinistra irresponsabile e illiberale!!

  6. #16
    live long and prosper
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    In Origine Postato da Montalbano
    Dai, cambia disco, ormai non ci fai più neanche ridere...
    OK! basta che voi di sinistra rimanete sempre cosi'!!! almeno il centrodestra potrà governare per i prossimi 20 anni e avrà cosi tutto il tempo per riformare profondamente l'Italia!!
    byeeeeee

  7. #17
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    In Origine Postato da Libero
    SI, gli effetti collaterali di una sinistra irresponsabile e illiberale!!
    Sarà liberale questa accozzaglia di gentaglia che tu hai votato e che sta distruggendo il codice civile e penale per risparmiare la galera a ladri, a corrotti e a corruttori e che per questo obbliga la comunità Europea ad intervenire.
    Quello che mi stupisce, non sono questi banditi che approvano leggi illiberali e illegali, ma i pezzenti che li difendono.

  8. #18
    live long and prosper
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    In Origine Postato da A Sinistra
    Sarà liberale questa accozzaglia di gentaglia che tu hai votato e che sta distruggendo il codice civile e penale per risparmiare la galera a ladri, a corrotti e a corruttori e che per questo obbliga la comunità Europea ad intervenire.
    Quello che mi stupisce, non sono questi banditi che approvano leggi illiberali e illegali, ma i pezzenti che li difendono.

  9. #19
    Hanno assassinato Calipari
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    In Origine Postato da Libero
    allora quei "bravi ragazzi" che il 12 durante la "pacifica" manifestazione hanno assltato, imbrattato e distrutto vetrine di negozi, bancomat e via dicendo sono dei terroristi?
    Per la plastica dei bancomat? Libero, stai esagerando. I criminali al governo che abbiamo fanno pestare la gente, metterla in prigione senza nessun motivo.

    E tu ti attacchi alla plastica. Poveraccio...

  10. #20
    Hanno assassinato Calipari
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    In Origine Postato da Libero
    OK! basta che voi di sinistra rimanete sempre cosi'!!! almeno il centrodestra potrà governare per i prossimi 20 anni e avrà cosi tutto il tempo per riformare profondamente l'Italia!!
    byeeeeee
    Marzano, annuncia la ripresa

    Dai, siete il governo più ridicolo e falso che abbiamo mai avuto. Abbiamo un ministro degli esteri che mente, questo è il vostro contributo?

 

 
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