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Discussione: Cuba

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    Predefinito Cuba

    da radio citta' aperta

    La sfida di Cuba

    Editoriale del 18 aprile



    Cuba è nuovamente nell’occhio del ciclone. Alla guerra di bassa intensità
    scatenata e mantenuta da cinquanta anni dagli Stati Uniti contro l’isola, si
    aggiungono in questi giorni le polemiche e le prese di distanza innescate dalle
    condanne contro alcuni oppositori e le esecuzioni dei terroristi che avevano
    dirottato una nave e un aereo cubani nelle scorse settimane.

    In un clima di ferro e fuoco come quello si respira nel vivo della guerra
    globale avviata dall’amministrazione Bush, Cuba non ha esitato ad usare le
    maniere forti contro gli agenti filoamericani che operano dentro l’isola o da
    Miami per destabilizzare il paese e consegnarlo nelle mani della Casa Bianca.

    L’eco di questa rinnovata sfida, è arrivato anche dentro la Commissione
    Diritti Umani dell’ONU che ogni anno si riunisce a Ginevra e che vede gli Stati
    Uniti impegnati a rovesciare i risultati che Cuba ottiene a proprio vantaggio
    nell’Assemblea Plenaria delle Nazioni Unite.

    Anche quest’anno la Commissione si è spaccata verticalmente. 24 Stati hanno
    votato contro Cuba, 20 a favore e 9 si sono astenuti. Una mozione ancora più
    pesante contro l’Avana è stata respinta. Contro Cuba si sono schierati gli Stati
    Uniti, i paesi europei ed alcuni paesi latinoamericani. A favore Russia, Cina,
    Venezuela e i paesi africani. Dopo l’Iraq, dunque, anche su Cuba il mondo si è
    diviso in due vedendo coincidere negli schieramenti il blocco dei paesi più
    ricchi e quello dei paesi più poveri.

    E’ questa percezione che dovrebbe illuminare i critici di casa nostra,
    abituati a valutare gli effetti e ad omettere le cause dei problemi. I primi
    sono sempre spinosi, dolorosi e imbarazzanti. Le seconde portano invece dritte
    al cuore di un sistema politico ed economico che chiama i propri massacri
    effetti collaterali e le devastazioni che provoca esportazione della democrazia.
    Se quello visto in Iraq è il modello di democrazia che si vuole esportare,
    quello cubano – nonostante le sue contraddizioni – rimane ancora una alternativa
    valida e perfettibile per quei paesi destinati a morire nella miseria o sotto i
    bombardamenti delle democrazie occidentali. Cuba fa sempre discutere e indignare
    la sinistra europea, non altrettanto sembrano fare le bombe di Blair, Peres e
    D’Alema.

  2. #2
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    Predefinito Re: Cuba

    Originally posted by pietro
    da radio citta' aperta

    La sfida di Cuba

    Editoriale del 18 aprile



    Cuba è nuovamente nell’occhio del ciclone. Alla guerra di bassa intensità
    scatenata e mantenuta da cinquanta anni dagli Stati Uniti contro l’isola, si
    aggiungono in questi giorni le polemiche e le prese di distanza innescate dalle
    condanne contro alcuni oppositori e le esecuzioni dei terroristi che avevano
    dirottato una nave e un aereo cubani nelle scorse settimane.

    In un clima di ferro e fuoco come quello si respira nel vivo della guerra
    globale avviata dall’amministrazione Bush, Cuba non ha esitato ad usare le
    maniere forti contro gli agenti filoamericani che operano dentro l’isola o da
    Miami per destabilizzare il paese e consegnarlo nelle mani della Casa Bianca.

    L’eco di questa rinnovata sfida, è arrivato anche dentro la Commissione
    Diritti Umani dell’ONU che ogni anno si riunisce a Ginevra e che vede gli Stati
    Uniti impegnati a rovesciare i risultati che Cuba ottiene a proprio vantaggio
    nell’Assemblea Plenaria delle Nazioni Unite.

    Anche quest’anno la Commissione si è spaccata verticalmente. 24 Stati hanno
    votato contro Cuba, 20 a favore e 9 si sono astenuti. Una mozione ancora più
    pesante contro l’Avana è stata respinta. Contro Cuba si sono schierati gli Stati
    Uniti, i paesi europei ed alcuni paesi latinoamericani. A favore Russia, Cina,
    Venezuela e i paesi africani. Dopo l’Iraq, dunque, anche su Cuba il mondo si è
    diviso in due vedendo coincidere negli schieramenti il blocco dei paesi più
    ricchi e quello dei paesi più poveri.

    E’ questa percezione che dovrebbe illuminare i critici di casa nostra,
    abituati a valutare gli effetti e ad omettere le cause dei problemi. I primi
    sono sempre spinosi, dolorosi e imbarazzanti. Le seconde portano invece dritte
    al cuore di un sistema politico ed economico che chiama i propri massacri
    effetti collaterali e le devastazioni che provoca esportazione della democrazia.
    Se quello visto in Iraq è il modello di democrazia che si vuole esportare,
    quello cubano – nonostante le sue contraddizioni – rimane ancora una alternativa
    valida e perfettibile per quei paesi destinati a morire nella miseria o sotto i
    bombardamenti delle democrazie occidentali. Cuba fa sempre discutere e indignare
    la sinistra europea, non altrettanto sembrano fare le bombe di Blair, Peres e
    D’Alema.

    Ancora una volta dinnanzi alle vergognose e nauseanti prese di posizione di Rifondazione, l'atteggiamento in politica estera del Partito dei Comunisti Italiani, nella fattispecie per ciò che riguarda Cuba, è l'unico accettabile.

    http://www.comunisti-italiani.it/
    PRO SA REPUBRICA DEMOCRATICA SARDA
    FINTZAS A SA BINCHIDA, SEMPER!

  3. #3
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    Era da tempo che non postavo. Nonostante alcune simpatie per le tesi comunitariste, non riuscivo a reggere il clima accesso che si era scatenato sul forum a causa della guerra. Anche Pietro, mi sembra, ha alla fine notato che si stava diventando monotematici. Da parte mia, non sto con Bush né con Saddam. Di formazione libertaria, non sono assolutamente disposto a giustificare dei satrapi in nome del realismo nazionalitario. Non so se su questo forum ci fosse l'intenzione, tuttavia io l'ho avvertita: insomma, mi sembra che, nonostante la frequentazione di MacIntyre o Taylor, alla fine prevalga la dicotomia novecentesca anziché post-moderna: comunismo contro capitalismo, statalismo (anche dittatoriale) contro ridefinizione sociale in chiave federale.

    Lo so, a volte dico cose pesanti, ma non vedo perché dovrei nascondere come la penso a degli amici. Nella mia critica agli States, preferisco riconoscermi con una Arhundaty Roy, che non teme di dare del criminale a Bush e all'idelogia liberista, ma non per questo esita a rivendicare i diritti delle donne in India e dichiarare obbrobriosi i regimi di Saddam, della Corea del Nord, il genocidio del popolo tibetano da parte dei cinesi e... sì: anche il regime di Castro. Non sto con questa gente perché altrimenti continuerei a sostenere l'insostenibile.
    Non ho mai avuto timore a dichiarare fallimentare l'applicazione del comunismo reale. Metto i totalitarismi rossobruni sullo stesso piano: non paragonabili, ma accomunabili sì. Penso che un libertario come Lefort avesse perfettamente ragione nel sottolineare come, alla fine, il leninismo abbia portato ad un capitalismo di stato che asserve la persona alla funzionalità del tutto. No, winnicotianamente parlando, ho bisogno del mio "spazio transizionale" in cui muovermi, alla faccia dei Potenti d'ogni nazione.

    Sono almeno 10 anni che denuncio il regime cubano, non diversamente da altri regimi. Non chiedo il bombardamento in nome del Bene universale, ma... cazzo, nessuno potrà mai impedirmi di dichiarare che questi regimi non hanno nessun rispetto della vita umana. Da quello cinese a quello coreano, fino a quello cubano. E non mi dicano che Bush non ha rispetto per i bambini iracheni: è vero e lo so anch'io, ma non è tra le sfumature del peggio che mi sentirò consolato.
    L'altro giorno, mentre criticavo Israele per l'occupazione dei territori palestinesi, i soprusi e i delitti legittimati dall'Occidente, un Radicale si è alzato ribattendo: - Va bene, ma Israele ha ragione perché è uno stato che si difende! - Bé... mi sembra che qui sopra si giustifichi Cuba nello stesso modo: Castro difende Cuba dalle spie, dal terrorismo, dall'embargo e via discorrendo. Va bene. Ma come posso sopportare l'ostentato machismo del regime, la cultura asservita al sistema, la persecuzione di dissidenti e omossessuali, l'ambiguità con cui il più becero edonismo turistico si accoppia alla miseria? Che comunitarismo ci posso trovare? Quale democrazia partecipativa? Quale personalismo?

    I cossuttiani naturalmente, da buoni stalinisti, preferiscono opporre questo schifo agli States. E, d'altra parte, non me la sento di difendere un regime rivoltante solo perché l'idea nazionalitaria dovrebbe portarmi a ciò. Credo che finché la sinistra continuerà a opporre simili alternative, bé... allora gli americani se li merita proprio!
    Ben venga Ingrao allora, che si è svegliato prima di chiudere gli occhi. Ben vengano i rifondaroli, con tutte le loro contraddizioni. Benvenuti in quello spazio transizionale che è necessario per sentirsi esseri umani.
    Saluti.

  4. #4
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    Gli scheletri del compagno Fidel
    di Franco Cardini

    Viviamo decisamente tempi di ferro e di sangue. Ci siamo a lungo illusi. Parlo anzitutto e soprattutto per me, la generazione nata intorno alla guerra, quella che nel ’56 si è innamorata dell’Ungheria, negli anni Sessanta ha sperato nella pace e nella convivenza pacifica insieme con Papa Giovanni, più tardi è variamente rimasta incantata e imbrigliata nei miti del Sessantotto.
    Parlo per me, dicevo: ma potrei aggiungere che sto parlando anche a nome e per conto di altri, forse un po’ più giovani, forse un po’ più vecchi di me. Siamo restati un po’ tutti legati a questi miti. La guerra nel Vietnam, l’Era dell’Acquario, Joan Baez e la sua voce calda e profonda che ci parlava della distesa delle Americhe, ci parlava di libertà, ci diceva che ce l’avremmo fatta. In un modo o nell’altro, lo abbiamo amato tutti, Fidel. Posso testimoniarlo appieno, personalmente, perché allora io ero un ragazzo che militava nelle formazioni dell’estrema destra: e, contro il parere dei nostri padri e dei nostri fratelli maggiori per i quali era solo un “comunista”, anche noi andavamo pazzi per lui. Era l’uomo della politica tradotta nelle dimensioni della generosità e dell’avventura. Era un po’ Robin Hood, un po’ Garibaldi, un po’ un personaggio uscito dai libri di Conrad e di Melville. Era un restauratore della giustizia, un riparatore dei torti, uno che rubava ai ricchi per dare ai poveri.
    Prima di lui, la sua splendida isola circondata dall’Atlantico era un covo di biscazzieri, di puttane d’alto bordo, di perdigiorno e di profittatori d’ogni genere. A capo di un governo fantoccio, asservito agli Stati Uniti, c’era un gorilla in uniforme, un volgare rozzo assassino. Fidel, allievo dei gesuiti, giovane cattolico irrequieto che leggeva Bernanos e si ispirava ai primi eroici e puri falangisti spagnoli, quelli sacrificati dalla furia repubblicana e dal cinismo di Franco, quel Fidel ci piaceva, ci incantava. Era dritto, lucido, pulito come una spada appena uscita dalla forgia.
    Così, ci turammo il naso e guardammo dall’altra parte, tanto per usare le figure retoriche care al vecchio Montanelli. Vedemmo che il giovane Castro, la divisa color oliva e la lunga barba ispida, trasformava sempre più la sua bella isola in un felice Paradiso che somigliava tanto, però, a un campo di concentramento. Dietro di lui, il colosso sovietico. Ma noi ci ripetevamo: che cos’altro avrebbe potuto fare, con gli americani lì a due spanne, in Florida, pronti a riportare nell’isola i tiranni e i profittatori di una volta, pronti a ricostruire in Cuba il Paradiso artificiale dei biscazzieri, dei bordellieri, dei padroni dei panfili di lusso?
    Si instaurò così uno dei più rigorosi ma anche dei più feroci regimi comunisti della storia. E anche uno dei più arbitrari. Fidel era tutto: era il compagno, il Duce, il padrone.
    Scorrazzava per l’isola, aveva sempre una donna nel suo letto e un nuovo sigaro Avana tra le labbra. Era un autocrate. Però è vero anche che aveva restituito ai suoi isolani uno straccio di nobiltà e di dignità: è vero che aveva fatto fiorire l’isola di scuole, di ospedali, di pubbliche istituzioni. Gli americani lo assediavano e quasi lo aveva ridotto alla fame. Ma i suoi cubani reggevano, non lo tradivano. E c’era chi, nel suo nome, sognava di esportare la sua rivoluzione, il comunismo puro e pulito delle origini, quello che egli senza dubbio, un giorno, aveva sognato. Non si capirà mai se veramente il “Che” partì dall’isola per esportare il verbo castrista in tutto il mondo; o se invece se ne andò perché in fondo tutto questo per lui era una pura locazione d’opera mercenaria, un lavoro sporco al servizio dell’Unione Sovietica; o se invece, infine, anche lui, Ernesto Guevara, fuggiva dalla tirannide dell’amico diventato padrone, fuggiva dall’ombra delle sue illusioni e delle sue delusioni per andar a morire nella foresta sudamericana, sacrificato al suo sogno perduto di giustizia e di libertà.
    Lo abbiamo visto tutti, nel 1998. Era un Fidel diverso, cambiato. Era invecchiato e pure stava ancor ben dritto sulla sua schiena, sulle sue spalle ampie. Aveva dimesso l’uniforme color oliva, non portava nemmeno quella divisa vagamente sovietica, che non gli aveva mai donato. Era un Fidel nuovo tutto vestito di blu, con una bella cravatta e una camicia di buon taglio; stava dritto dinanzi al vecchio Papa, al capo della sua religione, della fede che da giovane aveva seguito fedelmente. Quel Fidel in blu, nel quale si indovinava ancora l’ombra del giovane falangista allievo dei gesuiti, ora recitava dinanzi al Pontefice di una Chiesa che egli aveva fin lì duramente perseguitato la sua lezione. Cuba è felice, Cuba è libera, Cuba è colta; abbiamo gli ospedali e le scuole migliori d’America, l’alfabetizzazione è vinta, abbiamo il tasso più alto di laureati di tutto il continente americano.
    Era vero. Resta vero e resterà vero per sempre. Ma quel che Fidel taceva, questo Fidel in inedita versione cattolica davanti al capo della sua Chiesa, era la somma immensa di sangue e di lacrime che il progresso cubano era costato. Fidel taceva i morti, i torturati, i chiusi in prigione, taceva anche le ragazze cubane che egli, alla vigilia degli anni Sessanta, aveva salvato dai bordelli di lusso di Batista per ridurle poi, qualche decennio più tardi, a prostituirsi ai turisti occidentali in cambio di qualche abituccio di seta, di qualche cena al ristorante. Questa era la tragica verità dell’uomo attorno al quale era crollato tutto, dalla raccolta dello zucchero fino alla società senza classi. Cuba, quella Cuba di cui si era innamorato il vecchio Hemingway, era ormai l’ombra atroce, lo scheletro sanguinante di quel che non era mai stato.
    I suoi colleghi dittatori di qualche decennio fa, gli uomini come il generale Franco e il maresciallo Tito, avevano cercato nell’ultima parte della loro esperienza politica e della loro esistenza di addolcire il tallone della dittatura e di preparare i loro rispettivi Paesi a un trapasso democratico. Non c’era niente altro da fare. Il semifascista Franco e il comunista eretico Tito erano dei condannati dalla Storia. Sapevano che la democrazia liberale avrebbe prima o poi fagocitato le loro nazioni. Franco è riuscito nell’intento; Tito ha fallito. Ma entrambi avevano seguito la via della graduale liberalizzazione. Speravamo che anche questa sarebbe stata la scelta di Fidel. Le ultime scariche di fucileria ci hanno richiamato a una triste, fredda, atroce realtà. Il dittatore Castro vuole lasciarci di lui una memoria macchiata di sangue. Dio sa se io ti ho amato, Comandante. Nella mia quasi vecchiaia, non mi aspettavo da te questo dono avvelenato. Il dover pensare alla tua memoria come a quella di un vecchio assassino. I giovani assassini si perdonano: spesso sono dei crudeli idealisti. I vecchi assassini, quelli che odiano chi lasciano al mondo e vorrebbero che il mondo sparisse con loro, non hanno remissione. Cercherò di pregare per te Comandante. Ma non riuscirò a perdonarti. Addio.

  5. #5
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    No, Claudio non ci sto a questo tipo di ragionamenti....allora qui viviamo in un mondo dominato dal capoitalismo e dall'imperialismo Usa e molti intellettuali fanno finta di non capire... e questo è grave!Si parla di "diritti umani" va bene, ma parliamo anche di un mondo in cui alcuni paesi hanno detto No, e si sono trovati accerchiati, boicottati, soggetti a colpi di stato ed ogni tipo di embargo e boicottaggio ed allora ...ed allora per sopravvivere biosgna serrare i ranghi e chiudersi.Questo non è "giustificazionsimo" la la dura realta' che come al solito confligge con le teorie delle "anime belle" alla Cardini che giudicano...giudicano, come sempre nel comodo delle loro poltroncine...No, no non ci sto.Castro e Cuba non sono certo la culla del comunitarismo ,ne' del comunismo come lo vogliamo, ma cosa sarebbe Cuba senza Fidel e la Rivoluzione: tornerebbe da essere quello che era , un'isoletta in mano Usa , buona per essere sfruttata e domata.Tutto questo casino perche' Fidel ha represso l'ennesimo tentativo Usa di scatenare una guerra per riprendersi Cuba ed allentare l'asse con Chavez e le Farc.Quando gli israeliani ad Entebbe hanno ucciso sei palestinesi che avevano dirottato un aereo della Lufhtansa tutti plaudivano...oggi che Cuba fucila tre dirottatori tutti all'unisono(?) si scatenano..i "diritti umani" per questa gente sono come la pelle delle palle,....dove la tiri va....Gli interessi sono altri e sarebbe bene che anche gli "intellettuali" si dessero una sveglia invece di dare giudizi.A proposito il comunitarismo non intende affatto esportare "modelli" ne' nel campo dei diritti umani ne' in altro ambito, noi siamo per la formula "diversi socialismi in diversi peasi"....e non sponsorizziamo di certo le cazzate moralistiche di chi esegue condanne a morte ogni gorno in Usa e poi punta il dito contro gli altri...La lotta tra imperialismo ed antiimperialismo è mors tua vita mea e Cuba questo lo sa bene...non c' è spazio per i farisei....

    Ciao

 

 

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