da arabmonitor

IL TRADIMENTO

Amman, aprile - Sono in tanti a chiedersi cosa sia successo nella capitale irachena tra il 7 e il 9 aprile, quando il regime di Saddam Hussein è svanito nel nulla. Arabmonitor ha cercato di ricostruire cosa sia esattamente avvenuto. Giovedì, 3 aprile, il vice premier iracheno Tareq Aziz aveva dichiarato che Baghdad, con i suoi cinque milioni di abitanti, era una città "ben difesa" dove la resistenza agli aggressori sarebbe stata "enorme", provocando tra le fila americane un grandissimo numero di vittime. Contemporaneamente, dagli Stati Uniti George W. Bush affermava che i giorni di Saddam Hussein volgevano al termine, mentre il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld sottolineava che accordi negoziali con la leadership irachena non erano più possibili.

Nella notte tra il 3 e il 4 aprile, unità americane lanciavano l'offensiva contro l'aeroporto internazionale di Baghdad, distante una ventina di chilometri dalla città, conquistando buona parte delle strutture dello scalo. Il ministro dell'Informazione iracheno preannunciava una controffensiva "non convenzionale" per il giorno dopo, per riprendere il controllo dell'aeroporto.

Da una testimonianza diretta, Arabmonitor ha appreso che sabato, 5 aprile, gli unici a essere stati inviati dagli iracheni a combattere all'aeroporto sono stati cento volontari arabi. Non c'erano né la Guardia repubblicana, né unità speciali del partito Baas, né i feddayin di Saddam. Tantomeno i volontari hanno goduto del supporto di carri armati o di mezzi corazzati. Equipaggiati solamente con armi leggere, hanno combattuto per oltre otto ore, ripiegando verso la città solo nel pomeriggio del 5 aprile, dopo aver perso 74 combattenti.

Da domenica, 6 aprile, i volontari arabi presenti a Baghdad hanno cominciato a notare che gli ufficiali di collegamento iracheni si facevano vedere di meno. Alcuni hanno addirittura lamentato la loro totale scomparsa. Molti dei volontari sono rimasti privi di indicazioni sui compiti da svolgere, completamente abbandonati a se stessi. Tanti fra loro erano e rimangono tuttora privi dei propri documenti, che avevano consegnato agli iracheni nel momento dell'arrivo a Baghdad, e non sono in grado di lasciare il Paese.

Sempre domenica, 6 aprile, era stato annunciato l'inatteso ritiro dell'ambasciatore russo dalla capitale irachena. Vladimir Titorenko doveva rientrare a Mosca via Siria. Sulla strada, verso la frontiera siriana, unità americane hanno attaccato la colonna di auto su cui viaggiava, ferendo diverse persone che facevano parte del gruppo e costringendo la comitiva a fermarsi per 24 ore per cure ospedaliere.

Titorenko pare che fosse il latore del messaggio di alcuni generali della Guardia repubblicana intenzionati a tradire Saddam Hussein in cambio di impunità e un futuro incarico nelle nuove forze armate irachene. Proprio quello che gli Usa sollecitavano da tempo per evitare di dover combattere casa per casa a Baghdad, con conseguenze incalcolabili. Appena i russi hanno avvisato gli americani delle intenzioni di alcuni responsabili militari iracheni, da Washington, il consigliere per la sicurezza nazionale Condoleeza Rice, lunedì, 7 aprile, volava a Mosca per conoscere i dettagli del messaggio che Titorenko stava recapitando. Con l'offerta di tradimento della Guardia repubblicana in mano, la Rice avrebbe poi dovuto raggiungere Belfast, nell'Irlanda del Nord, dove George W. Bush e Tony Blair stavano per riunirsi.

Ma il diplomatico russo, in ritardo sulla tabella di marcia a causa dell'incidente accaduto durante il suo trasferimento da Baghdad a Damasco, era ancora in territorio iracheno. La Rice, anche se non a conoscenza dei particolari dell'offerta dei generali iracheni, aveva espresso ai russi l'adesione americana alle richieste dei traditori, per poi partire alla volta di Belfast. Intanto, nel tardo pomeriggio di lunedì, 7 aprile, aerei statunitensi hanno bombardato un edificio nel quartiere residenziale di al Mansour, a Baghdad, annunciando che secondo informazioni provenienti da una fonte irachena molto alta, in quel luogo doveva svolgersi una riunione con Saddam Hussein presente.

In realtà, l'obiettivo statunitense era quello di accrescere il sospetto del presidente iracheno nei confronti dei propri vertici militari, in modo da provocare una crisi tra leadership politica e direzione della Guardia repubblicana. Per questa ragione è stata enfatizzata la notizia che l'informazione proveniva da una fonte irachena vicina allo stesso Saddam Hussein, sapendo quanto questo potesse innervosire e insospettire lo stesso presidente nei confronti di tutti.

Ad al Mansour il raid aereo Usa ha ucciso dei civili che abitavano nelle palazzine a ridosso dell'edificio utilizzato dai servizi segreti militari iracheni. I generali della Guardia repubblicana impazienti, ma soprattutto terrorizzati che il messaggio trasmesso agli americani attraverso i russi finisse nelle mani di Saddam Hussein, non hanno più avuto il coraggio di attendere e hanno deciso di agire in tutta fretta. Qui le fonti di Arabmonitor non sono concordi.

Secondo una versione, il presidente Saddam Hussein e alcuni tra i più importanti dirigenti del Paese sarebbero stati assassinati martedì, 8 aprile, e alle truppe sarebbe stato immediatamente impartito l'ordine di togliersi le divise e andare a casa. Secondo un'altra versione, la direzione politica irachena, rendendosi conto di non controllare più le forze armate, ha deciso di disperdersi sul territorio nazionale, entrando in clandestinità, per tentare di organizzare una resistenza armata. In ogni caso, la Guardia repubblicana, nella serata di martedì 8 aprile, ha comunicato direttamente ai comandanti statunitensi che assediavano la capitale che non avrebbe più opposto resistenza.

Nel tardo pomeriggio di martedì, 8 aprile, l'ambasciatore Titorenko, ha finalmente raggiunto Damasco. La sua partenza per Mosca era prevista per la mattinata di mercoledì, 9 aprile. Prima che questo avvenisse, le autorità siriane, all'oscuro di quanto stava avvenendo dietro le quinte, hanno chiesto di poterlo incontrare. Il colloquio era fissato per le prime ore della mattinata, ma Titorenko, evidentemente su istruzione ricevuta dall'alto, all'alba aveva già lasciato la capitale siriana. Non era più diretto a Mosca, ma stava tornando in gran fretta in macchina a Baghdad.

Martedì, 8 aprile, l'ultimo esponente di rilievo del potere iracheno a essere stato visto in pubblico è stato il ministro dell'Informazione Al Sahaf. Aveva fatto la sua consueta conferenza stampa, affermando che tutto stava andando per il meglio. Ha rilasciato un'intervista a una televisione satellitare araba, poi è sparito. Voci insistenti che girano a Baghdad da mercoledì, 9 aprile, sostengono che Al Sahaf, informato del tradimento dei vertici della Guardia repubblicana, si sia suicidato nella notte.

Non si sa esattamente chi della ex dirigenza irachena sia stato ucciso e chi sia ancora vivo, ma le fonti sono concordi nel sostenere che nessuno di loro ha lasciato il Paese. Quello che insospettisce e rende nervosi gli americani è che i generali della Guardia repubblicana hanno osservato gli impegni presi per quanto riguarda la resa, ma non per quel che concerne la consegna dei corpi dei dirigenti uccisi.

Sino ad ora , nella rete americana stesa sull'intero Iraq, sono finiti solo esponenti di rilievo minore. Tra gli arrestati ci sono due fratellastri di Saddam Hussein, i quali da parecchio tempo hanno perso il loro potere, mantenendo solo i privilegi derivanti dalla parentela con il presidente iracheno. Il generale Al Saadi, consigliere presidenziale per le questioni sugli armamenti, è un superesperto della materia che non ha mai avuto un ruolo politico nel Paese. Si è reso, tra l'altro, alle autorità militari di occupazione volontariamente.

L'unico arresto eccellente è quello del leader del Fronte di liberazione della Palestina Abou Abbas, avvenuto nel quartiere di Baghdad, dove ha sempre vissuto. Abou Abbas ha atteso sino a venerdì 11 aprile prima di tentare di lasciare il Paese in direzione della Siria, dove vivono i suoi genitori. Ma la frontiera era già stata chiusa dalle autorità di Damasco dalla tarda serata di mercoledì 9 aprile. Gli americani stavano seguendo Abou Abbas sin da giovedì, 10 aprile, e non aspettavano altro che la Siria lo accogliesse per versare altra benzina sul fuoco della campagna ostile che stanno conducendo nei confronti di Damasco. Ma il tentativo è fallito: al dirigente palestinese non è stato consentito di entrare in Siria. e Abou Abbas ha deciso allora di ritornare nella capitale irachena, dove le forze speciali statunitensi lo hanno poi tratto in arresto lunedì, 14 aprile.