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Discussione: Terza via

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    Predefinito Terza via

    La terza via : una politica nuova

    per il nuovo secolo

    di Tony Blair

    Ho sempre pensato che la politica sia innanzitutto e soprattutto questione di idee. Senza un impegno deciso nei confronti di obiettivi e di valori, i governi vanno alla deriva e sono privi di efficacia, per quanto ampie possano essere le maggioranze di cui godono.
    Inoltre le idee hanno bisogno di etichette per poter divenire popolari e comprese da tutti. La " Terza Via " è secondo me la migliore etichetta per la nuova politica che il progressismo di centrosinistra sta costruendo in Gran Bretagna e altrove.
    La terza via rappresenta una socialdemocrazia moderna, che si impegna con passione per la giustizia sociale e per gli obiettivi del centrosinistra, ma che è flessibile, innovativa e lungimirante quanto ai mezzi per conseguirli. Si fonda su valori che guidano la politica progressista da oltre un secolo : democrazia, libertà, giustizia, impegno reciproco e internazionalismo. Ma è una Terza Via perché va decisamente oltre una vecchia sinistra impegnata sul fronte del controllo dello stato, di una forte pressione fiscale e degli interessi della produzione; e va oltre una Nuova Destra che considera gli investimenti pubblici, e spesso l'idea stessa di "società" e di sforzo collettivo, come mali da scongiurare.
    La mia visione per il XXI secolo è quella di una politica popolare che sappia riconciliare tematiche considerate erroneamente, in passato, come antagoniste: patriottismo e internazionalismo; diritti e responsabilità; promozione dell'impresa e lotta contro la povertà e la discriminazione. La sinistra dovrebbe essere orgogliosa dei successi conseguiti nel XX secolo, non ultimi il suffragio universale, un fisco e un tasso di crescita più equi, enormi miglioramenti nelle condizioni di lavoro e nei servizi di previdenza sociale, di sanità pubblica e di pubblica istruzione. Ma c'è ancora molto da fare per costruire quella società aperta, giusta e prospera alla quale aspiriamo.
    La Terza Via non è il tentativo di annullare la differenza tra destra e sinistra. Riguarda i valori tradizionali in un mondo che è cambiato. E attinge la propria forza dall' unione di due grandi correnti del pensiero di centrosinistra - il socialismo democratico e il liberalismo - il cui divorzio in questo secolo tanta parte ha avuto nell'indebolimento della politica progressista in tutto l'Occidente. I liberali affermano il primato della libertà individuale nell'economia di mercato; i socialdemocratici promuovono la giustizia sociale, con lo stato nel ruolo di agente principale. Tra i due non vi è necessariamente conflitto, se si accetta, come oggi accettiamo, che il potere dello stato è uno degli strumenti per conseguire i nostri obiettivi, ma non è l'unico e soprattutto non è, e non può essere, in se stesso un fine.
    Da questo punto di vista la Terza Via rappresenta anche una terza via per la sinistra stessa. La Terza Via è una seria rivalutazione della socialdemocrazia, che attinge in profondità ai valori della sinistra per sviluppare approcci radicalmente nuovi.
    Nel decennio passato, la destra aveva in pratica il monopolio del potere nell'occidente democratico. In America, in tutta Europa, persino in Scandinavia, la destra aveva un potere apparentemente inespugnabile. Oggi la posizione è rovesciata. Nella maggior parte dell'Unione Europea è il centrosinistra a governare. Mentre studiamo lezioni di efficienza e di possibilità di scelta, soprattutto nel settore pubblico, siamo sempre più convinti e fiduciosi che la destra non possieda la risposta ai problemi della polarizzazione sociale, del crescente tasso di criminalità, dell'impoverimento dell'istruzione, della crisi di produttività e di crescita.
    La sinistra tuttavia non sta facendo ritorno alla vecchia politica di isolamento, di nazionalismo, di burocrazia e di "tasse e spesa pubblica". Stiamo agendo in modo nuovo. In tutta Europa, i governi socialdemocratici intraprendono nuove strade nelle riforme del welfare state, nella riduzione dell'esclusione sociale, nelle nuove compartecipazioni finanziarie e industriali, nel tentativo di approntare una solida base economica in grado di assicurare stabilità e investimenti a lungo termine.
    In questa occasione desidero spiegare la Terza Via a un pubblico più vasto. Il quadro non potrà essere completo e rifinito: tutti i progetti politici dinamici ed efficaci sono per forza di cose "lavori in corso", e il nostro è ancora a uno stadio iniziale. Ma è importante spostare il dibattito in avanti, da quel che la Terza Via non è, a quello che è e dovrebbe diventare. La discussione per me inizia dai valori fondamentali su cui si basa il centrosinistra progressista.
    1. I valori
    La mia politica è radicata nella convinzione che possiamo realizzarci come persone soltanto in una società civile prospera, con famiglie solide e istituzioni civili sostenute da un'intelligente azione di governo. Perché il maggior numero possibile di persone possa raggiungere gli obiettivi che si prefigge, la società deve essere forte. In una società debole, il potere e i compensi finiscono a pochi, non a molti.
    I valori non sono assoluti, e anche i più elevati possono entrare in conflitto tra loro. La nostra missione è promuovere e riconciliare i quattro valori essenziali per una società giusta, capace di portare al massimo la libertà e il potenziale di ciascuno - uguale valore, opportunità per tutti, responsabilità e comunità.
    Uguale valore
    La giustizia sociale dev'essere fondata sull'identico valore attribuito a ciascun individuo, quale che siano le sue origini, le sue capacità, il suo credo o la sua razza. Il fiorire di talento e impegno dovrebbe essere incoraggiato in tutti i settori, e il governo deve promuovere un'azione decisa per mettere fine a ogni discriminazione e pregiudizio. Giustamente, nel corso del tempo, abbiamo preso sempre più coscienza della discriminazione. Oggi la battaglia contro la discriminazione razziale raccoglie il consenso generale, e lo stesso si può dire dei valori di una società multiculturale e multietnica. Si sta facendo strada una nuova consapevolezza delle capacità e potenzialità, per esempio, delle persone disabili e anziane, che sempre più affermano i loro diritti e la loro dignità. La sinistra progressista è al loro fianco, nel riconoscimento che - nonostante due secoli di campagne per i diritti democratici - è ancora lungo il cammino che dovrebbe portare a riconoscere le capacità e le potenzialità di tutte le persone.

    Opportunità per tutti
    Il nuovo statuto del Partito Laburista ci impegna a cercare una distribuzione della ricchezza, del potere e delle opportunità, che sia la più ampia possibile. Desidero porre l'accento sull'opportunità, come valore chiave della nuova politica. Troppo spesso la sua importanza è stata sminuita o distorta. Da destra, l'opportunità viene di solito presentata come la libertà dei singoli dallo stato. Eppure per la maggior parte delle persone, le opportunità sono inscindibili dalla società, una società in cui le azioni governative giocano, necessariamente, una parte importante. La sinistra per contro è stata troppo pronta, in passato, a trascurare il suo impegno nella promozione di una gamma la più ampia possibile di opportunità a disposizione dei singoli che desiderano migliorare la condizione loro e delle loro famiglie. Nei casi peggiori, ha soffocato il problema dell'opportunità nel nome di un'astratta uguaglianza. Ma ineguaglianze spaventose continuano a trasmettersi di generazione in generazione, e la sinistra progressista deve adoperarsi seriamente per rimuovere gli ostacoli a una reale uguaglianza di opportunità. Tuttavia, la promozione di uguali opportunità per tutti non significa cieca uniformità nella previdenza sociale e nei servizi pubblici. Né la sinistra moderna promuove una visione miope del concetto di opportunità: le arti e le industrie creative devono essere parte della nostra cultura comune.
    Responsabilità
    Negli ultimi decenni, responsabilità e dovere erano esclusiva della destra. Oggi non è più così, e non era giusto che lo fossero nemmeno prima, perché sono stati elementi di grande forza nella crescita del movimento laburista in Gran Bretagna e altrove. Per troppo tempo la richiesta di diritti garantiti dallo stato è stata separata dai doveri dei cittadini e dall'imperativo della reciproca responsabilità, da parte dei singoli e da parte delle istituzioni. I sussidi di disoccupazione venivano spesso corrisposti senza esigere un forte impegno reciproco; i bambini restavano abbandonati a loro stessi, per l'assenza dei genitori. Si tratta di una questione ancora attuale. La nostra responsabilità nella salvaguardia dell'ambiente, per esempio, è sempre più pressante. E lo stesso vale per le responsabilità dei genitori nell'educazione dei figli. I diritti di cui godiamo riflettono i doveri che ci spettano: diritti e opportunità senza responsabilità sono i motori che scatenano egoismo e avidità.
    Comunità
    La natura umana è cooperativa, oltre che competitiva, disinteressata oltre che interessata; e la società non potrebbe funzionare se le cose stessero altrimenti. Tutti dipendiamo dai beni collettivi per la nostra indipendenza; e tutta la nostra vita è arricchita - o impoverita - dalle comunità cui apparteniamo. Nel decidere dove intervenire per conto della comunità nazionale, se agire da controllori o da fornitori, i governi devono mostrare un'acuta sensibilità, e non sottrarre le attività socialmente utili alle comunità locali e al settore del volontariato. Un errore dolorosissimo commesso nel XX secolo dalla sinistra fondamentalista è stato quello di credere che lo stato potesse sostituirsi alla società civile, e promuovere, così facendo, la libertà. La nuova destra si dirige verso l'estremo opposto, auspicando un totale smantellamento dell' attività precipua dello stato in nome della "libertà". La verità è che la libertà di molti ha bisogno di un governo forte. Una sfida fondamentale della politica progressista consiste nell'usare lo stato come forza che abilita e protegge le comunità reali e le organizzazioni di volontariato, incoraggiandone la crescita e la capacità di rispondere a nuovi bisogni, con forme appropriate di compartecipazione.
    Questi sono i valori della Terza Via. Senza di essi, andiamo alla deriva. Ma perché sortiscano un effetto pratico, è essenziale una buona misura di pragmatismo. Come dico sempre, quel che conta è ciò che viene messo in atto per dare efficacia ai nostri valori. Con le giuste azioni politiche, i meccanismi del mercato diventano fondamentali per la realizzazione degli obiettivi sociali; lo zelo imprenditoriale può promuovere la giustizia sociale e le nuove tecnologie rappresentano un'opportunità, non una minaccia.
    Sono i nostri valori che definiscono i nostri nemici. Cinismo e fatalismo, pregiudizio ed emarginazione sociale: sono questi i nemici del talento e dell'ambizione, dell'ambizione e del successo. Il cinismo, perché afferma che la politica e i servizi pubblici non possono migliorare la qualità della nostra vita. Il fatalismo, perché dice che il mercato globale ha sottratto l'economia alla nostra influenza. Il pregiudizio, perché nega uguale valore a tutti e incoraggia lo snobismo e la xenofobia. L'emarginazione sociale, perché limita o nega le opportunità, a un livello che è inaccettabile in una società equa e aperta.
    Che dire della politica? Il nostro approccio è un "revisionismo permanente", una continua ricerca degli strumenti migliori per conseguire i nostri obiettivi, fondata su una chiara percezione dei cambiamenti in atto nelle società industrializzate avanzate.
    2. La Terza Via in un mondo in trasformazione
    Negli ultimi 50 anni, due grandi progetti politici hanno dominato la scena in Gran Bretagna e in molte altre democrazie occidentali - il neo-liberalismo e una versione marcatamente statalista di socialdemocrazia. I due modelli sono stati applicati in modi diversi, a seconda della storia, della cultura e della scelta politica, ma le linee generali di pensiero sono ben chiare. La Gran Bretagna le ha provate entrambe, nella loro forma più piena. Ecco perché il termine Terza Via ha per questo paese una rilevanza particolare; ed è ai fondamenti dell'esperienza britannica, a partire dallo spartiacque della seconda guerra mondiale, che farò riferimento ora.
    Il governo laburista eletto nel 1945 era contraddistinto dall'eredità della guerra e del periodo immediatamente precedente, una condizione di depressione e povertà. Godendo di una maggioranza schiacciante e potendo contare su un vasto consenso tra l'opinione pubblica, procedette a nazionalizzare le industrie, a gestire la domanda del mercato, a dirigere l'attività economia e ad estendere i servizi sociali e sanitari su una scala che non conosceva precedenti. Queste azioni ottennero una crescita economica solida e rapida, e una distribuzione più equa dei benefici da essa derivanti. Andavano benissimo in un mondo di posti di lavoro sicuri, di grandi aziende, di scarsa disoccupazione, di economie nazionali relativamente chiuse e di forte coesione sociale in comunità sostenute da nuclei familiari stabili. I governi conservatori degli anni cinquanta non provarono nemmeno a smantellare l'assetto sociale di Attlee, fatta eccezione per qualche tentativo poco convinto di rosicchiar via qualcosa al settore nazionalizzato.
    Ma negli anni settanta la democrazia sociale del dopoguerra si dimostrava sempre meno praticabile. Il Servizio Sanitario Nazionale e gran parte dello stato sociale restavano - e sono tuttora - una conquista straordinaria, efficiente quanto ai costi e determinanti quanto all'impatto sulla qualità della vita dei meno abbienti. Ma la gestione della domanda e livelli di nazionalizzazione altissimi, sia nella proprietà delle imprese sia nella loro gestione, si sono rivelati strumenti sempre meno efficaci per la promozione dello sviluppo e per il contenimento della disoccupazione, in un mondo di crescente competizione, soggetto a scossoni provenienti dall'interno e in rapida trasformazione industriale e tecnologica. La risposta della democrazia sociale si dimostrò troppo inflessibile. In particolare, la fornitura dei servizi pubblici era costosa, inefficiente e di scarsa qualità, soprattutto per quanto riguardava l'istruzione pubblica, le telecomunicazioni e altri servizi di cui era il fornitore quasi monopolistico.
    Gli anni sessanta sono stati un decennio di liberazione personale. Ma l'individualismo non ha invaso soltanto la sfera privata: si è rapidamente diffuso nel campo dell'economia politica. Agli inizi degli anni ottanta il neo-liberalismo si era ormai profondamente radicato, nella forma del governo Thatcher. Alcune delle riforme da esso promosse erano, viste in prospettiva, atti dovuti di modernizzazione, mi riferisco soprattutto alle azioni di riforma e di messa in competizione dell'industria statale. Ma andava a braccetto con una viscerale antipatia per quel che restava del settore pubblico, il che ha provocato danni ingenti ai servizi statali fondamentali, primi fra tutti l'istruzione e la sanità, per quanto i ministri predicassero il linguaggio della competitività nazionale e del miglioramento che ciascun individuo doveva cercare per sé. Nello stesso periodo, aspre e profonde divisioni all'interno della sinistra circa la risposta più adeguata a queste tendenze portarono a un decennio di lotte intestine nel Partito Laburista, che tentava di riconciliare i suoi valori fondanti e le sue vecchie ricette politiche in un mondo profondamente mutato.
    A metà dei novanta, la ruota è girata di nuovo - non per tornare a un modello socialdemocratico statalista, ma verso la consapevolezza che il dogmatismo della destra neo-liberal era divenuto una seria minaccia per la coesione nazionale. Troppe persone stavano perdendo tutto, troppe aziende erano sotto il livello di sopravvivenza; troppi servizi pubblici erano allo sbando, privi di un serio controllo, troppe comunità erano messe a rischio dall'aumento della criminalità, della disoccupazione e dell'esclusione sociale. E mentre le prove di tutto ciò si accumulavano, la destra si dimostrò sempre più ottusa e incapace di agire - anzi, mostrava di non avere alcuna intenzione di agire in aree chiave come l'istruzione e l'esclusione sociale. Proprio come il cambiamento economico e sociale fu la molla che portò la destra al potere, fu anche ciò che condusse alla sua fine. La sfida che la Terza Via deve raccogliere le chiede di impegnarsi pienamente in tutto ciò che questo cambiamento implica.
    Quali sono le principali caratteristiche del cambiamento? Vorrei enunciarne alcune che considero particolarmente importanti:
    • La crescita di mercati e di una cultura sempre più globali. Non soltanto il denaro attraversa le frontiere tra le varie economie occidentali in modo sempre più rapido rispetto a prima, ma abbiamo anche una competizione internazionale su una scala senza precedenti. Merci sono sempre più spesso prodotte da reti internazionali tese da un capo all'altro del globo, anziché da singole organizzazioni. Le crisi in Asia e in Russia sono gravi, ma per le economie più stabili in Europa e negli Stati Uniti non c'è alcuna probabilità di un ritorno alle politiche isolazioniste.• L'affermarsi del progresso tecnologico e di specializzazione e informatizzazione come elementi chiave per l'occupazione e per le nuove imprese, elementi che distruggendo i vecchi schemi occupazionali conferiscono un'importanza senza precedenti all'esigenza di elevati standard educativi non riservati a pochi, ma per tutti.• La trasformazione del ruolo delle donne, che mette in discussione le forme di organizzazione sociale consolidatesi da secoli, e che offre a metà della popolazione la possibilità - in nome delle pari opportunità - di realizzare il proprio potenziale secondo la propria libera scelta. Riconciliare questi cambiamenti e queste opportunità con la solidità della famiglia e delle comunità locali è una delle massime sfide della politica contemporanea. Dobbiamo dare nuova forma alla organizzazione del lavoro e alle istituzioni in cui i bambini si trovano a crescere, fondandole su una base di valori durevoli: giustizia per tutti, responsabilità da parte di tutti.• Cambiamenti radicali nella natura della politica stessa, con lo sviluppo dell'Unione Europea e una opinione pubblica sfiduciata nei confronti di istituzioni politiche - e di quanti vi lavorano - distanti, non rispondenti alla sensibilità del pubblico e spesso inefficienti.I governi nel corso di questo secolo si sono dimostrati perfettamente equipaggiati per alzare o abbassare i tassi di sconto, per spedire assegni di sussidio, per costruire case, persino per combattere guerre e mandare uomini sulla luna. Ora devono imparare attività nuove: lavorare in collaborazione con il settore privato e con il volontariato; condividere la responsabilità e delegare il potere; mostrare flessibilità per anticipare i problemi, e per risolverli; rispondere a un'opinione pubblica molto più esigente; infine, cooperare a livello internazionale, non soltanto per combattere o scongiurare i conflitti, ma anche per affrontare i problemi comuni. Alle vecchie certezze della Guerra Fredda sono subentrate minacce più insidiose quali la criminalità organizzata, il terrorismo, la droga e il degrado ambientale internazionale, problemi tutti che richiedono forme flessibili di cooperazione internazionale.

    Quale strada ha da offrire la Terza Via in risposta a questi cambiamenti e a queste sfide? Non una lista della spesa, piena di prescrizioni politiche di sicuro successo; ancor meno un tentativo di riscoprire l'acqua calda laddove le politiche e le istituzioni già esistenti si sono rivelate largamente efficaci. La sua preoccupazione è piuttosto quella di perseguire quattro obiettivi politici principali:
    1. una economia dinamica e competente, fondata sull'opportunità e sulle capacità di avanzamento degli individui, in cui il governo, più che comandare, mette in grado di agire, e in cui il potere del mercato è tenuto a freno solo per servire l'interesse della popolazione.
    2. Una società civile forte, che custodisca e promuova diritti e responsabilità, e comunità forti di cui il governo sia partner e collaboratore.
    3. Un governo moderno, fondato sulla cooperazione e sulla decentralizzazione, con una democrazia sempre più profonda, e quindi più adeguata all'età contemporanea.
    4. E una politica estera basata sulla cooperazione internazionale.
    Nel primo anno di governo del New Labour abbiamo iniziato a mettere in pratica questa Terza Via. Diminuendo la pressione fiscale sulle imprese per aiutare l'economia, e introducendo il salario minimo per aiutare chi era sottopagato. L'indipendenza finanziaria della Bank of England e il programma più ampio mai varato per combattere la disoccupazione strutturale. Nuovi investimenti e riforme scolastiche per dare ai giovani la professionalità di cui hanno bisogno e lotta senza quartiere alla criminalità giovanile per creare comunità sicure. Riforme del governo centrale per conferirgli una maggiore capacità strategica e deleghe del potere per portarlo più vicino alla gente. Ingenti risorse straordinarie per aree prioritarie quali la sanità e la pubblica istruzione e limiti severi e prudenti alla spesa pubblica complessiva. Investimenti e riforme nel settore pubblico. Impegno decisivo nella UE e opposizione al centralismo ingiustificato.

  2. #2
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    di ANTHONY GIDDENS

    E' appena uscito in Gran Bretagna il nuovo libro di Anthony Giddens, direttore della London School of Economics, dal titolo "The Third Way and its critics". In quest'articolo l'autore ne sintetizza i contenuti.

    La terza via è il termine con cui oggi si identifica il revival della socialdemocrazia. Dodici dei quindici paesi dell'Unione Europea sono attualmente governati da partiti o coalizioni di sinistra. La Spagna, l'Irlanda e l' Austria sono i soli paesi ancora governati dalla destra. È la prima volta che il centrosinistra si trova contemporaneamente a governare i quattro più importanti paesi europei: Regno Unito, Germania, Francia e Italia.
    L'idea della terza via non è esattamente senza controversie. Il termine non è nuovo, né ha una storia immacolata. In passato è stato usato molte volte, sia dalla destra che dalla sinistra. Già negli anni '50 alcuni socialdemocratici parlavano di tracciare una terza via, alternativa al liberismo americano da una parte e al comunismo sovietico dall'altra. In seguito, il termine è stato spesso impiegato per descrivere il cosiddetto socialismo di mercato, un'idea che non ha portato da nessuna parte.
    Il primo politico attuale a rendere di nuovo popolare la "terza via" non è stato un europeo, bensì il Presidente Bill Clinton. Nel suo discorso del 1996 sullo Stato dell' Unione, Clinton ha affermato di aver trovato una nuova via politica, una terza via, appunto. Il termine è stato però usato molto più spesso da Tony Blair, il quale nel 1998, tramite la Società fabiana, ha scritto un libello che recava quel titolo.
    Il dibattito sulla terza via è diventata una questione internazionale. Uno dei suoi più importanti commentatori, al di fuori dell'Europa e degli Stati Uniti, è il Presidente del Brasile, l'ex sociologo Enrique Cardoso. Questo concetto ha inoltre attirato l'attenzione di vari leader politici di altri paesi latino-americani, tra cui il Messico, l'Argentina e la Colombia. Il dibattito sulla terza via sta prendendo piede anche in Asia: recentemente sono stato a Pechino dove ho tenuto una conferenza sulla terza via nella politica presso l'Accademia delle Scienze sociali cinese. Sono rimasto sorpreso dalla profondità del dibattito che ha fatto seguito alla conferenza, nonché dal consenso che la terza via suscita in relazione al contesto cinese. Un'analoga conferenza ha suscitato un interesse ancora maggiore in Corea, dove mi sono recato subito dopo.
    Ma cos'è esattamente la terza via? Molti socialdemocratici europei la guardano con sospetto, in quanto associano il termine a Clinton e a Blair, considerati troppo vicini a politiche neoliberiste. Per questi critici, la terza via non è altro che un Thatcherismo dal volto umano. È un tradimento dell'ideale socialdemocratico del provvedere collettivo alle necessità dei poveri e dei bisognosi. Questo tema è diventato un cavallo di battaglia degli oppositori di Tony Blair nel Regno Unito. I critici di sinistra Stuart Hall e Martin Jacques l'hanno criticato aspramente nell'unica riedizione di Marxism Today, intitolata semplicemente 'Wrong!' ("Sbagliato!"). Gli autori di destra, da parte loro, considerano la terza via un concetto vacuo. In un recente articolo dell'Economist, ad esempio, si parlava della terza via come di una "politica dei lustrini", che propone agli elettori una minestra riscaldata, un guazzabuglio di idee e politiche fatto di tanto fumo e niente arrosto.
    Non credo che queste critiche siano giustificate. La terza via politica, così come la vedo io, fa parte della tradizione della socialdemocrazia, anzi, è la socialdemocrazia, rivista e attualizzata. E non è affatto un concetto vuoto. Al contrario; la terza via è un serio tentativo di confrontarsi con i dilemmi chiave della politica contemporanea. La terza via cerca di andare oltre le due filosofie politiche dominanti del dopoguerra. Una di queste è la stessa democrazia vecchio stile, ovvero quella forma di socialdemocrazia che ha tenuto banco per circa un quarto di secolo dopo la Guerra. Trovava le sue radici nella gestione keynesiana della domanda, nell'interventismo del governo, nello stato assistenziale e nell'egualitarismo. L'altra filosofia è proprio il neoliberismo o il fondamentalismo di mercato. I neoliberisti credono che il mercato sia sempre più intelligente dei governi, e che quindi l'intervento dello stato e del governo debba essere ridotto al minimo indispensabile. I neoliberisti sono ostili allo stato assistenziale, perché paralizzerebbe la produttività soffocando l'iniziativa privata.
    Ognuno di questi punti di vista, corrispondenti rispettivamente alla vecchia sinistra e alla nuova destra, ha ancora i suoi partigiani. È però chiaro come entrambi siano lontani dalle esigenze attuali. Pochissime persone, certamente non il grosso degli elettori dei paesi sviluppati, desiderano tornare al vecchio stato burocratico e verticistico. È però altrettanto ovvio che la società non può essere gestita come se fosse un gigantesco mercato. Se in Europa la gente ha votato per i partiti del centrosinistra e negli Stati Uniti continua a sostenere il Presidente Clinton, è perché vuole qualcosa di diverso da queste due alternative.
    La terza via è qualcosa di diverso. Non è ancora una filosofia politica ben definita, ma è sulla strada giusta per diventarlo. La vecchia sinistra vorrebbe restare aggrappata, o ritornare, a quelle politiche che sembravano funzionare così bene nei primi anni del dopoguerra. Questo non è possibile. I cambiamenti avvenuti da allora sono stati troppo radicali. I cambiamenti più importanti riguardano la crescente globalizzazione, un processo che si è accelerato dopo il crollo del comunismo sovietico.
    Le diverse reazioni ed interpretazioni della globalizzazione contraddistinguono alcune delle nuove linee politiche sbagliate. Nella sinistra tradizionale si tende a negare i cambiamenti avvenuti nel mondo negli ultimi trent' anni o a considerare la globalizzazione nefasta a tal punto da opporvisi con tutte le forze. Un notevole esempio del primo punto di vista è rappresentato dall'opera di Paul Hirst e Graeme Thompson : Globalisation in Question (La globalizzazione in questione). Due libri appartenenti all'ultimo genere, best-seller rispettivamente in Germania e in Francia, sono The Global Trap, (La trappola globale) di Hans-Peter Martin e The Economic Horror (L'orrore economico) di Vivienne Forrester. Invece, la politica della terza via accetta la realtà della globalizzazione, ma la vede come un fenomeno con molti effetti positivi ma anche problematici. Un altro modo per esprimere che cos'è la terza via è il seguente: una risposta positiva della socialdemocrazia alla globalizzazione.
    Diversamente dai neoliberisti, i teorici della terza via pensano che la globalizzazione richieda una gestione collettiva. Che richieda perciò un'amministrazione attiva, a tutti i livelli, globale, nazionale e locale. È diventato un luogo comune pensare che, a mano a mano che la globalizzazione avanza, l'amministrazione pubblica divenga superflua. La terza via, invece, non vede nella globalizzazione un ridimensionamento del ruolo dell'amministrazione, bensì una sua maggiore importanza. Tuttavia la "amministrazione" non deve più essere identificata semplicemente con il governo nazionale. Lo stato-nazione non diventa un concetto obsoleto, anzi; un obiettivo primario della terza via è proprio quello di riaffermare le identità nazionali in un quadro globale. La globalizzazione, in ogni caso, produce una spinta verso il decentramento e la delega amministrativa.

    Allo stesso tempo, essa crea sia l'esigenza che la possibilità di forme di governo transnazionali. Il fervore del dibattito sulla terza via in atto in Europa si spiega proprio con i progressi dell'Unione Europea. L'UE non è un semplice trattato tra stati, né un' associazione internazionale come le Nazioni Unite. Nell'UE, le nazioni hanno rinunciato volontariamente a parte della loro sovranità, unendo le proprie risorse a vantaggio di tutti. Da ciò possono trarre lezione molti altri paesi del mondo, compresi quelli dell'Estremo Oriente. La terza via non cerca di amministrare tutto, ma di amministrare in modo dinamico. Pone un forte accento sul rinnovamento delle pubbliche istituzioni, ma non equipara più il "pubblico" con lo "statale". Spesso infatti le pubbliche istituzioni vengono meglio tutelate, o ravvivate, da più entità combinate, di cui lo stato è solo una. Ad esempio, nelle regioni dove la concorrenza esterna o i cambiamenti tecnologici hanno distrutto l'industria locale, l'interventismo governativo di vecchio stampo si rivela di scarsa utilità. Invece, un intervento concertato con le imprese e le comunità locali può contribuire a rilanciare lo sviluppo economico.
    Rosabeth Moss Kanter, della Harvard Business School, ha documentato l'efficacia di questo tipo di iniziative negli Stati Uniti. Il suo studio contribuisce a sfatare il mito secondo cui gli alti livelli occupazionali negli Stati Uniti sono stati ottenuti solo attraverso la creazione di posti di lavoro mal pagati e la deregulation del lavoro. Uno dei tanti esempi da lei citati è quello del risanamento industriale nell'area di Denver. Alla fine degli anni '80 l'economia di Denver, completamente dipendente dal petrolio, si trovava in piena recessione. Una nuova coalizione regionale, la Greater Denver Cooperation, è riuscita a rigenerare l'economia locale. Moss Kantler sottolinea che per la riuscita di questo processo è stata di vitale importanza la cooperazione tra le comunità locali e le organizzazioni non- profit con le imprese e la pubblica amministrazione.
    Nel contesto europeo, una questione fondamentale per il nuovo centrosinistra riguarda il suo atteggiamento verso lo stato assistenziale e più in generale, verso la giustizia sociale. Un segno distintivo della moderna sinistra è che non dipinge più il vecchio stato assistenziale tutto a rose e fiori. Gli scrittori e i politici della vecchia sinistra amano ricordare un tempo in cui tutto al mondo andava bene, quando lo stato assistenziale tutelava i cittadini dalla nascita alla morte e quando la piena occupazione era la normalità. La realtà era invece molto più complessa; i sistemi assistenziali erano spesso burocratici e inefficienti e a volte non riuscivano ad aiutare proprio i più bisognosi. La piena occupazione veniva raggiunta solo nel contesto della famiglia tradizionale, dove vi erano forti discriminazioni di sesso.

    I teorici della terza via insistono sul fatto che lo stato assistenziale necessita di una riforma radicale, ma non vogliono ridurlo a una semplice ancora di salvezza. Piuttosto, come per altri aspetti del programma della terza via, il punto fondamentale è la modernizzazione. Uno stato assistenziale modernizzato è uno stato riformato internamente e adeguato alle esigenze del mercato globale. Tra le altre cose, questo implica il miglioramento dell'istruzione e della capacità occupazionale, l'eliminazione delle sacche di povertà e la modifica dei sistemi pensionistici. Tuttavia non implica, e non deve implicare, il soccombere alle regole del mercato e l'abbandono del tradizionale interesse della socialdemocrazia verso la giustizia sociale. I sistemi assistenziali esistenti non sono stati molto efficaci nella ridistribuzione del reddito e del benessere tra i ricchi ed i poveri. Dobbiamo trovare altre soluzioni. La terza via deve contemplare un nuovo programma di ridistribuzione, che sia però compatibile con l'iniziativa privata e la libertà individuale.
    Non penso che questa aspirazione debba essere limitata ai paesi ricchi. Così come altri aspetti della terza via, ha un'applicazione molto più generale. È una componente essenziale del dialogo globale oggi in atto. Qualunque siano i suoi esiti, la teoria della terza via sarà probabilmente al centro del dibattito politico dei prossimi dieci-vent' anni, come il neoliberismo lo è stato negli ultimi vent'anni e la vecchia socialdemocrazia nei vent'anni precedenti


    professore di economia politica alla london school of economics

    http://www.repubblica.it

 

 

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