Oggi a Milano mi sento un po' fuori luogo. Quando questa mattina, verso le otto, sono partito da Cortina per le consuete 7 ore di viaggio (ebbene sì, questo è il nostro Paese nel 2003), non ho pensato a cosa sarebbe successo nel pomeriggio per le vie del capoluogo meneghino, e ho indossato maglietta rossa e felpa in tinta. Quando mai. E' bastato aprire il Corrierone con la chilometrica intervista al nostro Presidente Buono (e tanto trombone) piazzata ingombrante nelle prime pagine perchè il mio azzurro cuore berlusconiano sussultasse come mai avrei creduto che potesse fare: tutto scarlatto, oggi! Quando verso le quindici sbarco in Centrale e con la metropolitana raggiungo Montenapoleone, altro sussulto. Eccoli, i Bella Ciao, riempiono da San Babila la via della moda quasi deserta, vicini e insieme lontanissimi. Vicini perchè il corteo dell'anniversario della Liberazione è appena trecento metri più in là. Distanti perchè quei cori, intonati con fermezza assoluta e profonda convinzione da anziani reduci con lo stemma dell'anpi e tranquille famigliole piccoloborghesi, da studenti urlanti un po' sudaticci con la bandierona del Che e da squattrinatissimi scapoloni urbani con ambizioni intellettualoidi, quelle note alzate nel'aria quasi a volere scalfire la barriera del tempo che scappa, a marmorizzarsi nella coscienza collettiva di chi la Resistenza la conosce solo attraverso i libri di storia, rimbombano estranee sulle vetrine della Milano Bene. Sono due mondi diversi, a pochi isolati di distanza, come quando Maria Antonietta voleva sfamare il popolo con le brioches. Le belle commesse di Armani e di Cristiano Fissore non lavorano, oggi; Cova, il bar storico della via, ritrovo delle potenti signore della moda lombarda, è chiuso; le frenetiche giapponesine in comitiva con fidanzati al seguito non si fanno vedere, l'aria è piatta e silenziosa nel tiepidume del primo pomeriggio, indulge tra i balconi traboccanti di verde e pigra vi resta. Oggi l' "altra Milano" è padrona assoluta della metropoli. La memoria dei padri, giusta o sbagliata che sia, parziale od obiettiva, scomoda o conveniente, da occultare o da esibire come un meritatissimo trofeo, vince la battaglia quotidiana con un'Italia che, si sa, cambia in fretta, e in fretta vuole scordarsi il proprio passato. Ma solo per oggi.
Mentre si inserisce curioso e guardingo nel solco di due nazioni così irrimediabilmente dissimili tra loro, tutto rosso non certo per scelta politica, con la grassoccia attivista ventenne che lo rincorre per rifilargli i soliti manifestini, Franci si chiede se mai quel solco così profondo verrà colmato. E a che prezzo. Ma la risposta, purtroppo, un po' già la sappiamo.




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