Alcuni studiosi hanno ritenuto d'individuare il nucleo profondo del messaggio gnostico nella concezione che contempla la presenza d'una falla originaria all'interno della divinità: il peccato commesso da Sophia, l'ultimo dei trenta eoni dell'invisibile e pneumatico pleroma, per aver desiderato conoscere il primo principio, o, secondo un'altra versione, per aver desiderato generare senza il compagno. Si tratta d'un motivo che trova ampia rispondenza nell'opera di Jung e che Quispel definiva propria d'un cristianesimo "tragico", un motivo, inoltre, che conosce un suo analogo nella concezione lurianica della "rottura dei vasi", nota anche come "morte dei re".
Il male precede l'uomo, ribatte Jung ai sostenitori della "privatio boni", il serpente della Genesi si trova nell'Eden prima di Adamo ed Eva. Analogamente, la devoluzione di Sophia precede la creazione dell'uomo, opera imperfetta del demiurgo, ovvero dell'elemento psichico originato dal peccato di Sophia e di Sophia inconsapevole strumento.
La cosmogonia gnostica contempla una lontananza siderale dell'uomo dal pleroma divino e un testo come Pistis Sophia, spesso citato da Jung, ne costituisce forse la testimonianza più incisiva. Borges ha a tale riguardo sostenuto che gli gnostici predicarono la "centrale insignificanza" dell'uomo. La disperata lontananza dell'uomo, l'inesauribile esilio dal "Dio ignoto", esilio cui solo un'assoluta sparizione sembra poter porre fine, può raccordarsi al motivo della lateralità dell'Io, motivo che attraversa l'elaborazione gnostica a partire dal luogo d'origine cosmologico.
Il cosmo stesso, del resto, viene percepito e vissuto nell'ombra d'una congenita lateralità e il "dominus mundi" di Basilide, l'Abraxas che risorge nei Septem Sermones ad Mortuos, opera, stando alle testimonianze dei primi eresiologi, come dio decisamente laterale. Ora, le vicissitudini dell'Io, un Io mosso da istanze ad esso sopraordinate, ma che s'illude di essere il solo creatore del mondo, furono proiettate dagli gnostici nell'Ebdomade, la regione del cielo abitata dal demiurgo.
L'analogia egoica del demiurgo, il demiurgo pensato dagli gnostici e così lontano dal demiurgo del Timeo di Platone, è stata rilevata da Jung nella prefazione allo scritto di Neumann Psicologia del profondo e nuova Etica e ripresa in Aiòn dove si afferma che il mito del demiurgo "illustra le perplessità dell'Io il quale non può più rifiutarsi di ammettere che un'istanza sopraordinata lo rimuove dal trono del dominio assoluto". L'istanza sopraordinata all'Io, la "totalità oggettiva" che si contrappone alla "psiche oggettiva" corrisponde a quanto Jung designa col nome di "Sé". Il valentiniano orientale Teòdoto non la pensava diversamente da Jung nel sostenere che gli uomini si comportano come il demiurgo il quale, mosso segretamente da Sophia, crede di muoversi da sé.
Il motivo dell'esilio, allora, o quello dell'"uomo straniero" (Allogenes, ovvero Straniero, s'intitola uno dei testi ritrovati presso Nag Hammadi) possono essere ricondotti alla scoperta gnostica dell'esistenza d'una interiore "distanza da sé", ovvero della non coincidenza del centro della psiche con l'Io. In quella "distanza" e da quella "distanza" imperano i demoni che Jung ha in più luoghi della sua opera equiparato ai complessi: l'uomo, come scrive Basilide, assomiglia al cavallo di Troia che tiene rinchiuso al suo interno un esercito di numerosi e differenti spiriti. Analogamente sono demoni, per Jung, introversione ed estroversione, a motivo della loro incontrollabilità e strapotenza.




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